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L’Italia e le riforme: la lesson learnt spagnola ed il filo guida europeo che ci ricordano (Moody’s) di non perdere

Moodys In questi giorni si sente molto parlare della via virtuosa delle riforme che la Spagna è stata in grado di  perseguire. Il paragone rispetto all’Italia in modo non esplicito è stato portato anche da Draghi nel  suo ultimo  discorso (di seguito i passaggi principali ed un commento LINK) asserendo che gli Stati  che avevano fatto le  riforme sono in condizioni di crescita più solida e promettente. Effettivamente il  processo riformatore  spagnolo sta valendo allo stato iberico circa 20 pti di Spread in meno rispetto all’Italia. Sulla crescita del PIL  la Spagna ha una previsione per il 2014 del +1.2% dopo il +0.4% del  primo trimestre ed il +0.5% del secondo,  ma il Governo si è spinto a ritoccare ulteriormente il dato stimando un +1.5% per il 2014 ed un +2% per il  2015. Onori quindi all’impegno spagnolo nel portare avanti un piano di riforme, in particolare sul lavoro, in sintonia con quanto richiesto dall’Europa, ed onori alla determinazione della politica a raggiungere i risultati non impantanandosi in discussioni interne. Sulla Spagna, il cui PIL in valore assoluto si attesta a circa 1’015 miliardi di €, però non vanno dimenticati  il rapporto deficit/PIL per il 2013 a 6.62% ed un debito/PIL 2013 al 95% che ha visto una impennata dal 40% del 2008 fino alla percentuale attuale.

Oltre allo spread i benefici della politica attuata dal governo spagnolo sono da riscontrarsi in una maggior credibilità agli occhi europei, ma soprattutto ad una rinnovata capacità di attirare investimenti e capitali (incluso quello umano) anche dall’estero, fattore del quale l’Italia soffre tremendamente.

Attenzione però, non è tutto oro quello luccica perché ad oggi la situazione sociale spagnola non è così invidiabile, la disoccupazione è attorno al 25% (benché in luglio 2014 rispetto al luglio 2013 i disoccupati siano diminuiti del 5.94%) e le persone hanno subito decurtazioni o blocchi salariali, riduzione del potere d’acquisto, perdita del posto di lavoro, riduzione delle tutele sociali, con conseguente calo della qualità della vita.

Del resto la Spagna ha vissuto una crisi particolarmente pesante, iniziata con la bolla immobiliare speculativa che ha portato ad una cementificazione estrema soprattutto nelle aree costiere; dal 2007 la bolla è scoppiata ed i prezzi nel 2012 sono diminuiti mediamente tra il 30 ed il 35% rispetto al periodo pre-crisi, con una diminuzione del 13.7% rispetto al 2011. La svalutazione si è abbattuta sui maggiori detentori di immobili, ossia le banche che rappresentano la più importante agenzia di real estate spagnola, tanto che molte di esse sono state spinte a svenderle con sconti anche fino al 50%. A beneficiare di ciò non sono stati gli spagnoli, impossibilitati dalla crisi ad accollarsi spese anche se potenzialmente convenienti, ma principalmente norvegesi e russi. Vi è stata poi la necessità di intervenire sul settore bancario attraverso aiuti europei e di stato, i casi più clamorosi sono rappresentati da Bankia che ha ricevuto 36 miliardi di aiuti tra Madrid e Bruxelles (17.69 mld e da UE), NCG che ha ricevuto 10 mld (5.425 mld da UE), Catalunya Banc 14 mld (9.08 mld dalla UE), Banco di Valencia 7 mld (4.5 mld da UE); in totale Bruxelles ha fornito 37 milardi di € per ricapitalizzare gli istituti spagnoli. A valle della ricapitalizzazione è stato poi necessario che le banche tornassero ad essere istituti sani e sostenibili, cessando o riducendo drasticamente le attività di real estate ove avevano incagliati asset per miliardi di € in favore delle attività più rivolte al sostegno delle attività produttive e delle PMI. A tutto ciò va poi aggiunto l’intervento della Troika, FMI – BCE – Commissione, che ha indirizzato la politica economica della Spagna dirigendola verso pesantissimi sacrifici, dalla liberalizzazione forzata di alcuni servizi (che di per se non è necessariamente un male), all’aumento dell’IVA, al blocco o decurtazione dei salari pubblici, alla cancellazione dei debiti delle imprese rispetto allo stato centrale o agli enti locali, stremando ulteriormente lo stato sociale depauperato in modo marcato.

