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I dati della celeberrima Spending Review tardano, il finnico Rehn reclama

Le vicende del Governo, delicatissime ed importantissime, stanno monopolizzando l’attenzione, ma si sta maturando una nuova testimonianza di inadeguatezza del nostro paese a cogliere le poche opportunità che questo periodo storico ci riserva.

Qualche dato positivo ultimamente è arrivato: un leggero calo del debito pubblico in termini di valore assoluto nel mese di dicembre 2013; un rialzo del PIL di 0.1% nell’ultimo trimestre del 2013 (anche se nel 2013 il PIL ha registrato -1.9% invece del previsto -1.7%); Moody’s ha mantenuto il rating a BAA2 migliorando l’outlook da negativo a stabile dicendo che questa fase politica non modifica il loro giudizio partorito il 10 febbraio che è dovuto sostanzialmente al migliorare delle condizioni economiche delle economie mature (al momento la finanza non sta guardando le vicende interne italiane, ha ben altro a cui pensare: LINK). Questi dati così come i 500 milioni assicurati dal fondo sovrano del Kuwait al Premier Letta durante il suo viaggio negli Emirati sono ben poca cosa e dopo i drastici cali che vi sono stati negli anni scorsi poco incidono e non contribuiscono ad una decisa inversione di tendenza.

Uno dei problemi del nostro paese è radicato nell’enorme debito pubblico che nel 2014 raggiungerà un rapporto sul PIL tra il 132.5% ed il 133%. L’Europa non perde occasione di ricordarcelo e proprio per questa gigantesca zavorra non ha concesso la possibilità di oltrepassare il rapporto del 3% deficit/PIL come invece ha fatto per Francia e Germania. Altro elemento importante su cui agire è l’assurda spesa pubblica e lo spreco di risorse pubbliche in mille inefficienze e burocrazie. La riduzione e razionalizzazione della spesa rappresenta dunque un altro obiettivo centrale della politica economica italiana.

Per cercare di scalfire i due fardelli sopra menzionati, fallimento di tanti Governi e commissari, è stata istituita una commissione speciale, a dire il vero non la prima, con a capo la persona di Carlo Cottarelli, ex funzionario IMF in forze negli USA. Il fine della spendig review a cui Cottarelli dovrà lavorare, benché senza potere attuativo nei confronti dei suoi report i quali dovranno poi passare dalle forche caudine della politica e del conflitto d’interessi tra provvedimento ed approvatore dello stesso, è quello di destinare risorse per abbattere il debito.

Il tentativo sulla carta è dunque lodevole, anche se la spending review sta diventando un po’ la panacea di tutti i mali ed ogni volta che è necessario reperire risorse di ogni tipo si confida, forse peccando di ottimismo nelle previsioni, nel taglio alla spesa. Di questo tentativo ha preso atto l’Europa che ci avrebbe concesso la possibilità di spendere più denaro per investimenti produttivi (clausola per investimenti), pur rispettando il 3%, a patto di presentare a Bruxelles entro questi giorni un piano di spending review consistente e credibile. Orbene questo piano non è stato ancora presentato e, benché non vi sia possibilità di sforare il 3%, è sempre in ballo la capacità dell’Italia di rispettare piani e scadenze. Olli Rehn sollecita affinché i dati siano inviati, mentre il MEF assicura che sono pronti ed arriveranno in tempo, aggiungendo la critica, peraltro sensata, che senza oltrepassare il 3% la clausola non avrebbe molta utilità.

Il punto è che per risanare una situazione drammatica non è possibile perdere nessuna occasione (ma de resto siamo campioni nel non utilizzare o sprecare in bizzarre circostanze i fondi Europei) e per poter discutere e negoziare da pari in Europa, come sarà necessario fare ed avrebbe già dovuto essere stato fatto, la nostra credibilità e capacità di agire rispettando ciò che è stato promesso, senza esserne stati costretti, deve essere ineccepibile.

Fino ad ora ciò di rado si è verificato e come al solito siamo a sperare che in futuro si cambi davvero verso.

 
15/02/2014
Valentino Angeletti
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Volontà di cambiamento?

Gli USA hanno rivisto al rialzo la spesa per la AGENZIE nazionali di 1.1 mld $, innalzando il tetto di spesa e sbloccando i vincoli dello Shut Down. 1.1 mld $ per la AGENCY USA, che sono assimilabili agli enti governativi italiani, rispetto a quanto si spende in Italia e facendo le dovute proporzioni sono davvero poca cosa.

