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Legge di stabilità italiana: OK (con riserve) dall’UE più che prevedibile, ecco i motivi

La Commissione Europea, con qualche giorno di anticipo rispetto al limite ultimo previsto del 28 febbraio, si è pronunciata sulle leggi di stabilità di quei paesi, tra cui l’Italia, che a fine 2014 furono rimandati a marzo. Il parere della UE è stato favorevole e nessuna procedura di infrazione sarà avviata nei confronti del nostro paese. Detto col senno di poi può sembrare una facile previsione, ma il responso “delfico” era già nell’aria da settimane e quasi scontato alla luce di alcuni fattori.

La questione Grecia (Link):
La portata del problema greco è ancora lontana dal poter essere definita trascurabile, del resto il ministro delle Finanze Ellenico Varoufakis ha sinceramente dichiarato che sussistono seri dubbi sulla capacità di rimborsare FMI e BCE, primi creditori ellenici. La proroga degli aiuti per ulteriori quattro mesi è stata concessa a fronte della presentazione di una bozza di riforme e misure che lo stato ellenico si è impegnato ad attuare. Come confermato dall’Eurogruppo e dalla Commissione il piano rappresenta solo un primo draft che andrà dettagliato entro fine aprile.
Effettivamente qualche perplessità sul piano sussiste poiché si basa su molte stime previsionali di difficile calcolo e che in altri contesti non furono conteggiate come entrate certe come, per citarne solo alcune, la tassazione sugli armatori, la serrata lotta all’evasione ed al contrabbando, il prelievo a mezzo di patrimoniale sui più ricchi. Proprio per questo motivo ad esempio il Ministro Padoan ha ironicamente stimato gli introiti derivanti dall’accordo di “voluntary discovery” con la Svizzera simbolicamente ad 1 Euro! Inoltre non va dimenticato che il programma elettorale che Tsipras e Voroufakis hanno messo sul piatto per vincere le elezioni e ben più ambizioso e ben più rivolto al welfare ed agli investimenti rispetto a quello concesso nella prima bozza di piano presentato alla Commissione. Ciò pone il nuovo esecutivo greco, e tutta l’Europa, di fronte al rischio di disordini e rivolte sociale in territorio ellenico, eventualità per la quale le rimostranze di alcuni ormai ex sostenitori storici di Tsipras e della sinistra greca potrebbero rappresentare un preambolo. Tale ipotesi non può considerarsi senza conseguenze per la stabilità, inclusa quella finanziaria, dell’intera Europa.

Francia e Germania:
Anche la legge di stabilità Francese doveva passare al nuovo vaglio UE. Forse il paese transalpino è colui che ha subito i rimproveri più dolorosi da parte della Commissione. La Francia, dopo aver sforato il tetto del rapporto deficit-PIL, posticipando il target del 3% di due anni al 2017, non potrà prorogarlo ulteriormente e dovrà fin da subito ad operare tagli al fine di riportare tale valore, ora quasi al 5%, al di sotto del 3%. Per l’anno in corso i tagli previsti dovranno ammontare allo 0.5% del Pil (+0.2% rispetto al precedente impegno). Si prevedono dunque scenari lacrime e sangue che difficilmente si sposano con prospettive espansive, prospettiva negativa per tutta l’Europa visto che la Francia ne costituisca la seconda economia.

La stessa rigorosa Germania non è passata immune dalla forche caudine belga. In particolare le è stato rimproverato il surplus commerciale eccessivo, il mercato interno asfittico ed il poco impegno sul fronte degli investimenti dei quali avrebbe bisogno in settori chiave quali viabilità, trasporti e tlc. In sostanza la Merkel è stata richiamata ad assolvere con più determinazione ed incisività il ruolo di locomotiva europea che gli spetta di diritto (ma sta assolvendo alla perfezione il ruolo di locomotiva per la stessa e sola Germania).

Scenari Globali:
Ampliando, ma neppure troppo, gli orizzonti di analisi, è facile notare come anche al di fuori dai confini europei in zone limitrofe e di altissima influenza rispetto al vecchio continente, la situazione sia tutt’altro che facile. La Libia continua ad essere una polveriera ed il governo totalmente instabile. L’Italia è toccata in modo diretto dal fattore libico per i rapporti commerciali in essere, già dimezzati (circa 11 miliardi annui il valore complessivo), gli scambi energetici ed i flussi migratori. Continua a sussistere la crisi tra Russia ed Ucraina acuitasi negli ultimi giorni con l’accusa di Mosca, secondo cui Kiev starebbe tagliando le forniture di gas verso l’Europa. Al momento le scorte europee non sono in pericolo e quella di Putin sembra più una minaccia che una realtà, però, complice anche la guerra in atto sui prezzi del greggio e la fortissima dipendenza estera dell’Europa in tema energetico, l’eventualità di una crisi con al centro l’energia ed i prodotti petroliferi non è da scartare a priori e l’impatto sarebbe rilevante.

Condizioni economiche eccezionali:
In una fase come quella in essere sarebbe stato irrealistico non applicare li concetto di “condizioni economiche eccezionali” causate dalla bassa crescita, dalla stagnazione degli investimenti, dallo scenario deflattivo in atto, dallo scarso potere d’acquisto e dalla bassa propensione ai consumi. Applicare rigidamente la regola sul debito avrebbe richiesto una correzione sul PIL pari al 2%, insostenibile in questo frangente, sostiene il Commissario Economico UE Moscovici.

Programma di Riforme:
Vi è infine il programma di riforme dell’esecutivo Renzi, ad iniziare da quella sul lavoro (Link), giudicato sufficientemente rilevante che ha gratificato l’Europa. Ovviamente dal punto di vista europeo la libertà di licenziamento piuttosto che un contratto a tutele crescenti meno protettivo nei confronti del lavoratore non rappresenta un problema anzi è un driver alla flessibilità ed al turnover lavorativo ben visto. In fondo l’UE ha il compito di guardare non alle condizioni puntuali di lavoro e/o salariali, bensì al bilancio finale, che è cosa ben differente.

Assai curiosa è la coincidenza, al limite dei sospetto, (???) la quale ha voluto che proprio a valle dell’OK di Bruxelles alla legge di stabilità italiana sia partita una fulminea privatizzazione del 5.7% di Enel verso investitori istituzionali per un controvalore di almeno 2.2 miliardi di € (prezzo minimo 4€ ad azione) che contribuirà a raggiungere il target di 0.7% di PIL da privatizzazioni per gli anni 2015-2018 indicato da Padoan all’UE. Le privatizzazioni assieme ai tagli alla spesa sono due elementi cardine che l’Europa chiede pressantemente all’Italia, ma che finora, purché annunciati, non hanno portato i risultati attesi (vedi Fincantieri) oppure hanno subito slittamenti. Pare quasi che sia stata una pedina di scambio richiesta per ottenere un giudizio un po’ più benevolo di quanto realmente meritocrazia avrebbe voluto.

Alla luce della disamina era altamente improbabile attendersi una bocciatura nonostante gli ampi squilibri macroeconomici, in particolare sul debito, che persistono nel nostro paese, ma che in realtà accomunano ben 16 paesi dell’area Europei. Questo dato, 16 paesi, dovrebbe far riflettere, non tanto noi che abbiamo già riflettuto più volte giungendo sempre alla medesima conclusione, bensì l’UE sulla validità e sulla sostenibilità dell’approccio all’economia messo in campo in questi ultimi anni e dei parametri di riferimento adottati senza margine di aggiustamento se non in tempi decisamente ritardati. Detto ciò lo stesso Governatore BCE Draghi fa notare come la situazione italiana continui a presentare squilibri, gravi lacune in termine di competitività e come l’assenza di investimenti rappresenti ancora un fortissimo fattore ostacolante la ripresa ed infatti proprio per tali motivi la Commissione UE mantiene l’Italia (ed rapporto debito/PIL) costantemente nella lista degli osservati speciali alla stregua del suo programma di riforme che al di là degli annunci va portato ad attuazione. È doveroso poi ricordare che a copertura della legge di stabilità appena approvata con riserva sussistono delle clausole di salvaguarda in collisione con le parole del Premier Renzi, soddisfatto per la promozione benché parziale, di potersi concertare ora sulla riduzione delle tasse. L’imposizione fiscale nel paese è elevatissima e non si può discutere il fatto che rappresenti un impedimento ai consumi, un motivo di preoccupazione per i consumatori ed un blocco degli investimenti sia per la sua consistenza che per la sua aleatorietà normativa da riformare rapidamente (includendo la pratica della retroattività che ancor meno certezze può infondere anche a chi fosse intenzionato a spendere o investire). Il prelievo sulla casa secondo Confcommercio è salito del 115% negli ultimi 4 anni nonostante tutto il tempo perso sulla questione IMU, gli ignominiosi e deleteri teatrini e gli scontri verbali/fisici occorsi; sempre per l’associazione dei commercianti, includendo le clausole di salvaguardia a copertura della ex finanziaria, dal 2015 al 2018 le imposte potrebbero aumentare di 72.7 miliardi di €.

Tutto ciò ha comportato l’applicazione della massima flessibilità possibile entro i patti europei (che a mio avviso se è entro i patti non può considerarsi vera flessibilità, ma rispetto degli stessi entro il range concesso e previsto).

Ora però la necessità, più che il semplice auspicio, è che con i QE di circa 60 miliardi al mese e fino a che ci sarà necessità annunciati ed in fase di emissione (ritardata di qualche anno) da Draghi per stabilizzare la moneta e risollevare l’inflazione verso il 2% e quindi non direttamente rivolti all’economia ed agli investimenti ma che sarebbe comunque opportuno riuscissero ad essere convoglianti anche in quella direzione e con il piano di investimenti Juncker, pur nella sua cagionevole entità, si inizi una fase europea, fin qui scansata, che miri concretamente allo sblocco degli investimenti anche utilizzando margini di flessibilità superiori a quanto scritto nelle sacre scritture dei patti, del resto è ciò che FMI, FED ed anche USA intimano da tempo a Bruxelles di intraprendere celermente.

Valentino Angeletti
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Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato

RiformaCostEbbene, è sempre stato definito nodo, ed ora le riforme un nodo cruciale lo sono diventate davvero. Alla Camera sulla riforma costituzionale, i cui emendamenti sono stati approvati nottetempo in una aula semivuota in seconda (delle necessarie quattro) lettura, si è svolta una vera “guerra” tra due parti: l’opposizione, composta da M5s, FI, SEL, unita alla minoranza critica del PD che ha deciso di non supportare il Governo ed il Governo stesso inclusa una parte di Dem, che pur non condividendone i modi, ha scelto di appoggiare la linea dell’esecutivo. Il labaro dietro il quale i due schieramenti de facto si battono, è per le forze oppositrici la necessità di discutere ampiamente e senza fretta i punti di una riforma costituzionale che appunto andrà a modificare profondamente alcuni articoli del testo fondante la Repubblica Italiana, mentre per il Governo è l’assoluto bisogno di agire con rapidità, urgenza, fretta e senza pause.

Forza Italia, SEL e M5S chiedevano lo stop delle sedute fiume notturne decise mercoledì sera dalla maggioranza ed il rinvio della discussione a marzo. Il Governo, supportato dallo stesso Premier rientrato durante la notte da Bruxelles ed andato in Parlamento per dar manforte ai suoi, ha risposto asserendo che il tempo per l’analisi degli articoli è già stato ampio e che questo è il momento di correre, qualora gli oppositori non fossero d’accordo l’Esecutivo è disposto e determinato ad andare solitario avanti di forza a colpi di maggioranza, come poi è accaduto.