Evidentemente quindi, se non per le riforme che la Spagna sta portando avanti e che indubbiamente rappresentano progressi inderogabili per lo stato iberico, la sua situazione non è invidiabile, semmai si deve prendere spunto come da una “lesson learnt” per accelerare il piano di riforme prima di arrivare alle drammatiche conseguenze che hanno coinvolto la Spagna. L’italia potrebbe invidiare la politica industriale o la grande distribuzione e la filiera mondiale francese, l’export e la forza della Germania, ma non la condizione generale della Spagna.

Il nostro paese quindi, cosa ormai nota, per riconquistare credibilità istituzionale e degli gli investitori attirando nuovamente capitali verso la sua economia reale, dovrà necessariamente perseguire più che rapidamente le riforme ben notorie. Il premier Renzi proprio sulle riforme ha risposto più o meno indirettamente a Draghi rilasciando una intervista al Financial Time nel quale spiega che verranno fatte, ma in autonomia; sarà lui stesso a decidere, senza che Europa, Troika o BCE (che poi sono due delle facce di una medaglia a tre superfici talvolta in disaccordo tra loro; FMI-BCE) indichino come implementarle. La battuta fa riferimento non troppo velato alla richiesta del Goveratore della BCE di cedere parte della sovranità nazionale all’Europa in tema di riforme strutturali. A leggere le parole del Premier egli non ha detto nulla di esotico, forse ha calcato la mano usando toni troppo coloriti riferendosi a certi ambienti ed a certi interlocutori, che come Draghi non sono proprio degli sconosciuti o privi di autorevolezza internazionale e degli ambienti di comando.

Renzi ha solamente ribadito che i dettagli tecnici del piano di riforme verranno decisi internamente. Dal mio punto di vista quello che però vale la pena ricordare è che le linee guida sul tipo di riforme da implementare (non sui modi o sulle “technicalities”) sono fornite dall’Europa e sono da assecondate, proprio come ha fatto la Spagna ottenendone benefici in termini di credibilità. Se l’Europa propone, peraltro più che sensatamente, di spostare la tassazione dal lavoro e dalle persone ai patrimoni è corretto perseguire questo fine adattando la richiesta per i dettagli implementativi al contesto italiano, analogamente dicasi per la riduzione del debito, per le privatizzazioni, per l’abbassamento della pressione fiscale e per la spending review.

Ora come ora è inutile e controproducente lanciarsi in dibattiti e muro contro muro che ci vedrebbero penalizzati non avendo dimostrato ancora nulla e stringendo il coltello del fiscal compact, che sarà fondamentale modificare, dalla parte della lama, ancora di più considerando che siamo nel nostro semestre di presidenza europeo e sapendo che le stime di crescita 2014 sono state portate da Moody’s (non un gufo o un rosicone, ma un market maker) a -0.1% dal precedente +0.5% con un rapporto deficit/PIL a 2.7% per il biennio 2014/15 rispetto ai +2.6% e 1.8% precedenti. Del resto era stato lo stesso Renzi a rettificare il parametro a valle della comunicazione ISTAT di un PIL per il secondo trimestre di -0.2%, dicendo che si sarebbe attestato a 2.9% (precedente stima 2.6%) rimanendo dunque sotto il fatidico 3%. Lo 0.3% di differenza però, allo stato attuale dei patti e delle regole di flessibilità vigenti a Bruxelles, in termini assoluti vale circa 5 miliardi di € da sottrarre a possibili investimenti o impieghi che, mai come ora avrebbero fatto comodo (il giudizio di Moody’s non tranquillizza, anche se l’ OSCE è più ottimista e delinea per l’Italia una moderata tendenza alla crescita, c’è da rifinanziare il bonus IRPEF renderlo strutturale ad esempio e pare che sia in procinto di essere avviato il piano di taglio alle detrazioni fiscali ed una ulteriore spinta sulle riduzioni delle spese).

