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Tsipras dimissionario, la Grecia verso le elezioni. Difficile pensare a ripudio delle condizione UE

Giovedì 20 agosto (giorno del mio compleanno) alle ore 19, tramite un discorso di 7 minuti alla TV pubblica greca da poco riaperta, il Premier Ellenico Tsipras ha rassegnato le dimissioni, rimettendosi al Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos. Questa decisione è arrivata come un fulmine, non a ciel sereno, perché l’opzione era già nell’aere da qualche tempo, ma sicuramente come un baleno in un cielo parzialmente nuvoloso. Ciò che intimorisce di più, in particolar modo le istituzioni europee, preoccupate per l’instabilità che questa vicenda può creare in Europa e non solo, è legata alla rapidità della decisione ed ai tempi strettissimi per andare a nuove elezioni. La data ipotizzata, che se comunque non fosse confermata non dovrebbe essere troppo in là con le settimane, è il 20 settembre, appena un mese esatto dalle dimissioni. Tra l’altro questa nuova tornata elettorale si inserisce proprio nel periodo in cui l’Europa dovrà fare attenzioni alle elezioni in Irlanda, in Spagna, dove il movimento ostile alle politiche Europee di Podemos ha fatto proseliti, ha vinto elezioni locali in importanti comuni tra cui Madrid e Barcellona ed ha saputo con abilità instaurare significative alleanze municipali con le forze socialiste, ed in Germania, dove la riconferma del Cancelliere Merkel sembra facile pronostico, ma dove in ogni caso gli imprevisti possono essere dietro l’angolo, visto come i dissidenti, nei confronti di Angela e del suo Esecutivo, siano aumentati in occasione del voto parlamentare sul terzo piano di salvataggio della Grecia da 86 miliardi in tre anni, a favore del quale parteggiava il Cancelliere. Inoltre il Premier ellenico continua a godere di un buon seguito e della fiducia della maggioranza del popolo ellenico, che evidentemente punta, non tanto sulle politiche e sui programmi, all’atto pratico disattesi, ma sulla persona, ritenuta in grado di portare benefici al paese. In questa fase tra l’altro, in vista delle elezioni, Tsipras si trova, per la prima volta nella sua vita, a non essere l’esponente della sinistra più radicale.

Le parole con cui Tsipras si è congedato sono state:

«Il mandato che ho ricevuto il 25 gennaio si è esaurito, ora i greci devono decidere se li ho rappresentati con coraggio davanti ai creditori e se questo accordo è sufficiente per una ripresa. Ho l’obbligo morale di sottoporre quello che ho fatto al vostro giudizio, chiederò un mandato forte per governare e proseguire il nostro programma di governo».

Tsipras non ha più la maggioranza di Governo, le defezioni e gli spaccamenti in Syriza sono stati numerosi, ed è già in preparazione una forza più radicale alla sua sinistra. Il memorandum con le istituzioni europee, che ha sbloccato il terzo piano di aiuti, è passato al Parlamento di Atene grazie ai voti delle formazioni centriste di opposizione, molte invece sono stati i voti sfavorevoli nelle file di Syriza, partito del Premier.

Il Premier ha così ritenuto, dopo aver incassato la prima trance di aiuti da 13 mld, pagato i 3.2 mld alla BCE con decorrenza 20/08 ed avviato la concessione di 14 aeroporti turistici alla tedesca FraPort (che, pur avendo vinto regolare gara, sembra essere stata il destinatario già da tempo prescelto per lo sfruttamento dei 14 trafficati aeroporti ellenici per 40 anni), di andare alle elezioni. Il momento pare propizio per cercare una riconferma popolare alla luce del consenso ancora alto di cui gode tra i cittadini greci. Col tempo e con l’attuazione delle misure restrittive, imposte dall’Europa, su agevolazioni, pensioni, salari e stipendi, privatizzazioni, questo bonus potrebbe scemare e rendere la vitoria di Alexis sempre più complessa.

Il programma che Tsipras, in corsa alle venture elezioni, presenterà è ancora ignoto e sarà interessante verificare se esso sarà accondiscendente nei confronti delle richieste europee, oppure se chiederà al popolo di esprimere la propria volontà di non recepire le volontà delle istituzioni. Molto più probabile sembra la prima ipotesi (anche la Germania si è detta tranquilla sull’attuazione delle riforme) vale a dire un referendum che, se vinto, rafforzerebbe il partito Syriza, epurandolo dalle frange più dissidenti, e la posizione, ad ora fragile, di Tsipras come Premier.  Darebbe poi mandato popolare al leader greco di agire nella via richiesta dall’Europa. I soldi del piano di salvataggio da 86 miliardi servono alla Grecia, senza quei soldi incorrerebbe nel default e non sarebbe più in grado di far fronte ai propri impegni interni, così come gli sarebbe impossibile sostenere un sistema bancario depauperato dalla corsa agli sportelli e tremendamente sull’orlo di una crisi di liquidità. Dire no all’Europa con nuovi tentativi di chiusura vorrebbe dire molto probabilmente, anche alla luce delle tensioni nel parlamento tedesco sul salvataggio di Atene, il default greco, l’instabilità politica Europea, una reazione imprevedibile dei mercati già stressati da prezzo del greggio e crollo delle borse cinesi, infine la probabile disgregazione dell’Unione.

La fiducia in Alexis Tsipras permane nonostante, a ben vedere, egli non abbia mantenuto le sue promesse, infatti è riuscito solo molto parzialmente ad implementare i programmi presentati assieme all’estromesso Varoufakis in sede di elezioni, ha richiesto un referendum popolare su un piano di riforme, bocciato dai greci, che poi è stato applicato con un livello di rigidità maggiore rispetto a quello su cui i cittadini greci si erano pronunciati. Insomma, se fossero i fatti a dover dar credito a Tsipras non ci sarebbe oggettivo motivo per conferirgliene ancora, invece è la persona e la sua leadership che gli danno autorevolezza. A prescindere dall’operato gran parte del popolo pensa che le sue azioni siano sinceramente mirate alla protezione dei cittadini ellenici e si fidano. Ma a questo punto sorge una domanda, se Tsipras chiede un nuovo mandato popolare attraverso le elezioni, perché non dovrebbe farlo anche Varoufakis, di fatto costretto ad abdicare dal suo dicastero, ed artefice a quattro mani con Tsipras del piano totalmente anti austerità, che poco ha a che fare coi memorandum siglati in seguito, il quale ha consentito a Syriza di vincere le elezioni? Tsipras forse dovrebbe chiedere a Varoufakis, che probabilmente rifiuterebbe, di risalire a bordo della sua compagine e dovrebbe chiarire una volta per tutte la sua posizione nei confronti delle istituzioni, ossia accondiscendenza, che significherebbe ancora austerità e molti sacrifici per i greci col rischio di allungare solamente un’agonia il cui epilogo è già scritto (a meno di un pesante intervento sul debito) o un muro contro muro dalle imprevedibile e rischiose conseguenze?

Confermando la facile profezia che la vicenda greca fosse tutt’altro che conclusa va sottolineato ancora una volta, a prescindere che le politiche piacciano o meno, come Tsipras, e Varoufakis a suo tempo, abbiano dimostrato grandissime doti politiche, di leadership e da statisti, senza un ossessivo attaccamento allo scranno, rare da riscontrare nel nostro paese. Da augurarsi che almeno in tal senso Tsipras abbia lasciato un segno ispiratore alla politica nostrana.

21/08/2015
Valentino Angeletti
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La trattativa Creditori, Bruxelles Group e Grecia: irrigidimento dopo gli esiti (scontati) delle elezioni spagnole e polacche?

Sull’infinita ed ormai esasperante crisi greca, il livello di tensione delle ultime dichiarazioni può essere assimilato alla figura retorica del climax discendente.

Non è passato più di qualche giorno da quando esponenti dei ministeri di Atene, tra cui lo stesso Varoufakis, dichiararono che sarebbe stato impossibile per lo stato ellenico assolvere la tranche di debito da 312 miliardi con l’FMI in scadenza il 5 giugno e lo sarebbe stato per tutto l’ammontare delle scadenze di giungo, pari a 1.6 miliardi di €. La giustificazione data dagli esponenti ministeriali è stata la più banale, quanto inappuntabile possibile: la Grecia non ha soldi. La carenza di liquidità, del resto, era ormai nota, se non in modo esplicito, sicuramente nei fatti visto che il governo centrale di Atene aveva già raschiato il fondo del barile richiedendo liquidità a tutti gli uffici e gli enti locali, nonché ai consolati ed alle ambasciate sia in territorio nazionale che in quello estero.

A questa prima dichiarazione, allarmante per i creditori ed FMI in particolare, è seguita una smorzata da parte del Ministro Varoufakis, che ha assicurato che la Grecia pagherà tutti i suoi debiti, a patto di avere liquidità sufficiente e disponibile. Tale affermazione ovviamente non contraddice la prima, se, come è ormai appurato essere, Atene non ha denaro a sufficienza per pagare il 5 giugno stipendi, pensioni, che il Governo Tsipras vuole a tutti i costi onorare, e debiti verso i creditori, ritenuti sacrificabili. Non sono caduti nel sillogismo dialettico i creditori, BCE, FMI, ESM, i quali hanno ribadito che senza un piano di riforme concreto e senza il rispetto di tutte le scadenza non saranno concessi ad Atene ulteriori aiuti (l aprossima tranche ammonterebbe a 7.2 miliardi) dei quali evidentemente Tsipras necessita con sempre maggiore urgenza.

L’ultima versione, la più edulcorata, è stata proferita sempre da Ministro Varoufakis, il quale ha assicurato il pagamento di ogni pendenza poiché di qui al 5 giugno vi sarà un accordo sulle riforme e sul rifinanziamento degli aiuti. Non sono quindi stati trovati denari, ma è solo aumentato l’ottimismo per una concreta risoluzione, almeno per quel che riguarda la scadenza più imminente.

L’ottimismo è probabilmente dovuto alle dichiarazioni di Junker, presidente della Commissione UE, che vede un’accelerata verso l’accordo, ma soprattutto all’appoggio che da Washington arriva dal segretario generale del Tesoro Jack Lew, il quale ha rassicurato che da parte statunitense ci sarà il massimo pressing sulle istituzioni europee e sui creditori affinché la situazione venga risolta quanto prima. Il motivo è presto detto: benché in Europa si cerchi di minimizzare l’impatto di un eventuale default greco e di una sua uscita dalla zona euro, grazie alle misure monetarie intraprese ed al rafforzamento avvenuto negli ultimi anni, la verità, quella con cui si confronta il Tesoro USA, è che nessuno ha chiaro che cosa potrebbe in realtà accadere, le conseguenze connesse, quantificare l’impatto sui mercati e la reazione della finanza speculativa sempre in agguato e sempre pronta ad accanirsi contro la vittima successiva rispetto alla Grecia (Italia? Spagna?).

