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Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE

La Spending-Review è stata la protagonista del vertice d’urgenza convocato a palazzo Chigi nelle ore scorse. Erano presenti oltre a Renzi e Padoan, ovviamente il commissario Cottarelli, ma anche il Ministro Boschi ed il consigliere economico di Renzi Yoram Gutgeld che sarebbe in lizza per sostituire Cottarelli, di ritorno alla base del FMI a Washington, nella revisione della spesa.

I tagli in analisi ammonterebbero a 20 miliardi in 3 anni (sperando che non si collochino tutti alla fine del terzo anno) da reperirsi tra Ministeri e PA. I 20 mld sono un obiettivo fattibile alla luce dei 720 mld di base di spesa dice Cottarelli, ma in realtà i piani originari avevano previsto tagli per 37 miliardi e per tali ragioni, oltre che a causa delle difficoltà nelle privatizzazioni ex novo di Poste, Enav, Fincantieri, è stato deciso di accelerare la discesa statale di un ulteriore 5% nel capitale di Eni ed Enel.

In particolare 7 mld arriveranno dai Ministeri (convocati in riunione a partire dai prossimi giorni) ai quali è chiesto un piano dettagliato per arrivare ad un risparmio tra il 3 ed il 5%, altrimenti sarà il Governo a decidere per loro. Si tratta di una concessione intelligente che i Ministeri con la massima serietà devono sfruttare, conoscendo sicuramente meglio dove si annidano gli sprechi rispetto ad un intervento centralizzato di certo più orizzontale.  Gli altri 13 mld dovrebbero arrivare dalle PA, inclusa la riduzione, ottimizzazione, privatizzazione delle partecipate pubbliche che dovrebbero passare da 8000 a 2000 consentendo nel breve 0.5 mld di risparmi e 2 mld nel lungo periodo.

In verità il riservatissimo piano Cottarelli e del suo team era pronto da tempo, come lo erano quelli dei suoi predecessori Giarda e Bondi, poi rimasti, alla stregua dei consiglio dei Saggi, incompiuti per l’alternarsi dei Governi e soprattutto per l’incapacità di trovare quella volontà politica necessaria ad adottare misure restrittive su centri di potere, fatto ben più complesso che agire sulla maggioranza dei cittadini impotenti di fronte ad esempio ad un incremento più o meno lineare di tasse o ad un pasticcio immane come quello IMU – TASI (TASI che per 7 famiglie su 10 sarà complessivamente più pensante dell’IMU, ma ovviamente non è opera dei 6-7 mesi di Governo Renzi, ma come altre circostanze, eredità precedente).

Ora la volontà politica va trovata, è, come si usa dire, improrogabile per più di una ragione. Ad una prima lettura potrebbero sembrare i dati economici ad essere i più pressanti per la revisione della spesa, infatti gli ultimi dati non buoni sono relativi alla disoccupazione (che, pur con posti di lavoro in aumento, torna a salire a luglio dello 0.3% raggiungendo il 12.6%, contro l’11.5 della zona UE), il cui incremento ha cessato di rallentare, al debito ed al PIL che il Premier Renzi colloca a zero per il 2014, decimale più decimale meno confermando la previsione di Morgan Stanley che mette in guardia il nostro paese sul perseverare della recessione fin tutto il 2014 (vi sono puoi tutti gli altri dati ripetuti più e più volte che spaziano dai consumi fino alla sofferenza delle imprese); al momento considerando il nuovo modello di calcolo del PIL che inserisce anche le attività illegali, il rispetto del 3% deficit/PIL, seppur risicato, pare in sicurezza.  In realtà è bene ricordare che i proventi della spending review dovranno essere utilizzati per la riduzione del debito e per il taglio delle tasse, non per finanziare vecchie o nuove spese, bonus ed incentivi.

Con la spendig review, oltre ovviamente a razionalizzare spese non sostenibili ed ingiustificate reperendo risorse, è soprattutto l’Europa che si vuole guardare e convincere, infatti Bruxelles usualmente e giustamente è meticolosa nel voler leggere e capire approfonditamente i piani economici, i tagli, le entrate, gli impieghi e le spese (lo farà anche col documento di metà ottobre). Con la revisione della spesa ha fatto (link a fondo pagina), bacchettando che i piani non erano ben chiari, e farà lo stesso. Le aspettative dell’UE rispetto al nostro Governo e rispetto al Premier sono alte, come lo sono quelle dei cittadini e di molti leaders europei ed economici che, pur non negando critiche, hanno tutti appoggiato il piano di riforme di Renzi giungendo però negli ultimi giorni a concludere che oltre alla comunicazione servono a questo punto fatti concreti, tangibili e soprattutto quantificabili, cosa richiesta anche dalla maggioranza dei cittadini che dal “cambiamento” e dal “nuovo verso della politica” del paese si attendono vantaggi rapidi in termini di benessere e qualità della vita ad oggi purtroppo ancora non pervenuti in egual misura rispetto alle aspettative nutrite.