Il lavoro di Cottarelli sembra sempre più faticoso, benché il suo potenziale campo di azione sia altissimo, vale a dire un totale di spesa oltre gli 800 miliardi dei quali almeno 300 immediatamente aggredibili, scardinare mos maiorum radicati e, nonostante quanto si dica, protetti non sarà per nulla banale, considerando inoltre che i suoi piani non sono vincolanti per il Governo, ma saranno oggetto di revisione, approvazione e messa in atto. Memori di quanto accaduto con la legge di stabilità ed il salva Roma potrebbero davvero essere inserite distorsioni e modifiche di ogni genere.

L’attitudine a questo genere di cambiamenti e nella fattispecie ai tagli, non sono mai graditi agli Stati, alle grandi aziende ed a tutti coloro che di quel privilegio, anche incolpevolmente, vivono o traggono profitto. Quando venne deciso di abolire i tribunali secondari dei piccoli centri, ogni ufficio, rispondente ai requisiti di chiusura, cercò strenuamente di essere preservato da dipendenti e dirigenti, adducendo anche improbabili esigenze di servizio non prorogabili ed inadempibili altrove. È stata addirittura indetta una raccolta firme per un referendum che bloccasse la chiusura e dichiarato proprio oggi incostituzionale, senza seguito dunque. Si comprende che coloro che lavoravano, di certo anche in modo professionale ed impeccabile, negli uffici minori e che dovranno spostarsi in uffici più grandi, a parte il probabile incentivo economico a copertura delle spese e del disagio, non saranno felici, ma ognuno deve cominciare a prendere in considerazione che il cambiamento radicale come è ora necessario, è un processo collettivo e tutti se ne debbono far carico.

Da tal considerazione deriva che i primi a dare l’esempio, non risolutivo in termini strettamente economici, debba essere la politica moralizzandosi, sacrificandosi e rinunciando a tutto l’eccesso del quale a goduto fino ad ora. La domanda da porsi è se ci sia reale volontà di intercettare e consolidare questo cambiamento, alla luce dei fatti sembra di no. Sia negli Stati che nelle grandi aziende, benché si dica il contrario e si propagandino i benefici del cambiamento e della flessibilità, cambiare vuol dire introdurre un elemento di “disturbo”, vuol dire necessità di riorganizzarsi rapidamente, vuol dire riadattare un meccanismo, vuol dire prendersi la responsabilità di gestirlo affinché vi sia miglioramento; in poche parole vuol dire mettersi abbondantemente in gioco e rischiare. Siamo ad un punto in cui tutto ciò è necessario, ma non sembra che vi sia la determinazione di volerlo fare, almeno con i tempi stretti richiesti. Se ne parla, ma poi vari impedimenti alla sua implementazione vincono sempre, trascorrono giorni, mesi, anni, si perdono treni ed opportunità.

Tale atteggiamento di ritrosia è evidente in Italia, ma anche in Europa. Più volte, anche qui, abbiamo rimarcato come l’atteggiamento ferreo delle Germania non producesse benefici all’Unione, ma fosse principalmente rivolto al mantenimento del proprio benessere e status quo. Abbiamo anche fatto notare che alla lunga l’indebolimento dell’Europa sarebbe stato controproducente anche per l’economia tedesca e che una cessione di benefici nella fase iniziale sarebbe stata ripagata ampiamente quando tutto l’Europa avrebbe intrapreso la via di uscita dalla crisi. Ciò non è avvenuto ed ora anche la Germania deve fare i conti con risultati del PIL peggiori del previsto. Nonostante il primato mondiale sull’export a 260 miliardi di $, 7.3% del PIL, tra l’altro sforando il limite del 6% dell’Europa, il prodotto interno lordo ha deluso le previsioni crescendo solo dello 0.7% nel 2012 e dello 0.4% nel 2013 (0.25% nell’ultimo trimestre vs 4.1% USA). La crescita tedesca futura stando ai dati sarà dell’ 1.7% per il 2014 e del 2% per il 2015 puntando più sui consumi interni e ridimensionando l’export. Anche per queste previsioni l’andamento globale europeo è fondamentale. L’Europa, il più grande mercato del mondo, crescerà di appena l’1.1% contro il 3.2% mondiale, il 2.8% USA, e gli oltre 6 punti percentuali di Cina ed India.

Stesso dicasi le l’approccio Europeo al rigore. Cambiare in tal contesto significa rivalutare gli scenari, capire cosa è necessario cedere, dove è necessario riformare ed attuarlo immediatamente.

