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“Stress Test”: nessun complotto, ma normale ‘amministrazione’

Timothy Geithner, ex segretario del tesoro USA dell’amministrazione  Obama,  nelle pagine del suo saggio“Stress test”, sul quale i media hanno talmente agitato le acque adducendo teorie cospirazioniste molto di moda in questo periodo che a tutti gli appassionati o curiosi è subito venuta voglia di precipitarsi in libreria, riporta che nel 2011 alcuni funzionari Europei si sarebbero recati presso di lui con lo scopo di ottenere appoggio nel tentativo di ostacolare i prestiti dell’ IMF all’Italia così da costringere l’allora Premier italiano Berlusconi alle dimissioni.

Questa sarebbe la seconda indiscrezione del genere dopo quanto scritto nel suo libro “Ammazziamo il Gattopardo” dal giornalista Alan Friedman secondo il quale già dall’estate del 2011, quindi prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi da Premier che avvennero nel novembre del medesimo anno, era stata sondata la disponibilità del Professor Mario Monti ad assumere la carica di Presidente del Consiglio.

Le reazioni alla notizia non sono tardate, l’Europa ha affermato immediatamente che qualora si fosse verificata una simile ingerenza non sarebbe di certo stata operata, né singolarmente né congiuntamente, delle tre più alte cariche, cioè Barroso, Van Rompuy, Rehn, che, al contrario, durante il G20 di Cannes in corso in quel periodo, si erano sempre schierati in difesa dell’indipendenza italiana e contro le proposte USA che avrebbero voluto per il nostro paese l’avviamento della procedura di amministrazione controllata. Dall’Italia FI ha addotto questa testimonianza come prova definitiva del complotto contro Berlusconi, fino ad arrivare ad ipotizzare un vero colpo di stato; più cauti invece gli ex alleati del Cavaliere, come Alfano e Fini, portati ad attendere chiarimenti in merito alla vicenda.

Non volendo né potendo entrare nei dettagli dell’episodio poiché con le informazioni in possesso sarebbe poco più di un esercizio di creatività e di caccia alla cospirazione, sorge immediata una considerazione.

Nel 2011 la crisi in Europa era in pieno svolgimento, l’Irlanda e la Grecia si trovavano sostanzialmente in default, il Portogallo e la Spagna non se la passavano bene, Cipro di lì a poco avrebbe richiesto aiuti europei e, complici la gestione europea della crisi e le dichiarazioni dell’olandese Dijsselbloem, si scatenò una corsa agli sportelli bancari; infine l’Italia aveva un livello di spread preoccupantemente alto che in breve avrebbe raggiunto i 511 punti base causando le dimissioni di Berlusconi. Va ricordato che l’Italia è la terza economia della zona Euro, membro del G7 e che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, un suo default non sarebbe stato sopportato dal sistema economico Europeo e forse neppure mondiale. La speculazione economica e finanziaria (non credo quella politica) era poco interessata alle conseguenze, poiché stava traendo un grandissimo beneficio dalle difficoltà europee.

Lo scenario era di certo estremamente preoccupante quindi, in tutta sincerità, non trovo assolutamente strano che i “grandi e potenti” della terra possano essersi riuniti e possano aver discusso di contromisure per cercare di arginare il problema. Tra i grandi a cui faccio riferimento c’erano senza dubbio Timothy Geithner, esponenti della finanza e delle istituzioni mondiali ed europee come FED, BuBa, BoE, ECB, IMF ecc.

Tra i problemi del nostro paese forse era annoverata anche l’incertezza ed instabilità politica (nonostante ritenga che da sola non è sufficiente a scatenare tutto ciò che si è verificato perché i mercati hanno uno sguardo ben più ampio) e tra le contromisure probabilmente era già da tempo stata considerata l’ipotesi Monti. In quel momento era presente Berlusconi, ma non avrebbero esitato a spodestare anche l’amico Monti qualora fosse stato nelle medesime condizioni ed adesso ci metterebbero due secondi di numero a voltare le spalle a Matteo Renzi se, secondo la loro concezione, si presentassero le motivazioni. Detto ciò i fatti hanno poi voluto che Berlusconi si dimettesse in tutta autonomia.

La complessità di questo mondo e gli intrecci sempre più stretti e perversi tra economia, politca e finanza credo che negli ultimi anni ci dovrebbero aver aperto gli occhi, allontanandoci da quell’ingenuità un po’ provinciale tipica di chi è abituato a considerare solo un piccolissimo perimetro di azione; gli scenari ora si sono trasformati in globali.