Dopo un’iniziale ipotesi di accordo tra M5S e Governo che avrebbe sostanzialmente blindato il percorso della riforma, la rottura definitiva è stata sancita dal no del Governo a rimandare o rivedere l’Articolo 15 del DDL Boschi, relativo al referendum il cui quorum vorrebbe essere abrogato dal M5S. Questo niet ha comportato la spaccatura e provocato reazioni violente finite con la sospensione dei lavori, l’espulsione di alcuni Deputati M5S, parolacce tra membri di SEL e del PD e l’abbandono dell’aula Parlamentare, come in un Aventino, delle opposizioni FI, SEL, M5S a cui si sono aggiunti anche i democratici Fassina e Civati. Anche se contrari al merito della richiesta M5S sul referendum, le opposizioni si sono trovate unite nel richiedere più tempo per l’analisi degli articoli ed un rinvio dei lavori parlamentari.

L’eventuale rinvio avrebbe comportato l’interruzione delle attività fino alla fine di febbraio-inizio marzo, collidendo con l’intenzione del governo di giungere alle votazioni entro sabato. Le ultime settimane di febbraio infatti hanno in calendario i lavori sui decreti in scadenza e “parcheggiati” alla Camera che se non votati rischiano di andare perduti. Quello sulle riforme è il secondo dei 4 passaggi necessari (senza che vi siano modifiche ai testi) prima di giungere a conclusione dell’iter legislativo, dopo quello appena terminato dovranno essere conclusi un ulteriore passaggio al Senato ed uno nuovamente alla Camera.

Le opposizioni, denunciando un eccesso di autoritarismo del Governo, hanno deciso di chiedere un incontro con il Presidente della Repubblica Mattarella che li riceverà martedì 17 e che ha tra le sue competenze pregresse proprio quella in materia Costituzionale. Sergio Mattarella potrebbe quindi intervenire direttamente e perentoriamente per richiamare all’ordine un parlamento che sta dando ennesima dimostrazione di ridicolaggine. Renzi dal canto suo non è disposto a cedere e, questa volta senza mezzi termini, ha avanzato l’ipotesi delle elezioni (che lo vedono ancora ampiamente favorito). Nel qual caso ci si troverebbe a votare con il Consultellum, avendo l’Italicum in preparazione e con alla Presidenza della Repubblica l’artefice del Mattarellum …. “comici latinisti” verrebbe da dire ironici.

Sul tema costituzionale a livello teorico non si può dar torto alle opposizioni, perché è assolutamente vero che per le modifiche costituzionali si deve aver giusto tempo per discutere, confrontarsi ed esprimere in sede parlamentare la propria opinione senza sottostare al contingentamento dei tempi imposto dalle sedute fiume; sempre a livello teorico non si può dar torto neppure al Premier che sostiene che il tempo è stato sufficiente e che le condizioni urgenti non permettono ulteriori rallentamenti artificiosi al percorso delle riforme. La sensazione è però che queste due intenzioni potenzialmente condivisibili entrambe non vengano animate dallo spirito costruttivo di far uscire il paese da una palude e da un blocco di conservazione che perdura ormai da decenni, bensì siano mirate da un lato a mettere in difficoltà il governo e dall’altro a non fermarsi per non interrompere il flusso comunicativo e di annunci sul quale si basa un determinato tipo di politica.

Il Governo Renzi dopo la rottura col Nazzareno forse pensava di essere più forte e forse, accettando il compromesso di spostare le sue politiche un po’ più verso sinistra, avrebbe potuto realmente esserlo nelle votazioni parlamentari. Nei fatti con la rottura del Nazareno ed il mantenimento della vocazione centrista, l’Esecutivo appare più debole e fragile proprio perché non ha recuperato i rapporti né con la sua sinistra interna, né con quella esterna, prediligendo un appoggio, per ora ininfluente, di transfughi proveniente dal centro o dal M5S che nonostante le numerose defezioni è riuscito a dar il “la” alla protesta .

Nulla di più devastante per il nostro paese che si trova in un momento in cui, come qui abbiamo detto più e più volte, è necessario fare presto e bene: presto per la gravità del contesto sociale, macro-economico, politico e geopolitico, bene perché errori in questa fase potrebbero comportare distorsioni ed aberrazioni democratiche che richiederebbero più tempo per essere sanate di quanto sia necessario per apportare correzioni in questa fase in cui si può ancor discuterne il merito (giusto per citare il più classico ed odiato degli esempi richiamiamo la riforma Fornero). Invece il rischio concreto è di far poco, in ritardo e male. Sembriamo ancora in preda all’egoismo ed agli interessi partitici quindi, perdendo come al solito la cognizione di ciò che sta accadendo fuori dai nostri confini. Vicende ben più importanti delle quali dovremmo interessarci a tempo pieno, che non stanno peggiorando solo perché invero mai sono stati vicine ad una reale soluzione e che testimoniano l’incapacità di Europa e paesi membri nel gestire complesse situazioni di crisi.

Innanzi tutto vi è la questione greca e della mediazione tra Tsipras e UE (leggasi Merkel), che se poteva sembrare sul via della risoluzione dopo il pronunciamento della parola “compromesso” dalle labbra del Cancelliere tedesco, ora sembra rimanere in alto mare. Il Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha asserito che i tempi saranno lunghi ed il presidente della Commissione UE, Jucker, ha rincarato, aggiungendo che le trattative sono lontane dal trovare una soluzione comune. Pare che il compromesso della Merkel fosse da intendere come: “tu, caro Tsipras, scendi a compromesso con la Germania e con l’UE ed amici come prima”. La Grecia da canto suo non pare voler cedere, del resto le promesse elettorali e lo stato sociale greco non glielo consentono, ed incassa ipotesi di supporto da parte della Cina e della Russia così come manifeste dichiarazioni di sostegno da parte degli USA che più volte hanno tuonato contro l’austerità dell’UE. Anche se al momento è solo una possibilità, l’eventuale intervento esterno da parte di Russia, Cina, USA o anche UK (che si stanno preparando ad un eventuale GrExit) sconvolgerebbero un già in bilico equilibrio geopolitico mondiale.

Un altro versante caldissimo è quello dell’Ucraina dove a breve scatterà il cessate il fuoco (24:00 del 14 febbraio), ma dove la soluzione della crisi è lontanissima, del resto gli scorsi accordi non sono mai stati completamente rispettati. A dirlo è lo stesso presidente Ucraino e ciò è confermato dall’inizio ufficiale della tregua ben tre giorni dopo la sua decisione, giorni in cui i territori ucraini continuano ad essere teatro di guerra e di morti (26 tra militari e civili è l’ultimo bilancio) e la Russia ed i filorussi paiono determinati a conquistare quanto più terreno possibile. All’Ucraina, in crisi di liquidità, è stato concesso dal FMI un prestito di 17.5 miliardi di $, prestito assolutamente neppur considerato, sebbene meno sostanzioso, per la Grecia che pure lo richiede esplicitamente per arrivare a maggio (anche se ultimamente il ministro Varoufakis ha parlato di Agosto). Ciò testimonia la delicatezza della crisi Ucraina, pericolosa dal punto di vista strategico, politico, economico e che, per le sanzioni alla Russia ancora non interrotte che potrebbero essere inasprite, costa miliardi anche all’economia italiana e senza considerare il problema energetico.

Vi è ancora il dramma dell’immigrazione, affrontato nel peggiore dei modi dall’Europa ed in cui l’Italia ha un ruolo fondamentale per la sua posizione geografica. La scia marina di morte non accenna a cessare e le discussioni se fosse meglio Mare-Nostrum o Trithon, con tanto di conteggio delle vittime e delle spese mensili (Trithon costerebbe 9 milioni in meno al mese) come fossero un KPI, fanno letteralmente (permettete il termine) vomitare. Non è con questo pensiero che si può risolvere un problema come l’immigrazione dalla Lybia ed in generale da tutto il medio oriente e l’Africa, ma lo si può fare solo con un approccio realmente unito a livello europeo in cui tutti contribuiscono avendo un progetto comune ben chiaro e definito. Nella situazione attuale invece è facile comprendere come non esista nè un disegno ufficiale condiviso, nè una azione coordinata e congiunta tra gli stati membri che invece pensano in primo luogo a ridurre gli oneri a loro carico. Come purtroppo accade per fini biecamente propagandistici, è insensato e stupido incolpare il Gentleman o la Lady PESC di turno: senza l’Europa Unita che dobbiamo perseguire una singola persona non può nulla.

L’inconsistenza europea si vede nella vicenda Greca dove a dettare termini e condizioni a Tsipras sono la Merkel, Schaeuble, Weidmann ai quali si allineano a ruota le istituzioni UE (inclusa BCE) delle quali la Germania è la maggior azionista e si vede nella crisi Ucraina, dova assieme a Russia, Ucraina ed USA compaiono solo Hollande e Merkel come se gli altri 26 stati UE non esistessero (se non esiste un numero di telefono UE unico figuriamoci un rappresentante unico). La pochissima forza Europea si evidenzia anche nella gestione della crisi Libica e nella lotta al terrorismo che sta diventando sempre più pericoloso, potente e sicuro dei propri mezzi; la Farnesina ha intimato agli italiani di lasciare Tripoli e sta meditando la chiusura dell’Ambasciata, il Ministro Gentiloni ha paventato un intervento militare in un quadro di legalità internazionale.

Infine, riguardo alle “insignificanti” vicende del nostro paese se rapportate a quelle mondiali, vi sono gli ultimi dati sul PIL che effettivamente possono essere letti anche in modo moderatamente positivo. La crescita zero, il leggero calo del debito pubblico registrati nel Q4 2014 e la previsione di crescita di quale decimale nel 2015, potrebbero essere visti come stop della recessione ed inizio di una fase di “crescita”. In realtà il debito è calato per le entrate fiscali dirompenti nell’ultimo trimestre dell’anno (ad iniziare dall’IMU) e l’eventuale “zero punto” di PIL relativo al 2015 non è significativo nè può essere strutturale senza che le riforme (economiche e relative alla burocrazia ed alla governance dello stato) vengano rese attuative (non solo annunciate o approvate in prima lettura), entrino in vigore e portino i frutti previsti (risultato non scontato). Da ciò si capisce perché è sempre più necessario fare presto e bene entro i nostri confini, concentrandosi al contempo su ciò che accade al di fuori fuori, che, per le ripercussioni certe sul nostro paese, non può e non deve mancare della nostra attenzione. Se non lo fa la politica è bene che se ne interessino i cittadini e tutta la popolazione, sperando che essa non sia, come statistica vorrebbe, un estensione numerica di quelli che in queste notti hanno trasformato il Parlamento in un ring.

Link Grecia:
Negoziato Europa – Grecia, intanto UK ed USA si preparano alla GrExit
Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane
Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio
La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca
Link Quirinale:
Encomi e plausi per Mattarella. Auguriamo a lui sinceramente una mole enorme di lavoro
Mattarella presidente: il capolavoro di Renzi
Mossa Mattarella. La partita sul Quirinale ha già un vincitore certo: Renzi
Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno
Link Economia – Politica
Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso
Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama
L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato 
Governo Renzi ed i venti che, reclamando risultati, cambiano. Adesso fare presto e bene!

14/02/2015
Valentino Angeletti
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Supporto ai Curdi con armi, conferma di una politica estera europea frammentaria a cui porre rimedio

Dopo l’esposizione delle Commissioni Parlamentari di Esteri e Difesa e l’audizione dei rispettivi Ministri Federica Mogherini e Roberta Pinotti, il Parlamento si è pronunciato favorevolmente al supporto politico, umanitario e militare a mezzo della fornitura di armi al popolo Curdo che sta combattendo una tremenda guerra contro gli Jihadisti dello stato islamico ISIS. Le armi inviate al governo regionale curdo sono quelle sequestrate una ventina di anni fa nei Balcani, abbastanza obsolete, ma con le quali l’esercito curdo ha già dimestichezza. I partiti contrari all’operazione sono stati M5S e Sel del resto Di Battista aveva già palesato come ogni supporto armato non sarebbe stato appoggiato dal suo partito (M5S) e che si avrebbe dovuto elevare il terrorista a rango di interlocutore e trovare una soluzione se non pacifica quantomeno diplomatica.

