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Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Alleanza in Europa, pragmatismo in Italia…per ora va bene così…

Da Bruxelles molto positiva è la dichiarata intesa tra Schulz (SPD-PSE) e Renzi con l’obiettivo di una Europa, si solida dal punto di vista dei conti, ma flessibile, dinamica, collaborativa e realmente unita. Alle dichiarazioni, che devono guardare oltre le elezioni e la campagna elettorale, dovranno seguire i fatti perché risultati ambiziosi si ottengono solo con squadre forti e strategie ben congegnate. Probabilmente la via dell’alleanza forte, “open minded” e conscia di una difficile realtà sociale, è l’unica per combattere gli anti-europeismi, ma ancor prima per condurre l’ EU in un rinnovato percorso.

Dall’Italia, forum di Cernobbio di Confcommercio dove, nonostante i dati leggermente positivi di gennaio, non c’è stato troppo ottimismo su crescita e consumi interni principalmente a causa della maggior pressione fiscale che ammonta a 70 mld € tra il 2008 ed il 3013, il pragmatico Ministro del lavoro Poletti non ha voluto diffondere false aspettative dichiarando che benefici realmente tangibili sul mercato del lavoro e su occupazione si vedranno di qui a 3-4 anni…noi già lo sapevamo, ma la verità è sempre e comunque apprezzata.

Anche il Ministro Padoan, MEF, è stato chiaro, la spending review strutturale è fondamentale così come l’attenzione sui conti e l’abbattimento del debito che verrà aggredito proseguendo anche sulla via delle privatizzazioni (sarebbe già pronto un nuovo piano ad integrazione di quello del Governo Letta, al momento comunque le società coinvolte sarebbero le medesime, quindi Poste, CdP, FS, Enav, Sace, Stm, Grandi Strazioni, ENI, Fincantieri), ma risultati concreti in termini di risparmi e di crescita che non si limiti all’attuale stagnazione dovuta a persistenti incertezze e fragilità congiunturali, si vedranno nel medio periodo. Il ministro ha voluto anche ricordare come paesi ove i vincoli europei siano stati meno rigidi, ad esempio concedendo più tempo per rientrare nel rapporto del 3% deficit/PIL, abbiano potuto applicare politiche meno austere e recessive pesando meno su società, cittadini ed imprese.

Del resto il disagio sociale è cresciuto dal 25.3% del 2008 all’attuale 30% (inconcepibile per un paese civile ed industrializzato) contro una media Europea del 25% (di queste ore è la notizia di pesanti scontri a Madrid contro le politiche di austerità imposte dal Governo spagnolo Rajoy). Il periodo 2007-2013 ha visto un calo del PIL di 9 punti percentuali e la crescita fino al 2007 era già inferiore (circa la metà) rispetto al resto d’Europa. Lo 0.5-0.7% di crescita prevista per questo anno che segue lo stop della caduta iniziato dal terzo trimestre 2013 è ancora poco e lo scenario macroeconomico circostante rimane delicato. Altrettanto delicato è poi il quadro geo-politico, ove la crisi Ucraina ha messo in luce una certa difficoltà dell’Unione nel coordinare azioni di politica estera in modo tale da essere un player fondamentale, a ciò si unisce il problema dell’approvvigionamento energetico da zone politicamente e socialmente instabili che rimane un fattore di alto rischio per l’EU ed a maggior ragione per l’Italia. L’obiettivo dell’Europa (e dell’Italia) di giungere, attraverso le rinnovabili, l’efficienza, un mercato unico, l’ottimizzazione delle fonti convenzionali, un miglior utilizzo del gas naturale presente e la possibilità di importarlo da zone ove non siano presenti conflitti (rigassificatori per importare LNG dagli USA o gasdotti che bypassino le zone a maggior rischio), l’abbattimento degli inquinanti, l’innovazione tecnologica, ad essere meno dipendenti dall’estero, ed in particolare da zone di tensione, è di primaria importanza e le vicende libiche e mediorientali prima ed ucraine poi lo dimostrano per l’ennesima volta. Oltre al pericolo di ultima istanza, che è quello di non vedere più approvvigionate adeguatamente alcune zone del vecchio continente, vi è la costante fluttuazione dei prezzi delle materie prime energetiche di importazione che fungono da fattore ostante la competitività per le aziende europee (ed italiane). 

In sostanza il lavoro è ancora durissimo, richiederà sacrifici, ed il percorso, che necessita delle migliori risorse, estremamente lungo.

22/03/2014
Valentino Angeletti
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Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel?

Un weekend ed un inizio settimana decisamente impegnativi per il Premier Matteo Renzi. In queste ore si trova all’Eliseo ricevuto da Hollande, poi lunedì sarà la volta della Merkel assieme al Presidente di Confindustria Squinzi ed una ristretta delegazione di imprenditori.

Matteo dopo la presentazione del suo piano di intervento in Italia, tra la condivisione di buona parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche e le obiezioni critiche principalmente ad opera di alcune frange PD e del M5S, ha riscosso approvazione da parte della Cancelleria tedesca. Il FT invece si è mostrato più scettico sulla capacità di Renzi di trovare le adeguate copertura, a dire il vero dopo che un editoriale dei giorni scorsi spezzava più di una lancia in favore dell’ex sindaco di Firenze. E’ evidente che sia per i contenuti che per i modi di presentarsi, a volte un po’ irriverenti e guasconi, il personaggio stia attirando su di se molte attenzioni e sembri  quasi “border line”: o lo si apprezza o non ci si riesce proprio.

Questo doppio passaggio europeo di Renzi, che nel frattempo ha disdetto un viaggio in Cina presso potenziali investitori organizzato da Letta per concentrarsi (al momento giustamente) sulle vicende interne ed europee, è importantissimo.
Renzi dovrà essere in grado di attirare nell’orbita italiana la Francia di Hollande, facendole capire che la situazione dei due paesi è molto simile e solo una partenza da una miglior situazione dei francesi ha fatto si che potessero resistere meglio all’onda d’urto della crisi, ma un eventuale protrarsi di questa condizione potrebbe essere fatale ad ambedue i paesi, dove per giunta il fronte anti-europeo è molto forte (dominato in Francia da Le Pen, mentre in Italia è più trasversale e meno organizzato). Il potere contrattuale di un’asse franco-italo (spagnola) sarebbe enorme e probabilmente non passerebbe inascoltato neppure dalla Germania, da Bruxelles e dalle economia del nord, che pure hanno rallentato, a cominciare dall’Olanda.

Dopo la Francia, ove il compito è vitale per spostare un poco il baricentro europeo ma sulla carta più semplice, sarà la volta dello scoglio tedesco. Alla Merkel, e di rimbalzo all’Europa, facendo leva sul supporto francese, su quello dell’SPD di Schulz che ora dovrebbe essere messo alla prova dei fatti, e sulla presidenza italiana del prossimo semestre europeo, si dovrebbe chiedere di cambiare rotta abbandonando quella politica di austerità che tutti non ritengono sostenibile e che i fatti lo hanno dimostrato da tempo, lo dimostrarono in verità fin dall’inizio. L’esempio degli USA che con la loro politica espansiva e la rivoluzione energetica stanno uscendo dalla crisi e puntando al 6% di disoccupazione, le analisi di grandi economisti e finanzieri-speculatori come Soros e Buffet, le previsioni molto caute rispetto al continente europeo dei principali outlook economici, i fatti e le condizioni in cui sono stati ridotti alcuni stati europei, dovrebbero far venire più di un dubbio alla Commissione EU.