Una buona spending può sicuramente, ancora prima delle riforme che nei prossimi mesi non possono essere altro che impostate poiché il vero blocco sono le plurime letture parlamentari ed i decreti attuativi e ciò è ben noto alla Commissione ed i cui effetti presentano un fisiologico ritardo, giocare a favore della credibilità dell’Italia, da usarsi come leva per ampliare quel termine “flessibilità” che si vorrebbe da Bruxelles e da Berlino limitare ai patti in essere, ma che in tal caso sarebbe insufficiente rispetto a quella realmente necessaria per sboccare una situazione ben più difficile del previsto (sempre a braccetto con una politica monetaria impostata al supporto delle attività produttive, alla stabilità dei prezzi e dunque inflazione al 2% e giusto apprezzamento dell’Euro). L’obiettivo quindi è cercare la credibilità e la fiducia da parte di Europa ed investitori che vogliono certezze ed impegno; in tal senso, pur non essendo l’unico elemento di valutazione, la revisione della spesa in un paese notoriamente sprecone come l’Italia, può avere un ruolo importante. L’obiettivo ultimo (per il quale è necessario il sostanzioso e noto pacchetto di riforme economico-istituzionali) è supportare un una prima fase di aumento dei consumi e di export (che hanno un ruolo complementare alla politica monetaria nel contrastare la deflazione) tramite sgravi fiscali ed immediatamente dopo, grazie al rilancio degli investimenti, bloccare quell’incedere diabolico della disoccupazione. Gli investimenti infatti rimangono un punto dolente visto che il nostro paese non ha ad oggi le condizioni (burocrazie, norme, lentezze, fisco ecc) per attrarre aziende private ben più allettate da altri luoghi benché interessate al nostro, non è in grado di provvedere pubblicamente (come fecero gli USA dopo la grande depressione del 29, quando immense opere come la Hoover Dam finalizzata in 5 anni, furono finanziate e riportarono alla crescita), e le aziende nostrane non sono così forti e patrimonializzate da poter investire su lunghi orizzonti, anzi sono più che altro concentrate a tagliare spese e sprechi (a volte anche personale) per risorse nel breve. Inoltre il sistema di investimenti nostrano è totalmente basato sulle banche che quando chiudono, come in questo momento, i rubinetti del credito creano un blocco decisamente di grande impatto; questo sistema di investimenti eccessivamente basato su istituti di credito è un elemento da superare a livello europeo con vari strumenti che possono essere quotazioni in borsa incentivate, venutre capital privati, mini bond, BEI ecc.

Per tutto ciò però è necessaria una volontà politica che fino ad ora non si è mai manifestata ed anche durante questo esecutivo non pare facile da trovare, ne sono esempio le riforme della magistratura la cui proposta è avversata dall’ANM che la definisce punitiva e del lavoro, a cominciar dall’articolo 18 emblema delle bandiere ideologiche sia a destra che a sinistra, seme della discordia anche tra stessi ministri (Poletti – Guidi), all’interno dello stesso PD, ovviamente tra le differenti forze dell’Esecutivo di coalizione (PD  ed NCD) e tra i contraenti del Nazareno (PD – FI). Per una maggior velocità dell’azione di Governo si rimanda alle riflessioni già fatte ( Link: 06/09/14 Renzi – Cernobbio – Link: 07/05/14 Governo Renzi e compromessi ). Una volontà politica che andrà senza dubbio a penalizzare classi, ceti e tecno-burocrazie molto potenti ed influenti che si opporranno con tutti gli strumenti, e ne hanno molti, soprattutto se, come sovente accade, presentano delle teste di ponte, avamposti tra le file del Governo.