La misura dell’Italia ad appannaggio dei curdi a ben vedere rischia di avere effetti quasi irrilevanti e, se è vero come è vero il detto “corsi e ricorsi storici”, non è da escludere che tra qualche anno le stesse armi potranno essere usate contro di noi o contro i nostri alleati, come è accaduto in Afganistan, in Cecenia, in Georgia, nello stesso Iraq e finiamo qui l’elenco impietoso.

Non v’è dubbio che la situazione sia complessa, si intreccino estremismi e fanatismi religiosi assieme ad interessi territoriali, politici ed economici, con l’energia, le materie prime, l’acqua sempre in primo piano. In pochi possono ritenersi tanto conoscitori di quei territori e delle dinamiche che ivi regnano da poter dare una panoramica attendibile e veritiera di ciò che sta accadendo e delle motivazioni che ne sono alla base e sicuramente non possiamo annoverarci in quella schiera di esperti, tanto che in casi come questo è preferibile tacere sulle cose che non bene si conoscono.

Il terrore ed il sangue che però è sgorgato in quei territori è sotto gli occhi di tutti a cominciare dalla strage della minoranza religiosa degli Yazidi, una confessione che professa una sorta di sincretismo Cristiano – Mussulmano già portato avanti dai mitologici Templari come paiono testimoniare alcune statue simili a Gino Bifronte ritrovate anche nella Magna Grecia italiana. Gli Yazidi sono una delle religioni più tolleranti in assoluto, tanto che non si sentono in grado di disprezzare totalmente neppure il loro demonio in quanto anch’esso creatura di Dio che come tale potrebbe riceverne la grazia e loro non potrebbero sopportare l’onta di aver odiato un essere poi entrato nelle grazie Divine. Proprio questa sarebbe la ragione, riteniamo di facciata, a spingere l’odio islamico nei loro confronti.

Negli ultimi giorni poi lo scempio si è protratto con la decapitazione a sangue freddo del giornalista statunitense Foley, rapito circa due anni fa in Siria (ancora sequestrati risultano un altro giornalista USA e due ragazze italiane). Siria che rimane probabilmente il terreno da cui tutto ha origine e da cui si dovrebbe partire per realizzare una situazione se non di pace almeno di equilibrio nell’area mediorientale.
Il gesto non ha lasciato l’occidente insensibile, e sembra proprio difficile poter riuscire a dialogare con questo genere di persone in modo diplomatico ed alla pari, ovviamente la soluzione diplomatica e pacifista sarebbe quella da perseguire in ogni circostanza, ma il suo buon funzionamento sussisterebbe forse solo in un mondo ideale; in un caso come questo credo che, non escludendo a priori nessuna possibilità, vada ragionata con cura quale sia la strategia di intervento migliore da seguire che offra il miglior compromesso rischio-beneficio mantenendo l’incolumità dei civili al primo posto nella lista degli obiettivi da perseguire.
Le alternative oltre a quelle pacifiste e diplomatiche che sembrano poter sortire ben poco effetto (se vi fosse qualche idea concreta su questa falsariga è il momento giusto per farsene portavoce) sono appunto l’intervento o l’indifferenza lasciando che il conflitto faccia il suo corso e con la conseguente chiusura delle frontiere e di ogni supporto.
Oggettivamente l’opzione di non agire renderebbe complici del massacro. la via, irta e dolorosa, rimane pertanto una sola, da studiare ed elaborare nel migliore dei modi.

Obama si è pronunciato in un discorso asserendo con forza che i terroristi dell’ISIS non hanno un posto nel XXI secolo, mentre il Pentagono ha diramato la notizia che un tentativo di liberare alcuni prigionieri USA in Sira non è andato a buon fine e che è possibile l’invio di un piccolo contingente di terra in Siria per far giustizia a Foley e per proteggere le strutture statunitensi nel territorio, non più solo droni pare di capire.

Il Ministro Mogherini, ricalcando quanto detto dal premier britannico Cameron, ha preso atto che la minaccia dell’ISIS può raggiungere il cuore dell’Europa e dell’occidente. Proprio perciò la lista degli obiettivi sensibili potenzialmente oggetto di attacchi è stata ampliata ed allertata.

Il Primo Ministro Renzi in visita lampo in Iraq ha confermato la propria vicinanza al popolo curdo, dicendo che l’Italia e l’Europa non possono rimanere insensibili a quella guerra e che il massacro deve prevaricare ogni tema e discussione economica. L’Europa, evidenzia Renzi in veste di Premier italiano e Presidente di turno dell’Unione, deve essere lì, vicina e lavorare alla risoluzione del conflitto per supportare la transizione verso un governo inclusivo.

Quello che dice il Presidente di turno è più che vero, ma proprio in quell’ottica risulta veramente difficile ritenere minimamente risolutivo l’invio di armi che altri stati europei assieme all’Italia si stanno accingendo a fare in una operazione del tutto frammentaria.

L’Europa in realtà, da entità forte ed autorevole che vorrebbe essere, dovrebbe essere presente in Iraq, in Israele ed a Gaza, in Siria, in Libia, se vogliamo in Nigeria ed in Russia – Ucraina.
Serve un piano congiunto ed una strategia di lungo termine per portare equilibrio e pace strutturale nelle zone del medio oriente, ne è consapevole il Minsitro Mogherini che lo ha ribadito nella sua audizione parlamentare ma ad oggi siamo ancora bel lontani dal vedere anche solo l’inizio di un processo simile, e gli interventi estemporanei ai quali si da adito sembrano confermarlo, assieme all’evidenza che la politica estera la difesa e la gestione dell’immigrazione a livello europeo (la dichiarazione del portavoce della commissione europea che Frontex è una piccola agenzia senza budget, impotente di fronte al processo migratorio che coinvolge l’Europa ne è una triste presa di coscienza) sono inconsistenti, quasi nulli, così come l’autorevolezza in questi campi dell’Unione.

L’Europa non pare ferma nelle sue decisioni, nella difesa dei suoi valori e spesso sembra in balia degli eventi, incapace di prendere posizioni. Pare inerme e non in grado di gestire o intercedere nelle crisi, tanto che non è mai direttamente l’Europa ad essere coinvolta ai tavoli diplomatici su temi di politica estera e difesa, ma sono i singoli stati a cominciare da Francia, Germania e Gran Bretagna.

A riprova di ciò vi è la caldissima situazione Ucraina. Ogni decisione importante è sempre stata demandata al consiglio di sicurezza composto da USA, Francia, Germania ed UK, così è stato anche per le sanzioni alla Russia (finanza, economia, banche e capitali, persone), che hanno visto gli USA fare da capofila seguite a tempo debito dall’Europa, ma con l’implementazione lasciata totalmente in capo ai singoli stati. Tali sanzioni hanno fatto sì male alla Russia, che a detta delle fonti USA sembrerebbe proseguire nel supporto ai separatisti nelle zone dell’est Ucraina, ma anche all’Europa stessa. La Russia di pronta risposta ha bloccato l’import alimentare sui suoi territori e starebbe per apprestarsi a bloccare i prodotti Apple sostituendoli son quelli Samsung ed a bloccare alcune bevande tra cui la Coca Cola.
Dalla Germania e dagli USA si susseguono le intimazioni a Putin di cessare il supporto armato ai separatisti, ed anche l’invio di oltre 200 camion di aiuti da Mosca a Kiev è stato oggetto di sospetti.
È di poche ora fa la chiusura a Mosca di quattro fast food Mc Donalds ufficialmente per motivi igienici, ma che sia una ritorsione contro le sanzioni pare più che possibile.
Questi provvedimenti in Europa impattano numerosi stati, molto più che gli USA. All’Italia una stima stabilisce che costerebbero tra i 750 ed i 1000 milioni di Euro annui.
Con tutto ciò la Russia esce indebolita, ma continua a seguire una propria strategia di potenziamento ben chiara, vale a dire stringere rapporti stretti con la Cina (il recente patto sul Gas ne è una testimonianza) ed al contempo espandersi con le sue multinazionali energetiche (Gazprom, Rosneft,, Lukoil, Rosatom etc) nei campi dell’energia, del petrolio e del Gas, incluso il trading di commodities, come dimostrano le recenti aggressive mosse di acquisizione ed il loro interessamento in ogni deal del settore.
Anche sull’embargo alimentare al Cremlino vale la pena dire che se Mosca decidesse di puntare alla semi-autosufficienza nel settore food avrebbe tutte le risorse, gli spazi, i mezzi e la forza lavoro per provvedere quasi in toto al proprio sostentamento.
Nonostante tutto la situazione in Ucraina non pare migliorare, anzi sembra stia peggiorando visto che, dopo l’abbattimento dell’aereo di linea malese, nei pressi di Donesk e Lugansk si susseguono guerriglie, un aereo dell’esercito regolare di Kiev è stato recentemente abbattuto ed un convoglio che trasportava profughi colpito con un bilancio di circa 30 vittime.

Nei prossimi giorni (23/08) ad intercedere per l’Europa in Ucraina in occasione della festa nazionale sarà proprio la Merkel, vero interlocutore europeo che sarà presente a Kiev dove incontrerà il Presidente Petro Poroshenko, a seguire il Primo Ministro Arseniy Yatsenyuk ed alcuni sindaci ucraini.
L’Europa rimane una istituzione molto eterea nonostante la gravità della crisi, sembra facile supporre che gli stessi interlocutori non ritengano l’Unione all’altezza del dialogo e preferiscano parlare singolarmente con gli esponenti più autoritari come Germania e Francia.

Da chiedersi però se l’interesse dell’Europa possa essere portato avanti da un singolo stato, in tal caso la Germania, che ha ovviamente anche interessi nazionali, i quali in questa specifica circostanza coincidono con quelli italiani. Mi riferisco al fronte energetico (altro settore ove l’Europa mostra tutti i propri limiti) dove sia noi che i tedeschi abbiamo un’alta dipendenza da Mosca, sia sul fronte commerciale visto che l’export verso la Russia è di estrema importanza per Berlino e per Roma.
Allo stesso tempo però, sia Germania che Italia, e l’Europa tutta, vivono nel perenne limbo di dover appoggiare l’alleato statunitense, col quale si vorrebbero (e sarebbe bene giungere alla firma) stipulare importanti patti commerciali, in primis il TTIP, anche per quel che concerne il supporto di energia primaria (Gas di Scisto), ma al contempo non tirare troppo la corda col partner (perché di partner si tratta) russo dal quale dipende profondamente in particolare sul fronte energetico, settore strategico in cui una politica poco lungimirante non ha saputo, pur avendone le possibilità, portare alla sostanziale autosufficienza ed integrazione di mercato.

Evidentemente una entità sovranazionale che come l’Europa ha le mire di diventare un riferimento ed un interlocutore mondiale non può non avere una politica ed una strategia militare ed estera congiunte così come non può permettere, senza piani di lungo termine volti alla stabilità ed alla pace, il proliferare di focolai pericolosissimi a ridosso dei propri confini.
Anche la modalità di azione, come l’invio di armi ai curdi da parte di vari stati membri oppure sanzioni demandate ai singoli paesi membri, evidentemente misure frammentarie, di ripiego e difficilmente risolutive, oltre a poter rivelarsi controproducenti, danno ulteriore conferma ai nostri interlocutori, USA e Cina inclusi, della divisione dell’UE relegandola ad essere un interlocutore scarsamente autorevole e talvolta anche poco credibile per quel che concerne certi temi.

Tra le mille problematiche che Bruxelles deve quindi risolvere con alta priorità visto il precipitare degli eventi e la situazione economica, vi è senz’altro quella di elaborare strategie militari ed avere mezzi comuni, politiche estere congiunte e consistenti ed un approccio alle migrazioni articolato.
Puntare quindi a ricoprire quel posto tra i grandi attori della geo-politica mondiale volta alla pace, prosperità e protezione che il progetto europeo meriterebbe di avere.

