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Costosa arretratezza digitale dell’Italia, quartultima dell’Europa a 28

A pochissimi giorni dalla polemica scatenata dall’interesse di Mediaset, tramite la sua controllata EiTowers, a lanciare un’OPA su Raiway è stato divulgato dalle istituzioni europee un rapporto relativo alla digitalizzazione degli stati membri. In merito al rapporto si segnalano i seguenti articoli tratti da ItaliaOggi e Wired. Il nostro paese ne esce con le ossa rotte: tra i 28 paesi membri l’Italia si piazza al quartultimo posto, superando solo Grecia, Bulgaria e Romania. Su digital divide avevamo già scritto un pezzo dal titolo: “Decreto ‘del fare’: WiFi, EXPO ed il solito colpo di coda” in occasione del decreto del fare di Lettiana memoria, mentre il tema dell’OPA Mediaset su Raiway è stato affrontato nel pezzo seguente: “Rai Way e l’autostrada digitale. Pubblico o privato, l’importante è digitalizzare il paese!“.

Nonostante quindi la politica si prodighi da tempo (ricordiamo anche l’Agenda Digitale), continuando a farlo anche con questo Esecutivo, in parole e scritti a sostegno della digitalizzazione del paese per colmare il gap digitale è evidente che i risultati latitano. Proprio nei prossimi giorni vi sarà un CDM in cui è in programma la discussione assieme alla ‘Buona Scuola’ anche sulla copertura del paese con la banda ultra-larga. Il Governo vorrebbe imporre l’obbligo di passare dalla tecnologia in rame alla fibra ottica entro il 2030. L’investimento costerebbe circa 30 miliardi di Euro e lascia dubbi se in un libero mercato lo Stato possa imporre una tecnologia alla quale ogni azienda del settore dovrà adattarsi. Vi sono inoltre dubbi sulla soluzione tecnologica che potrebbe non essere la migliore in termini di costi-benefici-tempi. Sarebbe infatti tecnicamente possibile cablare in fibra alcune zone, mentre altre potrebbero utilizzare la rete già esistente in rame opportunamente adeguata in tempi e costi inferiori.

Ricollegandoci alla partita delle torri il punto chiave non è la soluzione tecnologica adottata nè il soggetto operante nel garantire l’adeguata infrastruttura che può essere il pubblico, se disposto a spendere ed investire adeguate risorse, o il privato, sempre nel rispetto delle leggi sulla concorrenza e sul conflitto di interessi, il tema centrale è arrivare a colmare questo enorme gap in modo rapido ed efficiente. Il divario si manifesta evidentemente sia in termini di tecnologia ed infrastruttura, sia in termini di educazione digitale dei cittadini, sia per quel che concerne la formazione e la dotazione informatica delle scuole, infatti si parla di inserire materie come il “coding” fin dalle elementari salvo poi scoprire che le connessioni degli istituti sono appena sufficienti a mantenere collegato a velocità decenti un singolo laboratorio (si spera che il piano buona scuola possa porvi rimedio). Purtroppo l’entità dell’arretratezza è a 360 gradi e tale che si rischia di rimare in costante ritardo rispetto ai paesi competitors; quando nel 2013 qui in Italia si avviavano le prime sperimentazioni da parte dei due principali operatori sulla rete cellulare LTE-4G nelle metropoli Roma e Milano, in Danimarca questa tecnologia di trasmissione dati cellulari raggiungeva già numerosi paesi di dimensioni medio-piccole; l’Estonia, benché nell’immaginario collettivo possa apparire un paese secondario, è all’avanguardia per quel che riguarda la digitalizzazione e l’uso di internet, del resto la tecnologia Skype è nata proprio a Tallin, dove peraltro è presente il centro di sicurezza informatica CCDCOE della NATO.

L’infrastruttura digitale è imprescindibile in una modera economia, vale svariati punti di PIL all’anno, quindi l’obsolescenza costa. Anche l’incremento della velocità media di connessione di qualche Mbit su tutto il territorio nazionale garantirebbe attorno agli 1.5 punti di PIL in più; è stato stimato che portare a termine tutti gli obiettivi di innovazione presenti nella troppo macchinosa agenda digitale comporterebbe una spinta economica di circa 70 miliardi di €, attorno a 4.5-4-8% del PIL, una previsione del 2014 invece fa ammontare la perdita dovuta al gap digitale a 3.6 miliardi di € annui; inoltre vi è la perdita di tutto l’indotto di competenze e di posti di lavoro specializzati e qualificati che un modello economico digitale richiede e che sarebbe in grado di sostenere, oltre che il lavoro in modo più o meno diretto, anche l’importanza della formazione universitaria e specialistica che attualmente ha subito un declino visto che non è in grado di assicurare accesso al mondo del lavoro, già di per se scarso, essendone totalmente avulsa. Nonostante ciò l’Italia non ha mai avuto una strategia chiara e definita, una linea o programma almeno di massima da seguire, come ahinoi per quasi tutti i settori strategici e l’industria nel suo complesso. La necessità di digitalizzazione è evidente in tutti i settori e nessuna azienda o investitore avrà mai alcuna intenzione di insediare il proprio business o velleità di ampliare i propri investimenti in una paese così arretrato digitalmente rispetto ad altri paesi ove anche le condizioni fiscali, burocratiche e legali sono più favorevoli: nemmeno un pazzo si lancerebbe in un simile azzardo.

La stessa burocrazia e lo snellimento delle pratiche delle PA beneficerebbero di un paese adeguatamente connesso, così come se tutti database fossero collegati e si scambiassero dati, dall’altro lato si rende necessaria l’adeguata istruzione ad internet ed a un suo corretto e proficuo utilizzo da parte di consumatori, clienti, fruitori di servizi, ma anche esercenti ed impiegati delle PA, spesso di età avanzata e restii alla conversione alle nuove tecnologie.

Come è possibile leggere negli articoli segnalati l’Italia risulta arretrata anche per quel che riguarda l’e-commerce e la presenza on line per pubblicità delle sue aziende. Questa lacuna fa il paio con un’altra grande lacuna della quale l’Italia risente pesantemente, ossia l’assenza di una filiera adeguata per penetrare con le nostrane manifatture di pregio e che dovranno sempre più competere non sul prezzo ma sulla qualità, nei mercati ricettivi per i quali il prezzo è un elemento secondario, come la Cina o il Medio Oriente, gli Usa o la Russia. Spesso viene criticata l’incapacità un poco provinciale di fare sistema delle aziende italiane e l’assenza di una catena di distribuzione che possa sopperire alle richieste mondiali, elemento che dovremmo invidiare e copiare ai fratelli transalpini di Francia ad esempio nel campo della GDO. Le possibilità di raggiungere gli angoli più remoti del mondo in modo capillare senza connettività internet sono pressoché nulle. Non ci addentriamo poi in tutto ciò, neppure minimamente concepibile senza sufficiente banda, che è relativo all’internet of things, alle future smart-city, alla gestione della viabilità e degli ambienti urbani, alla creazione di servizi on-demand, personalizzati e calibrati su singoli individui sui quali le aziende dovranno sempre più fare leva, fino allo sfruttamento attivo dell’enorme mole di dati strutturati e non, big data appunto, in grado di fornire utilissime informazioni e servizi se opportunamente utilizzati.

Si ritorna quindi facilmente alla conclusione che già più volte abbiamo avanzato, tanto evidente quanto necessaria. Non è importante la tecnologie (ve ne sono molteplici valide e moderne a patto che siano scalabili) nè l’attore o gli attori che avranno in capo l’opera, fermo restando la loro disponibilità ad investire garantendo, ancor prima del puro profitto per se è per gli azionisti, standard di qualità di primissimo livello, bensì che l’update verso l’economia 2.0 ed oltre sia rapida ed efficiente senza sprechi, raggiungendo gli standard indispensabili allo sviluppo di un paese moderno. Arretratezze e perdite economiche in un momento che vede l’Italia già di per se non attrattiva nei confronti degli investimenti non è assolutamente tollerabile, e come al solito la politica non è incolpevole di questa situazione, sarebbe quindi il caso che vi si adoperasse senza scadere nelle solite brutte e stucchevoli storie.