15/01/2014

Valentino Angeletti

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Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori

In Italia si è ancora concentrati sul voto alla fiducia alla legge di stabilità, la quale sembra piuttosto chiaro che non riuscirà a spostare l’ago della bilancia in maniera sostanziale; vi sono certamente misure condivisibili ed altre un po’ meno, che sembrerebbero orientate alla soddisfazione di pochi gruppi, in ogni caso la dichiarata assenza di risorse fa si che non vi saranno cambiamenti di rilievo e che il principio della “coperta corta” anche questa volta non potrà essere “eluso”, inevitabilmente ogni concessione sarà compensata da un taglio di circa egual peso.
A conferma di questo approccio, per così dire, estremamente lento e quasi protezionista nei confronti di una situazione che andrebbe letteralmente rivoltata, si può addurre come emblematica una questione, quella del cuneo fiscale palesemente, secondo la destra, la sinistra, i sindacati e le associazioni datoriali, da affrontare urgentemente muovendosi verso la riduzione del costo del lavoro per cercare di conferire più denaro al lavoratore incrementandone quindi il potere d’acquisto. Le stesse aziende si sono dette favorevoli a questo approccio che potrebbe consentire loro di doversi sobbarcare meno oneri per le assunzioni e quindi poter avviare, mercato permettendo, campagne per incrementare il proprio organico, ovviamente fermo restando il vincolo della domanda che deve necessariamente crescere. Neppure per questo provvedimento sono state reperite sufficienti risorse aggiuntive e le uniche iniezioni potrebbero venire dagli “avanzi” di un fondo costituito da proventi della lotta all’evasione e della spending review che il Commissario Cottarelli ha ribadito, a scanso di equivoci, principalmente rivolta al taglio della spesa e non al rifinanziamento di altra spesa, magari addirittura corrente. Questi ritagli di budget, come quelli allocati nel primo tentativo di qualche settimana fa, non saranno in grado di risolvere, anche solo parzialmente, il problema del cuneo fiscale.
Sul fronte europeo e mondiale invece stanno succedendo molte cose interessanti e da tenere in considerazione per capire quali siano le priorità ed i tempi per il nostro continente e paese.

In Europa la Merkel, rieletta come Cancelliere, nel suo primo discorso al Bundestag dopo la firma della grande coalizione CDU-SPD animata da un programma veramente interessante e chiaramente frutto di una trattativa serrata (link pezzo accordo CDU-SPD), ha affermato che l’Europa deve necessariamente riformarsi e modificare i trattati, in tal conteso la Germania vuole fungere da guida, rafforzando l’Unione ed al contempo se stessa. L’auspicio di apertura e maggior collaborazione sembrerebbe buono, ma nel giuramento la Merkel ha anche asserito che sarà suo compito difendere e portare avanti gli interessi tedeschi migliorando le condizioni di benessere del suo popolo. Se per il Cancelliere il benessere del popolo tedesco coincide con la costruzione di un’Europa forte, allineata e competitiva nel lungo termine nonostante qualche concessione di sovranità nella fase iniziale lo si scoprirà in futuro, finora, forse complici le elezioni politiche, non è stato così, ma c’è da sperare in un mutamento di approccio poiché solo in questo modo sarà possibile per l’Europa riprendere una posizione di rilevo nello scacchiere mondiale, che vuol dire per la Germania non perderlo.

Nelle notti scorse è stato raggiunto dai ministri delle finanze dei paesi dell’Unione un accordo sull’unione bancaria europea con particolar riguardo alla gestione delle difficoltà ed ai meccanismi di sostegno in favore degli istituti. Gli aiuti alle banche sono un punto chiave, ovviamente l’accordo è stato un compromesso tra chi avrebbe voluto, come l’Italia, un subitaneo intervento dell’ ESM e chi invece come la Germania ha spinto per un sostegno privato in modo da contribuire il meno possibile come Stato al salvataggio di istituti non tedeschi. Il risultato raggiunto, il cui funzionamento sarà valutabile in futuro, è stato una via di mezzo volto alla tutela dei governi e, parzialmente, dei correntisti. La Germania ha rifiutato l’idea di un fondo unico a protezione dei conti correnti preferendo mantenere la propria autonomia in materia che di fatto rende i correntisti tedeschi tra i più tutelati in assoluto. Un altro aspetto che dovrà essere trattato in sede europea è la normalizzazione della regolamentazione e normativa in merito alla classificazione delle garanzie sui depositi e sui crediti. Adesso ad esempio accade che Francia una banca che avesse un credito garantito da un immobile non sia classificato come a rischio, in Italia invece sì, con disparità di trattamento.