21/08/2014
Valentino Angeletti
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Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

Ormai ad ore verranno diramati dall’Istat i dati sul PIL italiano relativi al Q2. Le aspettative non sono alte, le stime sono state ritoccate da tutti gli istituti e gli analisti e difficilmente si potrà osservare un valore superiore allo 0.2-0.3%, in realtà Confindustria e molti giornali (Repubblica) già parlano di crescita zero, ossia di un PIL a 0 o addirittura a -0.1% che, dopo il +0.1% del Q1 ci getterebbe tecnicamente in recessione. In ogni caso se confermata la non crescita la proiezione per il Q4 2014 sarebbe di -0.1%, ovviamente con tutta la variabilità che può avere un dato simile. Per il 2015 invece si confermano le stime di crescita, ma, da impotenti testimoni, abbiamo potuto verificare che le rettifiche al ribasso sono ormai consuetudine, tanto da farci sorgere con un po’ di indignazione il quesito sull’utilità di tali previsioni e se possano essere utilizzate dagli addetti ai lavori per valutazioni e pianificazioni di strategie.

Questi dati si accodano a molti altri per nulla positivi come l’accesso al mercato del lavoro in particolare per i giovani, la desertificazione industriale e di risorse umane che sta colpendo in modo particolarmente drammatico il sud (a confermarlo ci sono i rapporti Svimez e CS-Confindustria), la continua difficoltà di accesso al credito per le imprese, il calo dei consumi, la tendenza alla deflazione che, come già in tempi meno sospetti riportato in queste pagine, ormai è ben più concreta di un semplice spettro con l’impoverimento economico che ne deriva, la stagnazione del mercato interno e dei consumi conseguenze di un potere d’acquisto delle famiglie in sostanza annullato, un export che tira in certi settori di nicchia ma che complessivamente non è ai livelli che dovrebbe avere un paese come l’Italia, una incapacità da parte di molte imprese e del paese stesso di creare valore aggiunto in conseguenza ad un certificato bassissimo livello di investimenti sia pubblici che privati in innovazione, infrastrutture, tecnologie. A ciò si aggiunge la macchina statale e burocratica pachidermica e spesso borbonica che assieme all’incertezza normativa, al peso fiscale, alle riforme economiche che agli occhi degli investitori “buoni” con mire industriali di medio-lungo periodo che tanto credito hanno riposto nel Premier fiorentino il quale ha posto altissima l’asticella delle aspettative, tardano ad arrivare; ben sapendo lor investitori che non sarà una partita semplice per il governo e che gli effetti non potranno essere immediati dovendo subire il fisiologico delay tra causa-effetto.

Il Governo attualmente sta lavorando con priorità sulle riforme costituzionali e delle istituzione, di certo anch’esse fondamentali per la Govenrance di un paese che non ha quella rapidità d’azione richiesta alle moderne democrazie e nelle moderne e competitive economie, ma estremamente difficili e divisive, tanto che si rischia di perdere, o dare agli investitori l’impressione di farlo, di vista l’obiettivo economico della crescita che come prima fase necessita di un intervento shock (anche qui più volte ribadito e per il quale il supporto della ECB è fondamentale).
Buoni risultati Renzi ed il suo Esecutivo li hanno ottenuti: la riforma del Senato potrebbe essere approvata in prima lettura già il 7 o l’8 agosto (ricordiamo però che sono necessarie 4 letture per una legge costituzionale); il bonus degli 80€ ha creato un clima di fiducia e dato fiato ad una certa fascia di persone, vi è però l’impossibilità di estenderlo ed una grande difficoltà nel rinnovarlo visto che sono in ballo 10 miliardi di €; i primi risultati derivanti dal processo civile telematico sono molto incoraggianti e pare abbiano snellito veramente tempi e costi. Ciò ovviamente non basta, e lo si disse fin dal varo del bonus Irpef, vista la situazione drammatica del paese.

Un esempio della ristrettezza dei margini del Governo è nella questione dei pensionamenti a quota 96, poi abolita, per circa 4000 insegnanti i quali, per un errore nel calcolo delle loro finestre di pensionamento ai tempi della Fornero, si sono trovati in un limbo lavorativo pur avendo maturato tutti i requisiti pensionistici e che ora dovranno continuare a prestare servizio. Il costo dell’intervento non è elevatissimo, circa un quarto di quanto esborserà il Portogallo per salvare Banco Spirito Santo (4.9 miliardi di €), ma come accade quando occorre reperire risorse aggiuntive, esempio classico è il periodico rifinanziamento della GIC, c’è da affrontare una complessa partita a Tetris.
Questa questione è costata anche lo scontro tra Cottarelli (in uscita alla volta del FMI?), commissario alla spending review, ed il Governo. L’abitudine di coprire spese con le stime della spending allontana la revisione della spesa dai suoi obiettivi ultimi di riduzione delle tasse e del debito. Il Premier assicura un intervento esteso, peraltro auspicabile, sulle pensione ed anche in tal caso le coperture sono identificate in tagli di spesa, un più basso livello dello spread, gettito IVA dovuto ai pagamenti delle PA; a ben vedere stime non facilmente quantificabili con precisione, pertanto difficilmente digeribili anche in Europa.

È evidente che la situazione è complessa, che in tale contesto non sarà possibile rispettare qui patti europee sottoscritti, non tanto per quanto concerne il rapporto deficit/pil, relativamente al sicuro anche grazie al nuovo calcolo europeo del PIL che entrerà in vigore da ottobre e che conteggerà le attività illegali certificate che innalzeranno il valore assoluto del prodotto interno di circa 1.7 mld € facendo “guadagnare” al rapporto deficit/pil un -0.1%, mai utile come adesso (ma quanto etico? Già grandi nomi mettevano in guardia sulla metodologia di calcolo del pil come indicatore di benessere collettivo ed economico), quanto per quel che riguarda il fiscal compact che per essere rispettato, supponendo un improbabile deficit non in aumento, richiederebbe una crescita costante tra il 2.6 ed il 3%, superfluo definirla fuori portata.
Il debito inoltre non pare affatto sotto controllo e tende al 137%, gli interessi costano annualmente tra gli 80 ed i 95 mld €, nel 2015 inizierà il rimborso dei titoli a più breve scadenza collocati nel 2011 con spread a 500 (partita che, secondo alcuni analisti potrebbe valere circa 200 mld) e le privatizzazioni risultano più difficili del previsto con Fincantieri quotata solo parzialmente (da oltre 600 mln a circa 400 mln) Poste, Enav rimandate e la vendita di asset come Grandi Stazioni e RaiWay in sospeso, tanto da ipotizzare la cessione entro l’anno di un 5% di Enel ed ENI, pezzi pregiati e più facilmente collocabili essendo già negoziabili su vari mercati azionari.

Come già citato tutto intorno all’Italia la situazione è variegata Usa, Uk, Spagna ad esempio sono relativamente ben impostati, la Germania sta rallentando, ma continua ad essere una locomotiva, il sud America vive una situazione molto complessa, con una situazione monetaria non facile ed il default dell’argentina, che sebbene non spaventi è da monitorare perché si sa che i capitali ormai viaggiano sulle fibre ottiche di internet e non è più necessario un Atlantico di mezzo a metterci al riparo da ripercussioni. La Cina viaggia sulla sua canonica percentuale di crescita attorno a 6.5% che più o meno soddisfa, mentre l’Africa, epurata del Sud Africa che già a vissuto un suo boom economico, crescerà attorno al 6-6.5% ma ovviamente partendo da una situazione decisamente arretrata.

Portando il focus sull’Europa, come citato in precedenza e come scritto i giorni scorsi, Spagna ed UK sono ben impostati, il Portogallo, del quale non va invidiata la situazione sociale al pari della Grecia, ha avuto la forza di sborsare, grazie anche ai nuovi meccanismi di salvataggio bancario elaborati dalla ECB, 4.9 mld € per il salvataggio di Banco Spirito Santo (noi ce l’avremmo fatta?), ma complessivamente l’Europa dovrebbe crescere attorno all’1%, meno del previsto.
Parlando di Europa non si può esulare dal discutere la questione esteri, una questione che risulta caldissima, con troppi fronti aperti e poca autorevolezza dell’unione nel gestirli.
Sono presenti la questione Libica, Israeliana, Irakena, se vogliamo Nigeriana, la Siria ed infine l’Ucraina. Tralasciando i drammi umanitari è innegabile che queste situazioni calde abbiano un notevole impatto economico sull’Europa per la questione energetica, per la gestione dei flussi migratori, per la maggiore difficoltà delle aziende (e di italiane ve ne sono molte) che operano in quelle zone.
Il caso dell’Ucraina è emblematico, analisti stimano che il costo delle sanzioni imposte alla Russia possano valere un ulteriore calo del PIL attorno allo 0.2-0.3% per l’area euro e dello 0.3-0.4% per la Russia (tour operators russi sono già falliti e sono stati sospesi i voli di una compagnia partner di Aeroflot) ovviamente in Europa le ripercussioni saranno eterogenee e l’Italia potrebbe essere una degli stati più penalizzati considerando gli alti rapporti commerciali con Mosca, la presenza di industrie italiane in territorio russo, la dipendenza energetica e, in riferimento alla questione libica e medio orientale, la posizione di snodo per i flussi migratori.
Di un simile indebolimento si avvantaggeranno gli USA, che potranno aumentare ulteriormente, e sfruttando anche il tema energetico, la loro influenza entro i confini europei e con quali sarebbe auspicabile riuscire a concludere almeno parzialmente i trattati TTIP, e la Cina che può fare il “doppio gioco” diventando un partner sempre più importante sia per la Russia che per l’Europa.

Fatto questo non esaustivo excursus per dare una idea della situazione globale che dobbiamo avere sempre in mente, risulta non meno che lampante che ben poca cosa sono i dissensi e le tensioni sul nostro Senato (per carità, importantissimo). Il non saper fare o il ritardare anche solo di un mese decisioni economiche critiche, potrebbero costare occasioni non più ripetibili.
Altrettanto chiaro è che il contesto richiede una forza italiana ed europea che ora manca e che va ritrovata con le vere riforme economiche e di Governace rivolte alla crescita, tanto a Roma quanto a Bruxelles. L’elenco delle azione da fare è lungo, sicuramente complesso, richiede volontà politica e reale desiderio di cambiamento e di abbandono di dogmi, privilegi, arroccamenti storici, ma fortunatamente è un elenco ben noto. A livello europeo vale la pena sottolineare come sia indispensabile un minor ricorso all’austerità ed una maggiore capacità di leggere i contesti economici adattando di conseguenza la politica economica con maggiore unione, cooperazione, integrazione e condivisione di rischi e benefici; ad esempio la revisione del fiscal compact in un momento come questo è un passo fondamentale per consentire, ad esempio all’Italia, di sviluppare un piano di investimenti che possano ripagarsi in termini di PIL, ma soprattutto di lavoro, indotto, aumento potere d’acquisto, aspettative ed opportunità per le persone, adeguamento della competitività del paese tramite il sostegno alle imprese private e tramite importanti adeguamenti infrastrutturali, energetici, tecnologici.

Il ruolo della ECB in un contesto similare entra prepotentemente sia per contrastare, cosa che ha come mandato, la deflazione con tutti quegli strumenti che dichiara di aver pronti, ma che ancora non ha deciso di utilizzare, sia per sostenere in modo immediato con misure di QE il mercato interno, l’export le attività delle imprese nei paesi in condizioni simili a quella italiana. Sarebbe la prima fase, quella shock, con impatto immediato sull’economia a valle della quale però è necessario un piano di investimenti concreto preciso e redditizio che rappresenti la fase di medio-lungo termine su cui creare la ripresa strutturale.