Il compito non è dei più facili perché sull’Italia pesa il fardello del debito, ancora in aumento a Gennaio ed ormai in prossimità del 133.6%, la lenta crescita (o meglio stagnazione) stimata da Ficth a 0.6% per il 2014, 1% per il 2015, il persistere di consumi mai così bassi e la disoccupazione che crescerà anche nel 2014 così come l’incapacità di riformare in modo rapido e risoluto degli scorsi Esecutivi, sono argomenti oggettivi che possono essere utilizzate contro Renzi. Inoltre il piano del Premier Matteo suscita in Europa più di un dubbio poiché la destinazione dei proventi della spending review dovrebbe essere l’abbattimento del debito e non il taglio delle tasse e del cuneo fiscale, così come non sembra condivisa l’ipoteso di un aumento del deficit pur rispettando il vincolo del 3%. Difficilmente, se la linea si manterrà quella attuale, ambedue le concessioni potranno avere approvazione.

Il Premier dovrà puntare su alcuni elementi non obiettabili. Il primo è che l’Italia si è oggettivamente impegnata e sacrificata per rispettare i vincoli fino ad ora imposti gravando pesantemente sui cittadini e non vorrebbe proseguire in questa direzione alimentando populismi e sentimento anti-europeo; un italiano su tre vorrebbe tornare alla lira, ma i giovani, il futuro e la nuova classe dirigente, sono in prevalenza favorevoli all’Europa, sanno, in particolare quelli più istruiti, che l’Europa è un’opportunità da cogliere ed una ricchezza, ma di contro sono convinti che a breve la politica dell’Eurozona non cambierà, facendo dell’Unione più un elemento vessatorio e tecnocratico che una reale fonte di arricchimento, cooperazione e contaminazione economico culturale per far fronte agli standard di competitività sempre più elevati che la globalizzazione ci impone. Questa linfa vitale delle nuove generazioni deve essere alimentata con speranza e prospettive.
Il secondo elemento è che senza una Unione reale ed una condivisione di rischi e benefici (ad esempio Eurobond, mercato unico dell’energia, allineamento del fisco, della tassazione, del costo del lavoro ecc) anche la Germania ne uscirà col tempo sempre più indebolita e non sarà in grado da sola a competere con economie che comunque corrono ben più di lei.
Il terzo punto, estremamente importante, è insistere sulla possibilità di sforare temporaneamente il tetto del 3%, ricordando alla Merkel che anche la Germania non è in regola avendo consumi interni troppo bassi ed una export oltre il 6% (limite imposto dall’EU) sull’import, del resto più tempo è stato concesso alla Francia ed all’Olanda. Renzi però dovrà mettere sul piatto promesse molto importanti e difficili: ridurre tutte le procedure di infrazione già in essere, o in fase di applicazione, nei confronti del nostro paese; presentare un piano di investimenti di medio termine ai quali sarà destinata la somma eccedente al 2.6% (ed in prospettiva 3%) che sia chiaramente elemento di sviluppo ed occupazione, che porti col tempo il PIL a crescere più di quanto è stato investito, un vero piano industriale e di innovazione per il sistema paese; dovrà proporre la spesa oltre il 2.6%-3% (così come quella dei fondi europei che non riusciamo ad impiegare) sia soggetta a stretto controllo da parte di organismi europei, una sorta di Troika, che monitori costantemente avanzamento del progetto e così, in modo da non ricadere nel vizio italico dello sperpero dei denari che fanno lievitare i costi di qualsiasi opera; dovrà partire celermente ad applicare tutto il piano di riforme che l’Europa avrebbe già voluto veder realizzate, dalla lotta all’evasione e corruzione alle riforme del mercato del lavoro, dall’abbassamento delle tasse su persone e lavoro alle riforme costituzionali, al pagamento tempestivo dei debiti delle PA, alla riforma e digitalizzazione della burocrazia che ingessa da anni un sistema difendendo particolarismi e centri di potere; infine puntare al taglio di spesa presentando finalmente a Bruxelles quel piano di spending review già in ritardo.
In particolare sugli ultimi due punti, non tanto Matteo, quanto l’intero paese dovrebbe “metterci umilmente la faccia”.
A valle di ciò poi l’Unione dovrà convincersi ad intraprendere con convinzione lei stessa quel percorso riformatore con l’obiettivo di giungere davvero ad una entità economico-politico-sociale unica ove regna la cooperazione e la collaborazione e che se inizialmente può sembrare più vantaggiosa per coloro che ne sono stati fin qui penalizzati e più svantaggiosa per chi più ne ha goduto, alla lunga porterà non solo benefici per tutti, ma sarà l’unica possibilità per il vecchio continente di rimanere un importante attore dello scacchiere mondiale.

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15/03/2014
Valentino Angeletti
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Germania: “aiuti di stato per Bankitalia” Allora indagare anche su incentivi energetici tedeschi

Molto interessante che l’Europa voglia vederci chiaro se dietro la rivalutazione delle quote di Bankitalia si possa nascondere un aiuto di stato verso le banche. Il settore bancario è corretto che vada sorvegliato e vigilato e sarebbe auspicabile che rispondesse a regole ben più stringenti del Basilea 3 già ammorbidito rispetto al testo iniziale, di certo venendo più o meno nascostamente incontro alle esigenze degli istituti tedeschi in primis DB e Commerzbank (che hanno a loro volta goduto di aiuti di stato), ma anche alle landesbank escluse in toto dagli obblighi di adempimento per via delle dimensioni singolarmente non grandi, ma che complessivamente valgono miliardi e potenzialmente in grado di metter in ginocchio l’economia tedesca.
Se però si potrebbe, come è giusto che venga chiarito, sospettare di aiuti di stato dietro la rivalutazione della nostra Banca d’Italia, allora lo si potrebbe fare anche per le agevolazioni e gli sgravi rispetto al costo dell’energia che la Germania applica alle proprie industrie a scapito dei privati cittadini e forse sarebbe opportuna una indagine anche in tal direzione visto che il settore energetico ed il mercato unico è fondamentale per allineare la competitività tra le aziende dell’ Eurozona.
Detto ciò è lampante che l’Italia possa fare poche prediche, poiché in attesa dei risultati della spending review e dei necessari tagli ed ottimizzazioni delle spese, avrebbe alcune altre carte da giocarsi che non riesce a sfruttare.
Le spese abnormi sono testimoniate proprio in questi giorni dal terzo Decreto Salva Roma che destina alla capitale circa 500 milioni per pagare creditori, stipendi e pensioni che altrimenti sarebbero rimasti scoperti. Del resto Roma ha grandi problemi, il caso emblematico sono le municipalizzate a cominciare dall’ATAC, nei mesi scorsi al centro dello scandalo sui biglietti falsi, che impiega oltre 12’000 dipendenti, gli uffici sono pieni di amministrativi, ma gli autisti sono insufficienti a garantire un servizio minimo e per giunta su mezzi insicuri ed obsolescenti, ha una utenza circa il doppio rispetto all’equivalente azienda di Milano ma incassa la metà e vanta una percentuale record di assenteismo del 18%. In tal caso l’ottimizzazione andrà certamente ad impattare sul lavoro e dovrebbe farlo mirando in primis ai dirigenti colpevoli di tale situazione ed ai dipendenti che alzano senza reale motivazione l’assenteismo; questa non sarà una procedura semplice e vi sarà senza dubbio una strenua difesa, che può essere definita difesa dello status quo ed ostacolo al cambiamento, dei lavoratori disonesti andando in ultimo colpire anche quelli onesti, quei valorosi che col loro sacrificio compensano l’inettitudine e l’inefficienza degli altri.
Tornando in tema Europeo vi sono almeno due opportunità che Renzi dovrà fronteggiare. La prima è rappresentate dai fondi strutturali inutilizzati oppure sprecati in piccoli progetti locali di scarsa utilità per la collettività invece che essere destinati ad attività a maggior redditività sia in termini di ROI che di indotto e lavoro creabile; la seconda dal numero enorme di procedure di infrazione aperte nei confronti del nostro paese, il quale detiene questo poco invidiabile primato con relativi oneri penali che equivale a sottrarre risorse alle tante finalità più utili, senza considerare il danno di reputazione e credibilità.
Come il Paese dovrà impegnasi nelle riforme ed a meglio gestir le opportunità EU, se è vero, come riporta il FT, che la Germania avrebbe scritto a Bruxelles affinché non abbandoni la via dell’austerity (andando in tal modo a fomentare ulteriormente tensioni politiche e sociali con le ascese dei movimenti estremisti ed anti-europei) quando mediaticamente appare propensa a considerare linee più permissive, l’Unione Europea, assieme a tutti gli Stati Membri ed alla SPD, dovrebbe intimare alla Germania ed ai sostenitori dell’austerità a tutti i costi di mutare atteggiamento mettendoli se necessario con le spalle al muro forti del maggior potere negoziale dato da una massa decisamente critica.

