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Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno

“Fate presto!!!”; “Non c’è tempo da perdere!!!”; “C’è immediatamente bisogno di un cambio di passo!!!”; “Lavorare assieme per avviare il periodo delle riforme!!!”. Queste sono solo alcune delle frase pronunciate negli anni scorsi da politici, imprenditori, organi di rappresentanza, giornali e media, per sottolineare la necessità di contromisure immediate ad una crisi che mai ha dato davvero il segno di essere prossima alla conclusione.

Ieri le conclusioni tratte dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco all’assemblea annuale dell’istituto da lui presieduto, non si discostano dai messaggi precedenti che si allineano a quelli lanciati da Squinzi durante la riunione di Confindustria tenutasi il giorno precedente.

Riassumendo brevemente le somme tirate da Visco si può dire che l’accento è stato posto sulla necessità di riformare rapidamente il sistema Italia sotto vari aspetti per poter rilanciare il lavoro, i consumi e l’economia in generale; sulle banche e sul loro comportamento non sempre allineato al mandato di sostenere attivamente l’economia reale e le PMI, agendo in totale trasparenza e lontani da fenomeni corruttivi che invece hanno scandalizzato l’opinione pubblica contribuendo a gettare ulteriore discredito sul settore bancario; sulla necessità di investimenti che in Italia sono inferiori al resto d’Europa accentuando un gap competitivo già depresso da regime fiscale, costo del lavoro e burocrazia; sulla imprescindibile lotta alla corruzione il cui costo stimato è 120 miliardi di € all’anno. Il Governatore ha lanciato poi due allarmi che confermano la difficoltà che il paese, a prescindere dal Governo in carica, ha nel soddisfare, con conti e casse degli enti locali e dei comuni assoggettati al patto di stabilità in molti casi vuote, le necessità di sostegno alla ripresa a mezzo di diminuzione della tassazione ed aiuto alle famiglie e di rispetto dei parametri imposti dall’Europa. Il primo allarme riguarda la possibilità che l’importo della TASI pagata dai contribuenti possa superare, in dipendenza dall’aliquota applicata dai singoli comuni, del 60% quello della vecchia tassazione sugli immobili; il secondo riguarda il bonus di 80€, sicuramente positivo per i consumi, come confermato dalle rilevazioni di Confesercenti, soprattutto quando diverrà strutturale, ma la cui copertura per il 2015 richiede 14,3 miliardi di € rispettando i vincoli sul deficit imposti da Bruxelles (vero è a 17 bil ammonta il gettito della spending review previsto per il prossimo anno e che l’inserimento molto opinabile di contrabbando, prostituzione e spaccio nel computo del PIL possano aiutare a migliorare i rapporti in cui il PIL è presente).

I punti toccati dal Governatore Visco non sono nuovi né di facile risoluzione. La corruzione è un fardello al quale andrebbe posto rimedio ma che non può comunque garantire ingressi immediati. Essa opprime l’Italia, nella sua competitività, lacera il concetto di uguaglianza ed il principio costituzionale secondo il quale chi più ha più deve contribuire; emblematico dello stato del paese è il fatto oggettivo che se il paese recuperasse il 10% di quello che viene sottratto da corruzione, evasione, burocrazia avrebbe risolto ogni problema di bilancio.

Il periodo di riforme avrebbe dovuto aprirsi già col governo Monti, evidentemente con esecutivi di larghe intese ma che perseverano nella difesa partitica e con il potere delle burocrazie e tecnocrazie, è difficoltoso portare a termine cambiamenti che potrebbero essere controproducenti per coloro che hanno potere decisionale sulla loro implementazione. Tuttavia la necessità di attuare cambiamenti costituzionali ed a sostegno dell’economia che dovrebbero essere condivisi dai partiti, dagli imprenditori e dai sindacati, rimane fortissima e basilare.

