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Legge di stabilità: troppi ripensamenti, sintomo di inconsistenza politica ed assenza di piani a medio – lungo termine

Documento di Economia e Finanza: questo è il tema che sta catalizzando l’attenzione politica e con essa, al seguito, le polemiche, accentuate dal fatto che ancora, nonostante sembrasse che il DEF fosse già pronto, controfirmato e vidimato dall’Europa, non è stato presentato in Parlamento in via definitiva, e solo pochi politici hanno tra le mani la bozza in stato avanzato. In queste ore il testo è presso i tecnici del Quirinale e passerà, dopo la visura quirinalizia, in Senato.

I media, che mai come in queste circostanze, assai sentite dai cittadini perché le conseguenze andranno a toccare direttamente i loro portafogli, sono alla mercé del posizionamento politico e della propaganda, quindi pur filtrando parole e dichiarazioni ed andando a considerare solo i più diretti interessati che dovrebbero essere quanto di più preciso sulla scena, l’impressione che se ne ha dall’esterno è quella, non troppo positiva, della presenza di troppi ripensamenti, probabile sintomo di inconsistenza politica ed assenza di quei necessari piani di medio – lungo termine da tanto richiesti ed auspicati.

Oltre al nodo delle pensioni, che non sarà trattato neppure in questa finanziaria e rimarrà irrisolto, con buon pace di coloro che si trovano in un limbo d’incertezza ed indeterminatezza divenuto ormai ossimoricamente stabile, e non si fa riferimento solo agli esodati, ma anche a tutti coloro che, essendo giunti qualche mese prossimi al pensionamento, si sono trovati a non avere la minima idea di quando potranno ritirarsi da lavoro, nè di quanto percepiranno, pur sicuri di un importo inferiore, vi sono il tema della tassa sugli immobili, quella dell’aumento del contante da 1’000 a 3’000€ ed infine il canone Rai.

Tornando un attimo sulle pensioni, le ultime voci autorevoli, quindi dello stesso Ministro Poletti, parlavano di un possibile part time, al 50%, a cominciare da 4 anni prima della data di conseguimento dei requisiti per il ritiro dal lavoro, con assegno decurtato del 30-40% (leggermente superiore al 50% che spetterebbe matematicamente) e con contribuzione piena. Questa misura è stata criticata da molti, citiamo solo la critica più incisiva, quella del Presidente dell’INPS, Tito Boeri, secondo il quale non va assolutamente bene continuare ad agire con misure estemporanee senza modificare complessivamente un impianto ed una normativa che necessita chiaramente di cambiamenti per giungere ad una sostenibilità definitiva e costante. Il fatto che il DEF non aggredisca l’atavico problema previdenziale in questi termini e con obiettivi di lungo periodo, a detta del Professor Boeri, è una sconfitta, tanto che egli starebbe pensando di tornare al suo vecchio lavoro, riposizionandosi dietro una prestigiosa cattedra economica milanese.

In merito all’argomento dell’imposta sugli immobili, i più attenti ed i diretti interessati (statisticamente circa l’80% delle famiglie, anche se considerando la concentrazione degli immobili nelle mani di medesimi proprietari, sospetto che siano in realtà ben di meno ed in ogni caso tutte vecchie generazioni) non avranno potuto non notare che, nelle prime dichiarazioni, Renzi affermava l’abolizione sia di TASI che di IMU, ma solo sulle prime case. Poi si rendeva (o loro informavano) che l’IMU si riferisce solo alle seconde case, allora il Premier rettificava dicendo che avrebbe abolito la tassa sugli immobili per tutti, indistintamente. In un terzo tempo invece, rettificava nuovamente, escludendo dalla esenzione ville e castelli. Subentrava, come saetta a ciel limpido, una ulteriore modifica: reinserimento dell’IMU sulle seconde case, con tanto di possibilità di aumento dell’aliquota addizionale comunale fino allo 0.8 x 1000.

Muovendo verso il tema del limite al contante, anche il preciso Padoan, colto in flagranza di contraddizione, è costretto a confermare di aver cambiato radicalmente idea: prima infatti, era fervente sostenitore di limiti, ben più bassi di 1000€, in favore della diffusione dei pagamenti digitali, ora invece sostiene che il tetto a 3’000 € non faccia altro che allineare l’Italia agli altri paesi europei (non ci dilunghiamo ulteriormente perché abbiamo già toccato l’argomento: Link 1Link 2). Pur ritenendo che avere un limite al contante di 1’000 o 3’000 € non cambi nulla nè a livello di evasione e neppure di incremento dei consumi e della spesa, se non in misura impercettibile, ritengo che sia un passo indietro, ostativo rispetto alla necessaria diffusione e cultura dell’uso di carte di pagamento elettroniche, elemento che dovrebbe concorrere al processo di digitalizzazione della popolazione italiana, ancora ben lontana dagli standard degli altri paesi europei e lontanissima dagli ordinatissimi e precisi nordici.