Del resto non mi parrebbe del tutto campata in aria, ed importanti testate economiche lo hanno riportato, l’ipotesi che la Germania avesse considerato molto seriamente il ritorno al Marco fin tanto da ripristinare la zecca ed i sistemi di stampa (alcuni giornali addirittura si spinsero ad asserire che fossero ricominciate le operazioni di conio).

Nessun complotto emerge quindi dal libro “Stress Test”, solo normale, ma non per questo corretta, amministrazione.

 13/05/2014
Valentino Angeletti
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I Monti Bond incombono su MPS

Ritorna in auge il travaglio relativo a MPS. Il caso scoppiò quando emersero i problemi di bilancio dell’istituto ed il suo coinvolgimento in indagini relative all’uso non regolare di strumenti derivati.
Senza entrare nei dettagli tecnici, per far fronte alle difficoltà di Banca e Fondazione MPS, detentrice del 33% dell’istituto, senza arrivare al fallimento potevano essere perseguite due strade, la nazionalizzazione oppure un prestito da parte dello Stato. Fu scelta la seconda via emettendo istantaneamente e senza batter ciglio circa 4.07 miliardi di bond, Monti Bond, per consentire il risanamento. In seguito cambiarono anche i vertici di MPS e Fondazione MPS, portando alla presidenza Alessandro Profumo, ex Unicredit, e nominando AD il DG Fabrizio Viola, il precedente presidente Mussari rimase alla presidenza dell’ABI (fino al 22 gennaio 2013), ai vertici della Fondazione salì invece, nel settembre 2013, Antonella Mansi, consigliere di varie aziende principalmente chimiche e presidente di Confindustria Toscana fino a dicembre 2011, ed iniziò un processo di riduzione di sportelli e del personale.

La possibilità di restituire i bond sembrò fin da subito piuttosto remota, le condizioni imposte, anche con il pronunciamento della EU che ha voce in capitolo circa gli interventi sulle banche, sarebbero state, per tempi e tassi, insostenibili anche per un istituto in buona salute, figurarsi per uno in difficoltà che avrebbe dovuto restituire in 2 anni i 4.07 miliardi con un tasso di interesse medio vicino al 9%. L’eventuale non restituzione del debito causerebbe la nazionalizzazione di MPS tramite cessione di azioni allo stato. Anche la quota detenuta dalla Fondazione potrebbe essere a rischio a causa delle sue difficoltà, infatti per ottenere 340 milioni di prestiti dalle banche la Fondazione ha dato in garanzia le sue quote in MPS che passerebbero ai creditori qualora il loro valore scendesse sotto 0.128 € per azione (attualmente il prezzo è di circa 0.1755).

Le condizioni sui Monti Bond hanno iniziato a farsi sentire e solo gli interessi che avrebbero dovuto essere pagati entro gennaio 2014 e che non verranno rimborsati, costano alla banca oltre 300 milioni di € più circa 120 di ulteriori interessi dovuti al ritardo. La banca chiuderà l’esercizio 2013 con circa 300 milioni di rosso.

Venendo alle vicende più recenti è stato proposto dal management un aumento di capitale di 3 miliardi di €, a fronte di un valore societario di borsa pari a 2 miliardi, quindi altro debito, da utilizzarsi in parte per ripagare gli interessi sui Monti Bond, vera priorità per lo Stato italiano che non si è detto interessato alla nazionalizzazione, ed in parte in preparazione agli stress test dell’Europa che coinvolgeranno tutte le principali banche.
Tale proposta è stata però osteggiata, avendola vinta, da piccoli azionisti e Fondazione, che non navigando essa stessa in buone acque non avrebbe probabilmente potuto sottoscrivere totalmente l’ADC andando a perdere la maggioranza relativa, e quindi il controllo, nelle votazioni in assemblea.

Probabilmente una immediata nazionalizzazione sarebbe stata la soluzione più razionale, ma effettivamente lo stato italiano stava affrontando un periodo molto duro sul fronte dello spread e si trovava in piena spending review, quindi impossibilitato ad accollarsi un istituto come MPS con tutte le problematiche da affrontare e senza precisi piani ed idee per il risanamento. È stata dunque preferita la più rapida opzione del prestito.