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Bankitalia 1; Bankitalia 2;

28/02/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, ministeri, Schulz, Europa

Quasi da bookmakers londinesi sono le speculazione mediatiche, basate su fondamentali assai poco concreti, in merito al “totoministri” ed al rinnovo dei consigli delle grandi aziende partecipate ove complessivamente sono in gioco circa 600 posizioni.
Tutti i grandi nomi in lizza per un Ministero, che hanno supportato fin qui Renzi ed in prima fila alle varie edizioni della Leopolda, hanno declinato l’ipotetico invito sostenendo che il loro mestiere è un altro; potrebbero essere più propensi, personalità come Guerra o Colao, ad essere proposte per le grandi partecipate.
Tecnicamente non si può dar loro torto, ma non si può neppure negare che i presupposti iniziali per un loro serio coinvolgimento politico ci fossero, almeno fino a quando non è stata delineata abbastanza chiaramente la composizione della maggioranza che con Renzi dovrebbe governare: sostanzialmente la medesima rispetto al governo Letta a meno del Premier e di alcuni Ministri appunto.

Sembrerebbe che in ultimo non se la siano sentita di affrontare una situazione ben più difficile di quanto era pensabile inizialmente, in particolare se la prospettiva ideale era quella di un Governo in cui il Premier, Renzi, fosse dotato di una propria maggioranza e quindi con meno vincoli di azione e più libertà. Insomma avrebbero voluto un governo di totale discontinuità e cambiamento che al momento non potrà verificarsi in tutti i suoi aspetti.
A sostenere il Governo ci saranno i partiti di centro e dovrebbe rimanere NCD a patto di discutere il programma punto per punto e di vedere rispettati alcuni paletti: no alla patrimoniale (alla quale Renzi durante lo scontro televisivo per le primarie PD non si mostrò totalmente avverso); un Ministro della giustizia garantista e non proveniente dalla magistratura; una revisione della legge elettorale proposta da PD-FI in particolare riguardo alla soglia di sbarramento; interventi sul “Jumpstart Our Business Startups – Act”.

Nel mentre si sta configurando un vero ingorgo istituzionale in merito all’approvazione dei decreti quasi in scadenza e riguardanti, tra gli altri, il finanziamento pubblico ai partiti ed il Salva Roma che quindi potrebbero saltare e vanificarsi, annullando tutto il lavoro di implementazione e modifica, pregevole o meno che sia, fatto nelle settimane scorse (altro tempo ed energie sprecate quindi). A fare il paio poi con i flebili dati positivi relativi all’ultimo mese del 2013, che nonostante ciò che dice Saccomanni segnano una stagnazione e non certo una ripresa economica, arrivano quelli meno rassicuranti sull’export, -0.1% nel 2013, ed import, -5.5% nel medesimo anno, peggiori risultati dal 2009.

Sulla scelta di Ministri, così come sulla nomina dei nuovi consigli delle società partecipate, Renzi dovrà fare attenzione, non dovrà farsi prendere la mano da una rottamazione o un cambiamento ad ogni costo facendo dell’anagrafe e del genere i due driver principali. Dovrà scegliere persone competenti e dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili e dedicati agli argomenti più delicati, attingendo al meglio della politica e della società civile. Stesso dicasi per i manager delle partecipate che se validi ed artefici di ottimi risultati devono poter giocarsi la carta della riconferma perché le persone sono importantissime, ma in quanto meritevoli e dotate di ottime doti trasversali, in particolare quella di saper interpretare tempestivamente gli scenari e di innovare; ciò si misura solo con i risultati.
A mio avviso sarebbe auspicabile un mix di genere ed età così da poter ottenere il massimo sfruttando più punti di vista differenti: attingere dalla consolidata esperienza e competenza dei più anziani così come dalla freschezza e capacità di visione dei più giovani, maggiormente propensi a quello che è un mondo interconnesso e globalizzato. La chiave di tutto sta nel dialogo e nella collaborazione generazionale al fine di ottenere il massimo per il numero più ampio possibile di cittadini e classi sociali.

I temi che penalizzano la competitività dell’Italia e del suo tessuto industriale sono molti, ma in prima linea vi sono il COSTO DELL’ENERGIA, ed in generale la politica energetica che deve essere rivista in particolare lavorando su un Mix produttivo tecnologicamente diversificato e coerente con la terna “domanda – capacità produttiva – sostenibilità ambientale”, ed il DIGITAL DIVIDE (Link articolo) che include anche aspetti di educazione all’uso delle nuove tecnologie, di ottimizzazione e razionalizzazione di HW e SW (incluso un lavoro per unificare data base e centri di raccolta dati) in uso dalle PA e di sicurezza dei dati e delle informazioni.
Per questi settori potrebbe valer la pena istituire Ministeri ad hoc: il ministero dell’Energia ed il ministero di Internet/Nuove Tecnologie (che credo in USA ed in qualche paese anglosassone già esistano) o comunque dovranno essere creati gruppi di lavoro stabili composti dalle eccellenze che fortunatamente in Italia ci sono ancora. Se davvero il Governo riuscisse a durare 4 anni il tempo per ottenere buoni risultati su questi argomenti, che dovrebbero godere dell’appoggio di tutti i partiti, ci sarebbe.