Il nodo delle banche è gravoso, il settore finanziario è stato un elemento fondamentale per la crisi, ha avuto necessità di importanti ricapitalizzazioni dirette o indirette, a partire dalla RBS, Dexia, Bankia, e finendo con l’italiana MPS che sta tuttora soffrendo e si trova ad un passo dalla nazionalizzazione. L’AD Profumo ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità di onorare almeno il 70% dei Monti Bond emessi per un controvalore di 3.7 miliardi di € ad un tasso di interesse del 9% circa (effettivamente questa incapacità era fin dall’inizio molto probabile). Il settore bancario poi dovrà mutare l’atteggiamento di stretta creditizia avuto sinora nonostante le forti iniezioni di liquidità concesse dall’EU a tassi dell’ 1% ed iniziare a reimmettere denaro nell’economia reale invece che destinarlo ad attività finanziarie, di hedging e speculative oppure al “tranquillo” deposito overnight. Si tratta di un passo fondamentale, perché come USA e Giappone insegnano, l’immissione di liquidità, anche a mezzo di stampa di nuova moneta che la ECB non può coniare, è utile, anzi è necessaria, in momenti di recessione, a patto che serva attività produttive, investimenti infrastrutturali e che più in generale consenta di mettere in moto l’economia del paese. Per tale motivo la concessione di deficit (o linee di credito) direttamente agli stati membri, senza passare da terzi (banche ed intermediari), per fare riforme ed investimenti produttivi e profittevoli è senza dubbio un’ipotesi da prendere in considerazione seriamente. Del resto la stessa Germania sembrerebbe favorevole a concedere denaro, la cui spesa dovrà essere strettamente controllata e rendicontata, ove venissero implementate e portate a termine le riforme necessarie. Questo è l’approccio che è corretto seguire ed un controllo serrato non solo sembra ragionevole, ma dal punto di vista italiano, è da preferirsi quando non da richiedersi esplicitamente, anche per testimoniare l’impegno e la trasparenza. Ho sempre sostenuto che una Troika sul controllo della spesa effettuata incrementando il deficit di un paese come l’Italia è una condizione alla quale dovremmo sottostare perché ci sia concesso di oltrepassare il 3% per progetti che nel medio-lungo termine consentano di recuperare, in termini di lavoro, consumi, benessere e quindi di PIL, più di quanto è stato speso.

L’unica possibilità reale che l’Europa ha di tornare competitiva è quella di strutturarsi fin da subito per agire come una entità unica e coordinata. Le percentuali di crescita del resto del mondo fanno rabbrividire quelle europee; gli USA stanno avviando il Tapering, segno di un’economia in ripresa e vivace che punta ad abbassare la disoccupazione dell’ 1%. La Russia sta fortificando la propria posizione politico-strategica tornando a mostrare i muscoli, ha appena “comprato” il consenso del governo (non della popolazione la cui condizione rimane incandescente) Ucraino con uno sconto del 30% sul gas e 15 miliardi di prestito indispensabili per evitare il fallimento dello Stato, inoltre Putin sta diventando un personaggio estremamente comunicativo e mediatico. Inevitabilmente le tensioni tra Russia ed USA, anche a livello militare con gli ultimi spiegamenti missilistici di Putin, stanno crescendo ed i settori di scontro principali sono e saranno l’energia, l’autonomia energetica, l’inquinamento, le TLC, la sicurezza/difesa ed internet. L’Europa può godere del vantaggio di essere in posizione centrale tra i due blocchi e nonostante tutto rimane ancore un partner con cui ambedue vogliono far affari. Gli USA vedono nell’Europa, e vale il viceversa, un importante bacino commerciale fortificato dai recenti accordi sul “free trade” verso il quale può esportare le proprie merci facendo leva su un Dollaro decisamente deprezzato, a detta dei tecnici almeno di un 30%. La Russia, colosso energetico alimentato da una Siberia che si scopre sempre più ricca di gas naturale e dove importanti partner esteri vorrebbero entrare consapevoli dell’importanza di questo combustibile non in ultimo per ragioni ambientali e climatiche, potrebbe rendere totalmente indipendente, in prima istanza dal punto di vista energetico, il continente Europeo e l’Europa dal canto suo potrebbe fornire alla Russia qui prodotti e lavorati, principalmente beni di consumo e servizi, che non sono in grado di produrre autonomamente. Ovviamente una simile sinergia è vista con sospetto dagli Stati Uniti che al momento non ritengono sia possibile assottigliare i rapporti con il vecchio continente. Questa situazione, da sfruttarsi, è il solo modo perché l’Europa non divenga “resto del mondo”, cioè perda definitivamente quella centralità che va già da tempo scemando. La sola via per avere questa capacità di reazione, invertire la tendenza e dialogare pariteticamente con tutti gli interlocutori, è quella di essere una cosa sola, unita compatta, sincronizzata ed allineata per interessi ed obiettivi.

18/12/2013
Valentino Angeletti
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IMU, Europa e riduzione del debito tra privatizzazioni e spending-review

Il CDM del 21 novembre è stato rinviato alla settimana successiva e con esso si protrae l’odiosa telenovela sull’ IMU che non smette di catalizzare energie ed attenzioni assieme ai problemi giudiziari di Berlusconi ai quali ora si aggiungono le aggravanti sulla vicenda Ruby, assieme ai fatti Legresti-Cancellieri ed assieme alla corsa alla segreteria del PD che inevitabilmente, qualora vincesse il favorito Matteo Renzi, influenzerà il programma il Governo, con la possibilità di causare rotture nel PD e nell’alleanza di governo.