La necessità di investimenti che appoggino la crescita e di conseguenza il lavoro innescando il meccanismo virtuoso di “investimenti – crescita quindi consumi – produzione – lavoro” è tanto chiara quanto difficile da applicare nel contesto italiano dove lo stato non ha risorse da investire perché costretto dai parametri EU ed oppresso da un debito da ridurre (tendente al 135% del PIL) totalmente colpa della mala gestione interna e dove le imprese, (senza generalizzare) se grandi hanno spostato il baricentro dalle attività prettamente produttive a quelle finanziare, se PMI sono bloccate da burocrazie, debiti delle PA (75 bil €), tassazione e cuneo fiscale, calo drammatico dei consumi. Pertanto gli investimenti esteri vanno cercati ed appoggiati senza voler difendere esclusivamente per presa di posizione un patriottismo che potrebbe portare alla rovina; gli investimenti statali produttivi, ad alto valore aggiunto, in grado di creare lavoro ed indotto possibilmente in settori innovativi e fulcro del nuovo paradigma economo focalizzato sulla tecnologia, devono riprendere e possibilmente rientrare nel perimetro della golden rule europea. L’Italia inoltre deve focalizzarsi sul miglior impiego dei fondi e degli investimenti Europei che vengono da noi letteralmente sprecati, così come deve evitare di cadere nelle procedure di infrazione (siamo al primo posto per numero di procedure avviate nei nostri confronti) che comportano il pagamento di sanzioni e minano ulteriormente la credibilità.

L’occupazione deve assolutamente essere appoggiata dalla normativa, devono essere riformati gli ammortizzatori sociali ed introdotto il concetto di riqualificazione del lavoratore a carico pubblico in sostituzione del vecchio concetto di cassa integrazione, come del resto accade in Germania, ma ciò senza prescindere dalla crescita e dal rilancio dei consumi (sia interni che da export) che sono i precursori della richiesta di nuovo personale delle imprese.

Le banche infine devono tornare a servire l’economia reale e concedere credito a famiglie e PMI e non essere rivolte esclusivamente alla finanza, anche quella ad alto rischio che offre alti rendimenti e soprattutto la possibilità di togliere trasparenza ai bilanci. Il rimprovero fatto da Squinzi e Visco (arcinoto) è stato quello di utilizzare i prestiti a basso tasso della ECB per acquistare bond, per parcheggiare liquidità overnight e spingersi nell’acquisto di derivati, senza concedere credito alle imprese ed alle famiglie strozzate dalla crisi. Nonostante ciò va sottolineato che in Europa la maggior parte delle banche, grandi e piccole che siano, per poter passare gli stress test europei in vista dell’unione bancaria hanno o necessiteranno di importanti ricapitalizzazioni. Detto ciò portare avanti la divisione tra banche d’affari e banche commerciali potrebbe essere un viatico più che interessante. La ECB dovrà avere ruolo decisivo nel sostegno alle imprese (con cartolarizzazioni o prestiti agli istituti vincolati all’effettiva concessione del credito) poiché le banche nazionali potrebbero ormai non essere più in grado autonomamente di far fronte a tutte le richieste di prestito motivate spesso dai crediti delle PA. La decisione in merito potrebbe essere presa il 5 giugno in occasione del board ECB, assieme alle contromisure per arginare la bassa inflazione che si conferma anche per il mese scorso allo 0.5% (dato ancora in calo rispetto alla precedente rivelazione).

Dai moniti preoccupati riportate all’inizio, non molto è mutato, anche il PIL non crescerà quanto previsto, ma si attesterà tra lo 0.1% e lo 0.4% non consentendo la diminuzione della disoccupazione che invece richiede tassi positivi prossimi all’ 1.5%. La ripresa a detta di tutti si mantiene fragilissima, lenta e ostaggio di ogni variabile esterna indipendente dall’azione delle istituzione (immigrazione, disastri naturali, crisi internazionali).