Il senso di incertezza al quale i cittadino, ormai avvezzo, si trova di fronte, aumenta se si tocca il tema del canone Rai. La proposta di inserirlo in bolletta è stata recepita con estremo sospetto dalle utility energetiche, a mezzo delle quali bollette dovrebbe essere riscossa l’imposta sul possesso della TV (o di qualsiasi apparecchio atto a ricevere onde radiotelevisive in chiaro), per via dei molti problemi tecnici e burocratici (presenza di due componenti eterogenne, eventualità di mancato pagamento, sanzioni, seconde case, non possesso di TV, ecc) ed anche legali (una tassa all’interno di un’utenza non sarebbe permessa dal codice vigente). A schierarsi contro l’ipotesi di accorpamento è stato anche il Presidente di Assonenergia, Chicco Testa, riunendo il giudizio avverso di tutti i gestori elettrici. A prescindere da ciò, che comunque aiuterebbe a combattere l’evasione del canone, va detto che, supponendo di recuperare buona parte dell’evasione, la somma di 100 € della nuova bolletta rispetto ai precedenti 113 €, conferirebbe all’erario un’entrata complessiva ben superiore; allora sorge la domanda sul perché non si potesse abbassare ulteriormente. Alcune stime indicano 70-80€ la cifra del nuovo canone che avrebbe consentito di pareggiare le entrate del precedente. A corollario del tutto vi sono la valanga di dichiarazioni in merito alla dilazione di pagamento: inizialmente si parlava di unica rata ad inizio anno, poi due rate da 50 €, una all’inizio ed una a metà anno, poi addirittura 4 trance da 16.66 €, una per trimestre, infine pare si stia tornando vero l’ipotesi di due rate.

Renzi continua ad affermare con convinzione e supportato da ogni tipologia di media, che il Def abbassa sostanzialmente le tasse, ma anche all’interno del suo stesso partito non tutti sono d’accordo, ad iniziare da Chiamparino, il quale è arrivato a minacciare le dimissioni, per i tagli agli enti locali, province e regioni e per la diminuzione dei trasferimenti da 3 a 1 mld. Secondo il presidente della conferenza delle regioni, con questi presupposti è impossibile garantire servizi e sanità senza aumentare tasse locali. Ripensandoci Sergio Chiamparino ha ritirato, in un secondo tempo, l’ipotesi di lasciare l’incarico (quasi a non voler essere da meno della volatilità del DEF), ufficialmente per cercare di modificare il Documento di Economia e Finanza, i più maligni però dicono che il ripensamento sia figlio del piacere della poltrona.

In tutto ciò, che definir marasma è quasi bonario, il cittadino – contribuente, che può capirci?

Non avrebbe dovuto essere questa l’era delle certezze normative e contributive, anche finalizzate a favorire gli investimenti, la spesa, la fiducia?

A me non pare…. e sembra non parere neppure a Fitch, che ha confermato il rating italiano a BBB+, con outlook stabile, mettendo in guarda dal debito, previsto oltre il 120% almeno fino a fine decennio, e da una dinamica economica, sì in lieve ripresa, tanto da aver allontanato il rischio di insolvenza, ma ancora estremamente fragile ed in balia di una molteplicità di potenziali perturbazioni interne ed esterne.

Del resto tutti questi ripensamenti lasciano sospettare la totale assenza di piani strutturati e startegici di medio – lungo periodo (come sottolineato da Boeri), nonché legittima il sospetto di un carisma e spessore politico non sufficiente per affrontare una complessa fase di transizione e mutamento economico – sociale di livello globale, come quella che ci stiamo trovando ad attraversare.

24/10/2015
Valentino Angeletti
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Tra tasse ed immigrazione: Renzi e l’UE

Si finge stupore, quasi si ostenta forte risentimento, come se un nostro perimetro, una nostra zona di confort, fosse stata violata, ma in realtà non c’è da meravigliarsi in quanto, che sarebbe stato tenuto un simile atteggiamento, era noto da tempo (link).