Un approccio europeo di cooperazione e condivisione è il solo che può rimettere l’UE in condizione di avere la possibilità di dialogare più o meno alla pari con gli altri competitori globali, i quali potrebbero anche essere in certi casi ostili, come potrebbe esserlo la Cina (ma non solo), ben venuta quando convoglia capitali finanziari e non speculativi, investe e permette la crescita ad aziende in difficoltà o in fallimento, ma che può avere mire di influenza verso una direzione a loro troppo favorevole nelle strategie, quando addirittura nelle politiche governative, andando a configgere con gli interessi dei paesi ospitanti.
Questa considerazione in Italia dobbiamo averla ben in mente anche se i vincoli di bilancio e la necessità di capitali ed investimenti esteri unita all’attrattività di molte nostre imprese, oggi ancora a buon mercato, ci rendono una preda interessante. Attualmente la soglia di pericolo è ancora lontana, nessun asset strategico è stato completamente ceduto, ma dopo l’ingresso dei cinesi al 30% in CdP-Reti, detentrice a sua volta del 30% di Snam ed a breve del 30% di Terna, al 2% in ENI, Enel, è stata la volta di Telecom, FCA, Prysmian sempre col significativo 2.001% che impone la comunicazione alla Consob, come dire che il segnale “mandarino” è stato lanciato: “l’interesse c’è, vi stiamo addosso, qui troverete capitale”, ma poi c’è da scommettere che il patto richiederà senza dubbio una contro partita. Notare i settori di investimento: Energia, Tecnologie ed Interne, Automotive, tutti settori sui quali, andando alla ricerca del primato assoluto, il paese dell’estremo oriente ha basato la sua esplosione economica.

Se le nostre vicende interne ci sembrano estremamente complesse, e non v’è dubbio che lo siano, avendo una visione più olistica di quanto si sta muovendo nel mondo è facile capire dove allocare le priorità immediate, e ciò vale tanto a Roma quanto a Bruxelles, perché pare proprio che in tutto questo fermento gli unici alla finestra, per volontà o per necessità, siamo noi europei.
È questo il ruolo che immaginiamo per l’Unione Europeo?
Se la risposta è no risulta quanto mai indispensabile darsi da fare con la massima urgenza.

Rapidità necessaria e cambiamento Europa
Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre
Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia
Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola
Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso
Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo
Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti
Dati economici che cominciano a preoccupare
Deflazione
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
ECB
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
La ECB verso lo stop all’acquisto di Bond?
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già
Le misure di Draghi ci sono, con un ma….
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole?

04/08/2014

Valentino Angeletti
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Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola

Con leggero ritardo anche la Confcommercio ha ridotto le stime di crescita del PIL Italiano portandole dallo 0.5% allo 0.3% per il 2014, mantenendo la previsione per il 2015 allo 0.9%. La rettifica non sorprende e segue quella del FMI e del Codacons. Al momento solo il Governo pare non essere intenzionato, forse attendendo i dati ufficiali sulla crescita nel Q2, a rivedere la stima sul 2014 fissata a 0.8%, che, ricordo, fu definita pessimistica, di caso peggiore, dal Ministro Padoan solo qualche mese fa e che ora è lo stesso Premier Renzi a dichiarare difficilmente raggiungibile, pur chiosando (durante un’intervista a Friedman) che una crescita di 0.3%, 0.5%, 1% o 1.5% non farebbe alcuna differenza. L’affermazione probabilmente si riferisce al solo 2014 e vuole essere rivolta allo stato delle famiglie, come per dire che nell’immediato le famiglie non se ne renderebbero conto, rimane però imprecisa e superficiale perché quando ad ottobre si dovrà redigere il documento di economia e finanza e si dovranno verificare i parametri europei le differenze di PIL possono valere fino a 15-16 miliardi con conseguente ripercussione sui provvedimenti da adottare che inutile dire essere strettamente collegati alla pressione fiscale.

Proprio il dato sulla pressione fiscale risulta essere quello più sconvolgente, raggiungendo il primato assoluto del 53,2%, tale da superare Danimarca (51.3%) e Francia (49.5%) i cui livelli di servizi e welfare non sono neppure lontanamente paragonabili ai nostri che definire preistorici è spesso più che calzante. Il dato italiano ovviamente è un dato medio e se quindi per certe categorie di lavoratori l percentuale risulta più bassa, per altre, come artigiani e commercianti può superare il 70% (insostenibile pressoché ovunque).

L’allarme sulla pericolosità di una vessazione così elevata oltre a provenire da Confcommercio era già arrivata dal FMI che annoverava tra le cause di recessione, stagnazione dei consumi, assenza di investimenti internazionali, nazionali, pubblici e privati, proprio il regime fiscale opprimente, così come dall’Europa che consigliava caldamente di spostare la pressione fiscale da famiglie, lavoro, imprese, produzione verso rendite e consumi (aggiungo io in modo progressivo) consiglio solo parzialmente ed incompiutamente perseguito. Gli 80€ in busta paga e l’aumento delle trattenute sulle rendite sono andate in tale direzione, ma la situazione è così grave ed è stata fatta colpevolmente negli anni correre così a largo che senza ulteriori implementazioni risultano essere solo una goccia in un oceano.

In una contesto simile, ulteriore beffa, l’evasore si sente relativamente tutelato, quasi premiato, essendo, e sono parole della nuova Direttrice dell’ Agenzia delle Entrate Orlandi, sanatorie, condoni, scudi il pane quotidiano. L’evasore quindi è portato attendersi un’assoluzione. Ciò detto non è affatto incomprensibile come lo scoramento, il disagio sociale, la sensazione di impotenza fino all’astio ed all’ira possano divenire sentimenti estremamente pervasivi.

Le misure da adottare sul fronte economico sono ben note e qui più volte ribadite tanto che è un insulto ripeterle per l’ennesima volta. Molte in realtà sono già in programma come la spending review di Cottarelli (il quale non mi stancherò mai di ribadire non ha alcun potere attuativo, ma risulta essere un consulente più che un commissario) o le privatizzazioni (ci si augura fatte per conciliare la necessità di reperire risorse con quella di consentire sviluppo ed investimenti a campioni nazionali che sono fondamentali per l’industria e la crescita del paese), ma afflitte dai cornici ed italici slittamenti.

Il punto delle riforme istituzionali è altrettanto importante, una macchina statale agile, snella, efficiente è basilare perché tutta l’infrastruttura funzioni correttamente ed in tempi rapidi, e lo è parimenti per attirare investimenti e capitali esterni, per incrementare fiducia dei partner internazionali governativi e non, per avere l’autorevolezza e la credibilità necessaria a chiedere concessioni (più o meno rientranti nei patti in essere) alle istituzioni europee.

Proprio sulle riforme istituzionali si stanno vivendo momenti di grande tensione, animati da ostruzionismo, blocchi, minacce di Aventino, accuse di autoritarismo, tanto da far slittare di giorno in giorno i lavori parlamentari con la conseguente perdita di tempo preziosissimo. La determinazione di Renzi, che ha evidentemente inserito la riforma del Senato tra le priorità assolute, nel raggiungere l’obiettivo è ammirevole, anche se ciò vorrà dire arrivare fino a settembre inoltrato.

L’ostruzionismo, democraticamente impeccabile, ma drammaticamente infantile quando, come in tal caso, fine a se stesso e quando si possono leggere inverosimili emendamenti come centinaia tra quelli presentati, è più che devastante in un periodo di siffatta urgenza perché innesca una spirale di inazione di cui non c’è affatto bisogno. Esso blocca il processo riformatore della macchina statale, impedisce di allocare le opportune forze e concentrazione sulle riforme economiche, sulle questioni internazionali, sulle vicende europee incluse le nomine ed il semestre di presidenza italiano che ci dovrebbe consentire di dettare l’agenda delle priorità.

C’è da scommettere che quando sarà la volta del confronto sulle unioni civile, altro punto altamente “divisivo” che il Governo ha esplicitamente detto di voler affrontare a stretto giro, nuove fazioni, nuove prese di posizione e nuovi ostacoli sorgeranno arcigni causando il solito lavoro ad intermittenza, le solite vergognose scene nelle onorevoli aule del Parlamento e la consueta dispersione di energie e smarrimento rispetto all’obiettivo finale della ripresa economica che si è tenuti a dover perseguire.

Nel mentre il tempo scorre, il semestre europeo italiano si accorcia sempre di più, le tensioni internazionali che ci toccano geograficamente ed economicamente molto da vicino si acuiscono, ed i dati, cattivi loro, senza azioni mirate e concrete non vogliono proprio migliorare. Sembra che non tutta la politica sia capace, o ne abbia la volontà ovvero l’interesse, di quella la visione strategica e d’insieme necessaria a traghettare l’Italia verso il lungo e tortuoso sentiero del riassetto.

Questa doveva, da almeno 3 anni, essere l’epoca del cambiamento, l’era delle riforme, delle misure shock, il periodo di una collaborazione trasversale extra partitica per implementare un piano di medio-lungo termine che ridesse all’Italia, ed all’Europa, la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo economico politico dominante nel mondo globale, invece si sta trasformando, o meglio si sta conservando, come un periodo  di scontri, di frizioni, di accuse, di arroccamenti (e qui il riferimento a tutta quella che è l’industria italiana non è casuale), di prese di posizione partitiche quando non settarie o personalistiche, di violenza verbale, di testardaggini e prese di posizione a volte al limite dell’anacronistico, tutt’altro che quella flessibilità, resilienza, proattività, apertura mentale, visione strategica e pensiero laterale che contraddistinguono tutti leader e tutte le organizzazioni vincenti nel mondo moderno.

Che fare dunque?

Questa è una domanda spinosa, semplice tanto quanto fondamentale, la risposta forse non esiste, di certo andrebbe cambiata la mentalità di taluna classe dirigente e certamente andrà preso un rischio. Per alcuni, anche autorevoli, ormai non c’è più nulla da fare ed il tracollo è mera questione di tempo, per altri sarebbero necessarie elezioni ed un governo forte non di compromesso visto che al compromesso con le larghe intese non si è finora giunti, altri ancora confidano nella discussione e nel dialogo come accade nelle democrazie vere e come sarebbe auspicabile, ma evidentemente l’Italia allo stato attuale non è una democrazia matura a tal punto da produrre confronti negoziali e tavoli di discussione propositivi che portano soluzioni e non solo critiche e muro contro muro; non è matura come non lo sono del resto certi atteggiamenti e certe personalità ai vertici della catena di comando per le quali troppo hanno pagato il paese e noi cittadini.

Quale che sia la soluzione scelta dovrà essere perseguita con determinazione e rapidità fin da subito perché stiamo continuando a perdere troppo tempo con gli eventi che si avviluppano sempre di più senza che l’Italia abbia modo di porvi un freno per puntare ad invertire la tendenza. La diretta conseguenza di un troppo lento procedere non sarà altro che il tracollo politico, istituzionale ed economico.

Link correlato: Volontà di cambiamento? 16/01/2014

 29/07/2014
Valentino Angeletti
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Alitalia: Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur

Alitalia-Etihad Fossi in James Hogan, CEO di Etihad, qualche dubbio comincerei a farmelo seriamente venire.