Per garantire la cancellazione della seconda rata dell’ IMU servirebbero 900 milioni di euro, che in realtà avrebbero già dovuto essere trovati, da destinarsi per 400 milioni alla copertura sugli immobili e sui terreni agricoli e 500 da restituire ai comuni come rimborso dell’ imposta sugli immobili del 2013.
Le coperture individuate al momento sarebbero la rivalutazione delle quote di Bankitalia in possesso degli istituti di credito e delle assicurazioni (che potrebbe essere un boomerang: qua), da nuovi acconti, oltre il 100%, su IRES e IRAP dovuti a banche ed assicurazioni, ma attenzione perché gli acconti dovranno poi essere restituiti, da un aumento sull’ imposta di bollo dei depositi amministrati ed infine, qualora tutto ciò non bastasse, nuove accise su benzina, alcol e tabacchi cioè le clausole di salvaguardia.

È facile capire come questa vicenda sia ormai esasperante, tutti hanno chiaro che si tratta di una mossa puramente politica e propagandistica e che ogni eventuale cancellazione o riduzione di una voce comporterà un aumento altrove poiché il budget è blindato e non sono consentiti sforamenti. L’ IMU di fatto verrà ridistribuita su una platea più ampia, inclusi gli affittuari, con la nuova tassa sui servizi, verrà utilizzato lo strumento degli anticipi sugli acconti che di fatto sono altro debito e l’eventuale rivalutazione delle quote di Bankitalia è solo una misura di breve termine non strutturale e forse controproducente sul lungo periodo, inoltre se tutto ciò non bastasse la scure degli incrementi delle accise rimane concretissima.
Ovviamente ogni parte politica è ferma sulle proprie posizioni minacciando ritorsioni alla stabilità qualora la tassa su una determinata categoria di immobili non venisse abolita.

Tutto ciò comporta che i centri di assistenza fiscale non sanno ad oggi come comportarsi ed in ogni caso hanno già iniziato la preparazione della modulistica e l’aggiornamento dei sistemi informatici per l’eventuale riscossione con scadenza il 16/12. Il caos si percepisce anche a Bruxelles che non può non essere indignata dal comportamento italiano, che dopo aver disdetto le linee guida suggerite non spostando la tassazione verso i patrimoni ed i consumi, insiste con l’abolizione dell’IMU nonostante la misura non convinca l’ EU, sia presente in 26 stati europei e pur non avendo ancora definito precisamente e puntualmente le coperture.

Non c’è dunque da stupirsi che la Commissione sia molto restia a concedere fiducia non ritenendoci sufficientemente credibili, ad esempio per l’ applicazione della Golden Rule, nonostante i conti, rimessi in ordine, rientrino nei ferrei ed austeri parametri europei del fiscal compact che non mi stancherò mai di definire anacronistici per una situazione congiunturale macro economica come quella che in essere. Lo stesso Olli Rehn solo qualche giorno fa con un velo di ironia ha dichiarato che in Italia ogni giorno è politicamente delicato ed incerto, come del resto accade da un paio di anni a questa parte…
La Germania, nuovamente da prendere come esempio e che da questa crisi ha tratto e continua a trarre un po’ egoisticamente vantaggio, è stata redarguita per l’eccessiva differenza tra export ed import (i tedeschi si sono intelligentemente mantenuti al +6%, proprio il limite superiore dei parametri europei). L’ EU ha suggerito di trainare maggiormente i consumi ed essere più convincente e determinata nel coprire il ruolo di locomotiva economica europea. La risposta tedesca è stata un’accelerazione fino all’introduzione, di qui a pochi giorni, di un reddito minimo di cittadinanza, pari a circa 8.5€/h che dovrebbe aiutare ad incrementare la domanda interna. Ciò è sicuramente motivo di scontro politico, per alcuni partiti così facendo potrebbe essere incentivata la disoccupazione in un mercato tedesco dove questo problema è apparentemente basso, ma dove assieme ai lavori tecnici molto ben retribuiti vi sono molti mini job dai salari decisamente inferiori, pari a circa l’ammontare del reddito di cittadinanza proposto.

Le leggi di stabilità dei vari paesi saranno visionate nella serata del 22 novembre dall’Eurogruppo, che probabilmente muoverà qualche critica al nostro paese sulle scelte politiche causa del protrarsi della questione ancora non definita circa l’imposta sugli immobili.