Inoltre non si deve mai perdere d’occhio l’Europa, che dal canto suo non perde d’occhio l’Italia. Se Martin Schulz si è mostrato molto propenso ad un cambio di approccio dell’Unione che sia costituito da meno veti e diktat e più cooperazione e solidarietà tra i popoli, meno aiuti alle banche e più politiche per il lavoro, permangono le conferme di Bruxelles e dello stesso Saccomanni dall’Ecofin che ribadiscono come non si possono oltrepassare i vincoli e come ci si impegni a non farlo. Schulz, già in aria di campagna elettorale per le europee, essendo un esponente di spicco del SPD parte della grande coalizione del governo tedesco, potrebbe cercare di intercedere nei confronti della Germania e della CDU, importanti stakeholder dell’ Unione.

Certamente due primari obiettivi che si dovrà dare il Governo Renzi, impossibili senza l’appoggio delle forze delle larghe intese che allo stato delle cose ancora sussistono, saranno quello di imporsi in Europa facendo valere le ragioni e la forza italiane, e pretendendo applicazioni più vantaggiose per il nostro paese della golden rule così come condizioni differenti sul fiscal compact; ancor prima però dovrà garantire al governo una credibilità ed una autorevolezza per le quali sono fondamentali stabilità politica e capacità di fare rapidamente le riforme note a tutti e che l’Europa ricorda ogni volta. Se il secondo obiettivo non verrà raggiunto non potrà esserlo neppure il primo e verranno lasciati, come fin ora successo, ai “falchi” dell’austerità numerosi elementi politico-economici (il ritardatario piano sulla spendig review ne è un esempio) da poter addurre contro la nostra condotta ed a supporto di un approccio asfissiante alla politica economica.

18/02/2014
Valentino Angeletti
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Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa: settimana decisiva, che non sia una delle tante

Dalle Olimpiadi invernali di Sochi il premier Enrico Letta ha dichiarato che al suo rientro, Lunedì 10, si precipiterà al Quirinale per discutere col Presidente Napolitano una strategia, che avrebbe già in mente, per rilanciare l’Italia, cambiare marcia, rafforzare l’Esecutivo e forse per riempire la “bisaccia” che Squinzi non vorrebbe ancora vuota il 19 febbraio, quando, durante il Direttivo Confindustria, gli industriali incontreranno Letta.
Questa strategia, al momento ignota, un po’ rimanda al “piano segreto” di Berlusconi per vincere le elezioni al primo turno superando la soglia del 37%.
Il Premier ha aggiunto che non v’è necessità di un “one man show”, bensì, mostrandosi in sintonia con lo spirito olimpico, di un gioco di squadra; nella situazione in essere non è possibile consentire però neppure un “one party show”, né, estendendo il concetto a livello europeo, un “one country show”, né tanto meno accontentarsi di partecipare.

Questa dichiarazione fa un po’ sorridere, perché la marcia avrebbe già dovuto essere cambiata da tempo (Link: “il tempo scaduto da tempo”). Al suo insediamento, 10 mesi or sono, il Governo Letta si definì come il Governo che nessuno avrebbe voluto, un Governo a termine, nato per agire con snellezza, rapidità e risolvere quattro o cinque questioni fondamentali alcune delle quali si trascinano da decenni, il tutto in circa 18 mesi. Una priorità era la legge elettorale che solo adesso sembra possa essere imbastita e modificata, dopo essere stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Sugli altri fronti, non solo per colpa di Letta, ma per le finte priorità che di volta in volta subentravano, per le frizioni, i particolarismi intestini ai partiti ed il protezionismo nei riguardi di vantaggi settari o personali, poco è stato fatto e la dimostrazione è che Confindustria, sindacati, PD stesso, FI, Scelta Civica ed i partiti del centro così come quelli più a destra e sinistra denunciano unanimemente una lentezza ed un immobilismo che non possono far altro che peggiorare una situazione quasi compromessa.

Per quel che riguarda il Governo le opzioni potrebbero essere: un “Letta Bis” con eventuale innesto di forze renziane, gradito particolarmente a Letta e Napolitano che vuole assicurare più continuità possibile in vista delle Euopee, ed anche a Renzi purché non vi siano inserimenti di suoi esponenti e purché la durata residua sia di soli 8 mesi per risolvere le questioni urgenti, le stesse del 2010; le elezioni con l’Italicum o con il proporzionale modificato; un nuovo Governo capace di durare fino al 2018, ma in tal caso le forze dell’Esecutivo, ed ancor di più i piani, dovrebbero essere rivisti e probabilmente questa ipotesi aprirebbe la strada ad una successione di Renzi.
Considerando le inclinazioni di Napolitano, Letta, Renzi ed anche Berlusconi la prima opzione sembra quella più plausibile, benché ci sarà da capire se vi saranno ingressi vicini a Renzi, in che posizioni, e soprattutto il programma e le tempistiche delle riforme.

Detto ciò si comprende l’esclamazione “era ora” di Renzi, perché effettivamente sarebbe l’ora di provare ad aggredire i problemi.
Problemi che da anni sono gli stessi e che ormai tutti i partiti politici mettono all’inizio dei loro programmi, sotto certi punti di vista ormai non così dissimili.
Il Governatore della Banca d’Italia Visco, in occasione del Forex di Roma, ha messo in luce alcuni buoni risultati a livello di credibilità politica, ma soprattutto le difficoltà persistenti di un’economia che probabilmente vedrà nel 2014 una lenta ripresa del PIL che segnerebbe +0.75%, inferiore all’ 1% del Governo, e più allineato allo 0.7% di Confindustria, in ogni caso troppo poco per arginare la disoccupazione ormai al 13%.
La produzione manifatturiera nell’ultimo trimestre 2013 ha visto un leggerissimo miglioramento, ma senza interventi per abbattere il cuneo fiscale, aumentare il potere d’acquisto e la domanda, diminuire la tassazione sul lavoro come intimato dall’Europa, tagliare spesa ed evasione e, per quel che riguarda le banche, concedere più credito alle aziende che fino ad ora se lo sono visto sistematicamente negare, la crescita è ancora lontana e la deflazione potrebbe essere un problema da non sottovalutare.
Per il settore bancario uno stimolo alla concessione di credito può essere rappresentato dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia, ma c’è da vedere se gli istituti non vorranno accantonare questa plusvalenza per affrontare più solidamente gli stress test europei. La possibilità delle creazione di una Bad Bank dove convogliare tutti i crediti deteriorati (ma poi che fine faranno questi crediti?) testimonia come effettivamente il settore bancario in questi anni sia stato poco efficiente non riuscendo ad assistere adeguatamente l’economia ed al contempo concedendo troppo facilmente crediti, tipicamente di grande entità ad una élite molto ristretta, senza sufficienti garanzie; in aggiunta a ciò le necessità di ricapitalizzazione, dovuta a volte all’uso dissennato di strumenti finanziari complessi, di alcune banche, come MPS, Carige, BPM è pari al proprio valore, addirittura superandolo come nel caso dell’istituto di Via Salimbeni. Di certo non una situazione di facile soluzione.
La più critica Confindustria, per bocca del presidente Squinzi, ritiene invece la situazione economica reale addirittura terrorizzante