Nella trattativa su Alitalia è vero che gli Emiri hanno un enorme potere contrattuale ben sapendo di  essere l’ultima spiaggia, ma è altresì vero che stanno comunque acquistando una azienda che nel  2013 ha perso 569 milioni di €, che ha necessitato di svariati salvataggi statali, che gli stessi capitani  coraggiosi, lungimiranti industriali italiani, non hanno saputo salvare nonostante la scissione in bad  company, totalmente in carico al pubblico e good company sotto la loro gestione, che negli anni è  stata un mezzo di creazione di posti di lavoro ingiustificati e di concessioni clientelari,  che è arrivata  ad avere un costo del lavoro esorbitante rispetto ai competitors, che non è stata in grado di rendere  efficiente la gestione dei processi e delle spese, così come ha errato clamorosamente il piano  industriale investendo nel corto raggio in particolare nazionale (tagliando in tal modo fuori tutte le  rotte lungo raggio, in primis quelle verso Asia, Africa e Medio Oriente), quando era già evidente che  la concorrenza dei treni veloci sarebbe stata difficilmente vinta. A ciò si aggiunse il rifiuto della proposta Air France, che avrebbe previsto anche l’accollarsi dei debiti evitando il ricorso al pubblico (l’AD di Air France allora disse: “per trattare coi sindacati ci vorrebbe un esorcista….”).

Hogan, non di certo uno sprovveduto, la situazione la conosce bene, così come sa bene che l’altro grande azionista di Alitalia, Air France appunto, difficilmente potrà aderire ad ulteriori aumenti di capitale visti i conti non eccellenti della compagnia francese e sa anche che Poste, con il nuovo Amministratore Caio ed in prossimità ad una delicata quotazione sul mercato, hanno dato disponibilità a sottoscrivere l’ADC (circa 40 milioni di € su 250) a patto di avere un ritorno, di verificare l’esistenza di un piano industriale concreto, insomma, proprio come lo stesso Hogan, Caio vuole un investimento serio e non ha assolutamente intenzione di elargire denaro per stipendi, contratti di solidarietà, pagamento forniture e così via, come fatto in passato sfruttando l’ingerenza dello Stato in simili aziende che di fatto si sono talvolta trasformate nel braccio armato del tesoro (una sorta di CdP versione 2.0).

Sembra proprio che, parafrasando il Ministro delle infrastrutture Lupi, non esista alcun piano B e che questa situazione vada conclusa rapidamente.

In tal scenario si inseriscono le proteste di alcune sigle sindacali, in primis la UIL, principalmente rappresentative degli operatori di terra che si schierano agguerrite contro i tagli proposti al costo del lavoro sul quale è stato indetto un referendum che non ha raggiunto il quorum (i votanti hanno raggiunto poco meno del 27%). Le divergenze sindacali sono molto veementi, in particolare il leader della CISL Bonanni, non ha lesinato di criticare aspramente le posizioni bloccanti e “corporative” delle sigle sindacali schierate con la UIL che rischiano di creare gravi problemi agli accordi ed al futuro della stessa ex compagnia di bandiera la quale potrebbe diventare la quarta compagnia mondiale se l’accordo con Etihad si concludesse positivamente.

L’affermazione più che mai oggettiva e concreta del premier Renzi trova assoluta riprova nei fatti, l’alternativa alla gestione di circa 2500 esuberi è mandare a casa tutti e 13200 i dipendenti, Monsieur del La Palice non poteva essere più chiaro ed incisivo, ma pare che a molte orecchie il monito serva costantemente per ricordare che su questa vicenda va posta la parola fine una volta per tutte, gli strascichi sono già stati troppo onerosi e penalizzanti per la competitività italiana e per le tasche dei cittadini.

Il caso è un emblema della situazione che in Italia perdura da anni (si può assimilare con le differenze opportune al caso MPS). Ci troviamo senza un piano industriale nazionale, senza che sia stata definito un percorso di crescita e di sviluppo per il paese, dove la scuola e l’università non sono in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro il che significa che domanda ed offerta non si incontrano quindi le poche opportunità di occupazione specifica che esistono non sono soddisfatte penalizzando giovani che non trovano lavoro ed aziende che non trovano addetti specializzati; analogamente si può dire  sul piano energetico e su quello turistico ove l’Italia potrebbe eccellere, ma dove per troppo tempo si è lasciato spazio ad azioni autonome locali sovvenzionando con incentivi centrali senza verificare l’effettivo ritorno o l’efficacia delle azioni implementate; si è spesso vissuto sul debito per creare lavoro inutile senza destinarlo invece ad investimenti ad alto ROI alimentando in gran parte dei casi meccanismi clientelari in più di un organo gestito totalmente o parzialmente dallo Stato; ci si è spesso gettati sulla finanza speculativa del brevissimo termine piuttosto che pensare alle generazioni future, perché in quel momento pareva che tutti guadagnassero, senza tenere in considerazione che il gioco è a somma zero, quindi se alcuni guadagnano, e molto, alcuni altri perdono; tante aziende (senza generalizzare, perché le eccellenze esistono e sono prova delle potenzialità insite negli italiani ben svantaggiati su molti fronti rispetto ai colleghi europei) non hanno saputo cogliere la sfida della globalizzazione e sono rimaste troppo piccole e senza la giusta filiera per competere nel mercato mondiale (ne è un esempio la GDO nostrana se confrontata a quella francese); si sono spesso protetti, con complicità a volte anche dei sindacati, privilegi antichi e piccoli gruppi in genere già ben tutelati a scapito delle nuove generazioni con il risultato di impedire il progresso e mantenere meccanismi anacronistici (esattamente stessa identica accusa che a ragione si può muovere al parametro del 3% deficit/PIL europeo) come ad esempio la CIG in sostituzione della quale non è mai stata pianificata alcuna forma di riqualificazione del lavoratore ove l’azienda non fosse più in grado di sopravvivere; non si è stati capaci di innovare a livello amministrativo, di governance, di mercato del lavoro, di processi e burocrazie, di tecnologie con il risultato di mantenere una macchinosità insostenibile; ovviamente ci si potrebbe dilungare molto oltre (evasione, corruzione ecc) e va sottolineato che tutto ciò prescinde dalla crisi che ne ha solo aggravato ed anticipato le conseguenze.

Nonostante la consapevolezza di quanto detto sopra, nonostante si sappia che troppo tempo è stato perso e si è davvero all’ultima spiaggia essendo già molti nodi venuti al pettine, sapendo che le riforme quand’anche fossero perfette porteranno risultati nel medio-lungo periodo (anche quelle implementate ed in via di implementazione avranno un consistente “delay time”) e che quindi l’immediato futuro richiederà ancora pesanti sacrifici, si insiste a non trovare un accordo tra parti che in una situazione normale potrebbero anche avere il dovere di scontrarsi (costruttivamente) e cercare ulteriore dialogo e confronto, ma che in casi di emergenza come questo devono fare forza comune per raggiungere l’obiettivo di “proteggere” gli interassi del paese o dell’azienda rappresentata. Invece no, anche in situazione in cui ogni minuto è prezioso, anche quando i dati continuano ad essere preoccupanti, si continua a non essere in grado di formare un tavolo comune in cui le parti, nel caso Alitalia Governo, sindacati, banche, Poste (nel caso del Governo i vari partiti) si siedono e si trovano d’accordo per capire quale sia il meglio ottenibile per la nostra compagnia di volo con le condizioni al contorno in essere. Prevalgono invece i particolarismi, l’ostruzionismo ad oltranza, la perdita di tempo, l’impasse perenne e ciò è riscontrabile appunto in alcune vicende del governo (che pure ha implementato non senza difficoltà alcune misure),  così come nei frequenti rallentamenti e rinvii in Alitalia.

Vedendo la “malgama” e l’instabilità in cui Hogan rischia di radicare una parte importante del proprio busieness e confidando in una marginalità di Etihad che consente ampiamente di attendere e trovare altre e più convenienti soluzioni, il considerare di temporeggiare e mettersi in stand by ancora un po’ potrebbe essere una mossa più che sensata.

Errare umanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur.

Solo alcuni link su Alitalia:
Alitalia-Cai verso la creazione di una nuova Bad Company? 03-05-14
Etihad-Alitalia; Alstom-GE, Siemens: la differente azione dei Governi 30-04-14
Lucchini, Alitalia e la grande industria 26-04-14
Dedica del primo maggio e speranza per una visione comune 01-05-14
Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto 02-04-14
Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività 02-02-14

26/07/2014
Valentino Angeletti
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Renzi, l’Europa e la partita cinese

Nelle prossime ore con l’ultima tappa in Kazakistan si concluderà il viaggio asiatico del Premier Matteo Renzi, del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e della importante delegazione industriale al seguito.

Dal punto di vista del Governo italiano gli obiettivi principali della visita erano quello di rafforzare la collaborazione e l’interscambio con l’oriente, Cina in particolare con la quale già sussistono 33 miliardi di scambi bilaterali, ma sbilanciati 23 a 10 in favore dei cinesi, e di attirare nuovi capitali ed investimenti nel nostro paese.

La volontà del Governo di spingere sul fronte degli investimenti esteri e conseguentemente anche su quello delle privatizzazioni è testimoniata dalla contemporanea presenza del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan negli Stati Uniti, in una visita avente lo stesso fine di quella del Premier, ma dall’altra parte del mondo dove si vorrebbe perfezionare e concludere il TTIP.

I messaggi lasciati da Renzi nella sua ultima conferenza prima di partire alla volta del Kazakistan  sono stati la richiesta di più investimenti da parte di imprenditori e del governo cinese in Italia, ma al contempo più coraggio da parte degli italiani nel valutare ed approfittare delle opportunità di business in cina esulando dall’idea di delocalizzazione per manodopera a basso costo, concentrandosi invece sul concetto di internazionalizzazione e creazione di una grande filiera distributiva e di marketing indispensabili per non sopperire nel mondo globalizzato.

Seguendo queste linee di pensiero, concettualmente più che corrette sia alla luce dell’evoluzione mondiale che delle condizioni del sistema paese italia dove capitali interni allocabili in investimenti ed innovazione con ritorno nel medio-lungo periodo languono, sono stati siglati numerosi Memorandum of Understanding (MoU) che hanno coinvolto molte aziende (Luxottica, Enel, Finmeccanica, Unicredit, Generali) e gli stessi Ministeri dello sviluppo Economico. Le tematiche di cooperazione spaziano dall’agricoltura, alla tecnologia, energia, smart city, reti intelligenti, ottimizzazione dell’uso del carbone fino allo scambio di know how e best practices.

La facilità con cui la Cina firma accordi e MoUè ormai notoria e dalla firma alla concretizzazione di progetti e business case concreti il percorso è di norma lungo e non privo di ostacoli, in ogni caso il viatico di certo è promettente, e l’importanza di partner come le economie asiatiche è indiscutibile; non mancano però i punti su cui prestare attenzione e meditare.

Il primo è il problema dei diritti umani e dei lavoratori spesso violati. Argomento che non si può soprassedere valutando solo i benefici economici derivanti dalla collaborazione bilaterale. Uno stato civile, come ogni azienda seria, deve seguire principi di responsabilità sociale che deve esportare in particolare in quelle situazioni più lacunose. La Cina riguardo a ciò rappresenta sicuramente un’area da migliorare senza scendere a compromessi, vincendo quell’atteggiamento di chiusura che si cela nella mentalità cinese al di là delle accoglienze e delle occasioni formali.

Il secondo è la questione ambientale e dell’inquinamento, problema che mina la salute degli abitanti delle megalopoli, che sta raggiungendo livelli non sostenibili e che effettivamente incute preoccupazione nello stesso Governo cinese un tempo non eccessivamente sensibile all’argomento. Alcuni accordi in particolare riguardo al carbone, al nucleare, alle rinnovabili ed alle tecnologie turbogas siglati in questi giorni vanno proprio in questa direzione. Stessa direzione in cui parzialmente va l’accordo sulla fornitura di gas trentennale stipulata tra Pechino e Mosca solo qualche settimana fa (notare i due accordi per fornitura di combustibile con Gazprom e per tecnologie turbo-gas con Asnaldo – Shanghai Electric).

Il terzo punto è l’altissimo grado di corruzione che dilaga tra i colletti bianchi cinesi, i mandarini, i funzionari governativi e la rampante classe dirigente che spesso impone alle aziende estere operanti nel paese di scendere ad inaccettabili compromessi.