02/03/2015
Valentino Angeletti
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Brasile al bivio, potenziale pioniere di un moderno paradigma

Il Brasile, primo paese nell’acronimo BRICS ed al 6° posto tra le economie mondiali con un PIL di 2’080 bil $, dopo aver ridotto la velocità di crescita passata da valori tra il 7% e l’ 8% del 2010 ad un deludente 0.9% del 2012 e ad una lieve ripresa all’ 1.9% nel 2013, ma con una eccessiva inflazione, una notevole instabilità monetaria ed una riduzione delle produzioni agricole, un tempo attività centrale dell’economia carioca, si trova di fronte ad un bivio: dove investire.

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Andamento annuale del PIL brasiliano

Lo stato sudamericano ha grande disponibilità di denaro per investimenti, anche grazie agli eventi sportivi che lo interesseranno ed all’indotto che essi creano. Internamente però vi sono due punti di vista discordanti.

La prima teoria è impegnare la disponibilità economica in grandi investimenti infrastrutturali, orientarsi verso i servizi e l’industrializzazione, passare da un modello agricolo e rurale ad uno dove le megalopoli sono la meta di grandi flussi migratori interni ed esterni ed il cuore dell’economia, che tenderà a diventare finanziaria, per correre, seguendo quel processo che hanno seguito Cina, India e altri paesi emergenti, verso il concetto di modernità come più comunemente concepito e dove è stato comprovato l’ampliarsi di immense diseguaglianze sociali che, raggiungendo dimensioni enormi ed incolmabili, divengono non più acceleratore di crescita e progresso, ma causa di scontri, tensioni e caste chiuse.

L’alternativa proposta è sostenere la scolarizzazione, e non si parla di prestigiosi college ed università, ma di scuole primarie per insegnare a leggere e scrivere alle popolazioni locali ad alto tasso di analfabetismo, incentivare l’agricoltura, supportare il lavoro femminile, modernizzare le attività rurali, aiutare le piccole economie locali e micro-economie, sfruttare le risorse naturali grandemente presenti, abbracciando quindi un modello di sviluppo diametralmente opposto rispetto a quello che ha animato fino ad ora il rapido processo di globalizzazione.

Probabilmente la risposta corretta è un misto tra i due approcci, che non scansi la modernizzazione, il progresso e l’istruzione a tutti i livelli, ma che al contempo avanzi più lentamente, renda le città più vivibili, intelligenti ed al servizio delle persone, supporti il lavoro femminile, applichi metodi, modelli e processi tecnologici innovativi alle attività agricole, non scenda a compromessi su fattori come diritti umani e tutela dell’ambiente, si serva, ad esempio per la produzione energetica, delle risorse naturali senza comprometterle, il tutto in modo più sostenibile, responsabile e consono al contesto sociale, economico ed ambientale. Da evitare dunque quei disorientanti e rapidi sconvolgimenti forieri della creazione di una classe di pochi che corre inarrestabile verso l’opulenza e la ricchezza ed una massa che difficilmente riesce a sostentarsi, traumatiche discontinuità che sono state alla base delle crisi le quali ciclicamente hanno colpito l’economia moderna.

Questo modello potrebbe essere il nuovo spirito di una rinnovata e più equilibrata globalizzazione che punta all’interconnessione tra le economie e tra paesi ma che considera tutti gli aspetti dei contesti locali. Il Brasile può scegliere di essere il pioniere di questa virata.

09/04/2014
Valentino Angeletti
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Banca del popolo cinese: perché sceglie l’Italia, perché Eni ed Enel?

Nei giorni scorsi la Consob ha diramato la comunicazione che la banca popolare cinese è entrata in Enel ed Eni con una quota attorno a 2.1%.
Il 2% è una soglia importante perché il suo superamento impone la trasparente comunicazione alle autorità di vigilanza, la Consob appunto. Ciò fa pensare che abbiano voluto lanciare il segnale che l’operazione non è meramente finanziaria, ma segue un preciso piano industriale; difficilmente i cinesi si muovono senza strategie.
È stato stimato che il governo cinese ha 300 bil $ cash disponibili per essere investiti principalmente in Europa, consolidando i settori oggetto delle loro mire espansionistiche cioè eEnergy&Utility, Oil&Gas (in concorrenza con la Russia tramite Gazprom e Rosneft), minerario e terre rare, terreni agricoli (land grabbing in Africa).
L’Italia ha sofferto molto la crisi, l’economia e la borsa sono calate in modo importante, ma quest’ultima pare aver imboccato un trend rialzista ed avere ancora buoni margini di crescita con molti titoli che quotano ancora a sconto; l’economia invece dà qualche segno positivo, benché flebile, ma con ampi margini in caso di ripresa. Ciò assieme a titoli di stato ai minimi, alla centralità (è al terzo posto nell’area Eu) dell’economia italiana in Europa ed al processo riformatore in atto sia in Italia che probabilmente in Europa possono essere stati valutati dai cinesi come segnali promettenti nel medio-lungo periodo.
Venendo alla scelta delle aziende, innanzi tutto si tratta di due multinazionali integrate, tecnologicamente all’avanguardia, innovative, con knowhow d’eccellenza, operanti nel settore Energy ed Oil&Gas, di importanza strategica in Cina e nel mondo. Eni ed Enel offrono ottimi dividendi, hanno garantito decine di miliardi allo stato negli ultimi anni, ed Enel ha in programma di innalzare il payout al 50% nel 2015 ed al 60% in prospettiva (se le congiunture macro non peggioreranno già dal 2016), target che la banca popolare cinese ritiene raggiungibile. Infine i piani industriali presentati le settimane scorse sono stati apprezzati da tutti i brokers finanziari, sembrerebbe che anche gli investitori cinesi ritengano le strategie e le prospettive di crescita delle due multinazionali molto promettenti e capaci di creare valore.
Per una volta interpretiamo questo segnale positivamente lavorando affinché il Pease ed i nostri campioni industriali attirino altri capitali.

01/04/2014

Valentino Angeletti

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Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero

Oggi e domani a Bari il Centro Studi Confindustria (CSC) ed Enel promuovono il convegno: “Il capitale sociale: la forza del Paese” incentrato sullo sviluppo dei talenti come driver di innovazione e di sviluppo del sistema Italia.

Secondo il CSC puntare sull’istruzione potrebbe far incrementare il reddito pro capite in media del 15%, inclusi bambini ed anziani, in totale circa 320 miliardi di € all’anno. I Neet, coloro che non studiano, non lavorano e non si stanno formando costano circa 32 miliardi di € all’anno, senza considerare che più istruzione vorrebbe dire una società più equa, con più opportunità, più flessibile, più aperta e recettiva. In sostanza più capace di cogliere gli elementi positivi della globalizzazione.

Quanto emerge dallo studio di CSC è totalmente condivisibile, ma presuppone, secondo una mia personalissima opinione, alcuni elementi imprescindibili.

Il primo punto, del quale si deve fare carico principalmente il Governo, è che il sistema di istruzione deve essere riformato profondamente in modo che riesca a sfornare laureati e dottori, ma anche tecnici e professionisti, validi ed eccellenti, che sappiano rispondere alle esigenze dell’azienda. Serve dunque un sistema scolastico-universitario di qualità e che agisca in stretto rapporto con le imprese, i distretti industriali, i territori e le multinazionali e ne assecondi le richieste.