Nonostante però questa ventata positiva ed ottimista, la determinazione statunitense e la capacità comunicativa di Varoufakis, il negoziato sulle riforme ed il compromesso “sbloccante” non sembra ad oggi dietro l’angolo.

Lato Tsipras ed Atene le proposte di riforme sarebbero rivolte ad un adeguamento dell’IVA suddividendola in tre fasce, alla istituzione di un salario minimo a 751€, livello indicato prima del memorandum con il Bruxelles Group, una stretta sui pensionamenti anticipati sotto i 65 anni di età senza però rivedere l’ammontare dell’assegno pensionistico, il mantenimento di un livello sostenibile di disavanzo primario, taglio di spesa a ministeri ed enti pubblici, lotta all’evasione ed all’uso del contate tramite uno scudo fiscale (15% circa) sui capitali da evasione e detenuti all’estero, così come una tassazione sui prelievi di bancomat (oltre 70 € è la cifra ipotizzata) per combattere l’uso del contante, misura che però riscontra opposizioni interne a Syriza. Pur non essendo in grado di rispettare quanto promesso in campagna elettorale il tentativo di Syriza è quello di cercare, per quanto possibile, di sostenere il welfare, evitando di far precipitare ulteriormente lo stato sociale del popolo greco. I tre quarti del cammino sono stati intrapresi e portati a termine dalla Grecia, l’ultimo quarto spetta alle istituzioni europee ed ai creditori, questa è la posizione di Varoufakis e Tsipras, che sono convinti si debba trovare un accordo senza ricadere negli errori del passato.

Va detto che quelli del passato si sono mostrati a tutti gli effetti degli errori che hanno esacerbato oltremodo una crisi che avrebbe potuto essere risolta fin da subito con un costo nettamente inferiore, quasi trascurabile. Il Professor Prodi, dalle colonne del Corriere, ha sostenuto che sarebbero bastati 40 miliardi se il problema fosse stato approcciato fin da subito, sicuramente la stima è al ribasso, ma pensare che la situazione potesse risolversi con 120-130 miliardi è verosimile. Adesso, dopo aver perseverato 5 anni con l’austerità, invece ne servirebbero almeno 500 ed oltre. Il nodo della questione è che quelli definiti “problemi” dai greci, sono in realtà capisaldi della politica di risanamento che vorrebbe impostare la Ex Troika.

Il Bruxelles Group infatti, oltre a non voler assolutamente concedere ritardi o rinegoziazioni dei pagamenti in corso, vorrebbe impostare il percorso del risanamento ellenico basandosi su noti principi di austerità, forse leggermente rivisti, ma non ammorbiditi in modo tale da poter risultare sopportabili nell’attuale contesto greco. In particolare privatizzazioni pesanti e diffuse, taglio dei dipendenti pubblici, quando invece la Grecia avrebbe avuto intenzione di operare riassunzione (ad esempio nell’emittente televisiva nazionale), taglio di stipendi e pensioni pubbliche, stretta sui parametri del disavanzo primario, taglio delle spese, incremento pesante dell’Iva e della tassazione sui consumi. La lotta all’evasione è anche per l’Europa una necessità, ma l’aleatorietà degli ingressi, pur un con un potenziale enorme, fanno prediligere forme più programmabili di reperimento delle risorse.

La possibilità che entro il 5 giugno venga trovato l’accordo definitivo in grado di sbloccare la seconda tranche da 7.2 miliardi di aiuti alla Grecia rimane remota. Sicuramente l’influenza del tesoro Americano è notevole e lascia trasparire come, nonostante le rassicurazioni di Bruxelles sulla più stabile situazione dell’Unione rispetto al 2011, il terreno di uscita greca dall’Euro, o, ipotesi più probabile, di un nuovo default controllato di Atene, sia ombroso e senza certezza. Le reazioni potrebbero essere molto pesanti, e, in ambedue i casi, a prescindere dal reale impatto economico dell’evento, la speculazione potrebbe portare alla disgregazione del progetto europeo con pochissime e ben assestate mosse. Parimenti risoluti, sbarrando o limitando il margine negoziale greco, sembrano però i creditori, con in testa lo statunitense FMI e l’europeo ESM che per bocca del suo presidente, Klaus Regling, ha affermato che non vi saranno ulteriori aiuti alla Grecia senza il rispetto di tutte le scadenze.

In aggiunta a ciò, ad irrigidire ulteriormente le posizione del Bruxelles Group, potrebbero esservi i recenti risultati elettorali con la vittoria di Podemos in Spagna, del conservatore Duda in Polonia, dell’incalzare di movimenti di estrema destra e xenofobi dichiaratamente anti Euro ed anti sistema nella mittel-europa, dei movimenti di protesta come M5S e Lega in Italia e la riconferma di Cameron in UK, sospinto dal portare avanti l’idea di referendum di uscita dall’Euro.
Nelle ultime tornate, quella spagnola, amministrativa ma preludio alle politiche di autunno, e quella polacca, sia Podemos che l’ultranazionalista Duda, hanno posizioni non aprioristicamente contro l’unione europea, ma contro le politiche di austerità che hanno impoverito la popolazione europea ed animato il senso di disaffezioni nei confronti delle istituzioni di Bruxelles. Se tale sentimento è più che comprensibile in Spagna, che, pur con dati ed economia in crescita, ha dato i natali al movimento degli indignados, lo sarebbe meno nel caso della Polonia, economia in crescita e che ha beneficiato molto del’ingresso in Europa, se la giustificazione non fosse da ricercarsi proprio nella disaffezione nei confronti di Bruxelles, delle sue politiche e lo scemare complessivo di quello che una volta era il sogno di integrazione europea dal quale i cittadini si sarebbero attesi un benessere ed una stabilità economica, politica e sociale poi mai concretamente arrivate.
L’apertura alla Grecia potrebbe dare il la alle richieste di altri stati, iniziando da Spagna e Polonia, ed alle pretese di scaricare parte del debito sovrano. Chiaramente fintanto che l’economia è quella greca si parla di un impatto economico di livello complessivamente limitato, quando invece si iniziano a tirare in ballo la quarta e la sesta economia dell’aera Euro le dimensioni sono di tutt’altro genere.

Ciò detto pare che la questione greca si protrarrà oltre, probabilmente con soluzioni estemporanee e non definitive, e che la posizione delle istituzioni possa irrigidirsi ulteriormente facendo assumere a questa narrazione, dal punto di vista greco, i contorni di una vera e propria tragedia atenese.

Valentino Angeletti
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RIFORME: decisive per la Grecia ed al centro dell’Eurogruppo, ma anche crocevia importante per un nuovo assetto politico italiano

E così il vero Bazooka della BCE e di Draghi, il QE, inizierà a sparare da lunedì 9 marzo con l’acquisto di 60 miliardi al mese di Bond sovrani in percentuale proporzionale alle quote di BCE detenute dai singoli stati, quasi in contemporanea si svolgerà un delicato Eurogruppo con al centro l’altro tema che attanaglia l’UE da molti mesi a questa parte, ossia la Grecia. Come sappiamo lo stato ellenico è in crisi di liquidità, gli è stato concesso un prolungamento del programma di aiuti “delle Istituzione” (Troika fino a qualche settimana fa) per arrivare fino alla fine di giugno in cambio della presentazione di un piano di riforme e di programmi da discutere a Bruxelles. Proprio in queste ore il ministro delle finanze greco Varoufakis ed il Premier Tsipras hanno inviato il loro documento alla Commissione. Esso sarà oggetto di discussione all’Eurogruppo del 9 marzo, quando sarà reso noto. Esso presenta i programmi di medio-lungo termine che ha in mente il Governo Syriza per risollevare la Grecia dallo stato in cui è tracollata, ristabilire un adeguato livello di investimenti che consentano la crescita e supportare i cittadini con un livello di welfare che possa tornare a definirsi decente. In aggiunta all’approccio di medio-lungo termine vi sono 6-7 esempi di riforme che la Grecia avrebbe intenzione di mettere in atto. Al momento esse non sono pubbliche, ma è pensabile che siano rivolete alla lotta alla corruzione (indiscrezioni parlano di incentivare turisti e viaggiatori a denunciare), ad alcuni tagli di spesa mirati, ad una blanda ristrutturazione del debito dilazionandolo in tempi maggiori. Difficilmente questi primi punti conterranno le riforme che Tsipras-Varoufakis vorrebbero fare o non fare contrapponendosi alle richieste UE, perché un accordo in tale fase, che rappresenta l’inizio vero e proprio della trattativa nel merito tecnico delle modalità di supporto alla Grecia, è indispensabile: attriti già ora procrastinerebbero una situazione greca ed europea in cui urgono interventi radicali ed immediati. Aver proposto riforme su cui Varoufakis è relativamente confidente che vi sarà condivisione in Eruogruppo, sulla cui prima reazione al piano vi sono indiscrezioni, potrebbe aver consentito all’astuto ministro greco di spingersi, puntando a dare un segnale al popolo greco di durezza e di ancoraggio alle proprie posizioni di protezione nei confronti di Atene, a dichiarare che se questo piano non verrà accettato da Bruxelles allora non vi saranno ulteriori alternative o alleggerimenti di posizione e scenari come nuove elezioni Greche oppure un referendum (sulla permanenza Euro o più probabilmente sulle misure economiche) sono ipotesi percorribili; alla BCE sono state riservate anche frecciatine, definendo il rapporto BCE-Atene formale e decisamente poco dialogante, diversamente da quanto, con un governo più conservatore, avvenne nel 2012 quando fu concesso ulteriore credito alla Grecia senza avanzare troppe pretese come contropartita: all’epoca l’istituto di Francoforte, secondo Varoufakis, è stato indubbiamente meno “disciplinato” di quanto non sia in questa fase; oppure la dichiarazione (almeno azzeccata direi), di certo non leggera, in merito ai QE che secondo il greco avrebbero dovuto essere destinati prima ai paesi dalla crescita bloccata, e non in modo direttamente proporzionale alle quote di capitale della BCE, che fanno della Germania il primo beneficiario. Evidentemente che il meccanismo fosse favorevole alla Germania è stato un obolo da pagare a Weidmann, Schauble e Merkel affinché interrompessero un veto nei confronti della politica di espansione monetaria (che a mio avviso Draghi avrebbe innescato anche prima) durato 4 anni.