In uno scenario simile andare contro eventuali raccomandazioni europee non è consigliato, anche perché gli investitori sono sempre più freddi nei nostri confronti dopo una fase iniziale di potente luna di miele. Di questa virata causata dalla lentezza delle riforme e del cambiamento ne sono testimonianza gli indici borsistici, ma non è solo la finanza che dovremmo attrarre, e principalmente l’investimento concreto nell’industria e nella produzione ad oggi latitante.

Abbiamo più volte detto che i mercati e gli investitori sono estremamente pragmatici e cinici (LINK1 LINK2 – LINK3), ma del resto è il loro mondo che lo richiede e la regolamentazione vigente che lo permette, come lo è la stampa: tanto facilmente si innamorano e pare conferire totale appoggio e fiducia quanto rapidamente voltano le spalle spesso lanciando frecciate, pesanti critiche ed accuse. In momenti simili, complici anche le aspettative decisamente altissime, sia i cittadini, sempre più invischiati nei problemi del quotidiano non ancora ai livelli spagnoli, ma a quelli tendenti, sia la stampa (anche se in tal caso ci sarebbe da fare una considerazione differente relativa al rapporto media-potere che lascio ad altrui elucubrazioni) sia i mercati e gli investitori vogliono risultati immediati, risultati che evidentemente non hanno ritenuto sufficienti a questo punto dell’azione di Governo (LINK). A poter giustificare la difficoltà non prevista ci sono sicuramente le vicende estere, la stretta più poderosa della crisi, ma esistono le controprove di Spagna, USA ed UK, ed in ogni caso il giudizio di Moody’s, che pone anche il 2014 in recessione e segue il dato ISTAT di -0.2% per il Q2 2014, è motivato dalla lentezza delle riforme soprattutto economiche (lavoro, fisco, spending review ecc), della burocrazia e della giustizia nonché dalla tendenza atavica di agire riparando situazioni invece che creando presupposti strutturali virtuosi, insomma risultati sotto le aspettative che a detta della più antica delle tre sorelle del rating comporterà la necessità di revisione delle entrati fiscali (e pare che un processo sia già in atto) e potrebbe portare a tensioni interne ed esterne, in particolare con la Germania ed in generale con l’Europa il cui processo di rinnovo della Commissione è anch’esso lento e farraginoso e che ancora, nonostante i discorsi ed i propositi pre-elezioni, non ha dimostrato fattivamente la volontà di mutare approccio da austerità a più cooperazione e condivisione di rischi e benefici. Le nuove metodologie di governance economica, comportando un minore ricorso al rigore dei conti ed all’austerità (solo) nei momenti pesantemente recessivi avrebbero potuto evitare situazioni fallimentari protratte per mesi e mesi che hanno richiesto nel tempo un pesante contributo economico; maggiore di quanto sarebbe stato necessario per un salvataggio immediato, ed è il caso della Grecia, di Cipro e forse anche della Spagna che avrebbe potuto evitare la deriva della situazione sociale. La giustificazione secondo la quale questo approccio dovrebbe rappresentare una lezione ed un monito a non ripetersi è vera parzialmente perché gran parte delle conseguenze sono state a carico non “dell’establishment” colpevole, ma della popolazione.

Che la Spagna ci sia di esempio non tanto come situazione generale, ma esclusivamente per quel che concerne la gestione delle riforme. Dobbiamo saper essere più rapidi, scavalcare le discordie, i pregiudizi ed i particolarismi interni per focalizzarci verso l’obiettivo comune senza disperdere energie in argomenti importanti, ma non prioritari in questa fase delicata. Servono piani di riforme concreti che seguano le linee guida europee, ma rispecchino la particolarità dello scenario italiano per la loro applicazione e con la auto-richiesta da parte delle nostre istituzioni di maggior controllo europeo, che certifichi la nostra ritrovata capacità e volontà di riformare, dobbiamo metterci in gioco agli occhi di Bruxelles dimostrandoaffidabilità e rinnovata serietà cosicché da parte loro non vi siano più tabù nel concederci credito e margini più ampli (come è stato fatto per Germania e francia).

Questo è quanto, difficile considerando le nostre inclinazioni, i nostri precedenti storici, alcuni parametri di bilancio (leggi debito); tutto il resto, consapevoli che i creditori di fiducia sono venuti a batter cassa esigendo subitamente gli interessi, dovrebbe passare secondo piano.