Il secondo punto, da affrontarsi in collaborazione tra pubblico e privato, è che il substrato economico-sociale deve essere in grado di assorbire queste risorse e nel farlo deve dare importanza alla meritocrazia. In media ciò al momento non accade neppure per le figure a più alto profilo, le quali tendono ad andare all’estero ove solitamente possono realizzarsi con più facilità. Il dilemma di una famiglia se risparmiare per dare un piccolo capitale al figlio o se investire nella sua istruzione deve trovare risposta nella seconda opzione. Per semplificare, in questo momento capire se sia meglio dare un pesce o insegnare a pescare non ha risposta chiara, perché il pesce si consuma in un solo pasto ed al contempo manca il fiume in cui pescare. Si deve quindi creare, non senza sforzi, un bacino artificiale e riempirlo di salmonidi.

Infine il terzo punto è principalmente in carico alle aziende private. Il meccanismo di formazione interno alle aziende è anch’esso sovente lacunoso. Non vi è trasparenza e formazione adeguata e non si da la possibilità alle risorse meritevoli ed ispirate di intraprendere percorsi di approfondimento che magari singolarmente o col solo supporto della famiglia non hanno potuto affrontare principalmente per ragioni economiche (si fa riferimento a master, MBA, dottorati, ecc).
Le aziende inoltre denotano una sostanziale incapacità nel riuscire a valorizzare al meglio le risorse (di ogni età) che impiega, di comprenderne potenzialità ed inclinazioni, aspettative ed ambizioni, preferendo percorsi, quando esistono, standard e lineari che potrebbero portare le persone ad annichilirsi, sentirsi non realizzate ed a contribuire in maniera infinitesimale rispetto a quanto potrebbero, finanche, nel caso di persone particolarmente determinate, a cercare l’uscita dall’azienda.

Agendo su questi tre fattori a mio avviso si potrebbero ottenere davvero ottimi risultati in termini di riequilibro sociale, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro ad altissimo profilo, inclinazione all’innovazione ed all’ottimizzazione nell’uso delle nuove tecnologie, crescita dei talenti e del sistema paese nel suo insieme, reimpostazione di una logica meritocratica, felicità dei singoli, benessere generalizzato, benefici per le persone, per il paese e per le aziende.
I lacci ed i lacciuli che Ignazio Visco durante un seminario alla Luiss ha accusato di bloccare lo sviluppo del paese con complicità di associazioni datoriali e sindacali, devono essere sciolti anche nel sistema dell’istruzione, dell’università, della formazione, della scuola e della ricerca.
In caso contrario la laurea, il prestigioso master o dottorato rimarranno un vessillo da appendere alla parete della camera da letto…. neppure in quella dell’ufficio che presuppone la chimera dell’impiego.

Il lavoro, le aziende, la società sono costituite in primis da persone, che ne costituiscono gli atomi. Se esse si trovano bene, se sono realizzate, se sono stimolate, anche attraverso il miglioramene ed il cambiamento continuo (e non il balletto tra contratti precari e part time al limite dello sfruttamento), se sono ascoltate e gratificate, fortificano l’insieme di cui fanno parte e contagiano con la loro voglia, curiosità, spinta innovativa e proattività ogni età e livello gerarchico.

28/03/2014
Valentino Angeletti
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Capacity Payment e Sorgenia: argomenti da scindere

Oggetto di molti articoli accusatori è stato il meccanismo di “capacity payment” con il quale lo Stato remunera per un totale di circa 150 milioni di € la disponibilità di alcune centrali termiche ad entrare in produzione, qualora ce ne fosse il bisogno. Le critiche sono principalmente rivolte agli incentivi, tacciati di aiuto di Stato, per Sorgenia, azienda che negli anni 2000 decise di puntare tutto sulle tecnologie a gas, in particolare a ciclo combinato, facente parte del gruppo CIR dell’Ing. De Benedetti e dell’austriaca Verbund. Le condizioni patrimoniali della società sono oggettivamente difficili, un debito, record per le dimensioni dell’azienda, di 1.9 miliardi di € dei quali 432 milioni relativi al Q3 2013. Nel caso Sorgenia entrerebbero poi meccanismi di giochi di potere che non vogliamo, né possiamo, per mancanza di elementi oggettivi, approfondire, si rimanda gli interessati all’articolo di Rizzo e Massaro sul Corriere della Sera.

Questa nota vuole mettere in luce alcuni aspetti del capacity payment sul quale non si deve generalizzare ed estrapolare dal caso Sorgenia.

La remunerazione della capacità è un meccanismo che consente di mantenere pronte e “calde” alcune centrali termoelettriche che in caso di emergenza possono entrare in produzione immediatamente, nonostante in condizioni normali siano fuori mercato, principalmente a causa della presenza massiva di rinnovabili (FER). Questa situazione richiede ovviamente costi di operation and manteinance per mantenerle funzionanti e sicure molto alti senza garanzia di rientro dal normale mercato; proprio a coprire tali costi serve il contributo statale. Il tutto può essere visto come spesa per la sicurezza nazionale poiché l’energia è un elemento la cui assenza potrebbe minacciare la sicurezza del paese: in gergo, si tratta di un bene strategico.

Le FER, su cui è giusto puntare, negli ultimi anni hanno proliferato, godendo nel nostro paese di incentivi enormi (svariati miliardi all’anno, ed il piano dell’ ex Ministro Zanonato per spalmarli su un periodo di tempo maggiore fino ad eliminarli non pare essere andato in porto), anche dopo che il mercato è abbondantemente arrivato a maturazione ed in certi casi dando copertura a grosse speculazioni. Inoltre le FER allo stato attuale della tecnologia non sono prevedibili e programmabili con precisione, come invece lo sono le energie convenzionali, non rendendo possibile dunque impostare precisi piani di produzione (si investe molto in storage ed algoritmi di forecasting, anch’essi retribuiti dallo Stato, per ovviare a queste imprecisioni, ma ad oggi la deficienza non è colmata). Il fatto di avere centrali pronte ad attivarsi in caso di emergenza negli anni scorsi ha salvato l’Italia da problemi di approvvigionamento energetico, in particolare durante le crisi tra Russia ed Ucraina, situazione che ora si sta ripresentando drammaticamente ed in modo assai più grave.

Da ricordare poi che gli anni dal 2008 in avanti sono stati molto negativi per il settore elettrico a causa di drastici cali dei consumi che in Italia hanno toccato i valori di decine di anni fa, in aggiunta le aziende produttrici sono state tassate ulteriormente con l’inserimento della Roobin Hood Tax totalmente a carico dei produttori che vale, per le aziende più grandi come Enel ed Eni, svariate centinaia di milioni di Euro annui. Questo contesto ha evidentemente ridotto in modo importante la competitività in Europa e nel mondo delle aziende elettriche operanti nel nostro paese ed ha comportato l’impossibilità di poter provare ad agire sul prezzo dell’energia che appesantisce le nostre industrie anche per via della tassazione e delle accise mai in diminuzione. Proprio per tali ragioni colossi mondiali come la tedesca E.On sta dismettendo gli impianti nel nostro paese con la prospettiva di andarsene definitivamente creando non pochi problemi all’occupazione di zone spesso già in difficoltà come la Sardegna e gravando sulla collettività ricorrendo agli ammortizzatori sociali; altre aziende invece hanno deciso di non ricorrere all’aiuto pubblico ed a contratti di solidarietà pagando in gran parte di tasca propria questa situazione, poiché nulla vieterebbe di chiudere le vecchie e poco remunerative centrali (principalmente ad olio combustibile, ma anche a gas) costantemente fuori mercato, gravando così sulla spesa pubblica e rischiando di rendere precaria la fornitura energetica in condizioni particolari (basterebbe un giorno di Black-Out totale per perdere quanto destinato al capacity payment).