Il quarto, ma non per importanza, è proprio la tendenza alla chiusura dei cinesi. Tendenza che si nota anche nelle comunità instauratesi fuori dal paese d’origine; ne è un esempio il caso italiano di Prato. Fino ad ora è innegabile che il modo di agire del mondo cinese, totalmente in opposizione al concetto di Open Innovation occidentale (europeo e statunitense), sia stato quello di appropriarsi delle conoscenze e tecnologie occidentali tramite partenariati o acquisizioni di aziende, dominarle ed internalizzarle sfruttando il vantaggio competitivo dato dal loro modus operandi in tema di lavoro, manodopera, produzione, vincoli ambientali ecc, per poi rifornire gli stessi mercati occidentali stroncando in qualche circostanza i competitori locali. Non ha caso le accuse di spionaggio industriale (anche cibernetico) che gli USA dichiarano di aver subito e di subire regolarmente da parte di spie ed hacker cinesi assumono toni sempre più accesi. Da considerare che in questo frangente anche l’economia cinese sta rallentando, in particolare per il rallentamento dell’economia globale, mentre rimane relativamente forte il loro mercato interno. Ciò forse potrà renderli maggiormente aperti ed una più effettiva e reale cooperazione oppure renderli ancora più chiusi e protettivi nei confronti del loro mercato interno.

Il nostro paese potrà dal canto suo contare sul brand di cui indiscutibilmente gode in particolare relativamente al turismo, al lusso, all’enogastronomia, alla sartoria ed al tessile che rappresentano uno status symbol per le classi dei nuovi ricchi cinesi; potrà contare sulla stima che la Cina ripone nell’Italia e sulla manifesta intenzione di voler investire in aziende italiane, come ha dimostrato il superamento del 2% (soglia oltre la quale è obbligatoria la comunicazione alla Consob) in Enel ed Eni, e quindi la fiducia nei business italiani di interesse cinese. In sostanza si deve fare in modo che i campioni e le eccellenze indubbiamente presenti in Italia riescano a fare squadra in modo vincente ed a tal pro il supporto istituzionale è indispensabile.

Infine il Governo italiano dovrà essere bravo e convincete a portare l’occasione cinese all’interno dell’agenda di presidenza europea in modo da rendere la collaborazione Europa – Cina un caposaldo, perché se è vero che il nostro paese ha bisogno di investimenti, lo stesso vale anche per l’intera Unione, ed il rischio di un eccessivo avvicinamento tra Russia e Cina, che rappresenterebbe un fortissimo asse strategico-economico, è altissimo. Come in tutti i contenesti economici la diversificazione diviene una parola d’ordine anche nelle partnership commerciali, a maggior ragione in un periodo dove la crescita va perseguita con organizzazione e lungimiranza. Vedremo se i MoU siglati assumeranno concretezza e saranno profittevoli per ambedue i contraenti.

12/06/2014
Valentino Angeletti
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La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire…

Mosca-Astana-MinskPiuttosto sotto silenzio è passato nei giorni scorsi l’accordo commerciale per la  creazione del quarto mercato mondiale siglato tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.  Questa firma segue a ruota l’accordo da 400 miliardi di $ per la fornitura trentennale  di gas da parte della Russia alla Cina; gas, tra l’altro,  pagato a prezzo, a detta degli  esperti, abbastanza elevato, segno di un forte interessamento cinese verso la  sicurezza energetica e verso un combustibile meno inquinante rispetto al carbone. Le  emissioni inquinanti nelle grandi città cinesi non sono più sostenibili e stanno  diventando un grandissimo rischio, per la salute e per l’economia, che la Cina non può  più ignorare o nascondere.

Il patto tra la Russia, la Bielorussia ed il Kazakistan, chiamato Eurasiatico ma che di  Europeo ha ben poco, segna in modo abbastanza chiaro la volontà russa di fortificarsi  verso oriente probabilmente per far fronte da un lato al TTIP (Transatlantic Trade  and Investment Partnership) tra USA ed EU, che al momento rimane ancora arenato ma la cui importanza per le due economie coinvolte è enorme (potenziale stimato in 120 miliardi annui), e dall’altro alle dichiarazioni della Commissione Europea di voler diversificare maggiormente il proprio approvvigionamento energetico e di GAS (il 27% del gas importato europeo viene dalla Russia, di questo il 50% transita per l’Ucraina; ed il 33% di petrolio), a cui hanno fatto seguito le ipotesi di stress test energetici per definire con precisione l’impatto di un eventuale stop delle forniture Russe e quelle di una agenzia unica di acquisto di energetici.

La crisi Ucraina, ancora in essere benché la disponibilità (non si sa quanto di facciata) di Putin a collaborare con USA e EU per la sua risoluzione mantenendo però legittimo l’esito del referendum separatista, ha messo l’Unione di fronte ad un rischio percepito ma mai affrontato realmente. Il principale partner energetico per l’Europa potrebbe essere proprio Obama che si è detto disponibile ad avviare le esportazioni di shale gas verso il vecchio continente (già iniziate con un accordo siglato da Enel ed Endesa), ma che richiederebbe importanti investimenti in infrastrutture di trasporto, stoccaggio e trasformazione e che quindi non può essere considerata una opzione per il breve termine. L’Europa del resto in tema di energia rimane ancora piuttosto arretrata, non è in grado di sfruttare in pieno le proprie risorse (come i giacimenti nell’Adriatico) e la frammentazione del mercato elettrico, così come dei sistemi di trasmissione, rende il mercato poco interconnesso ed estremamente eterogeneo per costi e qualità del servizio. Evidentemente il compito importante, ora di Oettinger, in futuro della nuova commissione energia della EU sarà quello di migliorare questo scenario ristrutturandolo in modo significativo.

La Russia, dal canto suo, con l’ultimo trattato, che per ora non prevede una moneta unica (ipotesi discussa) così come non comporta la libera circolazione delle persone (temuta da Astana, vista l’autorità con cui Putin difende le popolazioni che si sentono di etnia Russa assai presenti in Kazakistan) e che rimane limitato agli aspetti economico-commerciali, vuole continuare a mantenere il suo ruolo da grande player mondiale messo in discussione da stati più o meno emergenti che crescono a tassi ben superiori rispetto a quelli di Mosca. L’energia, e la fame che il mondo ne ha,  è il grimaldello che apre le porte alla Russia e le mire egemoniche del Cremlino si evincono anche dalle strategie delle sue multinazionali Gazprom, Rosneft e Lukoil che si stanno muovendo a mezzo di importanti acquisizioni in tutti i settori direttamente o indirettamente coinvolti con gas e petrolio, dal trading di commodities fino alla chimica che di petrolio si nutre. Le operazioni di M&A in Europa operate da Gazprom, Rosneft e Lukoil (quest’ultima principalmente nell’est del continente) sono monitorate, forse con ritardo, dalla Commissione, per evitare, in particolare per quel che concerne gasolio e derivati, di dipendere quasi esclusivamente dai colossi ex sovietici. Tale questione mette in risalto un ulteriore problema del quale la commissione energia EU, ma anche i singoli stati e le multinazionali del settore, dovranno discutere, ossia cosa fare di vecchie centrali elettriche ad olio o raffinerie non più in produzione perché non competitive  e sempre fuori mercato che dovranno prima o poi essere necessariamente dismesse o riconvertite non senza costi che le aziende private ed i singoli stati membri, alla luce della situazione economica in essere e dei vincoli di bilancio, non possono accollarsi in autonomia.

30/05/2014
Valentino Angeletti
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La crisi ucraina a tre settimane (troppe) dal giro di boa delle elezioni

La crisi ucraina continua ad aggravarsi, purtroppo anche in termine di perdite umane.

Negli scorsi giorni si è tenuto il vertice bilaterale tra USA e Germania. Il Presidente ed il Cancelliere convengono sulle sanzioni da applicare alla Russi, ma al di là dell’ufficiale linea comune sussiste almeno una differenza: la Germania, così come la parte dell’Europa che orbita commercialmente ed energeticamente attorno al Cremlino, vorrebbe sanzioni  meno pensanti nei confronti di Putin di quanto non vorrebbero gli USA. Altamente probabile che la motivazione sia appunto da attribuirsi agli importanti scambi commerciali ed energetici che vi sono tra Russia e Germania, ma anche Italia e tutti  i paesi nordici e dell’ex blocco sovietico.

Obama, dando corpo alla propensione statunitense, non pare orientato ad intervenire militarmente, limitandosi piuttosto a seppur pesanti sanzioni. Come abbiamo ricordato più volte, il fatto di essere al sicuro dal punto di vista energetico ha orientato la Casa Bianca e l’opinione pubblica statunitense a propendere per il ritiro graduale delle truppe da zone storicamente calde e strategiche per produzione ed approvvigionamento di idrocarburi (come il medio oriente) potendo così risparmiare dal punto di vista militare e non rischiando di invischiarsi in situazioni costose e dal dubbio esito, memori di conflitti passati.

La minor convinzione dell’EU nel proporre sanzioni è testimoniata dall’assenza della lista “nera” di aziende ed oligarchi (tra l’altro demandata ai singoli stati cosicché una azienda bandita in uno stato membro potrebbe non esserlo in quello confinante) già stilata invece dagli USA. Al contempo però si nota l’impossibilità di alcune multinazionali nel tagliare nettamente i ponti con certe realtà Russe che dominano il settore dell’ Oil&Gas, con in prima linea i colossi parastatali Rosneft e Gazprom.

Nel frattempo gli scontri nell’est dell’Ucraina proseguono con violenza. Putin, che come Obama non è ufficialmente intervenuto nel conflitto, asserisce che il patto di Ginevra ottenuto con tante difficoltà sia stato violato dagli interventi (utilizzando anche elicotteri da combattimento) di Kiev contro gli occupanti filorussi che, ed è l’unica buona notizia, hanno rilasciato gli osservatori OSCE precedentemente trattenuti.

L’IFM che si era detta disponibile ad avviare il piano di aiuto economico in favore di Kiev,  alla luce della perdita ufficiale del controllo dei territori dell’est attualmente in mano ai filorussi, ha rimesso in discussione l’intervento. Il piano biennale varrebbe 17 miliardi di $ complessivi a sostegno dell’Ucraina, dei quali 3.2 disponibili immediatamente, che avrebbero consentito di pagare i debiti sulle forniture di gas contratti da Kiev con Gazprom e quindi Mosca.

Il debito dell’Ucraina con la Russia, in particolare relativo al Gas, è un altro punto fondamentale. Mosca ha dato un ultimatum all’Ucraina, qualora non venisse pagato entro maggio il Cremlino avrà il diritto di bloccare gli approvvigionamenti, considerando anche l’esistenza di una clausola negli accordi tra Russia ed Ucraina che vincola i secondi a pagare le forniture anticipatamente. Incontri di mediazione tra il ministro dell’energia Russo Novak ed il commissario europeo Oettinger si sono tenuti senza risultati di rilievo e si terranno anche nel mese in corso, ma la situazione resta comunque delicata ed il tempo è poco.

Un giro di boa fondamentale per comprendere l’evoluzione della vicenda saranno le elezioni ucraine del 25 maggio, se esse non dovessero svolgersi in trasparenza e se sorgessero sospetti di brogli in favore della Russia potremmo essere di fronte alla fatidica goccia che farà traboccare il vaso e che costringerà gli Stati Uniti ad intervenire al di là delle pesanti sanzioni economiche che fino ad ora sembrano aver poco scalfito Mosca la quale punta a rafforzare i ruoli di egemonia nel capo energetico, forse messo in discussione da nuovi scenari e nuovi players (shale gas in USA e non solo, il TTIP, le potenze asiatiche) ed in quello dell’immagine, andata via via deteriorandosi, agli occhi del suo orgoglioso popolo e del mondo che ha con le Olimpiadi invernali di Sochi ha visto l’inizio di un processo propagandistico decisamente ascendente. A quel punto l’intervento militare USA, pur rappresentando l’ultimo e sgradito provvedimento, potrebbe divenire realtà così come le controffensive della Russia. Ci sarà da capire che decisioni vorrà prendere l’Unione, ufficialmente schierata con Obama e Kiev, ma restia a rompere definitivamente con Putin.