Qualunque sia il nuovo scacchiere politico che si profilerà, questa volta non sussiste nessuna scusa, le riforme da farsi internamente sono ben note ed in Europa è giunta davvero l’ora di alzare la voce oppure, come andava di moda dire fino a qualche mese fa, battere i bugni sui tavoli di Bruxelles per far capire la nostra importanza all’interno dell’Unione e la necessità di più collaborazione e distribuzione di sacrifici in un momento di difficoltà generalizzato.
La Corte Costituzionale di Karlsruhe si è appena pronunciata sulla legittimità del meccanismo europeo OMT di salvaguardia dei paesi in difficoltà, parte dell’ESM, affermando che un simile giudizio non è di propria competenza, bensì della Corte di Giustizia Europea, alla quale rimanda il pronunciamento non senza esprimersi ritenendo, in accordo con la Bundesbank, che l’accezione di “illimitatezza” sull’acquisto di bond esuli dai poteri della ECB.
Questa sentenza da un lato rappresenta una positiva ammissione di sovranità dell’organo europeo, dall’altro non lesina di criticare, in accordo con la BuBa e con l’austero e rigido spirito tedesco fin qui dominante nelle strategie dell’Unione, le politiche europee.
Mai come ora, oltre ad un impronta più autoritaria degli stati in difficoltà, capeggiati dall’Italia che rappresenta la quarta economia, serve che internamente il Governo tedesco cambi atteggiamento e si mostri più collaborativo poiché deve comprendere che il tessuto europeo è necessario anche alla propria prosperità, probabilmente sarebbe l’ultimo stato ad andare in difficoltà, ma se la situazione continuerà a deteriorarsi anche i tedeschi dovranno arrendersi. A far pressione internamente affinché venga ridimensionato il concetto di austerità e rigore dei conti dovrebbe essere, in stretta collaborazione col governo italiano con il quale esiste un buon rapporto, la SPD, in grande coalizione con la CDU, che annovera nei suoi ranghi anche il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, il quale in un’intervista al QN ha effettivamente denunciato una eccessiva austerità del Governo tedesco, in accordo con le parole di Napolitano al Parlamento EU di Strasburgo, ma ha anche aggiunto che il Governo tedesco è solo uno tra tutti quelli che prendono le decisioni (indubbiamente però il più potente ed quasi dotato di potere di veto).

Per il venturo Esecutivo italiano, qualsiasi esso sia, il da farsi è chiaro (Link: “Italia casa diroccata”), complesso e sfidante, necessita di risolutezza, rapidità, incisività, lungimiranza, autorevolezza dentro e fuori i confini e grande capacità di tessere e mantenere relazioni con controparti europee e mondiali su temi politico-economici, caratteri che fino ad ora sono stati deficitari, ma senza i quali non v’è alcuna possibilità di trovare il bandolo di una matassa intrigata più che mai.

09/02/2014
Valentino Angeletti
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Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori

In Italia si è ancora concentrati sul voto alla fiducia alla legge di stabilità, la quale sembra piuttosto chiaro che non riuscirà a spostare l’ago della bilancia in maniera sostanziale; vi sono certamente misure condivisibili ed altre un po’ meno, che sembrerebbero orientate alla soddisfazione di pochi gruppi, in ogni caso la dichiarata assenza di risorse fa si che non vi saranno cambiamenti di rilievo e che il principio della “coperta corta” anche questa volta non potrà essere “eluso”, inevitabilmente ogni concessione sarà compensata da un taglio di circa egual peso.
A conferma di questo approccio, per così dire, estremamente lento e quasi protezionista nei confronti di una situazione che andrebbe letteralmente rivoltata, si può addurre come emblematica una questione, quella del cuneo fiscale palesemente, secondo la destra, la sinistra, i sindacati e le associazioni datoriali, da affrontare urgentemente muovendosi verso la riduzione del costo del lavoro per cercare di conferire più denaro al lavoratore incrementandone quindi il potere d’acquisto. Le stesse aziende si sono dette favorevoli a questo approccio che potrebbe consentire loro di doversi sobbarcare meno oneri per le assunzioni e quindi poter avviare, mercato permettendo, campagne per incrementare il proprio organico, ovviamente fermo restando il vincolo della domanda che deve necessariamente crescere. Neppure per questo provvedimento sono state reperite sufficienti risorse aggiuntive e le uniche iniezioni potrebbero venire dagli “avanzi” di un fondo costituito da proventi della lotta all’evasione e della spending review che il Commissario Cottarelli ha ribadito, a scanso di equivoci, principalmente rivolta al taglio della spesa e non al rifinanziamento di altra spesa, magari addirittura corrente. Questi ritagli di budget, come quelli allocati nel primo tentativo di qualche settimana fa, non saranno in grado di risolvere, anche solo parzialmente, il problema del cuneo fiscale.
Sul fronte europeo e mondiale invece stanno succedendo molte cose interessanti e da tenere in considerazione per capire quali siano le priorità ed i tempi per il nostro continente e paese.

In Europa la Merkel, rieletta come Cancelliere, nel suo primo discorso al Bundestag dopo la firma della grande coalizione CDU-SPD animata da un programma veramente interessante e chiaramente frutto di una trattativa serrata (link pezzo accordo CDU-SPD), ha affermato che l’Europa deve necessariamente riformarsi e modificare i trattati, in tal conteso la Germania vuole fungere da guida, rafforzando l’Unione ed al contempo se stessa. L’auspicio di apertura e maggior collaborazione sembrerebbe buono, ma nel giuramento la Merkel ha anche asserito che sarà suo compito difendere e portare avanti gli interessi tedeschi migliorando le condizioni di benessere del suo popolo. Se per il Cancelliere il benessere del popolo tedesco coincide con la costruzione di un’Europa forte, allineata e competitiva nel lungo termine nonostante qualche concessione di sovranità nella fase iniziale lo si scoprirà in futuro, finora, forse complici le elezioni politiche, non è stato così, ma c’è da sperare in un mutamento di approccio poiché solo in questo modo sarà possibile per l’Europa riprendere una posizione di rilevo nello scacchiere mondiale, che vuol dire per la Germania non perderlo.

Nelle notti scorse è stato raggiunto dai ministri delle finanze dei paesi dell’Unione un accordo sull’unione bancaria europea con particolar riguardo alla gestione delle difficoltà ed ai meccanismi di sostegno in favore degli istituti. Gli aiuti alle banche sono un punto chiave, ovviamente l’accordo è stato un compromesso tra chi avrebbe voluto, come l’Italia, un subitaneo intervento dell’ ESM e chi invece come la Germania ha spinto per un sostegno privato in modo da contribuire il meno possibile come Stato al salvataggio di istituti non tedeschi. Il risultato raggiunto, il cui funzionamento sarà valutabile in futuro, è stato una via di mezzo volto alla tutela dei governi e, parzialmente, dei correntisti. La Germania ha rifiutato l’idea di un fondo unico a protezione dei conti correnti preferendo mantenere la propria autonomia in materia che di fatto rende i correntisti tedeschi tra i più tutelati in assoluto. Un altro aspetto che dovrà essere trattato in sede europea è la normalizzazione della regolamentazione e normativa in merito alla classificazione delle garanzie sui depositi e sui crediti. Adesso ad esempio accade che Francia una banca che avesse un credito garantito da un immobile non sia classificato come a rischio, in Italia invece sì, con disparità di trattamento.