Questo scenario ha permesso, non senza difficoltà oggettive che permangono, di sopravvivere alle sole aziende che hanno saputo diversificare e puntare su un vasto portfolio, sia tecnologico che geografico, cosa che Sorgenia, stando a quanto si legge, non ha fatto, scommettendo tutto sulla tecnologia, all’epoca molto promettente, del turbo gas.

Quanto detto non vuole nascondere un problema innegabile, che è quello dell’assenza di un piano energetico di lungo termine, che tenga conto delle mutate condizioni al contorno e del variare delle abitudini e dei consumi di aziende e consumatori e che dovrà puntare sull’innovazione, sull’efficienza energetica, sull’ottimizzazione degli impianti convenzionali grazie all’uso delle nuova tecnologie, sulla riduzione delle perdite di trasporto e distribuzione, sulla sostenibilità, sullo studio di un nuovo mix produttivo che ottimizzi l’uso combinato di FER e convenzionali e dovrà necessariamente aumentare gli investimenti in tali settori (il 3% destinato ad innovazione e ricerca sarebbe una buona percentuale, senza considerare i colossi come Apple, IBM, Google che investono oltre il doppio). Al contempo però non è neppure pensabile che la dismissione di vecchi impianti, la bonifica dei siti, l’onere di reimpiego dei lavoratori debba essere completamente a carico delle aziende. Fondi e contributi statali ed europei dovrebbero essere allocati ed il loro impiego costantemente monitorato proprio per la ridefinizione del piano energetico nazionale ed europeo convergendo verso un mercato unico e competitivo e la riconversione, andando incontro alle mutate esigenze, del parco produttivo attuale ricade a pieno titolo in questo contesto.

Va sottolineato infine che in Germania, oltre ad essere state incentivate le rinnovabili in modo forse più sostenibile, sussiste tutt’ora il capacity payment per gli impianti termoelettrici e questo potrebbe essere uno dei motivi perché aziende come la E.On, ma anche produttori non tedeschi, abbandonano il nostro paese o preferiscono la Germania, ove trovano migliori e più competitive condizioni per fare business e creare indotto nel paese ospitante.

Facendo la debita analisi costi-benefici, convenendo che tale meccanismo non deve essere un aiuto di stato (soldi pubblici devono sempre essere controllati) o, peggio, copertura per clientelismi partitici o personali, rammentando che milioni di euro sono annualmente destinati a fiere paesane, ad enti o municipalizzate senza utilità e non assoggettate a stretti controlli (prendere il caso del Salva Roma), ricordando che gli incentivi alle rinnovabili costano svariati miliardi di Euro nonostante il mercato sia ormai maturo, che vi siano state bolle speculative evidenti, che i costi di sistema, tra cui gli incentivi alle FER di cui sopra, sono la principale voce della bolletta energetica il cui ammontare è fattore ostante per la competitività delle aziende italiane, che la certezza delle fornitura elettrica deve essere certa sempre ed in ogni condizione, un contributo per il capacity payment in modo da garantire la sicurezza nazionale non sembra affatto una eresia.

02/03/2014
Valentino Angeletti
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Corte dei Conti giudica la Legge di Stabilità

La Legge di Stabilità è stata giudicata molto severamente dalla Corte dei Conti (Link articolo AGI). I punti sollevati dalla Corte sono svariati, in particolare emerge che al gettito previsto per il periodo 2017-2020 potrebbe essere deficitario per 13.7 miliardi di €, mentre nel triennio 2014-2016 il prelievo netto salirebbe di 4.7 miliardi di € dei quali 2 nel solo 2014.  Per il triennio 2014-2016 si legge che l’imposizione complessiva ammonterebbe ad oltre 28.5 miliardi mentre gli sgravi, non sufficienti a compensare gli aumenti, si fermerebbero a 24 miliardi, ciononostante per l’anno in corso sarebbero a rischio 3 miliardi di entrate.

La natura recessiva della Legge è piuttosto chiara, come lampante è l’intento di continuare a perseguire i parametri imposti dall’Europa ove è sempre più urgente una revisione della politica fiscale e monetaria rivolta più alla crescita e meno all’austerità, più indirizzata a sostenere il lavoro e meno il settore bancario il quale per forza di cose dovrà essere unificato e dovrà essere oggetto di controllo e revisione dei bilanci troppo spesso mascherati grazie all’utilizzo di strumenti finanziari particolari e della shadow banking; i criteri di Basilea, benché rivisti all’insegna di maggior permissività, ed i venturi stress test dovrebbero essere d’aiuto, assieme al meccanismo di fallimento già disegnato.
Il Presidente della BEI, che investirà in progetti d’innovazione nel 2014 e nel 2015 circa 15.5-16.5 miliardi all’anno, Werner Hoyer, individua tre elementi principali ostanti la competitività europea: insufficienti investimenti, in particolare in settori innovativi ed in attività ad alto valore aggiunto; l’eccessiva disoccupazione, a cominciare da quella giovanile; i pochi investimenti in produttività, ricerca e sviluppo che nell’Unione si fermano all’ 1.9% del PIL, contro il 3.3% del Giappone ed il 2.8 degli USA, per colmare il GAP coi paesi più virtuosi come appunto Giappone, USA e Corea del Sud servirebbero investimenti per 140 miliardi di € all’anno.
Evidentemente investire in modo pesante in innovazione, R&D, produttività, fatto salvo il caso della Germania che nel patto SPD-CDU indica di voler destinare il 3% del PIL, è impossibile per la maggior parte degli stati europei, proprio a causa del rigore dei conti imposto e lo è maggiormente per i paesi in difficoltà che più ne avrebbero bisogno; questa situazione rappresenta una chiara contraddizione tra politica rigorista proposta da ECB e Commissione (e pure IMF) e politica di sviluppo industriale ed economico indicata dalla BEI.

Tornando all’Italia, dall’analisi della Corte dei Conti emerge che la spesa pubblica per il 2014 crescerà di circa 5 miliardi, vale a dire che, se il dato fosse confermato, circa 6 mesi del lavoro di Cottarelli sarebbero vanificati. Per il 2015-2016 la spesa dovrebbe invece diminuire, ma partendo da un dato già più alto.

L’eventuale ammanco di gettito testimonia come le rilevazioni economiche del MEF, che ha comunque smentito tutti i dati, basate su previsioni e su interventi non strutturali bensì soggetti a dinamiche di mercato e consumi (come eccessiva imposizione IVA – Link Laffer-, accise ecc) siano flebili e spesso poco attendibili (non è la prima volta che sussistono errori simili); la crescente spesa invece sottolinea e ricorda la difficoltà, quasi incapacità, di incidere sui costi complessivi della macchina dello Stato italiano e delle PA.
In poche righe la Corte dei Conti, sempre dando per consolidati i risultati dello studio, avrebbe messo nuovamente alla luce due annosi problemi del nostro paese ed avrebbe innalzato in modo drammatico il coefficiente di difficoltà del lavoro del nuovo Esecutivo che per risolvere le questioni economiche dovrebbe fin da subito essere dotato di poteri quasi sovrannaturali.

19/02/2014
Valentino Angeletti
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Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde

È giunta al termine l’edizione 2014 del Worl Economic Forum (WEF) di scena a Davos, dove i grandi di politica ed economia provenienti da istituzioni pubbliche e private si sono riuniti per discutere e delineare le strategie e le priorità dell’agenda economica futura. In molti non sono teneri con questo genere di eventi ritenendoli costose passerelle propagandistiche senza alcun incisività e concretezza fino a spingersi a sostenere che coloro che davvero lavorano non hanno tempo per parteciparvi. Non so se sia vero, di certo in eventi così altisonanti che si prendano decisioni o che si parli di ciò che già non sia noto è estremamente difficile, ma, per il calibro delle personalità coinvolte, la rilevanza Forum è palese.

