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Piano taglia tasse di Renzi e spending review: le pignole precisazione dell’UE

Ancora non sono stati formulati i dettagli del piano copernicano di taglio delle tasse da 45-50 mld in 3 anni, con l’abolizione dell’IMU a far da caposaldo, ancora non si sono sedate le polemiche, sia con le opposizioni, poco fiduciose della realizzabilità di una simile proposta, sia con le frange interne del PD, che dall’UE giunge puntale e puntiglioso il solito monito:

“Attenzione ai conti”.

Che vuol dire che a tagli di tasse devono corrispondere precise e ben quantificabili coperture.

L’idea di Renzi era quella di reperire risorse, sì da tagli di spesa, ma anche riuscendo ad ottenere concessioni dall’Europa relativamente ai parametri di Maastricht. Poter mantenere, ad esempio, al 2.8% il rapporto deficit/PIL, anziché all’1.8% previsto dai trattati, vorrebbe dire un risparmio di 1.6 mld €, circa la metà del necessario per l’abolizione dell’IMU. Inoltre qualche alleggerimento era auspicato dal Premier anche per quel che concerne il percorso di rientro del debito che in 20 anni, a partire dal prossimo, dovrebbe giungere al 60% del PIL.

Prontamente e senza indugio, a questi piani proposto unilateralmente da Renzi (si ricorda che le manovre economiche devono essere vagliate dalla Commissione prima di poter essere attuate), ha risposto il Commissario Economico Pier Moscovici, dicendo con fermezza che, ben venga un piano taglia tasse, ma senza contare su ulteriore flessibilità europea sui patti, in quanto la flessibilità è già stata applicata al caso Italia. Ogni taglio di tasse dovrà essere precisamente mappato con egual taglio di spesa, proventi da privatizzazioni (su cui l’UE conta molto), eliminazione di agevolazioni ed incentivi; ok anche la lotta all’evasione, che ora è il Premier ad incalzare, ma i problemi di governance all’agenzia delle entrare, ed il carattere aleatorio di questa copertura non facilmente programmabile, fan si che non venga conteggiata in modo incisivo da Bruxelles, che invece vuole entrate certe e calcolabili.

I proventi della spending review sono stati conteggiati da Renzi nella misura di 10 mld di € per l’anno in corso ed includono anche tagli alla sanità, ove sicuramente vi sono centri di spesa esorbitanti ed inefficiente, ma dove vi sono al contempo vaste aree lacunose su cui sarebbe necessario investire. Il piano della spending review ricalca la falsariga di quello di Bondi prima e Cotterelli poi, tanto che non si capisce (o meglio non si spiega) perché non siano stati implementati già tempo addietro: il report di Cottarelli è da molto che è chiuso in qualche cassetto romano. Il problema non banale col quale Renzi ed il suo staff economico, ad iniziare da Yoram Gutgeld, è che i 10 mld da taglio di spesa avrebbero dovuto essere parte dei 17 mld, da inserire nel prossimo DEF, finalizzati a disinnescare le clausole di salvaguardia (accise ed IVA), che altrimenti verrebbero applicate andando ad incrementare, ed in modo lineare, la tassazione complessiva sui cittadini.

Che dei 17 mld, 10 provenissero da tagli di spesa, era già stato presentato a Bruxelles, il quale difficilmente acconsentirà ad uno spostamento dell’allocazione, ed anche se ipoteticamente fosse, i 10 mld in più sono ugualmente da trovarsi, non essendo serio, proficuo ed efficiente conteggiarli due volte. Inoltre va ricordato come la Commissione abbia più volte ribadito che i proventi da tagli di spesa non dovrebbero andare a coprire tagli di tasse, ma soprattutto a sostenere la riduzione di un debito che, per percentuale rispetto al PIL e per valore assoluto, preoccupa non poco le istituzioni economiche europee e mondiali.

Renzi quindi, oltre a a giocare la battaglia interna ad un PD sempre più diviso, quella su Marino al Campidoglio, Crocetta in Siclila, De Luca in Campania, e quella per le riforme istituzionali, dovrà battersi nello spietato campo delle riforme economiche. Quelle che più nell’immediato possono sospingere l’economia e quindi le più tangibili e concrete (pertanto foriere di consensi o di critiche) per i cittadini, ormai saturi di politiche inefficienti, stufi di pagare per servizi inesistenti o indecenti e sempre più prossimi ad una discesa sociale verso la soglia di povertà.

Evidentemente un taglio IMU, immediatamente seguito da incremento di IVA ed accise, sarebbe quanto di più devastante per la popolarità, già in calo, del Premier, che perderebbe sicuramente molta della fiducia dei suoi elettori, e per il potere d’acquisto dei cittadini che ancora attende di essere rilanciato.