Sempre dall’ Europa continuano ad arrivare consigli di intraprendere la strada dell’abbattimento del debito e delle riforme, che difficilmente riusciranno ad essere definite prima del prossimo anno considerando che, come è accaduto fino ad ora, tutte le energie e le attenzioni saranno rivolte al voto sulla decadenza di Berlusconi, alle discussioni sul conseguente esito, alle primarie del PD ed ai relativi risultati.

Per la riduzione del debito, costato 3 mld di mancati fondi, sono già state definite dismissioni e spending review.
In questa prima fase le dismissioni/privatizzazioni riguarderanno 8 società (CdP Reti, ENAV, Fincantieri, Sace, Stm, ENI, Grandi Stazioni, CdP TAG) per 12 miliardi, dei quali 6 andranno a tagliare il debito e 6 a ricapitalizzare la CdP.
Le privatizzazioni sono un mezzo molto utile quando uno Stato, per varie ragioni, non è più in grado di effettuare investimenti che consentano innovazione, sviluppo e crescita alle proprie aziende, ma affinché funzionino devono essere realmente tali e consentire l’ingresso ad investitori seri, referenziati e con volontà di investire. In Italia spesso ciò non è avvenuto e le privatizzazioni sono state fittizie con ben noti risultati.
Qualche piccolo problema può esserci anche in questa circostanza, perché ben il 50% delle entrate previste confluiranno per la ricapitalizzazione della CdP che per garantire i depositi postali necessita di un buon buffer di liquidità e perché per quanto riguarda ENI la privatizzazione sarà particolare. Per consentire allo stato di non perdere il controllo della società scendendo sotto il 30%, l’operazione avverrà con un Buy-Back da parte di ENI stessa per un controvalore di circa 2 mld (il 3%; la somma è circa quella incassata dal colosso Oil&Gas dalla recente cessione della quota di Severenergia in Russia), si tratta dunque di un’operazione contabile in cui ENI si accolla parte del debito sovrano divenendone a tutti gli effetti un creditore.

La spending review, finalizzata oltre che al debito anche alla riduzione delle tasse, è un altro di quei notori punti critici perché la spesa pubblica oltre ad essere esagerata è totalmente inefficiente, il che, se possibile, è peggio. Il commissario speciale Cottarelli, di provenienza IMF, ha il compito di individuare gli sprechi e proporre tagli che da una sua prima analisi dovrebbero ammontare a circa 32 miliardi in tre anni, vale a dire circa 11 miliardi all’anno, poco più del 3% dei circa 300 miliardi annui di spesa aggredibili. A dire la verità il suo compito non pare troppo complesso, ormai si sanno quali sono le voci su cui agire. Per fare qualche esempio: la riduzione dei centri di costo (idealmente uno, unico, centralizzato ed informatizzato) e delle stazioni appaltanti in particolare per la sanità; la riduzione drastica del ricorso ai sub appalti a catena; il controllo sull’esecuzione dei lavori pubblici, sulle consulenze e la corretta valorizzazione degli immobili statali; la riqualificazione mirata al risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici; la revisione delle spese militari per un esercito che costa più di quello israeliano, uno dei migliori e più tecnologici del mondo; la valorizzazione dei migliori atenei, convergendo verso pochi centri d’eccellenza a cui far confluire più risorse economiche per ricerca; stesso dicasi per gli aeroporti; il censimento e la vendita di tutte quelle municipalizzate in perdita, cercando di convergere verso poche, grandi ed efficienti multi-utility; la redistribuzione e la riallocazione dei dipendenti pubblici; l’ottimizzazione degli uffici pubblici, lasciando solo quelli che sbrigano un certo numero di adempimento al mese; l’eliminazione delle province e la riduzione del numero dei parlamentari; la trasformazione del (ex, ma non troppo) finanziamento ai partiti in rimborso con tanto di giustificativi e ricevute al seguito; il taglio dei privilegi della politica (dalle auto blu alle indennità su impermeabili ed ombrelli); la riduzione degli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato (un barbiere non può guadagnare oltre 100’000€ all’anno); un tetto agli stipendi dei manager pubblici con particolare attenzione a premiare realmente i risultati e non distribuire risorse a pioggia così come limitare il numero di cariche contemporanee.

Le ultime voci sono in valore assoluto, rispetto agli oltre 2’000 miliardi di debito, quasi risibili, ma anche solo 200’000 € risparmiati e dati alle scuole per acquistare carta igienica o alle forze dell’ordine per il carburante sono ben ridistribuiti.

Come si evince il difficile non è tanto trovare dove agire, ma la vera sfida è portare a termine le azioni  (solo qualche mese fa in Gran Bretagna il Premier Cameron in pochissimi giorni è riuscito a tagliare 11 mld di £), poiché ogni spreco per la società è guadagno o status quo di alcuni. Ad esempio la riallocazioni a differenti mansioni o località dei dipendenti pubblici non è banale e, come si è visto per la chiusura dei tribunali periferici, porterà a proteste ed opposizioni, così come stanno dimostrando gli scioperi di Genova quando si parlerà di vendita delle municipalizzate, senza neppur pensare a quando si proverà a toccare i privilegi dei veri potentati.