Finalmente, in deciso ritardo rispetto alla loro importanza nello scenario globale ed a dispetto della loro strettissima interconnessione con le vicende economiche mondiali, oltre ai classici temi economico-politici ne sono stati affrontati almeno altri tre: il clima, incluse le problematiche dell’inquinamento globale e dell’cambiamento climatico; la green economy; il rischio che l’automazione, in momenti dove l’austerità è dominante, possa essere in competizione con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Argomenti questi già prioritari da anni, il primo discusso a partire da Kyoto, ma sempre senza la convinzione e l’unione mondiale di intenti che servirebbe per combattere una battaglia simile; il secondo ormai maturo, ampiamente sperimentato e rodato in numerosi stati del nord Europa, bacino di importanti investimenti e che in molte zone del mondo, e l’Italia non fa eccezione, dovrà essere uno dei driver dell’auspicata ripresa; il terzo noto dai tempi del luddismo della rivoluzione industriale di fine 1700, inizio 1800.

Le conclusioni del WEF sono state velate da un cauto ottimismo, giustificato dal recupero dell’economia statunitense, dalla timida ripresa europea, dall’uscita dalla quindicennale deflazione giapponese, dalla crescita Britannica dove secondo il Premier Cameron non esiste più il problema dell’occupazione, anzi, semmai c’è il problema opposto, tanta domanda e poca offerta, dove la City ha ricominciato a girare a pieno ritmo, ma anche dove, quando c’è stato bisogno di agire, lo hanno fatto incisivamente (taglio di 11 mld £ di spesa, riducendo anche i dipendenti pubblici, ma senza pesare negativamente sull’occupazione).

Le cose però non sono così lineari come un semplice resoconto potrebbe far pensare. Infatti negli USA, che rimane il traino del mondo, il problema dell’occupazione è tutt’altro che scomparso, probabilmente assisteremo a periodi di crescita senza occupazione, e lo scotto da pagare per fenomeno della delocalizzazione inversa dai mercati emergenti nuovamente verso gli States, è un abbassamento del livello e della tutela dei lavoratori, che però gli statunitensi in molti casi accettano, consapevoli che in periodi di crisi e di transizione è difficile pretendere altro. Il tapering statunitense, che sta gradualmente diminuendo le iniezioni di liquidità e l’acquisto dei titoli di stato passato da 85 miliardi di $ al mese a 75 miliardi ed in procinto di attestarsi a 60, ha messo in difficoltà quei mercati emergenti che non hanno saputo sfruttare i capitali investiti entro i loro confini e nelle loro economie/finanze, capitali che ora stanno tornando verso i più solidi mercati maturi.
I BRICS non sono così attraenti come in passato e sono sempre più rischiosi, ne sono un esempio l’Argentina, che potrebbe contagiare l’intero Sud America, colpita da una tremenda inflazione probabilmente dovuta ad una politica monetaria dissennata, un’economia ancora traballante e conti pubblici forse abbelliti ad hoc; la Turchia, dove domina l’instabilità e la tensione politica; l’Ucraina, crocevia fondamentale per la politica energetica russa, che si vede divisa tra europeisti e filosovietici sull’orlo di una guerra civile. Questi fattori hanno concorso a rallentare gli ordinativi nei confronti della Cina, nazione con l’onere di essere la seconda locomotiva mondiale, che ha fatto segnare una crescita del 7.3%, quando l’attesa era di oltre 8%, valore più basso dal 1989. Tra le economie emergenti sapranno adattarsi ai nuovi scenari solo coloro che con il capitale ricevuto in questi anni sono stati capaci di investire in modo produttivo e solidificare le fondamenta della loro economia, mettere fieno in cascina, parafrasando il rappresentante indiano a Davos.
L’Europa,in modo molto eterogeneo, sta uscendo lentamente dalla crisi, ma lo spettro della deflazione è minaccioso e rischia di innescare il circolo vizioso di riduzione dei prezzi, competizione con ulteriori riduzione di prezzi sostenuta al limite da licenziamenti, innescando così un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto, e quindi dei consumi, nonostante i prezzi siano bassi.

A ben vedere, e forse in merito a ciò l’Europa, l’ECB e la Germania, che anche nel contesto del WEF non ha voluto sbilanciarsi sulla possibilità degli Eurobond glissando diplomaticamente, dovrebbero fare un esame di coscienza, ad andare meglio in questa fase sono quegli stati che a stimoli monetari “monster” hanno saputo affiancare un programma di investimenti e spesa pubblica produttiva non curandosi troppo del deficit, in grado di creare lavoro e sostenere l’innovazione: lavori pubblici, completamento delle opere non finite e cantierabili immediatamente, sostegno all’ R&D, alle start-up fino, potenziamento della banda larga ed internet di ultimissima generazione, nuovi investimenti nel settore energetico.

A Davos non è mancata poi la richiesta di più politica e meno finanza e significativo è il fatto che essa provenga proprio da un guru della finanza come Laurence Finck, CEO di BlackRock, secondo il quale la politica ha il vizio di parlare tanto, spesso anche bene, ma di non agire oppure di entrare in azione quando ormai le rapide dinamiche moderne hanno già fatto il loro corso. Questo monito deve risuonare nelle orecchie dei politici europei, ma soprattutto di quelli italiani, sempre e costantemente troppo lenti e poco risoluti e pragmatici nelle loro azioni, tanto che in questi anni, dai primi sintomi della crisi, ben poco è davvero cambiato e nuovamente sono i dati del Centro Studi Confindustria a testimoniarlo (calo PIL a 9.1% e riduzione del potere d’acquisto di oltre 3’000 € annui per le fasce ex ceto medio).

La conclusione del Forum è stata proferita dalla Direttrice del IMF, Christine Lagarde, la quale ha descritto la fase economica in corso con 3 R: Ripresa, Rischio e Reset della politica monetaria ed economica.
A queste tre R ne va necessariamente aggiunta una quarta, Redistribution, cioè ridistribuzione della ricchezza, strettamente connessa al problema demografico che è di primaria importanza.
Nel mondo si stanno sempre più ampliando le disuguaglianze tra pochissimi super ricchi e tantissimi poveri o sulla soglia della povertà, un tempo facenti parte della classe media.
L’Italia non fa eccezione, anzi, dopo USA ed UK è uno dei paesi più disuguali, nonostante la crisi e l’aumento della povertà diffusa, ha raggiunto il 4° posto per numero di nuovi milionari sfornati nel 2013: ben 127’000.
Oltre a ciò la popolazione mondiale sta puntando quota 9 miliardi di persone e nel nord Africa, nell’estremo oriente, nel sud e centro America, vi sono milioni e milioni di persone, principalmente nelle periferie delle megalopoli come Il Cairo, che spingono per consumare e per spendere quei pochi dollari che guadagnano, quasi come se fosse un segno di emancipazione. Al contempo richiedono accesso a più risorse, sia alimentari che in termini di servizi e di energia elettrica, motore dello sviluppo. In sostanza ambiscono a migliorare la loro condizione di vita in un processo che è una costante dell’umanità. Per raggiungere questo obiettivo sono disposti a migrare alimentando flussi migratori oceanici e difficili da gestire.