Ciò che realmente è cambiato sono: la consapevolezza (ritardataria) da parte di EU ed ECB dell’assoluto bisogno di incisivi interventi a strettissimo giro; il consenso e la speranza riposta non tanto nel Governo che rimane di larghe intese e quindi di trattativa e compromesso, quanto in Matteo Renzi (oggettivamente unica alternativa credibile nel panorama politico italiano dove una persona onesta, equilibrata, intelligente e dotata di un minimo di visione globale avrebbe probabilmente sbaragliato la concorrenza) che è visto come ultima spiaggia per un cambio di passo che deve essere sia interno che europeo. Il peso del suo 40% europeista potrà pesare più a Bruxelles, dove devono essere temuti ed arginati gli anti-europeismi con la collaborazione trasversale e maggior attenzione ai cittadini, che in Italia ove è difficile pensare senza rimpasti di governo o nuove elezioni a radicali alleggerimenti nelle prese di posizione.

Il nuova paradigma economico-politico che dovrà essere protagonista in Italia ed in Europa potrà, una volta avviato concretamente, essere duraturo solamente se si opererà un rinnovamento, non basato sull’anagrafe o sul genere, della classe politica e dirigente che è tuttora attinta esclusivamente da una ristretta élite sociale e che invece dovrà andare a sfruttare tutto il capitale umano indubbiamente presente aprendo veramente possibilità per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco per il paese e che lo meritano.

La posta in gioco è altissima e tale da impattare direttamente la vita di tutti noi che vorremmo vivere nell’Europa delle tre P, prosperità, pace, protezione, da troppo tempo dimenticate.

La carne al fuoco è tantissima, di varia natura e da cuocere in tempi differenti, l’attenzione e l’impegno devono essere dunque massimi perché non possiamo permetterci altro se non centrare in pieno gli obiettivi. Il tempo era già scaduto tanto tempo fa.

31/05/2014
Valentino Angeletti
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Garanzia artistica, accenno di dietrofront europeo, PD-Sindacati-Confindustria aggressivi … e chi più ne ha più ne metta

In questi ultimi giorni sono successi alcuni fatti piuttosto interessanti.
Andandoli rapidamente a scorrere ed analizzare iniziamo con la notizia del Financial Time, di una richiesta “monster” di risarcimento da parte della Corte dei Conti italiana nei confronti delle agenzie dei Rating, le tre grandi sorelle, S&P, Moody’s, Fitch, colpevoli, secondo la CdC, di essersi pronunciati declassando nel 2011 l’Italia senza tener in giusta considerazione il patrimonio storico, artistico e culturale del paese, universalmente riconosciuto e famigerato. La somma presunta ammonterebbe a 234 miliardi di € e l’indagine, curata dal procuratore della regione Lazio, sarebbe ancora in fase di istruttoria.

Partendo dal concetto che il patrimonio storico-artistico è un asset fondamentale per il nostro paese, purtroppo trascurato, che frutta immensamente meno di quanto potrebbe, non valorizzato come dovrebbe né ben gestito; riconoscendo senza se e senza ma che la cultura è una ricchezza inestimabile; deplorando quanto si legge in queste ore su alcuni giornali secondo i quali potrebbe venire abolito nelle classi scolastiche l’insegnamento dell’educazione artistica, dalla quale la nostra società dovrebbe ripartire e sulla quale dovrebbe puntare sempre di più, considerare questi elementi una garanzia della solvibilità di un debito sovrano sembra piuttosto inverosimile.