Gli scenari possibili sono vari, certo è che la soluzione diplomatica ed il patto di Ginevra sono subito apparsi d’argilla e che di qui al 25 maggio intercorrono oltre 3 settimane di possibili rappresaglie e guerriglie che potrebbero aggravare ulteriormente un bilancio già a tinte molto fosche.

Link Russia e Crisi ucraina
Crisi Ucraina: mire Russe d’egemonia energetica? 30/04/2014
Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia 28/03/2014
La delicata questione Russo-Ucraina: intrecci di politico-economici con al centro energia e strategie Geo-Politiche 16/03/2014
Il gas russo e le contraddizioni energetiche italiane ed europee 08/03/2014
Capacity Payment e Sorgenia: argomenti da scindere 02/03/2014
Verdetto S&P, vivacità USA, forza Russa confermano le difficoltà Europee 21/12/2013

03/05/2014
Valentino Angeletti
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Tre elementi del bilaterale Italia-USA, senza perdere di vista Europa, Cina e Russia

Sì è concluso il viaggio del Presidente USA in Italia. Ovviamente Obama ha mostrato tutto il suo apprezzamento per le personalità ed istituzioni che ha incontrato: dal Papa che ammira profondamente, che potrebbe essere un’icona a Stelle e Strisce e col quale ha parlato di temi etici, ma anche della povertà dilagante, della fame e della crescente disuguaglianza che i due leader vorrebbero debellare a cominciare dalle forme più estreme; al Presidente della Repubblica Napolitano con il quale vi è una lunga amicizia e con cui ha parlato tra le altre cose dei temi internazionali e della Russia che il Presidente italiano non vorrebbe isolare, ma riavvicinare con la diplomazia; fino a concludere con l’incontro con il Premier Renzi.

Poiché i convenevoli, quasi eccessivi, sono esternazioni, anche se sincere, di certo rituali che si rinnovano ad ogni incontro istituzionale tra Leaders (ricordiamo gli incontri tra Merkel e Monti e Letta prima e Renzi poi, oppure quelli tra lo stesso Obama, con i predecessori di Renzi), non c’è troppo da crogiolarsi per questa “profonda sintonia” verbale. Occorre guardare oltre alla dichiarata stima, all’appoggio alla politica di Renzi, al processo riformatore ed ai complimenti per l’energia che il nostro Premier indubbiamente mostra nell’aggredire i problemi, e forse la parola energia non è sta usata a caso perché il tema energetico è di primo piano per analizzare alcuni aspetti.

Innanzi tutto Obama inserisce il viaggio in Italia, che aveva come primo obiettivo l’incontro con il Papa, in un tour Europeo e medio orientale che ha visto, per la prima volta dal suo insediamento nel 2009, il presidente USA recarsi presso le più alte istituzioni Europee; dopo l’Italia sarà la vota di Riad, Arabia Saudita. La crisi Russo-Ucraina ha infatti mutato la politica estera statunitense, fino ad ora orientata ad un progressivo ritiro dal Mediterraneo e dal Medio-Oriente perché la rivoluzione dello Shale Gas stava (e sta) portato gli States verso l’indipendenza energetica. Il presidio strategico della zona era garantito dalle basi statunitensi e NATO presenti nei paesi alleati, come appunto l’Italia, quindi una riduzione dell’impegno militare poteva avere un senso, considerato l’approvvigionamento energetico interno ormai raggiunto e l’abbattimento dei costi che ne sarebbe derivato.
Ora le cose stanno cambiando, già da svariati mesi si è assistito ad un escalation delle dimostrazioni di forza di Putin ed il timore degli USA è che la dipendenza energetica dell’Europa (Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche Germania ed Italia) nei confronti della Russia porti il vecchio continente ad essere eccessivamente clemente con Putin al quale saranno dirette sanzioni via via crescenti.
Nella stessa ottica si inseriscono il piano di aiuti (tra i 10 ed i 13 miliardi di $) che l’ IMF varerà a supporto dell’Ucraina, la quale non può più contare sull’appoggio russo ed alla quale Putin e Gazprom stanno chiedendo di saldare i debiti per le forniture (qualche miliardo di $) intimando lo stop delle esportazioni di gas, ed il via libera proprio di Obama alle export di gas naturale dagli Usa verso le coste europee.
Si ricorda che la maggior autonomia energetica del continente è uno degli obiettivi fissati dalla Commissione Europea.
La questione dell’energia è stata, è tuttora, e lo sarà sempre di più, di decisiva importanza per lo sviluppo e la crescita dei paesi, per i rapporti di forza e le strategie geo-politiche.
Le grandi multinazionali a cominciare da Gazprom e Rosneft (la seconda produttrice di Oil dopo la saudita Aramco) stanno ampliandosi nei settori affini, ultimamente Rosneft, già al 20% di Saras, ha rilevato il 13% di Pirelli (circa 500 miliardi di $ di investimento in un settore, quello degli pneumatici, molto vicino al petrolifero) e si sta apprestando, sempre che gli USA non blocchino l’operazione per le tensioni con la Russia, a rilevare la divisione commodities di Morgan Stanley, deputata al trading di materie prime appunto. Gazprom agisce pressappoco allo stesso modo sul fronte del gas e dell’upstreaming. Non sono da meno le grandi compagnie di stato cinesi, che operano nei settori energy, oil&gas e delle terre rare eseguendo acquisizioni in tutto il mondo, incluse Canada, Africa ed USA (dove alcune operazioni sono state bloccate dal Governo statunitense). La banca popolare cinese ha superato quota 2% del capitale di Enel ed ENI attingendo al flottante e diventando il secondo azionista dopo lo Stato.

Un secondo punto strettamente legato alle crisi internazionali è la spesa per la difesa: “la sicurezza non è gratis”, dice il Presidente statunitense.
Obama ha esplicitamente dichiarato che se gli USA, grande potenza con il più grande esercito e quindi spesa in valore assoluto, impegnano il 3% del PIL sulla difesa, analoga proporzione deve essere rispettata anche in Europa. L’attuale impegno europeo dell’ 1% del PIL crea uno squilibrio troppo grande. Forse qualche velato riferimento ai tagli italiani, parzialmente connessi all’acquisto in 7 anni dei 130, ridotti a 90, caccia F35 di produzione americana da circa 100-135 mln di € cadauno, sulla spesa militare stimata attorno ai 16 miliardi di € annui si è percepito.
La risposta di Renzi ha lasciato aperte tutte le porte, assicurando, come ha sempre fatto fino ad ora, il rispetto degli accordi, ma con un occhio al budget, visto che comunque i mercati, che qualche influenza politica oltre che finanziaria ce l’hanno, intimano la riduzione strutturale del debito.
La questione sulla spesa militare, sulla difesa, ed in particolare sulla NATO è tutt’altro che chiusa e risolta e necessiterà di ulteriori dialoghi.
La struttura europea fa sì che in campo militare non vi sia né coordinamento reale tra gli Stati membri, né un esercito (di mezzi e uomini) comune, né un piano strategico condiviso, è quindi evidente la dipendenza in questo settore dall’alleato USA e dalla NATO.

L’ultimo punto che vogliamo affrontare è quello del rapporto economico Europa-USA. Nei prossimi mesi dovrebbe essere sottoscritto il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo che riduce le barriere commerciali tra USA ed Europa e che rappresenta per ambedue le economie e per il mondo in generale un passo importante. Secondo alcune stime della Commissione Europea, potrebbe portare benefici per € 120 mld in Europa, € 90 mld in USA, € 100 mld nel resto del mondo.
Il rapporto Europa-USA però non può prescindere dalla ripresa dell’economia europea.
Infatti, se i provvedimenti di Obama in USA hanno ridato slancio, non vale lo stesso per il vecchio continente che continua, mediamente, ad affrontare notevoli difficoltà. Obama ha sottolineato che una ripresa europea è fondamentale per gli scambi USA-EU e per il rafforzamento dell’ Import-Export. A dire il vero con il livello di cambio in essere a beneficarne sarebbero più le esportazioni USA e quindi capitale europeo che attraverserebbe l’Atlantico, che non viceversa.
Perché questa ripresa avvenga il Presidente ha indicato in modo non troppo nascosto che alcuni Stati più forti (implicito riferimento alla Germania) devono abbassare il loro surplus commerciale incrementando i loro consumi interni rispetto alle esportazioni e facendo da locomotiva a tutto il continente. Prima ancora di ciò è però necessario il rilancio generalizzato dei consumi e del potere d’acquisto con una politica meno austera e vincolata a rigidi parametri, misure volte a lottare contro la disoccupazione dilagante ed una politica monetaria realmente accomodante. L’allineamento con Renzi e col PSE a guida Schulz è lampante.
Renzi si è detto ispirato dalla politica di Obama che rappresenta un suo modello, ma questo modello, che fin qui ha funzionato, è bene ricordare che è fatto di spesa pubblica e deficit oltre il 10%, un debito oltre i 17’000 mld $ (che ha comportato la revisione del tetto rischiando il fiscal cliff) detenuto in gran parte dai cinesi, una politica monetaria fatta di QE e di stampaggio di nuove banconote indirizzata quasi mese per mese dai dati sulla disoccupazione (obiettivo al 6.5%), grandi investimenti pubblici, sostegno al lavoro decisamente molto flessibile, sostegno al reddito con l’introduzione di un salario minimo e non con la competizione sui prezzi e salari come accade in Italia esponendola al rischio deflattivo, regime fiscale meno oppressivo, norme più chiare, e, non in ultimo (non ci stancheremo di ripeterlo vista la sua importanza), la rivoluzione energetica. Tutto ciò è stato in grado di innescare un meccanismo di re-industrializzazione degli USA attirando capitali ed imprese estere o che avevano delocalizzato.
Sostanzialmente il contrario di quanto è stato seguito in Europa e di quanto Renzi, Schulz e tutti i sostenitori di un’Europa sì più flessibile, ma al contempo più forte, omogenea (norme, finanza, banche, fisco, ecc) solidale e coesa, dovranno cercare, magari in prima istanza parzialmente, di far approvare alla burocrazia europea ed alla Germania.
Germania che si appresta ad ospitare, quasi fosse una contromossa, la visita del Presidente Cinese Xi Jinping, certo che tra i due stati si potrebbe creare un legame economico-commerciale forte ed indissolubile. In effetti pensare all’unione di due economie e manifatture simili, potenzialmente in grado di coprire da sole le proprie esigenze di materie prime ed il fabbisogno di gran parte del mondo rivolgendosi sia ai benestanti, con prodotti di alto di gamma made in Germany, sia alle masse, grazie ai prodotti a basso costo cinesi, può far tremare i polsi a tutti competitors.

L’asse e la condivisione degli obiettivi, che stando alle dichiarazioni pare esistere, tra Schulz, candidato PSE alla presidenza della Commissione EU, e Renzi, Premier in Italia la quale a luglio avrà i sei mesi di presidenza europea, si arricchisce di un terzo membro, Obama e gli USA.
Questa visione comune deve essere sfruttata e supportata da altri attori, come Francia e Spagna, per dirigere, ed Obama in questo anno di elezioni di medio termine dovrà partecipare attivamente spendendosi di persona, l’Europa verso un modello più sostenibile e riformatore, che non porti allo sfascio economico-sociale, all’ulteriore impoverimento della classe media già in via di estinzione ed al rafforzamento delle derive anti europee.

Link correlati:
Decennio Usa
Politica tedesca
Riforme europee
Obama – Italia a problemi simili soluzione antitetiche

27/03/2014
Valentino Angeletti
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