Aprendo una breve parentesi, si fa riferimento ad una volontà politica nostrana che manca invero anche in Europa, come dimostrano le vicende Russe ed in Medio Oriente che stanno ulteriormente screditando la forza, l’autonomia e la capacità decisionale dell’Europa, sempre in bilico tra la necessaria alleanza e supporto agli USA (a prescindere dal tema) e la necessità economica del legame con la Russia (ma anche con la Libia) che forte del suo potere energetico ha svariati strumenti di ricatto per contraccambiare sanzioni sempre molto incerte nell’entrare in vigore (anche le ultime sanzioni economiche contro Mosca, non leggere, sono state sospese per una verifica sul proseguire di una tregua che a ben vedere formalmente non dovrebbe interessare il Cremlino, sussistendo tra Ucraina e separatisti filo-russi). Non è un mistero tra l’altro che l’Uione Europea abbia sempre meno appeal, nel referendum che si terrà a breve sull indipendenza della Scozia dall’UK, gli indipendentisti (i SI) sono in vantaggio (51 a 49), lanciando Londra nella preoccupazione poiché sono scozzesi circa l’ 8% delle entrate fiscali, i l 10% del PIL, tutto il settore Oil&Gas, energetico, estrattivo e cantieristico navale, così da spingere l’UK a proporre più concessioni di autonomia finanziaria e fiscale.

La domanda è quella già fatta: avranno, con tempi già scaduti e risultati finali probabilmente già parzialmente compromessi, l’Italia e L’UE la capacità di raggiungere la volontà e la collaborazione politica necessaria per ottenere gli obiettivi prefissati e probabilmente non graditi a molti, ormai chiari a tutto il mondo senza che sia necessario sentirli ripetuti durante gli ennesimi tavoli e simposi accademici?

Link Spending Review:

08/09/2014
Valentino Angeletti
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Cosa dovrà chiedere Renzi alla Merkel?

Un weekend ed un inizio settimana decisamente impegnativi per il Premier Matteo Renzi. In queste ore si trova all’Eliseo ricevuto da Hollande, poi lunedì sarà la volta della Merkel assieme al Presidente di Confindustria Squinzi ed una ristretta delegazione di imprenditori.

Matteo dopo la presentazione del suo piano di intervento in Italia, tra la condivisione di buona parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche e le obiezioni critiche principalmente ad opera di alcune frange PD e del M5S, ha riscosso approvazione da parte della Cancelleria tedesca. Il FT invece si è mostrato più scettico sulla capacità di Renzi di trovare le adeguate copertura, a dire il vero dopo che un editoriale dei giorni scorsi spezzava più di una lancia in favore dell’ex sindaco di Firenze. E’ evidente che sia per i contenuti che per i modi di presentarsi, a volte un po’ irriverenti e guasconi, il personaggio stia attirando su di se molte attenzioni e sembri  quasi “border line”: o lo si apprezza o non ci si riesce proprio.

Questo doppio passaggio europeo di Renzi, che nel frattempo ha disdetto un viaggio in Cina presso potenziali investitori organizzato da Letta per concentrarsi (al momento giustamente) sulle vicende interne ed europee, è importantissimo.
Renzi dovrà essere in grado di attirare nell’orbita italiana la Francia di Hollande, facendole capire che la situazione dei due paesi è molto simile e solo una partenza da una miglior situazione dei francesi ha fatto si che potessero resistere meglio all’onda d’urto della crisi, ma un eventuale protrarsi di questa condizione potrebbe essere fatale ad ambedue i paesi, dove per giunta il fronte anti-europeo è molto forte (dominato in Francia da Le Pen, mentre in Italia è più trasversale e meno organizzato). Il potere contrattuale di un’asse franco-italo (spagnola) sarebbe enorme e probabilmente non passerebbe inascoltato neppure dalla Germania, da Bruxelles e dalle economia del nord, che pure hanno rallentato, a cominciare dall’Olanda.

Dopo la Francia, ove il compito è vitale per spostare un poco il baricentro europeo ma sulla carta più semplice, sarà la volta dello scoglio tedesco. Alla Merkel, e di rimbalzo all’Europa, facendo leva sul supporto francese, su quello dell’SPD di Schulz che ora dovrebbe essere messo alla prova dei fatti, e sulla presidenza italiana del prossimo semestre europeo, si dovrebbe chiedere di cambiare rotta abbandonando quella politica di austerità che tutti non ritengono sostenibile e che i fatti lo hanno dimostrato da tempo, lo dimostrarono in verità fin dall’inizio. L’esempio degli USA che con la loro politica espansiva e la rivoluzione energetica stanno uscendo dalla crisi e puntando al 6% di disoccupazione, le analisi di grandi economisti e finanzieri-speculatori come Soros e Buffet, le previsioni molto caute rispetto al continente europeo dei principali outlook economici, i fatti e le condizioni in cui sono stati ridotti alcuni stati europei, dovrebbero far venire più di un dubbio alla Commissione EU.