11/08/2014
Valentino Angeletti
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Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre

L’Italia è ormai avvezza ad avere occhi attenti puntati addosso, ed in questa situazione di dati macro economici poco confortanti c’è da scommettere che gli sguardi rivolti al nostro paese sono aumentati.

Quelli dell’Europa ci controllano costantemente, monitorano preoccupati con continuità l’andamento del nostro debito, il rapporto deficit PIL, il processo di riforme. Le loro verifiche sono rigorose, nel più consono stile teutonico, non a caso i nostri osservatori più puntigliosi, pignoli, per alcuni odiosamente meticolosi mentre per altri estremamente precisi e concreti, che non ci hanno risparmiato numerose bacchettate, rimproveri, avvertimenti, sono stati Olli Rehn, finnico (a fine pagina alcuni Link),  Jeroen Dijsselbloem, olandese, Van Rompuy, belga e poi i membri dei dicasteri o delle istituzioni economiche tedesche come Schauble, Ministro delle Finanze o Wiedmann, Govenatore della BundesBank; dulcis in fundo, per non farsi mancare proprio nulla, anche il Commissario agli Affari Economici e Monetari UE ad-interim Katainen (dichiarazioni a link a fondo pagina) , forse ereditando il modus operandi dal predecessore col quale condivide la nazionalità, non ha lesinato dichiarazioni, che avrebbe dovuto tacere nel momento in cui le proferì, sulla situazione economica del nostro paese e sulla sua lotta quasi personale all’utilizzo di “escamotage” (non uso casualmente un termine francese) per aggirare i tratti europei alla ricerca di più fantasia finanziaria e libertà nei bilanci. Queste figure istituzionali con le loro squadre di tecnici, ed in tal caso un simile atteggiamento non è da mettere sotto processo, non si accontentano promesse, idee, stime immaginifiche, ma vogliono dati certi, calcoli e modelli matematici, programmi chiari che presentino azioni e conseguenze in modo dettagliato, non sono soddisfatti da una bozza generica di spending review, ma vogliono i dettagli, esigono chiarimenti sul gettito per singola voce e soprattutto chiedono con insistenza di definire precisamente l’allocazione delle risorse reperite; analogamente per ogni capitolo di spesa richiedono la provenienza delle relative coperture, così come per ogni nuovo introito statale la destinazione dell’extra gettito. Come dire, tutte queste attenzioni sono il prezzo da pagare per alcuni parametri (debito) ed alcune situazioni (occupazione-fisco) decisamente negative quasi fuori controllo derivate da decenni di incapacità nel gestirle e nel porvi rimedio e per la poca stima nei nostri confronti dovuta all’immobilismo, alla gestione di grandi opere e progetti e ad anni di estrema semplicità nel promettere seguita da parimenti facilità nel disattendere.

A ciò ci eravamo ormai abituati, anche se in tanti non senza risentimento, ma ora altri occhi, che per la verità non hanno mai smesso di osservaci, forse anche in modo più direttamente interessato, approfondito ed inclusivo dei precedenti, si stanno palesando.

Mi riferisco a quelli degli investitori internazionali. Investitori industriali ed investitori finanziari, ma non speculativi, bensì quelli buoni, intenzionati a fare investimenti di lungo termine nel paese. L’attenzione di costoro, i quali nei mesi estivi sogliono rivedere le strategie per l’autunno e l’inverno a venire e che ora si trovano un panorama particolare con tante buone opportunità fuori dall’Europa, riguarda sostanzialmente due sfere, adesso molto più intrecciate dal punto di vista di un investitore che un tempo quando spesso utilizzate a pacere per giustificare determinati movimenti:

  • L’economia.
  • La Politica.

Sul lato economico quello che osservano sono ovviamente tutti i dati, nostro malgrado non confortanti, che abbiamo imparato bene a conoscere, il PIL, l’occupazione, il debito, il deficit, il rapporto deficit/PIL, fin qui nulla di nuovo. Ora però, un altro elemento subentra, ed è quello della difficoltà con cui il nostro paese sarà in grado di ripagare il debito contratto nell’anno d’oro, 2011, dello spread ad oltre 500 (venne toccato quasi il 7% di interesse). Il prossimo anno inizieranno le prime scadenze dei titoli di stato 2011 che difficilmente avranno possibilità di essere nuovamente sottoscritti, come invece accade sovente con titoli di stato dai rendimenti inferiori, questa circostanza secondo alcune stime potrebbe costare fino a 200 miliardi di €.