Il nodo delle banche è gravoso, il settore finanziario è stato un elemento fondamentale per la crisi, ha avuto necessità di importanti ricapitalizzazioni dirette o indirette, a partire dalla RBS, Dexia, Bankia, e finendo con l’italiana MPS che sta tuttora soffrendo e si trova ad un passo dalla nazionalizzazione. L’AD Profumo ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità di onorare almeno il 70% dei Monti Bond emessi per un controvalore di 3.7 miliardi di € ad un tasso di interesse del 9% circa (effettivamente questa incapacità era fin dall’inizio molto probabile). Il settore bancario poi dovrà mutare l’atteggiamento di stretta creditizia avuto sinora nonostante le forti iniezioni di liquidità concesse dall’EU a tassi dell’ 1% ed iniziare a reimmettere denaro nell’economia reale invece che destinarlo ad attività finanziarie, di hedging e speculative oppure al “tranquillo” deposito overnight. Si tratta di un passo fondamentale, perché come USA e Giappone insegnano, l’immissione di liquidità, anche a mezzo di stampa di nuova moneta che la ECB non può coniare, è utile, anzi è necessaria, in momenti di recessione, a patto che serva attività produttive, investimenti infrastrutturali e che più in generale consenta di mettere in moto l’economia del paese. Per tale motivo la concessione di deficit (o linee di credito) direttamente agli stati membri, senza passare da terzi (banche ed intermediari), per fare riforme ed investimenti produttivi e profittevoli è senza dubbio un’ipotesi da prendere in considerazione seriamente. Del resto la stessa Germania sembrerebbe favorevole a concedere denaro, la cui spesa dovrà essere strettamente controllata e rendicontata, ove venissero implementate e portate a termine le riforme necessarie. Questo è l’approccio che è corretto seguire ed un controllo serrato non solo sembra ragionevole, ma dal punto di vista italiano, è da preferirsi quando non da richiedersi esplicitamente, anche per testimoniare l’impegno e la trasparenza. Ho sempre sostenuto che una Troika sul controllo della spesa effettuata incrementando il deficit di un paese come l’Italia è una condizione alla quale dovremmo sottostare perché ci sia concesso di oltrepassare il 3% per progetti che nel medio-lungo termine consentano di recuperare, in termini di lavoro, consumi, benessere e quindi di PIL, più di quanto è stato speso.

L’unica possibilità reale che l’Europa ha di tornare competitiva è quella di strutturarsi fin da subito per agire come una entità unica e coordinata. Le percentuali di crescita del resto del mondo fanno rabbrividire quelle europee; gli USA stanno avviando il Tapering, segno di un’economia in ripresa e vivace che punta ad abbassare la disoccupazione dell’ 1%. La Russia sta fortificando la propria posizione politico-strategica tornando a mostrare i muscoli, ha appena “comprato” il consenso del governo (non della popolazione la cui condizione rimane incandescente) Ucraino con uno sconto del 30% sul gas e 15 miliardi di prestito indispensabili per evitare il fallimento dello Stato, inoltre Putin sta diventando un personaggio estremamente comunicativo e mediatico. Inevitabilmente le tensioni tra Russia ed USA, anche a livello militare con gli ultimi spiegamenti missilistici di Putin, stanno crescendo ed i settori di scontro principali sono e saranno l’energia, l’autonomia energetica, l’inquinamento, le TLC, la sicurezza/difesa ed internet. L’Europa può godere del vantaggio di essere in posizione centrale tra i due blocchi e nonostante tutto rimane ancore un partner con cui ambedue vogliono far affari. Gli USA vedono nell’Europa, e vale il viceversa, un importante bacino commerciale fortificato dai recenti accordi sul “free trade” verso il quale può esportare le proprie merci facendo leva su un Dollaro decisamente deprezzato, a detta dei tecnici almeno di un 30%. La Russia, colosso energetico alimentato da una Siberia che si scopre sempre più ricca di gas naturale e dove importanti partner esteri vorrebbero entrare consapevoli dell’importanza di questo combustibile non in ultimo per ragioni ambientali e climatiche, potrebbe rendere totalmente indipendente, in prima istanza dal punto di vista energetico, il continente Europeo e l’Europa dal canto suo potrebbe fornire alla Russia qui prodotti e lavorati, principalmente beni di consumo e servizi, che non sono in grado di produrre autonomamente. Ovviamente una simile sinergia è vista con sospetto dagli Stati Uniti che al momento non ritengono sia possibile assottigliare i rapporti con il vecchio continente. Questa situazione, da sfruttarsi, è il solo modo perché l’Europa non divenga “resto del mondo”, cioè perda definitivamente quella centralità che va già da tempo scemando. La sola via per avere questa capacità di reazione, invertire la tendenza e dialogare pariteticamente con tutti gli interlocutori, è quella di essere una cosa sola, unita compatta, sincronizzata ed allineata per interessi ed obiettivi.

18/12/2013
Valentino Angeletti
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Ecofin alle prese con unione bancaria

Domani, 10/12, in programma l’Ecofin, con all’ordine del giorno l’Unione Bancaria. Questo processo è di estrema importanza e fondamentale per livellare talune disparità sussistenti tra alcuni Stati membri, foriere di ampie differenze che minano anche la possibilità di competere pariteticamente e concorrere lealmente per le imprese di certi paesi rispetto ad altri. I punti ancora dirimenti sono: l’implementazione di un fondo salva banche, forse con una tassa ad hoc unificata a livello europeo (non necessariamente a carico dei cittadini); il concorso al salvataggio eventuale di una banca da parte dei correntisti (oltre ad azionisti ed obbligazionisti), che in ogni caso entro una certa soglia di capitale dovrebbero continuare ad essere tutelati (attualmente 100’000€). Il prossimo anno poi partiranno gli stress test, nella loro prima versione superati da quasi tutti gli istituti, ma che ad oggi non stabiliscono cosa accadrà a quanti non raggiungessero le performance richieste.

Di sicuro c’è che per la Commissione Europea il sistema bancario necessiterebbe di essere ricapitalizzato e che non vi è alcuna intenzione di far ricadere questo onere sugli Stati. Il riadattamento del capitale servirebbe, tra le altre, anche alle banche nostrane, notoriamente meno avvezze al leverage ed alla speculazione rispetto a quelle nordiche, e che fino ad ora hanno necessitato di meno fondi pubblici; dire che non ne hanno mai attinto è un’imprecisione, poiché il caso MPS ne è dimostrazione, le modalità sono state differenti rispetto alla nazionalizzazione, ad esempio di RBS o Bankia, ma il denaro è comunque arrivato dallo Stato a mezzo di bond e probabilmente, considerati gli interessi difficilmente sostenibili al 9%, la nazionalizzazione, anche parziale, non è improbabile.

Il sospetto riguardo alle decisioni che potrebbero essere prese all’Ecofin è che il recentissimo accordo, siglato formalmente ieri tra CDU ed SPD in Germania avrà un suo peso, benché indiretto, a far slittare ulteriormente il provvedimento per tutelare gli istituti tedeschi che ormai tutti sanno essere sottocapitalizzati, altamente propensi al rischio ed indebitati, sia i colossi come DB e Commerzbank sia i locali istituti dei “Land”, peraltro troppo piccoli per sottostare agli ultimi criteri di Basilea, ma numerosissimi e che gestiscono complessivamente patrimoni non trascurabili. In caso di rinvii è praticamente certo che non si giungerà ad una accordo prima del 2015 per via delle elezione europee della prossima primavera.