Il ministro greco si mostra in ogni occasione molto astuto ed abile oratore (anche in perfetto inglese). Il momento è piuttosto delicato sia per la Grecia che per l’Europa. Atene deve cercare di portare a casa i migliori risultati possibili, che gli consentano di avviare un programma di investimenti per risollevare l’economia, il welfare, provare a rispondere alla disoccupazione dilagante, aumentare il potere d’acquisto e non farsi strozzare dalla pressione fiscale o da tagli di spesa lineari. A tal fine deve presentare un programma di riforme bilanciato e mantenere i conti in un certo ordine. Di contro anche l’Europa deve dimostrare di non ricadere nel peccato dell’austerità, concedere quanto oggettivamente necessario a consentire l’innesco di un minimo di ripresa ad iniziare dalla condizioni sociali in Grecia. Non a caso si usa il termine traghettare perché l’UE ha il dovere di comportarsi da leader, anche con un figliol prodigo, tendendo il braccio per toglier suo figlio da uno stato comatoso che senza un supporto esterno condurrebbe alla morte certa. Ovviamente ciò può avvenire se e solo se Bruxelles e le istituzioni cessano, dopo le sbandierate dichiarazioni che si susseguono almeno da inizio 2014 sull’abbandono dell’austerità, l’approccio improntato solo al rigore, magari guardando come gli USA sono usciti dalla loro crisi finanziaria. In questa trattativa è necessario un bilanciatissimo rapporto tra concessioni e richieste che da un lato non sia causa dello scoppio della tempesta sociale in Grecia ed al contempo permetta ad Atene di innescare un’inversione di tendenza che punti al miglioramento delle condizioni sociali ed alla crescita pur mantenendo un controllo, che sia realisticamente sostenibile, dei conti e dello stato delle riforme.

Arrivare all’equilibrio in questo frangente non è nè scontato nè banale, ma è indispensabile.

Come abbiamo visto le riforme sono un punto cruciale per la Grecia e per l’Europa, ma lo sono in egual misura per l’Italia. Anche il nostro paese, pur essendo in mezzo ad una congiuntura più favorevole che in passato e meno nell’occhio del ciclone, rimane un sorvegliato speciale delle istituzioni che monitorano costantemente lo stato delle riforme richieste. Dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale di due decreti attuativi sul Jobs Act martedì sarà la volta delle riforme istituzionali, in particolare quella del Senato e della legge elettorale (Italicum). Al momento, pur nella solita sicurezza del Premier di aver i numeri per superare questo passaggio parlamentare, lo scenario è piuttosto fluido. Preso atto di una definitiva rottura del patto del Nazareno, Berlusconi di FI ha dichiarato che voterà contro le riforme proposte, anzi imposte, secondo quello che è il punto di vista del leader di FI, da Renzi. Voto contrario è previsto anche da parte del M5S, di SEL, della Lega e della frangia interna del PD che fa capo a Fassina e Civati, mentre Bersani, più accomodante, si è detto disposto ad appoggiare Renzi a patto di inserire alcune modifiche, che in verità l’ex sindaco di Firenze non pare orientato a concedere avendo dichiarato che è sua intenzione andare dritto come un treno per raggiungere l’obiettivo di avere riforme pronte entro l’estate. Effettivamente qualora si riaprissero le discussioni questo limite temporale potrebbe non essere rispettato, ma è anche vero come ricordano minacciosi i “dissidenti” DEM, che se non vi è condivisione sulle riforme istituzionali esse rischiano di non andare in porto nè in estate nè mai. Va detto che l’obiettivo da perseguire in questo momento è avere riforme più funzionali e calibrate, pagando qualche giorno di ritardo, rispetto a soluzioni immediate, ma non ben ponderate negli effetti di medio e lungo periodo.

Alla luce dei numeri presentati e delle dichiarazioni pre voto, che in due giorni possono assolutamente cambiare radicalmente, non è facile pensare ad una pacifica approvazione, anzi quello che è prevedibile è un serrato scontro parlamentare che speriamo non dia adito a riprovevoli episodi diventati ormai consuetudine all’interno dell’Emiciclo.

Parimenti al percorso delle riforme, altrettanto fluido, forse addirittura di più, appare lo scenario politico ed i rapporti di forza che si stanno delineando per l’ennesima volta.

Cominciando dal M5S, il partito di Grillo qualche giorno fa sembrava aver iniziato un percorso che lo avrebbe portato a dialogare con il PD. Ciò indubbiamente avrebbe aperto uno scenario del tutto nuovo permettendo di creare una maggioranza parlamentare decisamente solida. A distanza di poco però è giunta la rettifica dei vertici del M5S i quali hanno precisato che la discussione con il PD sarebbe stata possibile solo ed esclusivamente su Rai e reddito di cittadinanza, nessuna apertura sulle riforme di Senato nè tanto meno legge elettorale che vedono i pentastellati già sulle barricate, proprio come SEL.

Nel PD le divisioni interne sono tutt’altro che sanate, anzi si ripropongono ogni qual volta vi sia una partita parlamentare. Le fazioni in gioco sono sempre le stesse: l’ala facente capo a Fassina, Civati, Cuperlo, Mineo, Chiti, D’Attorre più fermi sulle loro posizioni; i bersaniani più dialoganti; la maggioranza renziana che segue il premier andare dritto come un treno. Anche stavolta, tanto si è dilungata questa telenovela dalle rosse sfumature, l’esito pare quello solito e scontato: alla fine coloro che decideranno di dare le spalle al governo saranno pochi, la maggior parte rientrerà nei ranghi e, adducendo dei mai realmente provati amore per il paese e senso della responsabilità, si riallineeranno al Premier. Renzi questo lo sa bene, così può permettersi di tirare la corda e lanciare ultimatum avendo ormai prova della totale mancanza di determinazione di coloro che vorrebbero scindersi, magari accodandosi a Cofferati e coinvolgendo SEL per una sinistra in stile greco, ma che non hanno il fegato per farlo, limitandosi a poco dannosi e flebili aneliti di dissenso, molto meno incisivi nella loro totalità che un cinguettio tuonato dal Premier attraverso il suo I-Phone e neppur direttamente in faccia.

Se per quanto detto fino ad ora tutta sembra seguire un copione già visto, molto più interessante è lo scenario che si appresta a crearsi nel centro destra. Certamente la vera novità è la rottura interna alla Lega tra Salvini, che supporta il governatore leghista uscente Zaia per le regionali in Veneto, e Tosi, sindaco leghista di Verona, che vorrebbe concorrere al governatorato della regione padana. La frattura sembra imminente e l’ultimatum di Salvini a Tosi scadrà allo scoccare della mezzanotte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo (anche se qualche ora in più sarà senza dubbio concessa). Allora Tosi dovrà decidere se ridimensionare le sue velleità o proseguire in autonomia, magari cercando alleanze altrove. Proprio la partita delle alleanze è cruciale nel centrodestra. Evidentemente in questa fase non vi è alcuna possibilità che un singolo partito possa minimamente scalfire la leadership del PD, e così Berlusconi e Salvini si sono visti per analizzare la possibilità di porre le basi per una futura e rinnovata vicinanza. Salvini ha dato la sua disponibilità al dialogo a patto di non coinvolgere l’alleato dell’Esecutivo NCD (che rimane l’unico vero supporter del PD ottenendo per altro numerose vittorie in termini di linea di Governo in rapporto al suo effettivo peso politico) e di votare contro le riforme, intenzione ribadita dallo stesso Berlusconi intervenuto telefonicamente ad una convention presso la capitale pugliese. L’ipotesi di un’asse Salvini-Berlusconi escluderebbe in partenza un eventuale ricorso dello stesso Tosi a Berlusconi, utile al (ex?) leghista, meno al Cavaliere visto che il peso di Tosi è ancora tutto da verificare. Se Salvini riuscisse a redimersi dal “Leghismo nordico” della secessione e dei “terrun”, portando come prova di un nuovo interesse nazionale e non più solo padano l’eventuale scissione con Tosi, in alleanza con FI, realtà dalla struttura consolidata, potrebbe rappresentare l’archetipo verso una destra meno di centro, con Salvini, benedetto da Berlusconi, che avrebbe l’opportunità di scalzare Fitto come futuro Leader.

Ciò comporterebbe un assetto politico del tutto inedito: poche e scollate forze di sinistra, un PD dai forti contrasti interni ma che in ultima istanza, come una sorta di nuovo grande centro sotto mentite spoglie, porta avanti una linea di centro/centro-destra indirizzata parzialmente da NCD ed una destra della chiara impronta Le-Penista ed anti-EU (FI dovrà scegliere se giocare la partita in Italia assieme alla Lega abbandonando il PPE, perché Salvini potrebbe arrivare a chiederlo,  o se rimanere una emanazione del Partito Popolare Europeo).

Tutto si tiene, ma tutto è estremamente complesso, non resta che attendere il susseguirsi de giorni e con essi dell’agenda europea ed italiana per capire come fluido si convoglierà. Di certo prepariamoci ad un periodo di negoziati serrati ed intrichi più o meno alla luce del sole sia a Bruxelles che nei Palazzi Romani in vista di un’infuocata campagna elettorale per le regionali di maggio.

  1. QE-Day alle porte, ma non è scontato che sia anche un Beautiful-Day…
  2. La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia
  3. Riforma costituzionale: più tempo per discutere le modifiche o avanti di forza? Lotta in Parlamento mentre lo scenario internazionale e sempre più delicato
  4. Nazareno vivo o morto? Renzi, purchè camaleontico, fa spallucce e tira dritto
  5. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno

08/03/2015
Valentino Angeletti
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Tsipras: le prime mosse. Europa: reazioni all’insegna del vecchio approccio.

Passata la “sbornia” da risultato elettorale greco con la vittoria di Syriza e messa da parte per un attimo la corsa al Quirinale in attesa che vengano lustrati i catafalchi, è interessante soffermarsi un attimo sulle prime mosse del nuovo Primo Ministro greco e sulle conseguenti reazioni europee.