Mi riferisco alla “forte e calda” raccomandazione europea di non proseguire con il taglio dell’imposta sugli immobili, della quale il Premier Renzi ha fissato il rito funebre per il 16 dicembre prossimo venturo. Alla dichiarazione del Premier dell’eliminazione dell’imposta sugli immobili, che, considerando l’alta percentuale di possessori di prima casa, riscontra sempre alto gradimento tra gli elettori, si sono succedute parole anonime (rimarcate come nè ufficiali nè ufficiose dal consigliere economico Filippo Taddei) della Commissione Europea che avrebbero definito il provvedimento non attinente alle linee guida da loro proposte, vale a dire aumento imposte sul possesso, sui patrimoni, sugli acquisti, e taglio di quelle sul lavoro e le attività produttive.

Chissà se è si tratta di un caso il fatto che il paese avente la maggior percentuale di possessori di abitazione sia la Romania, seguita a ruota dall’Italia, mente le economie più dinamiche e con maggior tasso di crescita si collocano nelle ultime posizioni di questa classifica.

La commissione UE, per bocca della portavoce del Commissario agli affari economici, Annika Breidthardt, si è limitata a dire che sono state recepite le parole di Renzi, note le sue intenzioni, ma tutta l’impostazione del progetto fiscale italiano verrà valutato al momento della presentazione, in ottobre, della prima bozza ufficiale di legge di stabilità, al vaglio della UE stessa. Renzi invece, da far suo, non si è limitato a presentare la sua idea di abolizione dell’imposta sugli immobili, in certi punti anche condivisibile, come per i terreni agricoli e gli imbullonati, ma si è scagliato contro la Commissione. Le parole pronunciate all’emittente radiofonica RTL sono state forti ed in sostanza redarguivano la Commissione sul fatto che si fosse permessa di dare suggerimenti su dove agire fiscalmente (in passato lo fece allo stesso modo anche il Governatore BCE, Draghi) ad uno stato, Italia, con dati economici migliori delle previsioni e che ha dovuto finora subissarsi, quasi in solitudine, il gravissimo problema, nei confronti del quale l’UE è stata effettivamente cieca, dell’immigrazione.

Su IMU, Tasi ed in generale sull’imposta sugli immobili della quale tanto si è qui scritto e parlato, fino ad aspri confronti, nelle legislature addietro, non mi stancherò mai di ribadire un concetto. Da un lato è indubbio che la tassa debba essere ridotta, o tolta, per tutte le attività produttive, a cominciare da quelle agricole, vada rivista l’imposta per gli imbullonati ed eliminata nel caso di capannoni sfitti o di imprese fallite (previa verifica ovviamente, per evitare speculazioni); ma ciò deve andare di pari passo con una revisione profonda delle agevolazioni fiscali che spesso sono eccessive quando decisamente senza motivo d’essere. Dall’altro lato urge una revisione del catasto, che sembrerebbe, ed auspichiamocelo, in via di perfezionamento, per le abitazioni domestiche. L’abolizione dell’imposta sulla prima casa varrebbe circa 3.47 miliardi, già una cifra non banale, per un bilancio come quello italiano, senza ricorrere ad una pesantissima spending review, includendo anche seconde ed ulteriori abitazioni, il gettito complessivo salirebbe a circa 23.9 miliardi, impossibili da trovare nelle pieghe del nostro bilancio (ricordiamo i vincoli Deficit/PIL ed il relativo percorso di rientro nonché il debito/PIL al 132% soggetto al fiscal compact europeo che impone di portarlo al 60% in 20 anni). La spending review, tanto sbandierata, su cui fior di commissari hanno lavorato inascoltati e pagati e che comunque a ancora da venire, può garantire coperture parziali, ma non totali, anche supponendo di racimolare tutti i 17 miliardi previsti, in parte destinati a disinnescare le clausole di salvaguardia ed in parte dirottate alla riduzione del debito; al momento non è ancora ipotizzabile concretamente  un aumento dei margini di flessibilità europei. Inoltre, va considerato che togliendo l’imposta immobiliare si va a colpire pesantemente il bilancio dei comuni, molti dei quali sono già abbondantemente in rosso e che quindi potrebbero dover ricorrere all’aumento di altre imposte locali, con il risultato di abbassare le tasse nazionali, alzando però quelle locali, in un bilancio che complessivamente rimane in pareggio, ma più spesso va a scapito del contribuente il quale in ultimo si trova soggetto ad un maggior livello impositivo.

Molto più lungimirante, e, se volgiamo, anche equa, sarebbe una revisione delle detrazioni e l’introduzione di una progressività, realmente funzionante, dell’imposta, basata sul nuovo catasto, che includa anche immobili ecclesiastici non adibiti a culto, possedimenti di enti, fondazioni, partiti e via dicendo. Di certo una azione in tal senso non sarebbe osteggiata dall’Europa che invece si pronuncerà sicuramente in modo negativo su una eventuale proposta di abolizione totale, come ad oggi pare voglia fare Renzi, in sede di presentazione e valutazione del DEF.