Un certo livello di disuguaglianza è benefico per le economie, perché unito ad una società dinamica, meritocratica e dove è possibile la scalata sociale, crea nelle persone quella naturale propensione al miglioramento della propria condizione che è il motore di sviluppo e crescita. Ciò vale sia all’interno delle economie mature sia nelle periferie del mondo che spingono per accedere a standard di vita più simili a quelli occidentali.
Se invece questo divario è eccessivo ed in più la mobilità sociale non esiste, anzi è il sistema delle caste a dominare inflessibilmente, il risultato saranno tensioni sociali, malcontento, scontro generazionale e razziale fino a sfociare in veri e propri conflitti e tremende manifestazioni di intolleranza che non rappresentano nient’altro che una lotta tra poveri e che contribuiscono ad acuire ulteriormente le disuguaglianze.
Di questo i grandi del WEF devono necessariamente preoccuparsi, ben prima delle dichiarazioni della prossima edizione del Forum.

26/01/2014
Valentino Angeletti
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Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni

Con la vittoria alle primarie PD di Matteo Renzi e con la sua fermezza nell’interfacciarsi con il governo sì è tornati con decisione e giustamente a parlare di lavoro, pilastro cardine della ripresa ultimamente sacrificato sull’altare dell’IMU, della Mini IMU, della Tasi, della IUC, delle unioni di fatto e dei diritti delle coppie omosessuali, della legge elettorale di certo fondamentale, ma che non può e non deve oscurare altre necessità, come appunto il lavoro, da affrontarsi con estrema rapidità.

Il segretario PD ha da pochi giorni lanciato il proprio piano sull’occupazione, il JOBS Act (Jumpstart Our Business Startup Act) che ha causato discussioni interne al governo ed interesse da parte dell’Europa intenzionata ad approfondirlo e studiarlo dettagliatamente.
Il rilancio del lavoro in Italia ed in Europa è una priorità palesata pubblicamente, ma purtroppo è difficile pensare che nella situazione italiana la modifica dei rapporti sindacali e delle rappresentanze, la modifica delle agenzie di collocamento, la rivisitazione dell’articolo 18, la riduzione dei contratti di lavoro, finanche la riduzione del costo del lavoro e l’introduzione di sgravi per le aziende, possano da soli creare immediatamente offerta di lavoro.
La sburocratizzazione, pur necessaria, può attrarre aziende estere e nostrane ad assumere nuova forza lavoro solo se esiste un “business case” solido, vale a dire una prospettiva di profitto.
Al momento i dati Istat ricordano che anche nell’ultimo mese, nonostante le festività, i consumi sono calati dell’ 1.5% raggiungendo i livelli più bassi da quando ci sono le serie storiche, così come il potere di acquisto dell’ex classe media è arretrato di una decina di anni. Il circolo virtuoso da innescare è quello di dare potere d’acquisto, creare domanda e quindi posti di lavoro poiché le aziende, incrementando ordinativi e richieste, inizieranno ad avere una graduale prospettiva di profitto. Chiaro è che il ruolo dell’export per il nostro paese sarà sempre più dominante e dovremo essere in grado di puntare su quei settori strategici in cui siamo competenti e possiamo offrire prodotti e servizi davvero unici (Link lavoro e modello economico, Link futuro e cambiamento, Link cambiamento CEO Microsoft).
Una volta innescato questo meccanismo, che non può prescindere da una riduzione della tassazione e del cuneo fiscale, non solo per incentivare nuova assunzioni, ma per consentire immediatamente più spesa che inevitabilmente si concentrerà da subito sui beni di prima necessità, anch’essi in drastico calo, allora la sburocratizzazione consentirà davvero di facilitare l’impiego.
Il problema sussiste nel fatto che questo meccanismo non è immediato, necessita di tempo tecnico (tanto in un paese pachidermico come l’Italia) per la messa in atto delle modifiche legislative e normative, ma soprattutto è conseguenza di una crescita di PIL non banale, stimata attorno all’ 1.5%, per tali ragioni il 2014 vedrà ancora un acuirsi della disoccupazione ed anche sul 2015 non vi sono certezze.

Per tentare di arginare immediatamente il problema occupazionale si deve cercare dunque di creare posti di lavoro in un ambiente, quello attuale, stagnante, senza domanda e dove le aziende difficilmente sono disposte ad investire o ad assumere in modo incisivo e sistematico. Ciò richiede investimenti pubblici (o anche privati) in settori di utilità, che in ogni caso avrebbero dovuto essere oggetto di interventi, come la riduzione del rischio idrogeologico, la riqualificazione e l’efficienza energetica degli edifici e delle aziende, la messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici, la conclusione di opere ferme o bloccate da tempo, il miglioramento dei trasporti e delle vie di comunicazione, molti interventi infrastrutturali ecc. Una sorta di “new deal” ripreso da Obama in USA (Link USA 1, Link USA 2) e da Abe in Giappone senza curarsi, in questa fase economica particolare, dello sforamento del deficit. Le coperture per gli investimenti potrebbero provenire da tagli alla spesa, riallocamenti da altre attività meno prioritarie, razionalizzazione delle risorse, ma anche dalla trattativa con Bruxelles per far entrare in vigore la Golden Rule, condizionata ad un rigido controllo di spesa e di risultato, per le attività a reale supporto dell’economia.

Riassumendo, si può concludere che oltre alla sburocratizzazione ed alle agevolazioni in tema di assunzioni, più opportune in una seconda fase, serve necessariamente:

  • creare un buon numero di posti di lavoro nel breve termine con interventi infrastrutturali; il che contribuirà parzialmente a supportare i consumi, inizialmente di prima necessità, in depressione continua.
  • Lavorare sull’aumento del potere d’acquisto innescando, nel medio periodo, la spirale virtuosa: maggior disponibilità economica – incremento consumi – aumento della produzione e quindi probabile necessità di ulteriori posti di lavoro.

Al contempo sarebbe bene che le aziende in utile, anche decrescente rispetto al passato, non decidano di ricorrere a cassa integrazione o contratti di solidarietà, ma stringano stoicamente i denti, lampante è che per accondiscendere a ciò la serietà dello stato ed i propri piani devono essere chiari e determinati.

Una società forte non può essere trainata solo da pochi ricchissimi che inevitabilmente non riescono ad attivare tutti i meccanismi di creazione di valore e benessere, ma necessita di una forte classe media con sufficiente disponibilità economica mossa dall’ambizione, dalla prospettiva e dalla speranza, alimentate da una disuguaglianza non castale o settaria, di poter accedere a livelli sociali superiori, raggiungendo dinamicamente un miglior standard di vita, che è ciò che hanno da sempre perseguito e cercato di assicurare alle generazioni future i nostri padri ed i nostri nonni. La disuguaglianza presente in italia (Link Indice GINI), seconda solo agli USA ed UK, è quanto di più negativo possa esserci perché sta eliminando la classe media sia sotto il profilo prettamente economico che per quel che riguarda la speranza, la prospettiva e l’ambizione; una volta perso ciò si è perso tutto.

09/01/2014
Valentino Angeletti
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Chrysler 100% Fiat: un’osservazione sulle preoccupazioni della CGIL

Sembra opportuna un’osservazione sulle preoccupazioni manifestate dal Segratario della CGIL Susanna Camusso riguardo alle conseguenze in Italia che l’acquisizione da parte di Fiat del 100% di Chrysler (Link: Chrysler 100% Fiat ) potrebbe portare ai lavoratori ed allo sviluppo dell’attività “automotive”, perplessità non condivise dalle altre due maggiori sigle sindacali, CISL e UIL.
Come da sempre accade quando si è di fronte ad operazioni di M&A di tal portata la domanda scontata ed abbastanza banale, poiché a seconda dei punti di vista può avere risposte diametralmente opposte ed ambedue plausibili, “chi ha acquistato chi” non manca di essere posta. Probabilmente la prima fase del processo di integrazione manterrà due sedi e due governance separate per poi convergere ad una singola holding di gruppo ed un singolo headquarter , chissà se in USA, in Italia o magari in Lussemburgo, in Gran Bretagna o in Olanda come la controllata Fiat CNH Industrial. Il gruppo Fiat-Chrysler sarà poi quotato, ovviamente considerando che Piazza Affari è per capitalizzazione oltre la trentesima posizione nel mondo, dopo l’Indonesia e complessivamente vale meno della sola Apple o Exxon Mobile, è facile immaginare che Wall Street sarà la piazza obiettivo e forse si renderà necessario un aumento di capitale fin ora scongiurato. È poi difficile pensare che il mercato italiano ed europeo possa essere quello trainante, a differenza di quello statunitense, sudamericano o dell’estremo oriente, con la Cina in pole position, verso il quale Fiat-Chrysler dovrà pensare di aprirsi per diventare una vera major, colmando quella che è una grande lacuna del settore industriale italiano ossia la mancanza di massa critica e catena distributiva potenti.