Probabilmente quello della chiarezza e trasparenza del sistema bancario e dei loro conti, forse (solo forse?) pieni di attività “shadow” che consentono di incrementare l’indebitamento nascosto rientrando nei parametri impostati per statuto, è un altro vaso di pandora da scoperchiare, e forse più si attende più le dimensioni del problema, perché per chi non l’avesse capito di problema, e grave, si tratta, assumeranno dimensioni importanti.
A sottolineare le difficoltà delle banche italiane vi sono i dati relativi alla concessione di credito ad imprese e famiglie che secondo Banca d’Italia cala, su base annua e mensile, anche ad ottobre: – 1,3% y/y, -1.1% m/m per le famiglia; -4.9% y/y, – 4.2% m/m, per le società non finanziarie; in media la contrazione dei prestiti al settore privato è stata di -3.7% y/y e -3.5% m/m. Dati parzialmente giustificati da minori richieste, ma che inevitabilmente portano alla luce come parte del mandato del sistema bancario, cioè di finanziare e fornire liquidità all’economia, sia stato disdetto.

09/12/2013
Valentino Angeletti
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Politica tedesca più seria, concreta e pragmatica di quella italiana. In una sola parola migliore

Poco è mancato ad un nuovo voto di fiducia sull’ Esecutivo italiano che avrebbe ulteriormente esasperato le attenzioni dell’ Europa, dei mercati e delle agenzie di rating sul nostro paese. Il Presidente Napolitano, consapevole del nostro stato di osservati speciali, è astutamente riuscito ad includerlo nel voto sulla legge di stabilità, passata in Senato con 171 voti favorevoli contro 135 contrari.
La scissione all’interno del centro destra ed in particolare il passaggio all’opposizione di Forza Italia, ancor prima che la decadenza del leader Berlusconi fosse sancita dal voto ufficiale dell’Emiciclo, è stata considerata dal Premier come un rafforzamento del Governo. Forse potrà esserci maggiore condivisione di intenti, ma le logiche partitiche che hanno dominato la scena politica fino a questo momento, contribuendo a mantenere un continuo clima da campagna elettorale popolato da promesse, prima tra tutte quella dell’IMU, non fondamentali, banali rispetto ad un PIL da far crescere, un debito da abbattere, un’occupazione da recuperare ed i consumi da sostenere, ed evidentemente solo propagandistiche, difficilmente saranno abbandonate, così da rendere ogni votazione minimamente complessa e non pienamente condivisa nella maggioranza una forca caudina per il Premier, in barba alle più semplici tecniche di negoziazione win-win.

Il caso IMU pare risolto (ma che fatica…), l’imposta sulle prime case non si pagherà, così come non si dovrebbe pagare per i terreni coltivati e gli immobili strumentali agricoli (ma perché solo agricoli?); il costo dell’operazione è stato di 2,15 mld di €. I proventi verranno in misura di un terzo dagli anticipi delle imposizioni del risparmio amministrato (sostanzialmente il dossier titoli o di risparmio gestito che è necessario aprire presso la propria banca se si detengono fondi, titoli di stato, azioni ecc.) e di due terzi dagli anticipi IRES ed IRAP a fronte di un aumento delle aliquote del 2014. Lo stesso Saccomanni ha affermato che “si tratta di misure, una tantum e non strutturali, a carico delle banche ed al sistema finanziario”. Ciò è superficialmente vero, poiché c’è da capire quanto ricarico ci sarà sui conti dei risparmiatori e quando/come questi anticipi verranno poi scontati, perché un giorno dovranno esserlo. Inoltre vanno a rimpiazzare una misura, l’IMU, strutturale, prevedibile e su cui poter far affidamento ogni anno ed in ogni bilancio, la vulnerabilità dello scambio è lampante, tanto più in un momento dove non ci sono concessi passi falsi e sarebbe bene programmare tutto con buon grado di certezza.
In aggiunta a ciò va ricordato poi che i possessori di prima casa residenti in un comune che avesse nel 2013 alzato l’aliquota, e non dovrebbero essere pochi visto il dissesto dei conti di molti municipi, riceveranno comunque la chiamata al versamento della differenza.

Altro gettito che sembrava in un primo tempo dover partecipare alla copertura IMU è quello della rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dalle banche e dagli istituti di credito. Tale misure può essere fruttuosa nel primo anno (1-1.5 mld €), ma pericolosa negli anni venturi, quando le quote potrebbero essere vendute e ricomprate dalla stessa Bankitalia a prezzo maggiorato e quando il dividendo a carico del pubblico sarà superiore rispetto all’ attuale. Tuttavia alcune restrizioni si stanno configurando ed alla fine si dovrebbe giungere, seguendo la struttura della public company, all’ apertura del mercato delle quote ad un numero maggiore di soggetti che non potranno detenere più del 5% del capitale ed il dividendo massimo erogabile da Bankitalia non potrà superare il 6% del capitale, il quale a sua volta dovrebbe essere aumentato, utilizzando riserve statutarie di Bankitalia stessa, di circa 7.5 mld €. Insomma, anche questa operazione, profittevole nel breve, non è scevra da rischi di qui a due anni. La rivalutazione, riprendendo quanto detto dallo stesso Saccomanni, serve senz’ altro alle banche per ricapitalizzarsi (come si è capito a carico di Bankitalia), senza dover cercare denaro, in attesa degli stress test europei ormai alle porte.

Quanto detto sopra è emblematico di due aspetti deficitarii della nostra politica e che hanno un peso decisivo sia per quanto riguarda la ripresa e l’uscita dalla crisi sia per quanto concerne la credibilità ed autorevolezza che ci dovrebbero consentire, adducendo molte buone ragioni effettivamente esistenti, di andare in Europa a reclamare alcune doverose condizioni. Il primo aspetto è la presenza formale di una larga intesa che all’atto pratico risulta assente poiché in ogni decisione il compiacimento al proprio elettorato, l’azione per attrarre consenso e la fermezza nel mantenere ostinatamente e ciecamente le proprie posizioni, dominano causando blocchi e rallentamenti a scapito della cosa pubblica. Il secondo è il costante agire senza un piano economico di lungo termine, senza aver chiari gli obiettivi di rilancio economico-sociale, senza avere idee convintamente riformiste, insomma ragionando di giorno in giorno, anzi di ora in ora, mettendo pezze estemporanee ora a destra ora a manca, fingendo di non essere consapevoli che un domani non troppo lontano qualcuno queste questioni dovrà dirimerle.

La Germania, per certi versi odiosa, ma pragmatica nel tutelare i propri interessi e nel pianificare il futuro, ci può dare esempio anche in questa occasione. Proprio poche ore fa è stata portata a termine la stesura del documento (oltre 180 pagine) che sancisce la grande coalizione tra SPD e CDU. Sicuramente la negoziazione sarà stata serrata, ma alla fine la logica win-win ha prevalso per cercare di favorire lo sviluppo tedesco, incluso l’aspetto del rigore dei conti per tutti gli stati membri dell’unione e del rifiuto alla condivisione del debito e degli eurobond (dal lato italiano c’è da sperare che la SPD abbia recepito le parole pronunciate dal Premier Letta contro l’austerità inflessibile in occasione del congresso del partito e se ne faccia portavoce nel governo tedesco, benché dai primi intenti non sembrerebbe). Per citare alcuni punti significativi nel documento è presente:

1. L’introduzione di un salario minimo garantito di 8.5 €/h.
2. La possibilità di doppia cittadinanza per i figli di immigrati nati n Germania.
3. La destinazione del 3% del PIL in ricerca.
4. La destinazione di 23 miliardi in 4 anni ad investimenti in crescita (ad esempio grandi opere, aiuti alle imprese ecc), ed a sostegno di economia e lavoro.
5. Abbassamento dell’età pensionabile da 67 a 63 anni qualora sussistano 45 anni di contributi.