In un periodo in cui non sono sufficienti patrimoni immobiliari per ricevere credito dalle banche, elemento che per il nostro paese rappresenta un grave problema competitivo, ed in un momento in cui il credito è decisamente difficile da ottenere nonostante il costo del denaro basso, pensare a beni artistici a copertura dei bond statali non sembra opportuno, pur consapevoli che accostare il mondo dei bond a quello di mutui privati non è proprio corretto.
probabilmente l’idea nasce dalla vecchia e forse provocatoria richiesta della Finlandia di avere come garanzia dei propri crediti nei confronti della Grecia il Partenone.
Supponendo al limite che i beni artistici possano fungere da garanti allora si dovrebbero ricalcolare gli aiuti concessi alla Grecia e tanti altri Stati potrebbero avanzare richieste di revisione dei propri rating.
Il calcolo poi del valore di beni inestimabili è complesso ed oggettivo, quasi impossibile per definizione; se sommassimo Uffizi, Fontana Di Trevi, Fori Imperiali, Colosseo, Segesta, Valle dei Templi, tombe, catacombe ed acquedotti vari, terme romane sparse per tutta Italia, la miriade di chiese, cattedrali e battisteri fiorentini, il Maschio Angioino, le sculture ed i quadri, il Castello Sforzesco, la Reggia di Caserta ecc. ecc. ecc. probabilmente saremmo non più in debito, ma vanteremmo un credito; allora perché non aggiungere anche il patrimonio naturale, le isole, le Dolomiti, le coste, ed ancora l’agricoltura, i vigneti e gli oliveti mediterranei, le primizie dell’allevamento e via dicendo, in sostanza avremmo risolto ogni problema. Pensando poi al malaugurato caso in cui facessimo default i creditori sarebbero disposti a ricevere qualche brandello di tela preziosa? Oppure i cittadini che avessero investito in BOT invece del 2 o 3% di interessi sul capitale si accontenterebbe di qualche opera d’arte? E la tassazione sul capital gain come verrebbe gestita? Evidentemente ho esagerato, qualche opera d’arte sarebbe un interesse eccessivo, magari un paio di ingressi gratuito al museo sarebbero più adatti.

Personalmente non credo sia sostenibile l’obiezione della CdC ed infatti cose simili al mondo non si sono mai sentite, inoltre un possedimento non liquido ha un valore che potrebbe essere soggetto ad alta volatilità e se non vi è la possibilità di capitalizzarlo, cioè non si ha l’acquirente, il suo valore, benché inestimabile, sostanzialmente si azzera. Rimarrei comunque assai felice di essere smentito.

Un secondo fatto rilevante include la denuncia del presidente Napolitano di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo, dell’eccessiva austerità. Questa dichiarazione va a braccetto: con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, che ha evitato di alzare i tassi, ancora allo 0.25%, dicendosi disposto a ribassarli ulteriormente; con le dichiarazioni, sempre del presidente della ECB, che rassicurano sulla minaccia di deflazione in Europa, ma al contempo invitano a non abbassare la guardia perché la ripresa non è ancora solida (e se, in particolare nel nostro paese, consumi e prezzi continueranno a calare facendo competizione sul costo del lavoro, la deflazione non sarà un rischio remoto [link 1Link 2]) e siamo comunque in un periodo di bassa inflazione benché il target rimanga attorno al 2%; con il cambiamento di rotta da parte della ECB che ritiene possibile, qualora sussistesse una strategia di investimento, procedere all’acquisto di titoli di Stato, anche di paesi in difficoltà benché esista il meccanismo OMT (Outright Monetary Transactions) parte dell’ ESM (European Stability Mechanism); con la possibilità al vaglio dell’Europa di allungare i termini di restituzione degli aiuti da 30 a 50 anni, di abbassare di 50 pti base gli interessi su una linea di credito di circa 80 miliardi di euro e di erogare ulteriori 13-15 miliardi, che si aggiungerebbero ai 240 già ricevuti, in favore della Grecia, dove permangono difficoltà, proteste e problemi alimentari e sanitari,
Tali tendenze, se vogliamo rettifiche, alla originaria politica economica che l’Europa, assecondando i desideri tedeschi e dei paesi nordici, ha intrapreso fin dall’inizio della cresi lasciano trasparire una velata ammissione di colpevolezza, forse si sta prendendo coscienza, molto tardivamente, che l’approccio da utilizzarsi già da subito avrebbe dovuto essere molto differente rispetto alla rigidità ed inflessibilità cieca imposte, verrebbe da augurarsi anche un miglior utilizzo della golden rule su investimenti produttivi, ma il tempo stringe.