Il caso MPS è una dimostrazione, assieme ai casi Alitalia, Telecom (Telecom 1, Telecom 2), Finmeccanica ed altri meno eclatanti (Carige, Banca Marche ecc, ecc), di come sia stato possibile tramite un insieme di errori portare uno storico gruppo, la più antica banca del mondo e la terza per grandezza in Italia, vicino al fallimento.
Le concause di questa deriva sono da ricercarsi in tra fattori principali che rappresentano uno spaccato della socio-politica italiana degli ultimi decenni.

Il primo è la mala gestione, l’agire senza piani precisi e senza le specifiche competenze affidandosi totalmente a consulenti senza capacità di critica del loro operato, lo spostamento delle attività dall’economia locale, prima missione di MPS, a quella finanziaria con baricentro a Londra, il voler per forza perseguire profitto con strumenti quasi ignoti, come i derivati, che solo relativamente pochi esperti sono in grado di trattare con cognizione di causa (mi piace sempre ricordare un vecchio detto del poker applicato alla finanza che recita: “se ti siedi ad un tavolo per trattare derivati e non sai chi è il pollo da spennare probabilmente il pollo sei tu”), il tutto o per incapacità del management o perché lo stesso management ha lucrato in modo fraudolento assecondato dall’omertà di molti che, pur non agendo direttamente, erano a conoscenza della situazione. Non di tutta la dirigenza si sta parlando, mi perito sempre nel generalizzare, ma il management “infetto” è stato sufficiente per infettare tutto il sistema MPS.

Il secondo è da ricercare nel fatto che la collettività senese, ricevendo prebende e vantaggi nell’avere una Fondazione ed una banca così grande in città, pur sospettando dei problemi ha preferito non indagare o parlare accontentandosi delle briciole elargite in favore della collettività, del commercio e dei privati; poca cosa rispetto a quanto avrebbe potuto essere fatto con una gestione più territoriale e meno speculativa.

Infine il terzo riguarda la commistione tra politica e banca-Fondazione, rapporto spesso clientelare, inviso di conoscenze e raccomandazioni, sovente utilizzato per creare consenso e per posizionare coloro che per vari motivi, non sempre meritocratici, “dovevano essere sistemati”. Sarà un caso, ma molti dei politici locali hanno trascorsi in MPS e viceversa tanti dirigenti di MPS sono poi finiti in politica o in altri enti istituzionali più o meno locali. Chiaro è che MPS in passato costituiva un larghissimo bacino occupazionale (ora incombe la scure dei tagli di personale e sportelli) che ricercava i migliori talenti, quindi, anche per semplice probabilità, non è difficile che molte figure chiave vi abbiano lavorato, sarà sicuramente questo il caso dell’attuale sindaco senese Valentini, ex MPS.

Da augurarsi che la strategia della Fondazione di ritardare l’ADC a maggio, con rischio di affrontare gli stress test con capitalizzazione insufficiente, non sia perché proprio a primavera si svolgeranno le elezioni europee e forse anche quelle politiche e la Fondazione voglia quindi mantenere il controllo dell’istituto utilizzandolo come strumento di consenso.
L’insieme di tutto ciò, che purtroppo può essere emblematico di una condizione socio-politica che perdura da anni nel nostro paese, ha innescato una bomba che di fatto ha quasi portato MPS sul lastrico gravando pesantemente anche sulle spalle dei lavoratori e dei piccoli azionisti.
Ora, per le ben note difficoltà di mantenere certi parametri, il nostro Stato non è in grado di accollarsi e rilanciare una banca come se fosse un investimento creante valore nel lungo termine. Rilevare MPS adesso, risanarlo con piani industriali precisi e controllati creerebbe lavoro, darebbe sostegno all’economia locale e consentirebbe nel giro di qualche anno di poter privatizzare nuovamente con conseguente profitto per le casse dello stato; semplice a dirsi, meno a farsi, ma disponibilità economica e gestione corretta lo consentirebbero concretamente.

Si può solo rimanere alla finestra ed attendere la conclusione della vicenda MPS, sperando che sia l’ultima del genere, con il sospetto che alla fin fine, poiché MPS e Fondazione rimangono in difficoltà e lo Stato non è in grado di intervenire, anzi spera solamente in una tempestiva restituzione del debito, le soluzioni potranno essere nel migliore dei casi l’ingresso di un grosso partner difficile da trovare in Italia oppure, per proseguire un mediocre galleggiamento sicuramente senza lode, nuovo denaro da richiedersi ad azionisti grandi, piccoli ed ai contribuenti che oggettivamente hanno già pagato troppo.

03/01/2013
Valentino Angeletti
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