Tutte queste sono parole già dette insomma, che possono risultare quasi stucchevoli e ripetitive, ma tristemente sempre valide.

Se Renzi vorrà davvero abolire totalmente l’imposta sugli immobili il Ministro Padoan e tutto il suo staff dovranno, ma ne sono ormai abituati, sudare sette camicie.

Seppur inserite in un attacco all’Europa leggermente fuori luogo e che rischia di essere tutt’altro che produttivo quando la Commissione dovrà decidere se concedere o meno altra flessibilità all’Italia, va riconosciuto a Renzi di aver ribadito un grosso problema, quello dell’immigrazione, che solo ora a distanza di anni dalle prime tragedie che hanno scosso l’opinione pubblica (non di certo le prime in assoluto) sembra essere preso fattivamente in considerazione da stati come Francia e Germania, che si sono visti negli ultimi mesi interessati a loro volta da ondate migratorie via terra, foriere degli stessi drammi di quelle via mare. Quando le parole le richieste di aiuto e di impegno vengono dalla Merkel o da Hollande hanno un altro peso che quando vengono dalla penisola, dalla quale sono anni che si sollevano inascoltate ed anestetizzate dietro l’allocazione di fondi, forse anche colpevolmente mal gestiti, ma solo parte di una soluzione che richiede un’articolata politica comune che include risorse economiche e di mezzi, logistica, redistribuzione dei migranti ed anche interventi in loco nei paesi di origine.

L’Europa, pur ancora lontana da una soluzione concreta, sembra molto più sensibile ed operativa sul fronte migratorio da quando a far pressione è stata la Germania. Le richieste della Merkel di inasprire i controlli italiani nel Brennero sono state immediatamente recepite dal nostro Governo, ed il fronte comune, mai nato su altri temi, caldeggiato dal Cancelliere tedesco, tra Germania, Francia ed Italia per gestire il problema, pare godere di considerazione e margine di manovra a livello europeo. Esso, se ben strutturato, riuscirà a scardinare le resistenze di stati più restii all’accoglienza ed alla gestione attiva dei flussi migratori, quali l’Ungheria di Orban. A sensibilizzare le istituzioni ed i Governi non può e non deve essere stata la foto, pur oltremodo drammatica, di un bimbo esanime riverso su una spiaggia, immagine che campeggia oggi su molti quotidiani (alcuni altri si sono rifiutati di pubblicarla), perché si tratta di una tragica rappresentazione visiva di quanto ci è già noto da tempo accadere o in mare, o su terra, quando su una stiva di una nave, quando nel rimorchio di un tir, finanche tra gli angusti spazi di un cofano motore. Non possiamo essere cosi legati alla solo senso della vista, nell’era della diffusione digitale ed immediata delle informazioni.

Di sicuro ad attivare l’Europa sull’immigrazione non saranno le parole di Renzi, fin qui inascoltate a Bruxelles in più di una occasione e come probabilmente lo saranno anche quelle sull’imposta sugli immobili che in autunno, se proseguirà il progetto del taglio totale, dovrà essere rivista in sede di valutazione del DEF, ma se il fronte comune, ritardatario ma stavolta non per colpa italiana, bensì per disinteresse altrui, tra Italia – Germania – Francia fosse l’inizio di un percorso verso un’efficace gestione dei flussi migratori con i quali sempre più il vecchio continente dovrà misurarsi, sarebbe sicuramente notizia positiva.

03/09/2015
Valentino Angeletti
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Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno

“Fate presto!!!”; “Non c’è tempo da perdere!!!”; “C’è immediatamente bisogno di un cambio di passo!!!”; “Lavorare assieme per avviare il periodo delle riforme!!!”. Queste sono solo alcune delle frase pronunciate negli anni scorsi da politici, imprenditori, organi di rappresentanza, giornali e media, per sottolineare la necessità di contromisure immediate ad una crisi che mai ha dato davvero il segno di essere prossima alla conclusione.

Ieri le conclusioni tratte dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco all’assemblea annuale dell’istituto da lui presieduto, non si discostano dai messaggi precedenti che si allineano a quelli lanciati da Squinzi durante la riunione di Confindustria tenutasi il giorno precedente.