Il terzo ed ultimo fatto riguarda la segreteria del PD ed il rapporto col governo Letta. Sembrerebbe che Renzi sia deciso a rivedere la posizione del partito nei confronti del governo percepito troppo lento e poco rappresentativo delle forze politiche che gli attuali partiti incarnano. Il 20 febbraio è convocata una nuova assemblea PD ed allora, mettendo in secondo piano il Jobs Act ed il tema delle riforme, verrà discussa la relazione PD-Governo, quasi un passaggio alla fiducia. Del resto l’Esecutivo non ha altri appoggi se non quello solidissimo del presidente della Repubblica e la protezione data dalla prospettiva del semestre italiano in Europa. Oltre a Renzi, appoggiato dai grandi imprenditori italiani, fino ad ora favorevole al governo a patto che facesse riforme e si concentrasse sul bene del paese, anche i Sindacati e Confindustria sono concordi nel ritenere l’operato dell’Esecutivo, compresa la missione in medio oriente, insufficiente, lento e non incisivo e se non verrà cambiata immediatamente rotta le elezioni, o comunque una richiesta di intervento da parte di Napolitano, diverrebbero inevitabili. Il Confronto Letta-Confindustria avverrà in occasione del Consiglio Direttivo degli industriali il 19 febbraio, appena un giorno prima della Direzione del PD.
In queste settimane scarse che separano Letta dai due giorni cruciali Sindacati, Renzi e Confindustria vogliono risposte chiare. Più che occasioni di chiarimento il 19 ed il 20 febbraio potrebbero essere forche caudine per il Premier, ma del resto ormai il tempo è scaduto da tempo e, come lo era già prima, a maggior ragione adesso non è retorica dire che si deve subitamente.

06/02/2014
Valentino Angeletti
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Industriali italiani avversi alla riduzione di CO2. Imposizioni rappresentano un fardello o un driver alla competitività?

In Cina parlano di Climageddon per identificare l’ormai incontrollato inquinamento delle città che rende questi luoghi, densamente abitati, frenetici ed immensi, letteralmente invivibili, tanto che nei momenti peggiori viene imposto il divieto di uscita dagli edifici per l’impossibilità di respirare e di vedere, come vi fosse una fittissima nebbia. Anche rimanere all’interno di luoghi chiusi non protegge dal pericolo di inquinamento e polveri sottili a meno di avere finestre a tenuta stagna ed impianti di condizionamento con ricircolo o filtraggio dell’aria.
In Cina i principali fattori di questo disastro ambientale, che come conseguenza ha anche il riscaldamento globale e l’aumentare di eventi estremi in accordo con molti studi e col panel scientifico internazionale IPCC, sono i trasporti e gli impianti industriali, principalmente le centrali di produzione elettrica a carbone, combustibile più diffuso del quale la Cina è ricca, che non sono dotate di adeguate tecnologie e meccanismi di riduzione e controllo sulle emissioni inquinanti.
I temi dell’inquinamento e dell’energia sono già stati trattati ampiamente:

Punti per piano energetico 2013
Conferenza clima Varsavia
Conferenza clima Varsavia 2
Italia, energia a prezzi competitivi per rilanciare economia