26/07/2015
Valentino Angeletti
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FMI taglia stime PIL; riforme nella giusta direzione ma da applicare in un Governo che non sembra così coeso

Negativa di 0.1 punti percentuali è la revisione della stima di crescita 2014 fatta dal Fondo Monetario Internazionale per l’Italia confermando così il terzo anno di recessione consecutivo. Il dato ha rivisto la previsione precedente di +0.3% indicata nel World Economic Outlook e segue i ribassi di OCSE e S&P di cui abbiamo già parlato (Link). L’FMI mantiene le stime 2015 e 2016 rispettivamente a 1.1% ed 1.3% con la postilla di poterle rivedere ad ottobre in conseguenza ad uno scenario macroeconomico definito per l’ennesima volta fragile, influenzato principalmente da:

  • Tensioni geopolitiche con al centro Russia, Libia e Medio Oriente.
  • Scenario deflattivo che minaccia ulteriormente una domanda interna già bassa.
  • Stagnazione, ben rappresentata da un debito in crescita tendente al 137%, rapporto deficit/PIL che l’FMI colloca al 3%, disoccupazione al 12.6% con quella giovanile oltre il 40% ed sud in condizioni ancora più problematiche.

A combattere la bassa inflazione dovrebbe contribuire la prima trance di T-LTRO della BCE, accolta con meno entusiasmo del previsto, probabilmente per via degli stress test europei. In Italia sono arrivati circa 22 miliardi che gli istituti finanziati dovranno convogliare ad imprese e famiglie rafforzando così la possibilità di credito, la cui domanda rimane ancora debole anche per l’impossibilità di ottenerlo. Tale misura è indispensabile che venga affiancata, come più volte ribadito e discusso all’Econofin (link1 – link2) ed in altri consessi (Link Ambrosetti), da una maggior diversificazione di accesso ai capitali con una varietà di strumenti di finanziamento da mini-bond a quotazioni facilitate in borsa. Da sottolineare come la disoccupazione fortifichi la stagnazione dei consumi e fomenti la conseguente spirale deflattiva. Ciò evidenza ulteriormente, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di creare le condizioni (burocratiche, economiche, di investimento e di business) per incrementare offerta di lavoro e l’occupazione.

L’FMI ha ripetuto pedissequamente quanto detto da tutti gli altri istituti, agenzie e leader economici e politici riguardo alle riforme di Renzi:

“Il piano di riforme è ambizioso va nella giusta direzione, deve però essere implementato. Si rimane in attesa dei risultati.”

In realtà medesima frase seguita da grandi attestati di stima è sempre stata riservata da queste realtà ad ogni nuovo governo, inizialmente da tutti ben gradito, ed ad ogni piano di riforma, quasi che il messaggio sia che per la situazione in essere non è più possibile andare avanti così; è necessario agire rapidamente, qualsiasi riforma sembrerebbe poter portare almeno un minimo beneficio e miglioramento.

L’FMI mette in guardia l’Italia su tre aspetti fondamentali che dovrebbero accompagnare la spending-rivew, la quale da sola potrebbe non essere in grado di correggere la deriva del debito ed al contempo assicurare una adeguata revisione del fisco. Si tratta delle pensioni, troppo costose (il 30% della spesa e le più costose d’Europa) su cui il fondo indica di intervenire anche per quelle attuali; della sanità e delle regioni ove le grandi differenze comprovano la possibilità di ingenti risparmi.

Anche la riforma del lavoro nella sua struttura generale è apprezzata dall’istituto di Washington che ribadisce la necessità di eliminare le enormi differenze tra lavoro stabile e precario, come ha detto il Premier la volontà è quella di eliminare lavoratori di serie A e di serie B. A tal fine l’idea di Renzi sarebbe quella di convergere verso un contratto unico a tutele crescenti che inizi con un contratto precario per poi trasformarsi in tempo indeterminato, anche se ad ora non è noto sapere in che tempi ed in che modalità. Questo aspetto non è da poco poiché nel periodo di transizione il lavoratore risulterebbe precario a tutti gli effetti, probabilmente quindi senza possibilità di accesso al credito e sostegno da parte delle banche, impossibilitato a fare piani di lungo termine. Tutto ciò rientra nel Jobs Act, che ha avuto il via libera dalla commissione lavoro. Nella riforma vi è anche il superamento dell’articolo 18, consentendo il licenziamento dei lavoratori dietro indennizzo economico. Come per il contratto unico, anche per l’indennizzo non si hanno dettagli né su modalità-ammontare né su tempi. Come ovvio l’articolo 18 è un argomento altamente divisivo che sta suscitando diatribe velenose e polemiche pesanti all’interno del PD a cominciare da Fassina, Damiano, Orfini, parzialmente Bersani ed ovviamente D’Alema. Nonostante tutto il Premier pare determinato ad andare avanti “come un mulo” e per ciò si è detto intenzionato, pur non menzionando mai l’arma del decreto, ad utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso. Per il Nuovo Centro Destra invece questo superamento rappresenta una grande vittoria da esporre come trofeo, mentre i Sindacati, sul piede di guerra, hanno già indetto manifestazioni in varie forme.