Come sappiamo (Approfondimenti Link 25/01 – Link 27/01) i capisaldi del programma di governo firmato Tsipras sono il taglio delle tasse, maggior spesa per investimenti e welfare, sanità in particolare, azioni sul debito, rifiuto dei programmi della Troika e quindi disdetta degli impegni presi dal governo precedente con UE, BCE, FMI. La determinazione nel perseguire i suoi obiettivi sono subito stati dimostrati dall’alleanza che nel giro di poche ore il neo-premier ha stretto con la formazione di destra Anel, fuoriuscita dal partito di Samaras Neo-Demokratia proprio per seguire la sua impronta più marcatamente anti-Europea, nonostante i moltissimi aspetti sui quali Syriza e Anel si collocano in posizioni diametralmente opposte, primo tra tutti l’immigrazione. Tsipras ha già formato il Governo, assegnando ad Anel il ministero della difesa ed accorpando vari dicasteri, per la maggior parte ora ricoperti da economisti di fama mondiale ascrivibili comunque alla sinistra del suo partito, così da scendere dai 16 del precedente esecutivo ai 10 attuali. Nonostante il giuramento ufficiale del Governo avverrà i primi di marzo, Tsipras ha già convocato il primo CdM con in OdG l’aumento degli stipendi lordi mensili dai 450€ a 751€ ed il blocco della privatizzazione del porto del Pireo avviata dal Governo Samaras.

Ora sarà fondamentale capire come il giovane Premier avrà intenzione di coprire economicamente le promesse fatte, non mantenerle gli costerebbe una perdita di credibilità irrecuperabile ma soprattutto una reazione sociale che è facile prevedere almeno belligerante. Le opzioni “canoniche” per il reperimento di risorse economiche sono principalmente due: il prelievo fiscale, impraticabile nel rispetto dei suoi programmi di riduzione fiscale ed il ricorso ad altro debito assai difficile da ottenere viste le sue intenzioni di azione su quello pregresso. Facile intuire che il suo compito sarà decisamente arduo così come i negoziati che, dopo aver presentato in modo preciso i suoi piani al momento ancora ignoti, dovrà intavolare con l’Europa.

Le possibili operazioni sul debito che la Grecia potrebbe mettere in campo sono l’insolvibilità di una parte di esso (alcune voci parlano del 60%) nel più classico stile Haircut come peraltro la Grecia già fece per una quota del 40% gli anni addietro oppure un allungamento dei tempi di restituzione, che tecnicamente sarebbe assimilabile ad una riduzione degli interessi corrisposti annualmente ai propri creditori.

Le reazioni alla potenziale revisione del debito ed alla sospensione del programma della Troika da parte delle entità istituzionali non sono state tenere. Da più parti, a cominciare dalla tedesca Bundesbank con il “puntuale e spesso fori tempo” Weidmann, hanno ribadito che qualsiasi nuovo Governo greco dovrà rispettare senza deroghe gli impegni presi dal suo predecessore inclusi quindi i piani della Troika. Non rispettarli significherebbe per la Grecia essere esclusa dalla possibilità di beneficiare dei QE della Banca Centrale. Venir meno a questi impegni lederebbe la credibilità del nuovo esecutivo di fronte al mondo governativo-istituzionale, ma rispettarli per Syriza significherebbe tradire il proprio elettorato. La Merkel ha voluto invece rimarcare come la Grecia già ora goda di condizioni di favore sul suo debito e che i primi rimborsi ai paesi membri ed alle varie banche centrali inizieranno solo nel 2020, non ci sarebbe dunque alcuna necessità di ulteriori dilazioni. Differente (come fa notare Federico Fubini, firma economica de La Repubblica) il discorso per il FMI che dovrebbe essere il primo a ricevere alcune trance di pagamento, tanto che la Governatrice Lagarde si è affrettata a chiarire che il fondo non ritiene assolutamente accettabile alcun alleggerimento del debito greco.

Dalla Grecia invece risuona, carica di un realismo difficilmente opinabile, la dichiarazione rilasciata alla Bbc dal viceministro con delega ai rapporti economici internazionali di Syriza Euclid Tsakalotos:

“E’ irrealistico aspettarsi che la Grecia possa ripagare interamente il suo enorme debito, nessuno crede che il debito greco sia sostenibile, nessun economista può’ pensare che potremo pagare tutto quel debito. E’ impossibile” (dubbi sulla sostenibilità del debito sono stati avanzati in passato anche in riferimento a quello italiano: link).

Considerando le condizioni sociali dell’attuale Grecia ed il loro continuo deterioramento nel corso degli ultimissimi anni e mesi, benché alcuni parametri macro-economici siano in miglioramento (come il PIL, ma l’utilizzo del PIL come indice di benessere diffuso, crescita e sviluppo di un paese e dei cittadini è da più fronti criticato, proprio sull’Avvenire vi è un’intervista all’Ex Ministro Giovannini in merito a questo tema: Link), è evidente che le concessioni favorevoli sul debito non siano sufficienti ad invertire il trend sociale greco, il più importante affinché la tenuta del paese sia stabile, che va invece come una rapidissima funzione monotona decrescente.

Le condizioni di favore riservate alla Grecia nella gestione del suo debito non sono ascrivibili alla flessibilità dei patti europei come per contro lo è il vincolo sul 3% del rapporto deficit/PIL o il fiscal compact relativo al percorso di rientro sul debito, ma identificano pur sempre misure di flessibilità degli approcci, modelli e piani di gestione delle crisi economiche adottati dall’UE. La flessibilità concessa, sicuramente in ritardo, entro i patti europei e sbandierata dalle istituzioni UE come fosse chissà quale vento innovativo e foriero di sviluppo e benessere, proprio come le concessioni fatte alla Grecia sul suo debito, non ha sortito effetto e nel suo complesso anche in Europa la situazione non ha subito una virata decisa.

Tanto per confermare l’impostazione europea, con preminente influenza tedesca, al rigore vi è la soglia del 3% del rapporto deficit/pil rimasta invalicabile. In vista della revisione della legge di stabilità italiana (ma anche francese e belga) l’UE ha aperto un dossier sull’Italia (non una procedura di infrazione o un provvedimento specifico) ove viene ricordato che i margini di flessibilità per il nostro paese sono risicatissimi essendo il rapporto deficit/PIL prossimo al 3%, insomma fare attenzione a non sforare.

Il Ministro dell’Economia Padoan ha tenuto a rassicurare che per il nostro paese non ci sono problemi, la situazione è in lento miglioramento, ed il PIL, come esposto dal Vice Direttore Generale di Bankitalia Panetta, andrà meglio rispetto a quanto stimato precedentemente (Pil +0,4% nel 2015 e +1,2% nel 2016) anche se l’istituto di via XX Settembre non azzarda previsioni ufficiali. Del resto lo scenario rimane fragile, il rischio sul credito in ribasso ma comunque elevato, le riforme ancora da portarsi ad un livello attuativo ed inoltre i nuovi vincoli patrimoniali sulle banche imposti da Basilea sempre più ferrei rischiano di strozzare la ripresa. Al miglioramento sul PIL supposto da Bankitalia contribuirebbe il QE della BCE. In realtà siamo ancora in una fase ipotetica in quanto all’obiettivo del target sull’inflazione non corrisponde automaticamente maggior liquidità disponibile all’economia reale. Liquidità in grado di andare a colmare le lacune presenti sul fronte investimenti. In tal senso il supporto pubblico pare un elemento importantissimo per attivare progetti ed alto tasso occupazionale o ad alto contenuto innovativo che mobilitino un “ecosistema” di attività correlate, un consistente indotto e quindo uno scenario più fertile ove la presenza di contratti ed ordini possa sbloccare richieste di credito da parte delle aziende in grado di garantire le banche con il valore delle loro commesse profittevoli.

In sostanza senza un fattore che scateni gli investimenti, ossia più liquidità diretta al sistema economico e subito disponibile che attivi l’occupazione, sembra mancare un anello alla catena. Esso a regime potrebbe essere rappresentato da investimenti privati, ma nell’immediato sono gli investimenti pubblici a permettere di convogliare verso le aziende la liquidità dei QE così da riuscire, come si dice in gergo, “ad imporre al cavallo di bere”.  Il vincolo del 3% è un anestetico enorme per questo fattore scatenante che se non verrà innescato andando al di là del concetto di flessibilità applicato tuttora ai patti europei e nel passato alla gestione del debito greco, sia per l’Italia che l’Europa sembra non esserci nessun altro destino se non la stagnazione o peggio la recessione.

Valentino Angeletti
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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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La contrapposizione tra interessi tedeschi ed europei e la “speranza” greca

Atene-AcropoliWeidmann attacca instancabile, Schauble raccoglie i precisi assist e Frau Merkel li copre a distanza distraendo gli avversari.

Forse si tratta del solito gioco di squadra sapientemente architettato da un tridente che fino ad ora ha avuto la meglio in quasi tutte le partite, incluso il “pareggio fuori casa” del QE. Infatti con la garanzia a carico delle Banche Nazionali dell’80% tutto sommato il provvedimento monetario è stato potentemente smorzato secondo quelle che erano le assicurazioni richieste dai tedeschi, vale a dire non condividere rischi e non pagare i debiti degli altri stati (Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso).

Mentre la Merkel a Firenze loda, con le solite maniere di circostanza e gli ammiccamenti con il Premier Renzi, l’ambizione (termine usato almeno mille volte esattamente nello stesso contesto) delle riforme italiane e si dice certa che saranno funzionali alla ripresa anche grazie al supporto proprio del QE, il Governatore della BundesBank Weidmann afferma, anzi ripete per l’ennesima volta, che il QE è un grosso pericolo, un errore. A suo dire non ce ne sarebbe stato bisogno poiché la tendenza deflattiva a cui stiamo assistendo sarebbe solo ed esclusivamente legata alla dinamica dei prezzi energetici ed alle quotazioni del greggio, drogate, che risentono delle strategie arabe e parzialmente russe. Inoltre lo scenario europeo, sempre a detta di Weidmann, sarebbe già impostato verso la ripresa. La sua ricetta sarebbe dunque quella di pazientare (come se il tempo già perso non fosse sufficiente) e proseguire con le riforme che, sempre secondo il Governatore, sarebbero messe a repentaglio in Francia ed in Italia proprio dal QE, reo di spingere questi stati “notoriamente spreconi”ad agire con minor determinazione.

Nel palleggio Merkel – Weidnamm si inserisce il Ministro Schauble che va a pressare il fronte, decisivo in queste ore, Greco. Il Ministro Wolfgang avverte perentoriamente la Grecia, e direttamente Tsipras leader di Syriza, che se non verranno rispettati tutti i patti, inclusi gli impegni presi dal precedente Governo con la Troika non sarà parte del programma QE. Poco si discosta questo ammonimento dal ricatto.