Ora dall’Italia industriale, Confindustria in particolare, viene una critica alla politica europea, definita velleitaria, di riduzione delle emissioni in atmosfera di CO2 del 40% di qui al 2030 appoggiata da alcuni stati come Germania, Francia, Gran Bretagna, ma sottoscritta anche dal Ministro dell’ambiente italiano. I timori degli industriali sono relativi all’impatto sulla competitività che queste misure potrebbero avere per le industrie italiane già molto in difficoltà ed obbligate a pagare un prezzo dell’energia più alto che altrove, principalmente a causa di un prelievo fiscale e di accise elevatissime ed al peso degli incentivi alle rinnovabili, mercato ormai maturo, che ha dato adito a speculazioni notevoli a danno dei contribuenti, salvo poi dare semplicisticamente colpa dei rincari ai produttori o gestori di energia ed infrastrutture.
Il ragionamento di Squinzi non è dissimile da quello che adduce la Cina rifiutando ogni protocollo di intesa sul clima, perché a detta loro non è corretto che altri stati abbiano potuto in passato svilupparsi col “vantaggio” di non doversi curare dell’ambiente “possibilità” che vorrebbero sfruttare anche loro. A dire il vero la Cina a breve supererà il livello di emissioni dovuto a quasi tutta la rivoluzione industriale del 1780, quindi il loro “bonus” potrebbe considerarsi esaurito.
Non è neanche pienamente corretto sostenere che normative sulle emissioni ostacolerebbero la ripresa italiana in quanto stato produttore industriale e manifatturiero, perché ciò varrebbe anche per la Germania, inoltre non è da pensare che sia solo l’industria ad inquinare pesantemente, vi è il settore agricolo e degli allevamenti intensivi presenti più altrove che in Italia e tutto il sistema dei riscaldamenti domestici ed industriali. Quindi i costi di adeguamento se rappresentassero un problema non lo sarebbero solo per l’Italia.

Il punto chiave è che la questione del cambiamento climatico, così come la demografia e l’approvvigionamento energetico, va affrontato a livello globale. Anche accordi europei, benché utili, non sono sufficienti, serve la cooperazione con i grandi stati inquinanti, con tutti gli “stakeholders” coinvolti ed una reale volontà di cambiamento di paradigma cercando non di puntare, almeno nel breve, ad un utopistico ed irrealizzabile abbandono totale delle fonti fossili, ma convergendo verso un loro utilizzo ottimizzato ed oculato, investendo tantissimo sul risparmio, sull’efficienza e su una piena integrazione con le rinnovabili, decisamente importanti nel portafoglio energetico mondiale. Il meccanismo ETS che ha mostrato negli anni scorsi le sue lacune potrebbe essere rivisto e migliorato sensibilmente sie per implementazione tecnico-normativa che per settori di applicazione i quali ad esempio potrebbero includere anche il settore dei trasporti terrestri al fine di incentivare una mobilità sostenibile e lo sviluppo dell’e-mobility comprendendo l’infrastruttura relativa.

L’approccio di Confindustria alla questione dovrebbe quindi essere non di pensare alla lotta ai cambiamenti climatici come un fardello, ma considerarla come grande opportunità, parte di quel cambiamento che il nostro sistema politico, economico e sociale deve intraprendere celermente. Tutta la filiera del risparmio energetico e dell’abbattimento degli inquinanti, a partire dall’efficientamento energetico domestico ed industriale, alla lotta alle perdite di trasporto e distribuzione energetica, la riqualificazione di edifici, la bio edilizia sostenibile, i nuovi materiali, le nuove tecniche di abbattimento di inquinanti per impianti a carbone, il gas naturale, gli interventi sulla rete elettrica per una migliore gestione dei carichi ed integrazione delle rinnovabili, la mobilità elettrica, l’integrazione verso un mercato energetico comune e l’equiparazione fiscale sull’energia in modo da poter abbassare nel breve termine il costo del MW anche in Italia (e non mi dilungo oltre), rappresentano una filiera che richiede lavoro altamente specializzato ad alto valore aggiunto e che può rappresentare un nuovo e duraturo driver per la nostra economia.

Anche se nel breve fossero tolte o ridimensionate le restrizioni europee sull’inquinamento sarebbe la vittoria di Pirro per le industrie italiane, primo perché col problema dovranno confrontarsi senza scuse in un prossimo futuro, secondo perché si ritarderebbe quel processo di rinnovamento industriale, quel cambiamento di paradigma socio-economico-finanziario alla volta della sostenibilità complessiva, del quale l’Italia ed il mondo necessitano.

16/01/2014
Valentino Angeletti
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