Se proprio si deve analizzare quanto quel po’ che si conosce del Jobs Act va detto che a poter portare problemi più che l’articolo 18, molto simbolico, ma alla fine poco applicato nei contesti reali e già riformato 2 anni fa, tanto che alcune voci direbbero che la stessa OCSE ha mostrato perplessità di fronte ad una nuova modifica a così poca distanza quando ancora i reali effetti della precedente riforma non sono completamente chiari, sono l’articolo 4 ed il 13.

L’articolo 4 riguarda la concessione alle aziende di poter utilizzare  strumenti tecnologici per il controllo a distanza del lavoro e del lavoratore nel rispetto di dignità e riservatezza. Evidentemente il confine tra ciò che può essere consentito per un controllo di produttività e quello che si può trasformare in strumento di ricatto dovrà essere ben stabilito, oggettivo e non fraintendibile, altrimenti si rischia di trovarsi di fronte, soprattutto nelle prime fasi di implementazione, ad uno strumento parziale, fuori controllo ed altamente vessatorio.

L’articolo 13 è inerente alla possibilità di demansionamento del lavoratore con conseguente riduzione di stipendio. Inutile anche in tal caso sottolineare come la possibilità di utilizzi impropri e discriminanti sia facilmente realizzabile e vada scongiurata con norme chiare, specifiche e con controlli adeguati.

Infine va ricordato che la riforma sul lavoro verrà applicata solo ai nuovi contratti, quindi per un periodo decisamente lungo di tempo a partire dalla sua entrata in vigore vi saranno ancora tutti i vecchi contratti con le loro caratteristiche.

Detto ciò poi la necessità di configurare il lavoro in modo che sia flessibile, soprattutto per quel che riguarda la riqualificazione dei lavoratori e le possibilità di reimpiego a valle di mutate esigenze e scenari economico industriali perseguendo un sistema di formazione e di sostegno nel periodo di aggiornamento professionale simile ai paesi nordici, è ormai manifesta da tempo; sarebbe anacronistico continuare ad arroccarsi su posizioni contrarie.

Prima però di andare avanti sul Jobs Act, che verrà discusso durante l’incontro europeo sul lavoro l’8 ottobre a Milano, è intenzione del Premier assicurare le tutele  a coloro che hanno perso il posto, rinnovando quindi le varie forme di cassa integrazione impiegando le risorse necessarie a coprirli.

L’altro nodo che blocca i lavori parlamentari e problematico per il Governo è l’elezione dei componenti di CSM e Corte Costituzionale. Esso è tutt’altro che risolto e si appresta a giungere alla quattordicesima votazione, nonostante il ticket scaturito da Nazareno tra PD e FI che candida come rappresentanti Violante e Bruno. Sembra chiaro che le fazioni e le fronde siano potenti, in tale situazione addirittura più di PD ed FI assieme, ed abbiano portato a ben 13 insuccessi mostrando che su certi temi delicati, nonostante le intimazioni del Presidente della Repubblica, le scissioni proseguono. La prossima elezione è indetta per martedì e qualora si trasformasse in un nuovo nulla di fatto potrebbero essere candidati altri nomi.

C’è da chiedersi, e se lo chiedono anche FMI, OCSE, Bruxelles, BCE e via dicendo, come sia possibile per il Governo italiano, se non in grado di eleggere due giudice della consulta, affrontare efficacemente e rapidamente senza scadere in compromessi eccessivamente al ribasso, riforme molto più complesse, di valore anche simbolico e con impatto più concreto come appunto quella sul lavoro che già è motivo di dissidi, quella delle pensioni, della sanità e delle regioni (con i tagli di spesa conseguenti mai digeriti con facilità), dei diritti civili e della legge elettorale, l’Italicum, sui cui il premier sta accelerando forse, pur non dicendolo esplicitamente e continuando a vedere il 2018 come termine della legislatura, per prepararsi, perché come si dice gergalmente: non succede, ma se succede…

18/09/2014
Valentino Angeletti
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