Il Commissario Cottarelli non avrà il potere esecutivo, ma dovrà proporre un piano alla politica che avrà il compito di decidere. Superfluo è rammentare quanto questo passaggio sia delicato e rischi di mandare tutto, come si suol dire, a ramengo.
Il cambiamento, oltre ad essere propagandato, deve essere messo in atto così come è indispensabile capire ed agire immediatamente nella definizione di una strategia economico-politico-riformatrice nazionale ed europea volta alla crescita ed al miglioramento delle condizioni di vita per le persone e di competitività per i paesi. Senza questo obiettivo ogni misura sarà solo un palliativo e contribuirà ad allungare una agonia già iniziata.

21/11/2013
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità, il semaforo EU arancione da 3 mld e rassicurazioni un po’ evanescenti

La Commissione Europea, parlando per bocca del Commissario Olli Rehn, ha espresso dubbi sull’ incisività della legge di stabilità presentata a Bruxelles nei giorni scorsi. I rischi che vengono visti nella ex finanziaria riguardano il debito che, secondo le previsioni, continua ad essere in crescita (133% al 2013 – 134% al 2013), il rispetto del rapporto Deficit/PIL al 3% che potrebbe essere messo in discussione a meno di una correzione pari allo 0.5% del PIL (circa 8 miliardi di €) e l’alto numero di emendamenti che la fanno sembrare ancora inconsistente. Del resto non c’era da attendersi una reazione differente visto che ogni direttiva e suggerimento EU sulle politiche fiscali sono stati disattesi. Da Bruxelles le linee guida erano state di spostare la tassazione da persone ed imprese verso i patrimoni ed i consumi, partendo proprio da quel taglio dell’ IMU indigesto alla Commissione e le cui coperture, pari a 2.4 miliardi di € per la cancellazione della seconda rata, devono ancora essere chiarite.

A ciò si aggiunge l’instabilità politica che permane con forza, a maggior ragione in questa fase in cui le primarie del PD si avvicinano, la vicenda della Cancellieri sembra aggravarsi di giorno in giorno, il voto sulla decadenza di Berlusconi è prossimo ed il PDL si è definitivamente scisso in due parti, quella filogovernativa e quella che, benché continuerà ad allearsi con Alfano, non ha al momento intenzione di sostenere il governo. A dicembre potrebbe verificarsi una situazione particolare ed unica, nessun leader dei principali partiti, Grillo, Renzi, Berlusconi, sarà in Senato, va da sé che la stabilità del governo è tutt’altro solida.

Inutile fingere che queste incertezze, oltre che disperdere energie preziose distogliendo la concentrazione dalla realtà, non ledano l’immagine, già non eccelsa, che la Commissione ha nei nostri confronti, lo si evince facilmente dalla dichiarazione un po’ ironica di Olli Rehn:
Lo dico con molta simpatia, ma ogni giorno quest’anno, così come l’anno scorso, è ‘politicamente delicato’ in Italia. Noi dobbiamo fare il nostro lavoro indicando la strada verso conti sostenibili“.

Immediate le rassicurazioni del Ministro Saccomanni, il quale smentisce ogni possibile aggiustamento al bilancio della legge di stabilità (le modifiche invece si vedranno: da lunedì al via le discussioni sui 3’093 emendamenti) seguite a ruota da quelle del Premier Letta.
Il Ministro dell’ Economia ritiene chi i numeri siano corretti, che il rapporto Deficit/PIL sarà al 2.5% nel 2014 e che a Bruxelles non tengano conto del pagamento dei debiti delle PA alle imprese e di alcuni interventi in favore della crescita che vedranno già nel 2014 i primi risultati; conferma poi l’impegno nell’abbattimento del debito in particolare a mezzo di: privatizzazioni mobiliari ed immobiliari; rientro di capitali dall’estero; pesante spending review operata dall’apposito Commissario Cottarelli; rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dalle banche.