L’affermazione di del Ministro delle Finanze di Berlino è la risposta ai piani che Tsipras ha presentato ai cittadini greci stremati dai tagli dei salari, dalle cancellazioni delle tredicesime, dai licenziamenti, dai tagli alla sanità che rendono addirittura i parti, l’accesso ai servizi di pronto soccorsi o ai medicinali salva vita a pagamento (pare servano 1000€ per diventare mamme). Il Leader di Syriza ha ribadito anche durante la sua azione di voto, che non ha intenzione di uscire dall’Euro, nè di non rispettare i patti con l’Europa, ma non può, in ossequio al suo popolo, sottostare all’austerità, ai piani della Troika, ed agli impegni presi con Bruxelles dal precedente governo di centro destra; ha esplicitamente detto di voler aumentare i salari, reintrodurre le tredicesime, ed aumentare la spesa pubblica per welfare ed investimenti pubblici a sostegno della creazione di posti di lavoro e sviluppo, il tutto anche grazie alla rinegoziazione di un debito al 170% circa del PIL che, considerando anche gli interessi, non consente alcun margine di manovra se non tagli e riduzioni di spesa in tutti i settori (la situazione potrebbe essere non dissimile dall’Italia con la differenza che il debito italiano sta pericolosamente tornando tutto in mano nostrana rendendo eventuali insolvibilità quasi per intero a carico dei cittadini e dello stesso stato, lo si riporta anche nell’articolo sul QE di cui al collegamento sopra).

Riguardo alla Germania è evidente che nonostante la convinzione con cui la stessa Merkel proferisce certe dichiarazioni fuori dal suo paese, la linea dei tedeschi è fissa sulla protezione dei propri interessi sempre ben tutelati finora, tanto da consentire dati occupazionali eccellenti, nonostante un peggioramento dell’export in Europa, il maggior sbocco per le merci tedesche, dovuto proprio alla crisi. Esattamente questo aspetto, ossia il fatto che con una Europa allo stremo ed incapace di consumare, alla lunga anche la Germania è destinata a sopperire alla crisi a meno di ri-orientare totalmente l’export verso l’extra-UE, dovrebbe spingere Berlino a convincersi nel sostegno delle politiche di flessibilità e condivisione di rischi e benefici sostenute anche dalla BCE e da tutti i Governi ed Istituzioni, incluso Bruxelles e la Commissione Juncker che a parole fanno buon viso all’Europa dei popoli della cooperazione e della solidarietà, un po’ quella richiesta da Tsipras, ma alla luce dei fatti sono soggette al volere dei potenti tedeschi che si fanno valere sia nel Direttivo della Banca Centrale Europea, sia a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’effetto primario dei QE di abbassare il valore dell’Euro, paradossalmente, unito ad una garanzia in capo alle singole Banche Nazionali che potrebbe essere presa con sospetto dai mercati e dagli altri stati testimoniando un sostanziale indebolimento della solidità finanziaria che potrebbe invece avere una Europa realmente unita a livello economico e finanziario per la quale Draghi a ripetuto che si deve lavorare, reca un beneficio per l’export extra UE del quale gode abbondantemente la stessa Germania.

Non cessando mai di ripetere che il processo riformatore delle istituzioni europee e dei singoli stati, Italia in prima linea, non si deve stoppare, deve anzi velocizzarsi ulteriormente facendo leva, se possibile (poiché è ancora tutto da dimostrarsi) su un QE che mira al target inflazionistico del 2% e non ad immettere liquidità direttamente nel sistema, ci vorrebbe realmente qualcuno di polso che duramente faccia notare alla Germania che sarebbe auspicabile un suo contributo diretto e fattivo alle ripresa europea, innalzando i consumi interni, investendo in infrastrutture di  tlc, digitali, strade e ponti che anche nei pressi di Berlino necessitano di un rinnovamento, di cessare di sovvenzionare le proprie imprese con sgravi sull’energia che somigliano tanto ad aiuti di stato e tornare sotto il 6% (vincolo europeo) del surplus commerciale (con è plausibile venga ulteriormente incrementato grazie ad un un euro così basso).

Questi moniti verbali, ma che poi dovrebbero trasformarsi in provvedimenti seri aventi lo scopo di spingere il Governo tedesco ad accettare la messa in comune dei rischi e benefici del far parte di una unione di economie, valori e persone, dovrebbe essere compito di Bruxelles che però ancora non ha la forza di imporsi sulla Germania. Avviene anzi che sia proprio la Germania a guidare la politica Europea. Anche Renzi non sembra sufficientemente autorevole e coraggioso…. forse con un’azione di contropiede costruita da Grecia, Italia, Francia e Spagna esiste una qualche possibilità di imporsi.
Di certo ora, come uno, come due, come tre e come quattro anni fa la visione ed i comportamenti tedeschi, che sempre forniscono pretesti ai mercati per diffidare dalla solidità dell’UE, non fanno l’interesse dell’euro-zona e nel mentre la crisi si è acuita.

Il nodo delle elezioni Greche sarà senza dubbio fondamentale, esso mette in luce due aspetti importanti che vanno modificati. Da un lato la colpevolezza di alcuni Governi nell’attuare politiche non rivolte al bene dei cittadini, nè tanto meno alla sostenibilità dei bilanci, ma propensi alla corruzione, allo spreco, al mantenimento dello status quo di certe “caste” privilegiate, alla spesa per consenso elettorale; spesa che, andando in parte in favore del popolo, pur non potendo lo stato permetterselo in quei modi, garantiva consenso elettorale, tanto da anestetizzare gli stessi popoli che hanno avuto la colpa di accettare silenti tali situazioni prive di ogni prospettiva di lungo termine, di investimenti in istruzione, crescita, innovazione, ricerca, infrastrutture digitale ecc (gli esempi USA ed anche della Germania o degli stati del Nord Europa o della Corea del Sud, ma anche di Turchia ed Israle sono sicuramente virtuosi). In tal senso Grecia, con la truffa sui bilanci per rientrare nei parametri di Maastricht, ma anche Italia sono paesi sicuramente da colpevolizzare, convenendo che ora vengono raccolti i frutti di quanto politicamente seminato.
Dall’altro lato è stato messo a nudo il totale fallimento di una economia eccessivamente basata sulla finanza, sulla preminenza del guadagno dei mercati rispetto al bene comune per i cittadini, una sostanziale segregazione tra PIL e benessere diffuso, la crescente diseguaglianza tra strati di società sempre più copiosi alla soglia della povertà e pochissimi super ricchi, così come la completa inefficacia di un modello di gestione delle crisi economiche, imposto dalla UE e dalla Troika (Commissione, BCE ed FMI), improntato solo ed esclusivamente al rispetto dei parametri europei sovente anacronistici e non più rispondenti all’evoluzione globale del moderno mondo, all’austerità, al rigore dei bilanci cieco nei confronti del reale bisogno di sviluppo dei paesi, dei popoli e del loro diritto all’essere coinvolti nelle scelte economico-sociali che la politica intraprenderà influenzando anche la loro vita.

Il cambiamento europeo quindi è richiesto su due livelli: dai singoli paesi membri per una più sana gestione dei conti e della politica interna che deve giovasi dei processi riformatori in atto; dalla gestione unitaria delle politiche eruopee improntate non più all’austerity, ma allo sviluppo reale e tangibile, che, oltre all’aspetto puramente numerico e parametrico, si imponga come target il miglioramento evidente delle condizioni sociali di coloro che vivono nell’Unione.

Se Tsipras otterrà il numero di voti sufficienti (almeno il 36%) per governare in autonomia senza compromessi e porterà a termine i suoi piani (temuti più per la natura di precedente che per l’ammontare delle somme in gioco) potrà avere l’occasione di dare il via ad un’era diversa, probabilmente migliore, visto che quella del rigore ha evidentemente fallito (Link: Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia) .

In Grecia, nelle Polis, nacquero la Politica, la Democrazia, il Diritto, la consultazione pubblica e si diffusero nel mondo. Ora la Grecia, nel suo piccolo, può rifar suoi questi valori e farli risorgere in tutta l’UE.

 

25/01/2015
Valentino Angeletti
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22-25-29: Board BCE, elezioni in Grecia, inizio votazioni per il Quirinale. Un terno dalle conseguenze importanti ed imprevedibili

Confermando i più accreditati pronostici, seguendo il rigorosissimo rituale ed accompagnate da pochissime righe (comunicato ufficiale) prive delle motivazioni già ampiamente comunicate nelle settimane scorse, le dimissioni dell’ormai ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si sono concretizzate. Come da Costituzione entro 15 giorni, per dare tempo ai grandi elettori di riunirsi, è stato fissato il termine per la prima votazione, calendarizzata il 29 gennaio alle ore 15; nel frattempo sarà la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso a svolgere il ruolo di supplente, mentre a guidare il Senato sarà la Vice Presidente Valeria Fedeli. Il 29 gennaio sarà quindi una data importante che ha già catalizzato l’attenzione della maggior parte dei media e di tutta l’opinione pubblica, sarà il Valzer conclusivo presso il Palazzo Schönbrunn di una stagione danzante già aperta da tempo. La rilevanza dell’evento è indubbia, si tratta a tutti gli effetti di storia che rimarrà impressa negli annali e ci auguriamo anche nei libri di Storia che vengono proposti alla scuola dell’obbligo, ma la sua collocazione è immediatamente seguente a due altre importantissime date, che di certo non verranno ricordate se non da cultori specifici, ma durante le quali si svolgeranno eventi in grado di influenzare direttamente la vita dei cittadini europei ed in un certo senso anche l’economia mondiale. Ci stiamo riferendo al 22 gennaio, quando la BCE di Mario Draghi potrebbe avviare i QE ed il 25 gennaio quando si terranno le elezioni greche.