Esulando da quello che potrà essere e che non possiamo prevedere con certezza, il punto chiava da tenere in mente è uno, nel 2009 Chrysler era una azienda automobilistica, vecchia gloria USA, sull’orlo della banca rotta e Fiat di fatto la salvò. La preoccupazione avrebbe dovuto essere, se mai, del Governo Obama, dei sindacati e dei lavoratori di oltre oceano, non di quelli italiani, ed invece le opere di negoziazione, trattativa, controllo su piani e finanziamenti ed accordo intraprese in questi 4 anni hanno portato beneficio all’azienda di Marchionne, ai sindacati, lavoratori e Governo USA. L’approccio è stato quello non del timore e dell’avversione per l’investitore straniero, ma di lavoro congiunto e scontro, a volte anche duro, con il fine ultimo di proteggere e rilanciare un settore che alla fine dei conti avrebbe portato vantaggi per tutti gli attori, metodologia difficilmente mutuata ed adottata nel bel paese dove hanno sempre prevalso arroccamenti e prese di posizione talvolta insostenibili e fini a se stesse.
Nessuno, trasversalmente, si più esimere da un mea culpa, poiché è stata l’incapacità di interpretare la realtà mutevole, l’incomprensione della differente dinamica economica, il mancato controllo sui piani industriali, l’assenza di condizioni chiare sui finanziamenti erogati, la persistenza e l’inflessibilità di vecchi ragionamenti mirati a proteggere e mantenere posizioni non più sostenibili a comportare le difficoltà per i lavoratori, per i conti dell’azienda ed in parte per l’automotive made in Italy che perdurano da decine di anni.

Per avere qualche possibilità di affrontare il futuro ritrovando un briciolo di competitività il rapporto Stato, sindacati, aziende deve cambiare ed essere votato al reale dialogo costruttivo, affermazione scontata e condivisa, ma ancora raramente messa in atto.

03/01/2013
Valentino Angeletti
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La lenta stabilità

In queste ore è stata discussa ed approvata dalla Commissione Bilancio e dal CdM la Legge di Stabilità ed i relativi emendamenti superstiti. L’iter legislativo prevede ulteriori passaggi, quindi tecnicamente non si tratta ancora di legge definitiva.
La sensazione in merito ai provvedimenti ed alle misure proposte è scialba, come scialbi sono stati definiti gli italiani dallo studio del Censis per via di una situazione economico, politico e sociale viscosa e melmosa, un pantano dal quale sembra difficile poter uscire senza un segno di rottura davvero forte e drastico, una discontinuità con il passato, passato nel quale risiede l’inizio del declino dell’economia italiana che troppi vorrebbero far coincidere con l’ingresso nell’Euro, ma che in realtà è ben più radicata, endemica e profonda. Si devono prendere i rischi, di sicuro pensanti, del caso, serve a mio avviso un “all-in” per giocarsi la partita coraggiosamente all’attacco, in questo momento il pareggio non è sufficiente e troppo spesso giocare per il pareggio porta alla sconfitta.

Indubbiamente nella legge vi sono degli aspetti interessati, come, molto italianamente non mancano, tra le pieghe dei provvedimenti, di essere dispensati fondi ad alcune sagre paesane, valorizzazione di prodotti locali, eventi folcloristici di dubbia altezza artistico culturale, qualche milione sarà destinato al fondo TFR dei parlamentari. Certamente hanno un peso non più che trascurabile ma non avrebbero motivo d’essere in condizioni normali, a maggior ragione in momenti di sangue, fatica, lacrime e sudore che per essere precisi Winston Churchill riferì e se stesso, come unica cosa che egli potesse offrire, e non propose agli altri come unica soluzione.

Passando agli aspetti un po’ più promettenti essi sembrano decisamente lenti, molto poco incisivi nell’immediato e senza quell’impalcatura strutturale in grado di indirizzare il lungo termine, del resto non va dimenticato che i margini di spesa e le risorse sono esigue. L’idea di base che ha mosso alcuni provvedimenti è senza dubbio lodevole, mi riferisco ad esempio alla possibilità di detrarre libri e testi scolastici, dal quale però rimangono fuori gli e-book verso cui stanno convergendo le scuole e gli atenei più tecnologici per ridurre i costi e le spese alle famiglie degli studenti; sono certo che l’esclusione dei libri elettronici non sia stata una cosa voluta, ma semplicemente un lacuna forse dovuta alla sostanziale visione all’indietro che caratterizza la nostra politica e talvolta anche il legislatore, spesso radicato ad un passato più lontano nei fatti di quanto lo sia nel tempo.

Il credito di imposta al 50% per investimenti in R&D è positivo, ma rimane limitato ad investimenti tra 50 mila e 2.5 milioni di €, avrebbe potuto essere esteso anche ad investimenti più ingenti per spingere le grandi imprese (che in Italia sono rimaste poche) a fare davvero R&D invertendo la tendenza che vuole che nei periodi di crisi il primo settore a subire restrizione sia proprio l’ R&D (le grandi major investono in ricerca circa il 5% del fatturato, IBM il 6%, Google il 13%, il recente accordo SPD-CDU in Germania ha come punto cardine la destinazione del 3% del PIL tedesco in innovazione e ricerca; in Italia difficilmente si arriva all’ 1%).

Molto interessante è il fondo da 100 milioni di € all’anno per grandi progetti di innovazione in modo da poter attingere ai finanziamenti della BEI per un controvalore di circa 5 volte e che, secondo stime ottimistiche, potrebbe attrarre 1 miliardo di investimenti. L’auspicio è che ciò si realizzi, ma nuovamente l’Italia è stata fanalino di coda, approfittando di questa opportunità con grande ritardo rispetto ad altri paesi.

Il supporto alla digitalizzazione delle PMI dovrebbe essere sostenuto da un voucher di 10 mila € a fondo perduto (o da una detrazione fino a 20’000€) che potrà coprire spese per hardware e software. Purtroppo chi ha un minimo di esperienza nel settore sa che con 10 mila € si acquista a malapena un server aziendale con relative licenze software quindi è difficile pensare che 10 mila € possano essere la svolta verso imprese digitalizzate ed educate a livello informatico che sappiano sfruttare internet come driver per il proprio business o il digitale come mezzo di alleggerimento di processi e procedure.