In questa fase storica stiamo poi assistendo ad un intreccio tra politica ed economia senza precedenti. Le attenzioni sono indirizzate ai patti ed ai trattati europei, poiché risulta evidente che stando così le cose per l’Italia è impossibile rispettare i trattati in vigore nei tempi e nelle modalità sottoscritte a meno di non raggiungere un valore di crescita del PIL costantemente nell’intorno 2.6-3% chiaramente impossibile nel breve-medio periodo. La questione europea e dei trattati da rivedere potrebbe indirizzare le scelte degli investitori. Più ancora però, alla luce della grande fiducia e stima riposta nel Premier Renzi e nei suoi ambiziosi piani che in campo finanziario è per tutti transeunta e rapidamente variabile, è la capacità di eseguire riforme che influenzino la sfera economica in modo rapido ed incisivo. Si attenzionano dunque le riforme sia istituzionali, ma quelle che consentono di giungere ad avere una normativa ed una legislazione stabili e durature, un sistema fiscale più snello e non così penalizzante rispetto ad altri stati europei, un abbattimento drastico della burocrazia, una certezza della pena, una chiarezza nella definizione degli interlocutori e degli uffici competenti per una azienda che volesse investire in Italia, che ovviamente quelle economiche, ossia la riduzione del cuneo fiscale, dell’IRAP, le politiche per facilitare l’occupazione, il sostegno ad investimenti ed innovazione con conseguente incremento di competitività e maggior creazione di valore aggiunto, lo sblocco del credito, la revisione di alcuni meccanismi come la cassa integrazione, una maggiore vicinanza tra scuola ed impresa, più rapidità nell’abbattimento del digital divide così da consentire l’accesso immediato a tutte le imprese alla banda ultra larga ed a prezzi competitivi, un sistema di tassazione sulle rendite chiaro e stabile, lotta a corruzione ed evasione e per finire un costo dell’energia inferiore.

Purtroppo agli investitori buoni non troppo importa, contrariamente all’Europa ed alla cittadini interessati alla governabilità del paese, della riforma del Senato, della legge elettorale, delle unioni civili ecc, o meglio sono collocate ad un livello di priorità inferiore. A ben pensarci andrebbero oggettivamente lavorate in parallelo alle misure economiche e non in serie, ma purtroppo esse  risultano così impegnative, delicate e motivo di conflitto serrato da richiedere molti sforzi ed energie da parte del Governo, inevitabilmente sottratte ai temi europei, dove il semestre italiano è letto dagli investitori come un’ulteriore opportunità per il nostro paese di dettare le priorità alla Commissione, ed a quelli economici.

Va sottolineato che le riforme sono la motivazione per la quale lo Spread Spagnolo si è costantemente mantenuto inferiore a quello italiano, nonostante conti, dati di bilancio ed occupazione peggiori, attestandosi attualmente circa 20 pti più in basso rispetto al differenziale italiano.

In tal contesto di alta euforia tra gli investitori, i quali continuano a considerare interessante l’Italia che offre un favorevole rapporto rischio-profitto, ogni settimana di qui a settembre è preziosa per conquistare un piazzamento nei loro portafogli o piani industriali, perché cicli di fiducia così positivi non durano in eterno ed in genere sono seguiti da pesanti storni. Come si può vedere in figura siamo proprio in uno di quei momenti critici  in cui approfittare dell’euforia e della voglia d’acquisto che potrebbe ridursi a stretto giro, magari seguendo la riduzione di QE imposta dal tepring della FED.

 

Di opportunità in passato ne abbiamo avute molte e mai capitalizzate a dovere, è assolutamente necessario impegnarsi affinché questa non vada a rimpinguare il novero delle precedenti.

Link Olli Rehn:
Bacchettate Europee: una dura sfida 06/03/14
IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review 22/11/13
Comprensibili e giustificate ingerenze europee 18/09/13
L’imperitura scure del 3%, ed un futuro basato su Europa e persone 13/09/13
Asmussen (ECB) e Rehn (Commissario EU affari economici) un po’ ovvi??? 08/05/13
Olli Rehn da Bruxelles, nessuna bocciatura per l’Italia 02/06/14
I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama 15/02/14

Link Katainen: Finnico Katainen dalle tradizionali consuetudini 20/07/14

02/08/2014
Valentino Angeletti
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La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….