Il compito non è dei più facili perché sull’Italia pesa il fardello del debito, ancora in aumento a Gennaio ed ormai in prossimità del 133.6%, la lenta crescita (o meglio stagnazione) stimata da Ficth a 0.6% per il 2014, 1% per il 2015, il persistere di consumi mai così bassi e la disoccupazione che crescerà anche nel 2014 così come l’incapacità di riformare in modo rapido e risoluto degli scorsi Esecutivi, sono argomenti oggettivi che possono essere utilizzate contro Renzi. Inoltre il piano del Premier Matteo suscita in Europa più di un dubbio poiché la destinazione dei proventi della spending review dovrebbe essere l’abbattimento del debito e non il taglio delle tasse e del cuneo fiscale, così come non sembra condivisa l’ipoteso di un aumento del deficit pur rispettando il vincolo del 3%. Difficilmente, se la linea si manterrà quella attuale, ambedue le concessioni potranno avere approvazione.

Il Premier dovrà puntare su alcuni elementi non obiettabili. Il primo è che l’Italia si è oggettivamente impegnata e sacrificata per rispettare i vincoli fino ad ora imposti gravando pesantemente sui cittadini e non vorrebbe proseguire in questa direzione alimentando populismi e sentimento anti-europeo; un italiano su tre vorrebbe tornare alla lira, ma i giovani, il futuro e la nuova classe dirigente, sono in prevalenza favorevoli all’Europa, sanno, in particolare quelli più istruiti, che l’Europa è un’opportunità da cogliere ed una ricchezza, ma di contro sono convinti che a breve la politica dell’Eurozona non cambierà, facendo dell’Unione più un elemento vessatorio e tecnocratico che una reale fonte di arricchimento, cooperazione e contaminazione economico culturale per far fronte agli standard di competitività sempre più elevati che la globalizzazione ci impone. Questa linfa vitale delle nuove generazioni deve essere alimentata con speranza e prospettive.
Il secondo elemento è che senza una Unione reale ed una condivisione di rischi e benefici (ad esempio Eurobond, mercato unico dell’energia, allineamento del fisco, della tassazione, del costo del lavoro ecc) anche la Germania ne uscirà col tempo sempre più indebolita e non sarà in grado da sola a competere con economie che comunque corrono ben più di lei.
Il terzo punto, estremamente importante, è insistere sulla possibilità di sforare temporaneamente il tetto del 3%, ricordando alla Merkel che anche la Germania non è in regola avendo consumi interni troppo bassi ed una export oltre il 6% (limite imposto dall’EU) sull’import, del resto più tempo è stato concesso alla Francia ed all’Olanda. Renzi però dovrà mettere sul piatto promesse molto importanti e difficili: ridurre tutte le procedure di infrazione già in essere, o in fase di applicazione, nei confronti del nostro paese; presentare un piano di investimenti di medio termine ai quali sarà destinata la somma eccedente al 2.6% (ed in prospettiva 3%) che sia chiaramente elemento di sviluppo ed occupazione, che porti col tempo il PIL a crescere più di quanto è stato investito, un vero piano industriale e di innovazione per il sistema paese; dovrà proporre la spesa oltre il 2.6%-3% (così come quella dei fondi europei che non riusciamo ad impiegare) sia soggetta a stretto controllo da parte di organismi europei, una sorta di Troika, che monitori costantemente avanzamento del progetto e così, in modo da non ricadere nel vizio italico dello sperpero dei denari che fanno lievitare i costi di qualsiasi opera; dovrà partire celermente ad applicare tutto il piano di riforme che l’Europa avrebbe già voluto veder realizzate, dalla lotta all’evasione e corruzione alle riforme del mercato del lavoro, dall’abbassamento delle tasse su persone e lavoro alle riforme costituzionali, al pagamento tempestivo dei debiti delle PA, alla riforma e digitalizzazione della burocrazia che ingessa da anni un sistema difendendo particolarismi e centri di potere; infine puntare al taglio di spesa presentando finalmente a Bruxelles quel piano di spending review già in ritardo.
In particolare sugli ultimi due punti, non tanto Matteo, quanto l’intero paese dovrebbe “metterci umilmente la faccia”.
A valle di ciò poi l’Unione dovrà convincersi ad intraprendere con convinzione lei stessa quel percorso riformatore con l’obiettivo di giungere davvero ad una entità economico-politico-sociale unica ove regna la cooperazione e la collaborazione e che se inizialmente può sembrare più vantaggiosa per coloro che ne sono stati fin qui penalizzati e più svantaggiosa per chi più ne ha goduto, alla lunga porterà non solo benefici per tutti, ma sarà l’unica possibilità per il vecchio continente di rimanere un importante attore dello scacchiere mondiale.

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15/03/2014
Valentino Angeletti
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