Complessivamente le bollette energetiche dovrebbero subire una riduzione di 850 milioni di €. La primissima ipotesi, considerando che il problema del costo dell’Energia è un fardello per le nostre imprese,era quella di destinare 3 miliardi al taglio delle bollette, ma le risorse molto sottili hanno portato a scendere a 600 milioni saliti ad 850. Essi saranno garantiti da una rivisitazione della tariffa bioraria che tiene in considerazione il minor costo dell’energia durante le ore diurne garantito dalle rinnovabili e da un allungamento del periodo di rimborso degli incentivi alle rinnovabili tramite l’emissione di piccoli bond già provvisti di copertura secondo il Ministro Zanonato. Questa emissione non è sicura perché dovrà passare al vaglio dell’Europa (si confida nelle coperture del Ministro) alla quale spetta stabilire se vada computata come deficit o meno, in caso positivo probabilmente verrà ostacolata altrimenti potrebbe essere possibile aumentare il controvalore delle emissioni in modo da avere qualche risorsa in più. Il risparmio principalmente sarà per le imprese, anche se non sostanziale, mentre le famiglie potranno risparmiare mediamente 20 € annui, circa il 3%. Un punto chiave su cui insistere riguardo all’energia rimane quello di ricreare un mix energetico vario ed efficace ed eliminare gli incentivi di un settore, le rinnovabili, ormai da tempo maturo che ha snaturato e viziato il mercato senza né abbassare il costo dell’energia né creare una filiera ed un indotto tale da bilanciare quello perso a causa della crisi del settore energetico che ha visto un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali (E.ON sta pian piano abbandonando l’Italia e Sorgenia versa in grosse difficoltà).

Vi sono poi tutte le misure del pacchetto “Destinazione Italia”, i cui effetti dovranno essere valutati in futuro, che si prefiggono l’obiettivo di attirare investimenti esteri anche istituendo centri di supporto normativo e fiscale per le imprese estere, facilitare il percorso peri visti e supportare gli investimenti nazionali. Di certo se il substrato, nel quale gli investimenti, siano essi esteri o locali, dovranno indirizzarsi ed insediarsi, resterà quello attuale la probabilità di successo rischia di essere messa in pericolo nonostante l’impostazione complessiva promettente.

L’emblema della lentezza dei provvedimenti è rappresentato dall’eliminazione, l’ennesima, del finanziamento pubblico ai partiti, che in realtà avrebbe dovuto essere un semplice e meno cospicuo rimborso spese visto l’esito del referendum del 2003. Questo taglio, sbandierato come una vittoria sia a destra che a sinistra, entrerà in vigore a partire dal 2017. I finanziamenti saranno ridotti al 75% nel 2014, al 50% nel 2015 ed al 25% nel 2016. In futuro sarà la contribuzione volontaria, senza inganni poiché l’inoptato rimarrà allo Stato, del 2 per mille con possibilità di deduzione fino al 70%; detraibile al 75% fino a 750€ anche l’iscrizione alle scuole politiche dei partiti (viene da pensare che ci sarà la corsa alle iscrizioni). Nel panorama italiano 3 anni sono una eternità e tutto può accadere e sconvolgersi in questo lasso di tempo. Quando è stato il momento di chiedere anticipi su IVA o IRPEF, quando l’IVA è aumentata dell’ 1%, quando le cartelle di Equitalia hanno raggiunto le imprese oppure quando sono state bloccate le rivalutazioni di stipendi o pensioni si è agito immediatamente, non si capisce perché in tal caso si debbano attendere 3 anni.

Poco sembra possa essere fatto per il cuneo fiscale e per il lavoro. Il paese è continuamente tempestato da dati negativi e da record poco invidiabili dall’inizio delle serie storiche e delle statistiche.

Secondo Bankitalia i valori delle case sono in flessione, -3.9% nel 2012 e -1.8 nei primi sei mesi del 2013, i prezzi degli immobili nel 2012 sono calati del 5.2%, record dal 95, inizio delle serie storiche. La ricchezza delle famiglie, le quali per il patrimonio immobiliare, degli anziani e per la presenza di grandi ricchezze concentrati nelle mani di pochi, rimangono mediamente ben patrimonializzate rispetto agli altri stati europei, è calata del 2.9% nel 2012 e del 9% dal 2007. I risparmi continuano in ogni caso ad essere in calo, ed i risparmi famigliari sono sistematicamente intaccati. Secondo l’ISTAT gli under 35 che né studiano né lavorano sono quasi 4 milioni ed aumenteranno anche il prossimo anno, invece uno studio della SPI-CGIL riporta che il 46% dei pensionati non arriva a fine mese ed è costretto a rimandare pagamenti o a ricorrere ad aiuti, il 24,3% arriva a fine mese magari con qualche piccola rinuncia e chi ne ha la possibilità aiuta figli, nipoti o amici. Il 37% oltre ad aver tagliato il superfluo rinunciando a ristoranti, viaggi e svaghi è costretto a rinunciare alle cure e tagliare spese alimentari. In famiglia avere un malato cronico da curare ed assistere è diventato, per impegno economico necessario, un lusso. Sinceramente, pur siano da tempo note queste condizioni, non sono in grado di capacitarmi di una tal indegna bassezza al limite della civiltà cosiddetta industrializzata e dei servizi.

La capacità della legge di stabilità di incidere in questo panorama sembra irrisoria, come lo sono le risorse a disposizione che non lasciano scampo e non possono dare nell’immediato quella svolta invocata. Per il breve termine servirebbe un intervento europeo che, contrariamente a quanto fatto fino ad ora dove a beneficiare del supporto europeo è stato principalmente il sistema bancario, destini liquidità direttamente all’economia reale e consenta la spesa per gradi investimenti che creino occupazione, lavoro e rilancino in consumi, come han fatto Obama ed Abe rispettivamente in USA ed in Giappone poco curandosi della crescita della spesa. Contemporaneamente servono riforme profonde nel mondo del lavoro, delle pensioni, degli ammortizzatori sociali e del welfare, un cambio ai vertici governativi ed aziendali mantenendo le migliori risorse di esperienza, ma contaminandole con i giovani. Servono piani di sviluppo industriale e politiche di lungo termine volte al taglio delle spese e degli sprechi, alla lotta all’evasione, alla corruzione ed alla sburocratizzazione; tre voci queste ultime che se ridotte di un 15% ciascuna metterebbero al sicuro tutti i bilanci statali.
Per capire come la situazione sia prossima alla deriva basti pensare alle difficoltà che si hanno ogni volta che devono essere trovate risorse non previste. La copertura dell’IMU è ancora in bilico, trovare i 500-700 milioni a copertura della differenza di aliquota è stato drammatico (o comico), ogni volta che si devono rifinanziare gli ammortizzatori sociali con qualche miliardo si rischia di dover ricorrere alle clausole di salvaguardia, così come è stato finora impossibile incidere significativamente sul cuneo fiscale, sul lavoro, far ripartire la rivalutazione degli stipendi degli statali o pagare completamente i debiti delle PA. Parallelamente a ciò il debito continua a crescere incessantemente raggiungendo ad ottobre il record di 2’085 miliardi, dei quali 17 si sono sommati tra settembre ed ottobre, in un solo mese; da record anche l’ammontare degli interessi che nel 2013 sfioreranno i 90 miliardi. Il PIL non riesce a ripartire, le stime per il prossimo anno vanno da quelle di S&P, 0.4% all’ 1% del Governo passando dallo 0.6-‘.7 di OCSE ed ISTAT, in ogni caso troppo basso per far ripartire l’occupazione che richiederebbe almeno una crescita dell’ 1.5%; questo fattore rischia di minare il contenimento del rapporto Deficit/PIL entro quanto previsto dal MEF di Saccomanni. Evidentemente queste voci rispetto alle risorse disponibili si collocano un ordine di grandezza più in alto. Sono estremamente curioso di leggere e capire da dove proverranno i 200 miliardi che secondo Corrado Passera possono essere iniettati nell’economia e che dettaglierà meglio il prossimo gennaio, perché senza somme di quel genere l’unica possibilità di rimetterci, con il tempo ed i tanti sacrifici ancora necessari, sui binari corretti è quello di un inversione delle politiche europee all’insegna non dell’austerità ma del sostegno concreto allo sviluppo.

14/12/2013
Valentino Angeletti
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