Solo qualche mese fa non si voleva nemmeno sentirne parlare, eppure qualche segnale già c’era (Link: primordiali segni di deflazione). Adesso la deflazione è uno spettro che fa paura in tutta Europa tanto da essere uno degli argomenti trattati nell’Ecofin dei prossimi giorni ad Atene. L”Unione sta attraversano un periodo di bassa inflazione, perché ancora di vera deflazione non si può parlare, al di sotto della soglia dell’1% definita pericolosa dal Governatore della ECB Mario Draghi ed il commissario EU agli affari economici e monetari Olli Rehn conferma la preoccupazione citando i casi di Grecia, Irlanda e Spagna, nonostante la disoccupazione abbia leggermente rallentato la sua corsa in confronto agli scorsi periodi. In Europa, dove il target per l’inflazione è stato fissato al 2%, rispetto al mese precedente i prezzi sono aumentati dello 0.5%, in Spagna, rispetto al marzo scorso invece, si ha avuto un calo dello 0.2% e la deflazione è stata certificata, in Italia l’aumento medio dei prezzi è stato dello 0.4%, in calo rispetto ai mesi scorsi in tutti i comparti a cominciare da frutta fresca e beni energetici, includendo anche quei beni di norma immuni, come le sigarette e la benzina a dispetto di un aumento delle accise. Gli analisti finanziari delle principali banche non ritengono concreto il pericolo, ma è bene percepire questi segnali e cercare di agire tempestivamente per arginare un processo che secondo altri si è già innescato in modo significativo.

Il basso aumento, o addirittura il calo dei prezzi, potrebbe apparire a prima vista un segnale positivo e lo sarebbe se a causarlo fosse la sana e leale concorrenza e se sussistessero adeguati aumenti retributivi, flessibilità nel mondo del lavoro, domanda ed offerta di prodotti e servizi. Nella circostanze attuali invece il fenomeno è dovuto alla stagnazione economica.
Nel nostro paese il potere d’acquisto delle famiglie è calato drasticamente ed è evidente che la propensione alla spesa è inferiore anche relativamente a beni di prima necessità, alimentari, medicinali, cure mediche e vengono tardati i pagamenti di mutui e bollette; per tali ragioni è facile pensare che gli 80 € circa, che finiranno nelle buste paga al di sotto dei 25’000 € lordi introdotti dagli sgravi IRPEF del Governo Renzi, si riverseranno quasi istantaneamente, in modo positivo ma ben lungi dall’essere strutturalmente risolutivo, nei consumi.
Il modello di competizione che ha dominato gli ultimi anni (e le varie vertenze aziendali ne sono una dimostrazione) è stato fondato sul ribasso dei prezzi delle produzioni, sul ribasso dei salari e del costo del lavoro, sul ricorso ad ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà con conseguente dimezzamento del potere d’acquisto dei tantissimi soggetti interessati (il ricorso alla CIG è stato da record durante questa crisi) fino al licenziamento e ciò, facendo il paio con contratti collettivi non rinnovati, con mancati adeguamenti salariali e con il blocco degli straordinari per i dipendenti pubblici e pensionati, non ha potuto far altro che deprimere i consumi interni.
Ne deriva una conseguente assenza di propensione alla spesa, in favore, nei pochi casi ove sia possibile, del risparmio a cui si aggiunge una percezione negativa dei consumatori e delle persone rispetto al futuro che porta certamente ad evitare le spese “superflue”.
Le prospettive effettivamente non sono delle migliori perché il PIL 2014 è visto in aumento per un valore che va dello 0.6% allo 0.9% a seconda delle stime, la previsione del Governo presentata da Renzi è stata collocata tra lo 0.8% e lo 0.9% peggiorando la stima nella forbice 1% – 1.1% del precedente esecutivo. Anche le più ottimistiche previsioni non sono però sufficienti ad invertire la crescita della disoccupazione, giunta complessivamente al 13% ed al 42,3% per la fascia di età 15-24 anni (massimo dal 1977 quando iniziarono le serie storiche), la quale oltre ad avere un ritardo intrinseco rispetto all’inversione di tendenza del PIL necessità di un valore di prodotto interno lordo che tipicamente si attesti attorno all’ 1.5%.