Sul Quantitative Easing si è espresso in queste ore il membro del consiglio direttivo BCE Benoit Coeure, affermando che il 22 l’Istituto è in grado di annunciare l’inizio dei QE, a conferma quindi che non vi sono elementi ostativi tecnici, ma aggiungendo anche che non è detto che lo farà, a testimonianza di come, nonostante l’evidente necessità di stimoli sia monetari che politici (leggasi riforme Europee e dei Singoli membri), la tensione sul tema in seno al direttivo dell’istituto sia ancora alta e come le elezioni greche rechino pensieri a Francoforte.
Lo stesso Governatore Draghi, intervistato dal settimanale tedesco Die Zeit ha sostanzialmente detto che il mandato della BCE è PanEuropeo e deve rivolgersi a 19 paesi, non solamente ad alcuni. In sunto quello che ha voluto trasmettere è evidente: la Banca Centrale è un organo neutrale, anche se la presenza delle banche centrali nazionali al suo interno rendono difficile il realizzarsi in toto di questo principio e se ne hanno le evidenze, e per assolvere il suo mandato, cioè la stabilità dei prezzi e un’inflazione leggermente inferiore al 2%, ha alcuni mezzi tecnici, non infiniti, ed alcune opzioni di utilizzo che potrà mettere in campo. Chiaramente in certe condizioni queste “technicality” potranno avvantaggiare taluni Stati membri piuttosto che altri, ma non v’è volontà nè di supportare nè di penalizzare nessuno, se non nell’interesse dell’intera area Euro, nè tanto meno sono gradite (e non ne avrebbero volute avere) ingerenze esterne. Il riferimento è senza dubbio principalmente rivolto alla Germania ed alla BundesBank che, con le loro pressioni, hanno probabilmente imbrigliato l’Istituto ed il Governatore causando controproducenti ritardi d’azione. Si tratta questa della prima volta in cui viene fatto esplicito riferimento a pressioni di tipo nazionalistico all’interno del Board BCE che prima d’oggi era sempre stato detto agire e decidere per votazione a maggioranza, benché l’impressione esterna fosse che i voti tedeschi (del resto rimangono i maggiori azionisti della BCE) pesassero di più di quelli di altri stati.
A dar man forte ad un possibile avvio dei QE già da fine gennaio o inizio febbraio è anche il primo pronunciamento della Corte di Giustizia Europea di Karlsruhe in merito alla obiezioni della Corte Costituzionale Tedesca sulla adeguatezza e costituzionalità del programma OMT (Outright monetary transactions) lanciato nel 2012 per proteggere il vecchio continente dagli attacchi speculativi conto i debiti sovrani e che prevede la possibilità, effettivamente poi mai applicata, da parte di Francoforte di acquistare sul mercato secondario titoli sovrani a breve termine dei singoli Stati membri per stabilizzarne gli spread (erano inoltre presenti altri vincoli da rispettare sui quali non ci soffermiamo). In sostanza l’avvocato generale della Corte di Giustizia, Cruz Villalón, riconoscendo le sue competenze tecniche, ritiene la BCE ente proposto ed adeguato all’attuazione della politica monetaria europea per il raggiungimento, entro il proprio mandato, degli obiettivi fissati. Gli unici paletti imposti all’OMT (e di fatto all’operatività della BCE perché sembrano criteri generali) sono che l’operazione rimanga entro il perimetro di politica monetaria e non rientri nella politica economica dei singoli Stati e che sussistano circostanza straordinarie atte a giustificare l’uso di strumenti non convenzionali. I QE venturi, che i mercati (ed anche Draghi), fermo restando qualche incertezza sulle tempistiche, danno ormai per scontati come testimonia in parte (il prezzo del greggio è un altro fattore di influenza) il livello dell’Euro sceso in modo considerevole nell’ultimo periodo, si differenziano in un punto sostanziale rispetto all’OMT: mentre quest’ultimo è un acquisto sul mercato secondario (quindi con istituto bancario a vendere alla BCE) di una quantità NON illimitata di titoli sovrani a breve scadenza, il QE è un acquisto diretto di Bond sul mercato primario (quindi di titoli emessi e detenuti dallo Stato il cui acquisto si riversa nelle casse statali e viene utilizzato per impieghi “pubblici” come pagamento di interessi sul debito, stipendi, pensioni, rifinanziamenti vari ecc) e potrebbe avere natura potenzialmente illimitata. Risulta evidente che un acquisto sul mercato primario di Bond potrebbe risultare intervento di politica economica e non monetaria di conseguenza addotto come motivazione dai detrattori, e non vogliamo sospettare dei tedeschi, per impugnarne la non costituzionalità causando, se non il blocco, di certo il ritardo in attesa di chiarimenti e verifiche; le circostanze straordinarie del periodo invece difficilmente potranno essere obiettate. Bisogna augurarci sinceramente che la Germania, ancora non convinta della necessità di interventi monetari espansivi e che non teme l’inflazione relegandola solamente alla guerra sui prezzi petroliferi ed al conseguente impatto su quelli energetici, segua l’intimazione di Draghi ed accetti la decisione di agire in modo che, assieme al leggero (ancora insufficiente per l’italia e di sicuro ritardato di almeno due anni tanto che gli effetti positivi potrebbero essere insignificanti rispetto alla gravità della condizione in essere) allentamento europeo sulla flessibilità per gli investimenti, si possano creare le condizioni favorevoli tali da sbloccare liquidità per il rilancio della crescita, dell’occupazione, dei salari, della domanda e dell’offerta, senza ovviamente prescindere dal processo riformatore da compiersi a livello europeo e nazionale. La Germania dovrà convincersi, mettendo da parte un dato del PIL 2014 a +1.4%, massimo dal 2011 (mentre il PIL mondiale secondo la Banca Mondiale nel 2015 sarà del 3% invece che il 3.4% della precedente stima, e l’Europa rimarrà l’anello debole del globo), ad assecondare Draghi.

Anche l’attesa sulle elezioni greche, e questa è la seconda data importante del 25 gennaio, mette preoccupazione alla BCE, perché un’eventuale vittoria (ormai certa, ma va capito in che misura) di Tsipras (Syriza) e la sua propensione alla rinegoziazione del debito pur rimanendo nel perimetro dell’Eurozona, ritenuta irreversibile dalla stessa BCE, comporterebbe conseguenze imprevedibili sui mercati, nonché uno stop definitivo degli aiuti da parte della Troika (al momento solo sospesi per un controvalore di 10 miliardi circa). La Germania, per bocca dei suoi più arcigni rigoristi, il Ministro Schauble ed il Governatore Buba Weidmann, continua a sostenere, facendolo per l’ennesima volta, che qualsiasi sarà il nuovo Governo greco, esso dovrà portare avanti quanto impostato dal precedente Esecutivo; quindi onorare il debito e proseguire con le mosse di austerity potendo così fruire del piano di aiuti altrimenti bloccato. Non è dello stesso parere Tsipras che proclama il proprio europeismo caratterizzato da un maggior indirizzamento verso il popolo ed il cittadino piuttosto che all’esclusivo rispetto dei vincoli e dei parametri di Bruxelles, e va notato senza pregiudizi che, per quanto Syriza possa essere ricondotto ad un’ala di sinistra piuttosto spinta, questa è una posizione, tralasciando le sfaccettature di dettaglio rispetto al concetto generale, condivisa dalla grandissima maggioranza dei partiti e delle formazioni d’opinione europee inclusi movimenti anti Europa dalle più disparate basi ideologiche tipicamente di stampo nazionalista. Il leader greco di Syriza oltre alla rinegoziazione del debito, che sostiene non andrà ad impattare sulla quota parte da privati ma solo su quella detenuta da entità finanziarie, vuole incrementare la spesa pubblica per riportare a livelli dignitosi i salari e migliorare il welfare che di welfare ha rimasto ben poco, soprattutto nella sanitàSappiamo quanto la Germania sia usualmente ferma e rigida sulle proprie posizioni, ma in tal caso anche Tsipras pare non essere da meno, del resto non ha molto da perdere dato che fino ad ora gli aiuti (che minacciano di interrompere) e le azioni della Troika alle quali sono connessi, ben poco hanno sortito per lo stato ellenico se non un tremendo peggioramento dello stato sociale ed un innalzamento del debito a quasi il 175% del PIL.
Sarà fondamentale, e ce lo auguriamo, che venga trovato un accordo WIN-WIN, al quali peraltro Tsipras da l’impressione di essere disposto, per ambedue le parti e per tutta l’Europa. L’eventuale imposizione di diktat ed ultimatum in ambedue i sensi potrebbe veramente far degenerare la situazione continentale sia a livello economico-finanziario che di ordine sociale già a repentaglio. Forse è per tale ragione che la BCE potrà decidere di attendere il 5 marzo per dare l’annuncio definitivo del via ai QE, approfittando anche per cercare di ammorbidire le posizioni tedesche.

Immediatamente dopo questi due avvenimenti si colloca l’inizio della votazione per il Quirinale, il 29 gennaio. Questa partita ha la sua importanza sia sull’immagine (già in chiaro scuro) dell’Italia in Europa e nel mondo, sia sull’equilibrio politico interno con potenziali riflessi sulla stabilità del Governo, già ora dalle fondamenta non marmoree, che avrebbe di sicuro ripercussioni (principalmente di tipo speculativo) sulle piazze finanziarie.
La rosa di papabili candidati è copiosamente popolata, sicuramente non mancheranno i colpi di scena ed al momento pare che una figura politica ampiamente condivisa e che si faccia da garante (arbitro dal giusto metro di intervento) neutrale delle istituzioni sia quella preferita rispetto un un profilo tecnico come avrebbe potuto essere Draghi, se non si fosse autonomamente tirato fuori dai giochi con probabile dispiacere tedesco ma secondo noi non ancora completamente fuori corsa, Visco altamente probabile nel caso di orientamento tecnico, Padoan o Bassanini. Molto dipenderà dalla tenuta del Patto del Nazareno. Le riunioni interne del PD e di FI sono già iniziate e probabilmente la strategia dominante sarà quella di proporre un candidato accettabile per entrambi che riscuota fin dalle prime tre votazioni, nelle quali è richiesta la maggioranza qualificata (2/3) dei 1009 grandi elettori, buon consenso per poi eleggerlo a partire dalla quarta o quinta, quando la soglia si ridurrà al maggioranza semplice. FI si è riunita assieme alla Lega e si suppone che abbiano stilato una lista di personalità, anche del PD, sulle quali possono scendere a compromesso con il Partito Democratico, nella speranza che uno tra quelli sia proprio il personaggio proposto dal Premier. Renzi invece dovrà vedersela con il proprio partito ove non mancano le manifeste contrapposizioni impersonificate da Fassina e Civati, Mineo e talvolta anche Bersani, benché in modo più celato, che non si sa quanto effettivo seguito abbiano all’interno dei Democratici. Civati e Mineo, forti nelle dichiarazioni, ostentano sempre sicurezza e critica nell’esprimersi sul Governo e sulla gestione Renzi del PD, salvo poi non dar seguito alle proprie obiezioni. Forse sono consapevoli, e questo è quello che viene trasmesso ad un “analista” esterno, che anche cercando di far fronte comune con SEL non riuscirebbero a drenare un seguito almeno significativo dal partito del Premier e così preferiscono giacere, pungolando verbalmente, nell’insignificanza di non essere rappresentati nè di proporsi a rappresentare quella parte di elettorato che secondo loro avrebbero. Se al contrario, questa “fronda” civatian-fassiniana (in senso buono non me ne voglian Pippo e Stefano) ritenesse di poter mettere in difficoltà il Governo e di volerlo fare, prendendo atto che rimanere nel PD vorrebbe dire, data la risolutezza decisionale di Renzi rispetto ai Sindacati ed all’ala più a Sinistra del suo partito, non aver voce in capitolo sul moti temi che ritengono fondamentali, quella delle elezioni del Presidente della Repubblica a scrutinio segreto può rappresentare un’occasione. Ovviamente oltre a SEL sarà indispensabile il supporto del M5S e di qualche centrista. Risulta invece difficile pensare che i dissidenti-franchi tiratori di FI (stimati in circa 40 contro i circa 150 del PD, ma tutto è etereo e la segretezza del voto rende questi numeri altamente variabili), che per semplicità si possono identificare con i sostenitori di Fitto, riescano a digerire un’eventuale proposta dell’asse Civati – Sel – M5s , che da quel che si comprende dovrebbe essere spiccatamente caratterizzata (Prodi in primis). Quindi, constatata l’impossibilità di essere decisivi, i “Fittiani” potrebbero propendere per allinearsi al Nazareno mantenendo il proprio (comodo) status quo.
La possibilità, forse unica, dell’asse Civati-M5S-Sel è quella di votare ben compatti un nome al quale il Premier difficilmente potrebbe opporsi a meno di non provocare una rottura definitiva all’interno del proprio partito. Quando Bersani disse che non era necessario attendere la quarta votazione in presenza di un candidato adeguato e condiviso, è possibile che si riferisse proprio a questa circostanza: un Romano Prodi (che ormai è stato nominato troppe e troppe volte per essere ancora papabile nonostante abbia tutte le caratteristiche), o simile, con ottimi numeri fin dalla prima votazione potrebbe di certo rappresentare la base della strategia Civati-Sel-M5S.