Solamente da questi cinque punti è possibile capire come l’accordo SPD-CDU non sia stato partorito seguendo logiche partitiche o sottostando a rapporti di forza, nessuno avrebbe pensato che un governo guidato dalla Merkel, vincitrice delle elezioni, potesse prevedere siffatte misure che qui in Italia sarebbero additate come frutto di un programma della più estrema delle sinistre rosse.
Oltre al funzionamento della trattativa c’è poi da sottolineare come il loro respiro sia realmente lungo ed affronti temi cruciali. Vengono recepiti i suggerimenti europei di sostenere i consumi interni per bilanciare le esportazioni attualmente al limite superiore dei parametri (6%) e di sostegno all’ occupazione introducendo il salario minimo e le misure in favore di crescita e lavoro; viene affrontato il tema dell’immigrazione, della bassa natalità tipica dei paesi industrializzati e maturi e la sostenibilità del sistema pensionistico con la possibilità della doppia cittadinanza; viene ribadita l’intenzione di mantenere la leadership tecnologica, scolastica ed innovativa, alla base di una industria competitiva per qualità delle produzione, investendo in ricerca; infine viene dato il giusto riconoscimento al lavoro, ai contributi ed alla pensione abbassando l’età pensionabile per taluni soggetti.

La lezione è chiara, le larghe intese possono essere davvero proficue, ma non servono a nulla qualora fini a se stesse e senza né piani ed intenti condivisi né una direzione di sviluppo del sistema paese ben definita.

La situazione economico-politico-sociale europea, ed italiana a maggior ragione, rammaricano perché Europa ed Italia sono collocate strategicamente tra USA, Russia e Medio Oriente. Il rapporto con gli USA è storicamente stretto e lo sarà ancora di più una volta perfezionati gli accordi sul commercio. Il medio oriente e l’area mediterranea offrirebbero importanti possibilità di collaborazioni così come la Cina, indubbiamente attratti dal Made in Italy e disposti ad investire nel nostro continente e paese nella fattispecie. La Russia infine tende sempre più ad aprirsi all’Europa ed all’Italia, come dimostrano i 28 accordi commerciali siglati a Trieste durante il bilaterale dei giorni scorsi, consapevole che una stretta collaborazione garantirebbe la propria totale autosufficienza rispetto agli Stati Uniti in tutti i principali settori strategico-economici.

Le possibilità non mancano ma solo un sistema di governance politica locale e continentale ben implementato può essere in grado di concretizzarle rapidamente senza perdersi nei mille rivoli che in Italia stanno assorbendo buona parte delle energie disponibili e bloccando le possibilità dei tanti talenti presenti che, rebus sic stantibus, preferiscono emigrare magari alla volta poprio della Germania.

27/11/2013
Valentino Angeletti
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Verso l’Europa dei popoli

Tra vicende politiche e giudiziarie nazionali si torna a parlare di Europa. Lo fa il Premier Letta in un’intervista al sussidiario.net prima di intervenire al Meeting di Rimini, ove comunque ha ripetuto i concetti, e lo fa il Sole 24 ore nel seguente articolo:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-08-18/leuropa-ricostruita-meno-egoismo-160223.shtml

Benché il tema sia affrontato da angolazioni differenti la sostanza condivisa è che l’attuale modello di Europa sarebbe da rivedere perché da un lato distorto in partenza da un modello economico, finanziario e monetario probabilmente errato o troppo precipitoso dall’altro da una unione fragile, guidata da particolarismi ed interessi locali invece che da collaborazione e sinergia tra popoli al fine di arricchirsi vicendevolmente e competere a livello globale. La marcata austerità che ha dominato negli ultimi anni può non essere più quel baluardo assolutamente da non mettersi in discussione, del resto i Paesi Bassi, primi sostenitori dell’austerity ad ogni costo, non sono protagonisti della ripresa economica, il PIL è calato in nel secondo trimestre del 2013 dello 0.2%, proprio come l’Italia  e le previsioni per l’anno in corso fanno segnare un -1.8%. In Germania il Cancelliere Merkel continua sulla sua linea dura, sostenendo che gli interventi in Grecia sono stati tempestivi ed adeguati, ma ovviamente ciò è parte della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche di settembre che saranno una sfida serrata tra SPD e CDU tanto che il Primo Ministro tedesco non esclude una nuova grande coalizione. Dopo le elezioni forse, si spera, ci sarà spazio per mutazioni di pensiero, visto che anche in Germania sta cominciando a prendere piede l’idea che la pur forte e solida nazione teutonica senza un’altrettanto forte e coesa Europa alle spalle, difficilmente riuscirà a competere nei mercati e nell’economia globale.

Di certo c’è che attualmente l’Europa risulta ancora divisa e distante per quel che riguarda troppe questioni importanti, menzionate più e più volte, su cui si dovrebbe intervenire rapidamente. Giusto per aggiungere un ennesimo esempio si riporta il grafico degli stipendi medi nei vari paesi della EU. Come si può vedere la classica giustificazione del costo della vita non può essere addotta (la Grecia o la Spagna non hanno un costo della vita maggiore dell’Italia, e Berlino non è più cara di Roma o Milano, ma un giovane laureato italiano una vita autonoma e dignitosa a Roma o Milano non può permettersela, un collega tedesco a Berlino invece sì). Inoltre, relativamente al nostro paese a penalizzare c’è l’altissimo costo del lavoro e l’enorme differenza tra i redditi più alti e quelli più bassi i quali spesso non raggiungono il livello medio riportato in figura, tanto che per molti, troppi, 23’406€ rappresentano un sogno.

Stipendi medi in EU

Stipendi medi in EU

Il punto chiave per avviare, sperando in una positiva conclusione, il processo di creazione di quell’unione di popoli e culture in mente ai fondatori della EU, a Romano Prodi, ad Enrico Letta ed al Presidente Giorgio Napolitano è che coloro che hanno privilegi e beneficiano, anche meritatamente, di situazioni favorevoli decidano di rinunciare a qualche loro vantaggio immediato per il bene dell’unione, che pagherà sicuramente, con gli interessi, in futuro.

La stessa cosa, a livello nazionale, dovrebbe valere per quel fenomeno vizioso chiamato “scontro generazionale” da mutarsi in “collaborazione generazionale”. Chi ha più privilegi dovrebbe comprendere che per riequilibrare una società altamente disuguale, insostenibile e perdente è necessario cederne una parte in favore dei meno fortunati, tipicamente giovani; allo stesso modo i più validi manager e dirigenti di esperienza dovrebbero impegnarsi, con il sostegno istituzionale, a formare i giovani e la nuova classe manageriale, disposta ad imparare e mettersi in gioco con ambizione ma senza supponenza e superbia, che attualmente non è presente, ma della quale il paese ha fortissimo ed immediato bisogno.

Solo con questo spirito collaborativo, di grande sinergia ed intesa si potrà rinnovare e riformare ciò che al momento non è palesemente vincente.

18/08/2013
Valentino Angeletti
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