Nuovamente l’Europa non ha contribuito positivamente, è intervenuta nelle crisi in ritardo e con approcci oltremodo recessivi, portando la Grecia, il Portogallo, Cipro, ma anche l’Italia, e la Spagna a condizioni di estrema difficoltà economico e sociale (ad Atene, sede del meeting dell’Eurogruppo e dell’Econfin è sede di manifestazioni). Le misure di austerità hanno in parte aggravato il problema, ma in verità a scegliere dove applicare l’austerity è stato compito dei singoli paesi e dove, come in Italia, non è stato seguito il consiglio europeo di tassare rendite, patrimoni, consumi (in tutti i casi modo non lineare) invece che lavoro, imprese e persone fisiche si è assistito ad un eccessivo prelievo principalmente a scapito delle classi meno abbienti, artigiani e commercianti.

La Francia è per il momento più al sicuro dal basso aumento dei prezzi, ma la sconfitta di Hollande alle elezioni amministrative, l’immediato cambio di governo per riconquistare popolarità ed il suo discorso che ha messo in luce le problematiche su cui anche il paese transalpino dovrà agire, quindi taglio delle tasse, diminuzione del costo del lavoro, incremento del potere d’acquisto e dei consumi, taglio della spesa e meno rigidità nelle politiche europee, sono fattori che la accomunano in modo dichiarato all’Italia, anche se con un debito (in crescita) decisamente più basso ed un deficit superiore al 3% (attorno al 4%) per il quale hanno potuto contare su tempi di rientro superiori. Una simile circostanza fa pensare che si possa rafforzare l’asse Renzi-Shchulz-Hollande in vista delle elezioni europee con un programma di riforme delle politiche comunitarie volto ad una crescita sostenibile attenta ai conti ma anche alle difficoltà sociali dei cittadini dell’Unione, sempre più inclini a valutare proposte anti-europeiste.

Un’altra nota da fare all’Europa ed all’ECB nello specifico, è quella di aver attuato politiche monetarie certamente accomodanti, mantenuto bassi i tassi e fornito liquidità a sistemi paese, ma le iniezioni sono avvenute, ad interessi quasi nulli, sempre tramite i sistemi bancari che avrebbero dovuto immettere questi denari nell’economia produttiva, cosa che nella realtà dei fatti è avvenuta in modo quasi marginale essendo stati prediletti investimenti finanziari, acquisti di titoli di stato ad alto rendimento di paesi relativamente solidi (come l’Italia appunto) ed in certi periodi addirittura depositi over-night presso la stessa ECB. Negli USA i QE sono immessi direttamente nel sistema in modo da non avere intermediari così da essere immediatamente disponibili all’economia reale (che si tratti di consumi, investimenti infrastrutturali, lavori pubblici, sostegno alle imprese ecc).
Statuti permettendo, in attesa di giungere ad una unione bancaria vera, funzionante ed al servizio dei paesi membri e dell’Europa oltre che dei bilanci dei singoli istituti, sarebbe una soluzione migliore adottare anche nell’EU il medesimo meccanismo di immissione di liquidità direttamente nel sistema economico rispetto all’ipotesi che la ECB potrebbe metter in campo di portare i tassi a zero o addirittura in territorio negativo per stimolare il credito e disincentivare la pratica dei depositi over-night (anche se è più probabile un mantenimento dello 0.25%) .

Messe alla luce le deficienze del sistema paese Italia ed dell’Unione (notare che il fenomeno ha colpito maggiormente gli stati che hanno beneficiato di più aiuti che se, come avrebbe dovuto essere, fossero stati messi a disposizioni di persone ed imprese a mezzo di credito probabilmente ora si avrebbe un’inflazione e, cosa più importante, un potere d’acquisto superiori) è evidente che sono sempre più necessarie quelle riforme, ormai ben note, sul lavoro volte alla flessibilità ed alla creazione di nuovi impiaghi nei settori ad alto valore aggiunto ed innovativo, sugli investimenti produttivi, sul taglio delle spese e della burocrazia, sul sostegno alle imprese ed alla concorrenza, sul piano industriale nazionale di medio/lungo termine così come una modifica delle politiche europee e dell’ECB nei temi economici, monetari, finanziari, fiscali e normativi.

31/03/2014
Valentino Angeletti
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