Queste elezioni presidenziali insomma sono irte e procellose, molto importati per testare la tenuta del governo, del patto del Nazareno, del PD entro il quale si presenta la possibilità per coloro che dissentono dalla gestione Renzi di farsi valere qualora ritengano di avere forza sufficiente (altrimenti il sospetto dell’interessa alla posizione rispetto alle proprie idee ed ideali potrebbe legittimamente levarsi) e per comprendere il destino delle future riforme che inevitabilmente, nonostante i tentativi di proseguire serrando i ritmi, subiranno Quirinalizi rallentamenti.
Detta questa importanza non vanno però mai perse di vista le condizioni che sussistono fuori dai nostri confini ed attualmente riconducibili alle mosse della BCE, alle elezioni greche ed allo spiraglio di flessibilità piccolo, troppo ritardato ed ancora insufficiente che ha fatto breccia nella politica economica di Bruxelles, così come, essendo un aspetto indiscutibilmente da migliorare e rendere più efficace per l’Italia, l’immagine, la credibilità e l’autorevolezza che all’estero si forgiano sulla base degli esiti, degli sviluppi e della gestione di eventi di indubbia rilevanza quale le elezioni di un Presidente della Repubblica è.

Link:
– Dati Istat Q3 in chiaro scuro e possibili effetti (pessimi) della stretta BCE sui criteri Basilea
– Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia
– Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco
– Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE
– Napolitano fino all’ultimo prova ad infondere fiducia e speranza, con alle porte i test delle elezioni – Qurinalizie e le presidenziali in greche
– I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie
– La BCE punta ancora sull’effetto annuncio assecondando la minoritaria volontà tedesca
– Le dimissioni di Napolitano sanciscono una sconfitta politica?
– Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo.

 

14/01/2015
Valentino Angeletti
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Semestre, Commissione, BCE hanno mancato l’obiettivo, ora la scintilla del cambiamento può arrivare dalla Grecia

EU-GRDoveva provenire dal Semestre Italiano di Presidenza UE, poi con l’insediamento della nuova Commissione Juncker recependo il sentimento diffuso dei cittadini europei, la presa di coscienza trasversale dei vari partiti disposti ad un nuovo approccio politico, economico e monetario del quale vi è evidente necessità imminente, doveva essere un argine ai movimenti anti europeisti che sempre più stanno attecchendo nella popolazione e troppo spesso sfociano in episodi di intolleranza e grette manifestazioni di chiusura verso un pericoloso nazionalismo xenofobo, invece il cambiamento radicale di cui c’è bisogno pare non sarà guidato dalle istituzioni deputate ufficialmente a gestire la governance, aggiornandola e rendendola più consona ai tempi ed agli scenari che sono, bensì da fattori esterni.

Il Semestre Italiano, che si concluderà in modo ufficiale il 13 gennaio con il discorso del Premier Renzi, oggettivamente, nonostante gli ovvi e prevedibili tentativi di elencare con minuziosa puntualità ogni minimo elemento positivo di questi circa 175 gironi, ha lasciato ben pochi segni; in parte per causa della conformazione stessa della presidenza che ha limitate possibilità se non quella di impostare una agenda delle priorità da condividersi poi con le altre realtà istituzionali, in parte perché è stata il teatro in cui ha avuto luogo il passaggio di consegne tutt’altro che rapido e snello tra la vecchia Commissione Barroso e la nuova Commissione Juncker ed in parte perché non è riuscita ad imprimere il giusto vigore ad un nuovo concetto di flessibilità ed alla possibilità di discussione sui trattati europei. La flessibilità è rimasta quella già prevista negli accordi, nessun margine ulteriore, salvo un poco di tempo in più per eseguire i piani di rientro già definiti, tanto che le leggi di stabilità di Italia, Francia e Belgio, proprio perché rischiano di non essere conformi ai trattati subiranno una nuova verifica nel mese di marzo. Gli investimenti non sono stati incentivati adeguatamente ed ogni tipo di spesa che possa comportare crescita, eccezion fatta forse per la sola quota di contribuzione nazionale ai fondi europei, non sarà sottratta al patto di stabilità così come il piano di rientro del debito è stato confermato (giungere al 60% in 20 anni) con uno “shift” temporale di un solo anno. Il “Piano Juncker” suscita numerosi dubbi, ha come ipotesi una leva titanica di 15 volte rispetto ai 21 miliardi di € forniti da Commissione (16) e BEI (5) per arrivare così alla quota di 315 miliardi col supporto di investimenti privati esterni che difficilmente, viste le condizioni congiunturali e gli scenari di medio-breve periodo, si avventeranno a collocarsi nel vecchio continente quando altre zone del mondo a cominciare dagli USA stanno vivendo una ritrovato fermento. Il vincolo del 3% sul rapporto deficit/PIL è rimasto, assumendo sembianze sempre più anacronistiche, termine che ad un certo punto pareva addirittura abusato ma che permane attuale, forse ora più che mai visti i risultati fin qui ottenuti. Anche il punto sull’immigrazione è rimasto costante se non addirittura deteriorato. L’atteggiamento della Commissione e soprattutto della Germania non sono mutati gran che con quest’ultima sempre meticolosamente attenta in primis a proteggere, giocando anche con una elevatissima perspicacia e strategia dialettica che si manifesta in “diabolici” quanto efficaci palleggi verbali tra Merkel, Schaeuble, Weidmann, i propri interessi mantenendo uno status quo che piano piano ed in ritardo rispetto ad altre realtà nazionali si potrebbe deteriorare anche nei pressi di Berlino e Francoforte (disoccupazione ai minimi al 6.5%, ma dati della produzione industriale tedesca di novembre a sorpresa in calo dello 0.1% su ottobre rispetto ad una stima di +0.3% ed in calo dello 0.5% rispetto a novembre 2013).

Francoforte altro nodo chiave, perché qui ha sede la BCE “Governata” da Mario Draghi probabilmente sempre stretto tra l’incudine di voler attuare una politica monetaria più ispirata agli USA ed il martello della Germania, con il suo seguito di falchi nordici, che, in vece di maggiore azionista dell’Istituto Centrale, glielo ha impedito o comunque lo ha decisamente limitato. I risultati sono stati interventi lenti, in ritardo e spesso sottodimensionati al problema di una inflazione, il mantenimento del cui livello in un intorno sinistro del 2% è tra i mandati della BCE, in costante calo e di un Euro che solo ora sta tornando a livelli più realistici nei confronti del Dollaro. Draghi ha saputo giocare egregiamente con gli effetti annuncio delle sue periodiche dichiarazioni, ma col passare del tempo i mercati hanno iniziato ad attendere oltre le parole alle quali si sono armai anestetizzati, i fatti quindi le misure espansive concrete.  L’ultimo annuncio di Draghi è stato di giovedì 8 gennaio, nulla di nuovo rispetto alla consueta conferma che la BCE metterà in atto ogni misura possibile per contrastare una deflazione che molti si ostinano ancora a negare celandola dietro il calo dei prezzi del greggio, incluso l’acquisto di Bond sovrani, senza peraltro specificare l’ammontare (stando alle passate indiscrezioni dovrebbero essere 1000 mld dei quali 500 nella prima trance) e la data che potrebbe essere il 22 gennaio o, attendendo l’esito delle elezioni greche, il 5 marzo (perdendo ulteriore del giù nullo tempo che ci rimane). Anche sull’ammontare permane qualche dubbio perché 500 miliardi, se distribuiti come sembra e come eventualmente potrebbe accettare la Germania, in base alle quote della BCE detenute dai vari governi nazionali, porterebbero all’Italia una somma attorno ai 90 miliardi, inferiore a quanto, senza effetti risolutivi, fu acquistato nel 2011 (110 mld circa). I mercati sono schizzati in alto e subito (i più ingenui o maliziosi secondo noi) hanno gridato all’effetto bomba di Draghi, difficile da credere per un non nulla di nuovo o eclatante, molto più probabile che le parole di Draghi siano state usate come scusa per giustificare il rimbalzo conseguente al crollo post dichiarazione della Merkel sull’opzione di una Grecia fuori dall’Euro in un momento in cui l’attentato terroristico a Parigi avrebbe affossato anche le più solide piazze finanziarie. Come già detto i mercati non vengono influenzati dalle news, ma le usano (o le plasmano) per giustificare andamenti già, in linea di massima, definiti in riunioni notturne o della primissima mattina che si tengono in riservatissimi uffici ad altissimi piani di vitrei grattaceli, negli HQ di poche grandi banche, assicurazioni, fondi (a Parigi il CAC40 l’8 gennaio -oggi- è aumentato del 3.59%, come se immediatamente dopo l’11 settembre Wall Street fosse stata attorno alla parità….).