Riguardo alle misure abbatti–debito le perplessità sono giustificate. Nel caso delle privatizzazioni, soprattutto quelle immobiliari, le somme non sono chiare. Il meccanismo e le condizioni per il rientro dei capitali dall’estero non sono ancora definiti, quindi qualsiasi stima è inconsistente. La spending review è tanto necessaria quanto spinosa, fino ad ora nessuno è riuscito ad incidere, neppure l’ultimo commissario speciale del Governo Monti, Bondi, il quale per la verità è stato fatto lavorare molto poco; Saccomanni ritiene che a regime il risparmio dovrebbe attestarsi tra 1 e 2 punti di PIL (16-32 mld di €, a dir poco ottimista il Ministro), ed accelera affinché i primi risultati, chiaramente non quantificabili a priori, si vedano già nel 2014. La stima per Cottarelli, ex IFM, è massima tanto quanto complesso e ricco di ostacoli sarà il suo compito, non perché non si sappia dove tagliare, ma perché ogni spreco per la società è fonte di guadagno per un particolare “potentato” di volta in volta differente. Infine la rivalutazione delle quote di Bankitalia in mano per il 95% alle banche ed alle assicurazioni (principalmente Unicredit, Intesa, Generali ed Unipol Sai) consentirà, tramite un artificio contabile, una plusvalenza per gli istituti detentori che quindi dovranno, per il primo anno, pagare più tasse (si stima circa 1.5 mld €), ma che poi potranno incassare dividendi pubblici più cospicui (il pareggio avverrebbe dopo 2 anni) e se decidessero di disfarsi delle loro quote le potranno vendere al nuovo prezzo maggiorato; in questa ipotesi l’unico acquirente possibile sarebbe, per statuto, la Banca d’Italia, vale a dire il pubblico, vale a dire i contribuenti. Quest’ultimo provvedimento se confermato sarebbe un palliativo di brevissimo termine, che alla lunga porterebbe benefici agli istituti di credito a scapito del pubblico; si tratta di una sorta di ricapitalizzazione contabile fatta a bilancio e senza capitale.

Che le previsioni di Saccomanni, del MEF e di Letta siano corrette ce lo auguriamo, ma il semaforo, se non rosso, arancione da parte della EU ci è costato poco più di 3 miliardi che la commissione non si è sentita di concederci e che avrebbero dovuto essere spesi per crescita ed investimenti. Una linfa in questo momento.

Oltre all’ Europa anche la Confcommercio, con il Presidente Sangalli, non ritiene sufficiente la manovra che non porterebbe ripresa neppure nel 2014 insistendo su un prelievo fiscale ormai giunto ufficialmente al 44%, ma nella realtà delle cose ben più alto, fino al 68% per alcune piccole imprese, deprimendo ulteriormente i consumi basilari delle famiglie non più appartenenti al ceto medio in via di estinzione e non aggredendo significativamente la spesa pubblica ed improduttiva. Il grosso rischio è che la crisi economica possa sfociare in una crisi sociale che si estenda al di là dell’esprimere un voto ai movimenti anti europeisti.

L’unica possibile soluzione che potrebbe, ma non è né scontato né automatico, consentire l’inizio di un percorso di crescita risiede nella collaborazione tra gli stati europei, a cominciare dalla Germania e dalla stessa Unione che, non dovrebbe più solo focalizzarsi sui bilanci, sul rigore dei conti e sull’austerità che sta soffocando le prospettiva dei paesi più in difficoltà, come ha sottolineato Letta, ma che dovrebbe consentire di spendere per crescere e, aggiungo io, controllare che ogni euro speso sia effettivamente produttivo. L’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi è fondamentale e la sua assenza rappresenta una zavorra che senza l’ausilio europeo non si può scaricare. Questo approccio dovrebbe essere considerato non come la norma, ma come un rimedio temporaneo ad una situazione di grave emergenza.

In termini e toni differenti, la necessità di rivedere i trattati europei a Bruxelles è appoggiata da tutte le parti politiche, ma che evidentemente non hanno la sufficiente autorità per farsi valere, incluse quelle che solo qualche mese fa erano contrarie. A cominciare dal M5S, passando per Berlusconi, per il Presidente Napolitano, che chiede pacatamente un’Europa più unita e meno rigida e finendo al PD di Letta, il quale ha ricordato questa necessità alla Germania durante il congresso della SPD in procinto di formare la grande coalizione di governo assieme alla vincitrice CDU della Merkel.

Che all’interno del governo tedesco la SPD prema affinché non si prosegua con il rigore asfissiante in un momento dove questo approccio è solamente disastroso sarebbe bene, sperando che poi la CDU ceda alla pressione e che lo appoggi in sede europea dove la fa la parte del leone con tutt’altra autorevolezza rispetto al nostro Governo.

Il punto chiave da capire è se la Germania, che rifiuto pensare non abbia compreso la condizione in cui versiamo data la sua capacità di visione e pianificazione a lungo termine, abbia già valutato che cedere un po’ della propria sovranità e qualche suo vantaggio immediato sia ormai inutile al salvataggio europeo e che quindi stia tentando di trarne più profitto possibile consapevole che il futuro in una Europa depauperata e divisa sarà assai più fosco anche per lei.

16/11/2013
Valentino Angeletti
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