Le elezioni greche sopra menzionate sono un altro elemento fondamentale, forse in questo momento il vero ago della bilancia. A conferma che la necessità di cambiamento non è stata recepita in modo convito dalle istituzioni vi sono le varie dichiarazioni in merito ai piani di Tsipras, che vorrebbe rimanere nell’Euro, ma rinegoziando il debito insostenibile (ipotesi sostenuta anche dal Financial Time che vede nel debito greco qualche cosa di non più onorabile) ed aumentando la spesa pubblica per investimenti, servizi, welfare (anche la sanità è ormai quasi solo a pagamento ed il servizio sanitario non è più in grado di fornire medicinali) e per risollevare i salari dei dipendenti pubblici quasi dimezzati per rispettare i parametri imposti dalla Troika. A parte l’ipotesi di uscita della Grecia dall’Euro avanzata dalla Merkel e subito smentita da fonti governative tedesche (probabilmente un gioco congegnato per lanciare un segnale agli elettori ellenici) ed appurato che sia a detta dalla BCE che della Commissione UE l’Euro è un processo irreversibile, i moniti rivolti alla Grecia, agli elettori ed a Tsipras, leader di Syriza probabile futuro partito di governo, rimarcano con veemenza la volontà delle istituzioni europee che il venturo Governo rispetti gli impegni presi dal Governo precedente, ne porti avanti il programma già impostato e paghi ciò che deve pagare ai creditori senza venire meno ai piani di rientro concordati con la Troika, ovviamente nessuna ipotesi di revisione del debito o incremento della spesa pubblica. In questa fase di attesa degli scrutini, la Troika ha interrotto gli aiuti che riprenderanno solo una volta confermati tutti gli impegni da parte di Atene; anche l’acquisto di bond da parte della BCE potrebbe essere a rischio. Simili messaggi certamente indirizzati anche agli elettori potrebbero essere recepiti dalla classe media che ancora riesce in qualche modo a sostentarsi, difficilmente scalfiranno coloro, e sono i più, ormai senza nulla da perdere avendo stipendi dimezzati, nessuna possibilità di accedere alla sanità che non possono permettersi ed animati da profondo risentimento nei confronti di Troika, Bruxelles, BCE ed attuale Governo.

Il cambiamento forte che il Semestre Italiano, la Commissione Juncker e la BCE non hanno fino ad ora saputo indirizzare potrebbe essere impostato da Tsipras se riuscirà a trattare con Merkel, Germania, Commissione arrivando ad una soluzione di compromesso in grado di puntare davvero alla nuova Europa della crescita e della prosperità che deve essere l’obiettivo comune. Dalla sua il leader greco ha anche il fatto che questo è un anno di elezioni importati e diffuse e qualora il suo programma funzionasse, come lui stesso è convito, potrebbe rappresentare un precedente che indirizzerebbe il voto delle prossime tornate nei paesi membri, in molti casi già proiettati verso soluzioni simili a Tsipras che incarnano la diffusa e da troppo tempo necessaria, ma sin qui ignorata, richiesta proveniente dal basso  di una radicale discontinuità per il ritorno ai concetti fondanti il Progetto Europeo.

08/01/2015
Valentino Angeletti
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Merkel: Grecia fuori dall’Euro è un’opzione. Pronta smentita del Governo tedesco

Una sorta di smentita ufficiale è arrivata, forse perché siamo prossimi alla riapertura delle piazze finanziarie in attesa per le elezioni in Grecia e prima ancora per il direttivo BCE con l’auspicato annuncio di Draghi di proseguire sulla strada dei QE, direttamente dal Governo tedesco, come se la Merkel ne fosse distante, attraverso il portavoce Georg Streiter che ha confermato la linea precedente all’intervista del Cancelliere al settimanale Der Spiegel. Quella di Frau Merkel era parsa davvero una saetta a ciel sereno cozzando palesemente con quanto asserito poche ore prima dal Governatore Draghi intervistato dalla testata finanziaria tedesca Handelsblatt. Che tra i due non scorresse buon sangue è sempre stato evidente, ma stiamo arrivando quasi alla contraddizione preconcetta.

Il Governatore, mantenendo la propria linea, ha convintamente ribadito la necessità di riformare in molti aspetti gran parte dei Paesi Membri della UE così come, a livello dell’intera Unione, la governance e le norme che regolano fiscalità, mercato del lavoro, burocrazia, ma ha anche aggiunto che essendo oggi il pericolo “deflazione” superiore rispetto a sei mesi fa e che il mandato BCE di proteggere prezzi e riportare l’inflazione lievemente sotto il 2% risulta più complesso, il suo istituto è convinto di utilizzare ogni mezzo disponibile, facendo così esplicito riferimento al Quantitative Easing che probabilmente vorrebbe già annunciare (con ritardo aggiungiamo noi) il 22 gennaio o al più, attendendo l’esito delle elezioni greche del 25 gennaio, il 5 marzo. Evidentemente, e da tempo lo sosteniamo, la politica monetaria può solo far da spalla all’impegno riformatore e di controllo sui costi e gli sprechi che dovranno mantenere, con differente priorità, i singoli governi nazionali, ma vista la spirale di crisi, le prospettive, la difficoltà nel riattivare le dinamiche investitorie pubbliche e private, pare un passo obbligato che, come la condivisione del rischio e la cessione di sovranità a Bruxelles su tematiche di interesse comune e da sincronizzarsi per non creare squilibri competitivi, si ritiene già troppo a lungo rimandato, probabilmente non per volere dello stesso Governatore, ma per diktat interni al board BCE. Sull’uso dei QE, alla stregua delle misure espansive già attuate come TLTRO ed ABS i cui risultati al momento sono stati più freddi del previsto, si sono scagliati i falchi nordici capeggiati dalla Germania economico-finanziaria di Schauble-Weidmann, dando nutrimento alla loro propensione al particolarismo più che alla condivisione e cooperazione per la crescita. Secondo Schauble e Weidmann infatti, la necessità di QE non esiste e l’inflazione è sostanzialmente causata dai beni energetici, inoltre il deprezzamento del petrolio non favorirebbe, com’è in realtà possibile, un ulteriore abbassamento dell’inflazione, ma potrebbe essere addirittura una spinta alla crescita; la loro strategia sarebbe quella di attendere (come se non si fosse già atteso troppo) il normale riassetto delle dinamiche economiche ritenute non eccessivamente preoccupanti. Lo scontro sull’acquisto di titoli di stato da parte di Francoforte rimane quindi aspro, ma arrivare ad ipotizzare la possibile uscita di qualche membro dall’area Euro non era mai stata avanzata, anzi la Merkel aveva sempre bocciato questa opzione proprio come il Governatore Draghi secondo il quale il contesto dell’Euro è “irreversibile” (evidentemente anche a livello tecnico il processo non sembra essere così banale e le regole non lo prevedono).

A poche ore dall’intervista di Draghi, la Merkel ha dichiarato al Der Spiegel che esiste concretamente la possibilità di uscita della Grecia dall’Euro; l’opzione diverrebbe inevitabile qualora dopo la probabile vittoria di Syriza il Governo decidesse di venire meno ai trattati europei e di non saldare il proprio debito. Secondo il Cancelliere gli attuali meccanismi di protezione e di salvataggio implementati dall’Unione garantirebbero l’assenza di rischio per una “GrExit”.

Dichiarazione spiazzante, sicuramente per la Commissione UE che si è trincerata dietro un no comment, per i mercati ancora chiusi per festività e che potrebbero reagire malissimo, ma anche per la stessa Grecia, per gli elettori messi di fronte ad un indiretto ultimatum, per Tsipras e Syriza che rimane un partito il quale non professa l’uscita della Grecia dall’Euro, ma solo una revisione dei trattati e dei patti come peraltro molti altri in Europa. Il messaggio potrebbe anche essere diretto a Draghi in modo da incrementare i dubbi sull’attuazione dei QE, quasi che, essendo possibile la cacciata degli stati non virtuosi, l’acquisto dei loro titoli fosse superfluo. Un bell’arrocco a protezione dello status quo tedesco di Frau Merkel che si scontra in modo quasi irrimediabile con il sentimento di unità continentale che si vorrebbe diffondere all’interno dell’Unione e ad oggi minato da pericolose tendenze nazionalistiche e xenofobe delle quale lo stesso Cancelliere ha preso atto nel suo discorso di fine anno.

A distanza di una notte, che usualmente porta consiglio, è arrivata la correzione del Governo tedesco, come detto per bocca del portavoce  Georg Streiter, che riconferma immutata la linea tedesca sul caso Grecia: lo stato ellenico, confermando quanto asserito da Schauble qualche giorno fa, si deve impegnare nelle riforme, deve proseguire quanto impostato dai piani della Troika ed il nuovo governo deve adempiere gli impegni presi dall’esecutivo precedente. In caso contrario le conseguenze potrebbero essere problematiche, ma mai era stata paventata l’ipotesi di una uscita che potrebbe rappresentare un pericolosissimo precedente mal digerito dalla finanza che gestisce gli andamenti degli spread in grado di coinvolgere pesantemente importanti istituti tedeschi a cominciare da Deutsche Bank, CommerzBank ed al seguito tutte le LandersBank territoriali.

Il susseguirsi serrato di dichiarazioni e smentite potrebbe essere il solito gioco di squadra tra Merkel, Schauble e Weidmann per lanciare segnali a coloro che li devono recepire, gioco che ha sempre avuto l’obiettivo, sovente raggiunto, di anteporre l’interesse tedesco di breve termine oppure potrebbe essere più semplicemente che il pensiero del Cancelliere sia davvero distante anni luce, nonostante le dichiarazioni di circostanza ai vari consessi internazionali, a quello che dovrebbe essere condiviso per un’Europa dei popoli che miri alla crescita sostenibile ed equilibrata tra vari membri livellando gli squilibri. Concetto che a partire dalla campagna elettorale di maggio tutti i partiti politici parevano condividere cercando di infonderlo ad ogni strato sociale anche per arginare le crescenti tendenze nazionalistiche e che verosimilmente rappresenta l’unica ancora di salvezza per avere qualche, seppur remota, possibilità di ritrovare la competitività dell’UE nel contesto mondiale e con lei quella di tutti gli stati membri, inclusa, in un ottica di leggermente più lungo termine, la stessa Germania.

04/01/2015
Valentino Angeletti
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