Riassumendo brevemente le somme tirate da Visco si può dire che l’accento è stato posto sulla necessità di riformare rapidamente il sistema Italia sotto vari aspetti per poter rilanciare il lavoro, i consumi e l’economia in generale; sulle banche e sul loro comportamento non sempre allineato al mandato di sostenere attivamente l’economia reale e le PMI, agendo in totale trasparenza e lontani da fenomeni corruttivi che invece hanno scandalizzato l’opinione pubblica contribuendo a gettare ulteriore discredito sul settore bancario; sulla necessità di investimenti che in Italia sono inferiori al resto d’Europa accentuando un gap competitivo già depresso da regime fiscale, costo del lavoro e burocrazia; sulla imprescindibile lotta alla corruzione il cui costo stimato è 120 miliardi di € all’anno. Il Governatore ha lanciato poi due allarmi che confermano la difficoltà che il paese, a prescindere dal Governo in carica, ha nel soddisfare, con conti e casse degli enti locali e dei comuni assoggettati al patto di stabilità in molti casi vuote, le necessità di sostegno alla ripresa a mezzo di diminuzione della tassazione ed aiuto alle famiglie e di rispetto dei parametri imposti dall’Europa. Il primo allarme riguarda la possibilità che l’importo della TASI pagata dai contribuenti possa superare, in dipendenza dall’aliquota applicata dai singoli comuni, del 60% quello della vecchia tassazione sugli immobili; il secondo riguarda il bonus di 80€, sicuramente positivo per i consumi, come confermato dalle rilevazioni di Confesercenti, soprattutto quando diverrà strutturale, ma la cui copertura per il 2015 richiede 14,3 miliardi di € rispettando i vincoli sul deficit imposti da Bruxelles (vero è a 17 bil ammonta il gettito della spending review previsto per il prossimo anno e che l’inserimento molto opinabile di contrabbando, prostituzione e spaccio nel computo del PIL possano aiutare a migliorare i rapporti in cui il PIL è presente).

I punti toccati dal Governatore Visco non sono nuovi né di facile risoluzione. La corruzione è un fardello al quale andrebbe posto rimedio ma che non può comunque garantire ingressi immediati. Essa opprime l’Italia, nella sua competitività, lacera il concetto di uguaglianza ed il principio costituzionale secondo il quale chi più ha più deve contribuire; emblematico dello stato del paese è il fatto oggettivo che se il paese recuperasse il 10% di quello che viene sottratto da corruzione, evasione, burocrazia avrebbe risolto ogni problema di bilancio.

Il periodo di riforme avrebbe dovuto aprirsi già col governo Monti, evidentemente con esecutivi di larghe intese ma che perseverano nella difesa partitica e con il potere delle burocrazie e tecnocrazie, è difficoltoso portare a termine cambiamenti che potrebbero essere controproducenti per coloro che hanno potere decisionale sulla loro implementazione. Tuttavia la necessità di attuare cambiamenti costituzionali ed a sostegno dell’economia che dovrebbero essere condivisi dai partiti, dagli imprenditori e dai sindacati, rimane fortissima e basilare.

La necessità di investimenti che appoggino la crescita e di conseguenza il lavoro innescando il meccanismo virtuoso di “investimenti – crescita quindi consumi – produzione – lavoro” è tanto chiara quanto difficile da applicare nel contesto italiano dove lo stato non ha risorse da investire perché costretto dai parametri EU ed oppresso da un debito da ridurre (tendente al 135% del PIL) totalmente colpa della mala gestione interna e dove le imprese, (senza generalizzare) se grandi hanno spostato il baricentro dalle attività prettamente produttive a quelle finanziare, se PMI sono bloccate da burocrazie, debiti delle PA (75 bil €), tassazione e cuneo fiscale, calo drammatico dei consumi. Pertanto gli investimenti esteri vanno cercati ed appoggiati senza voler difendere esclusivamente per presa di posizione un patriottismo che potrebbe portare alla rovina; gli investimenti statali produttivi, ad alto valore aggiunto, in grado di creare lavoro ed indotto possibilmente in settori innovativi e fulcro del nuovo paradigma economo focalizzato sulla tecnologia, devono riprendere e possibilmente rientrare nel perimetro della golden rule europea. L’Italia inoltre deve focalizzarsi sul miglior impiego dei fondi e degli investimenti Europei che vengono da noi letteralmente sprecati, così come deve evitare di cadere nelle procedure di infrazione (siamo al primo posto per numero di procedure avviate nei nostri confronti) che comportano il pagamento di sanzioni e minano ulteriormente la credibilità.

L’occupazione deve assolutamente essere appoggiata dalla normativa, devono essere riformati gli ammortizzatori sociali ed introdotto il concetto di riqualificazione del lavoratore a carico pubblico in sostituzione del vecchio concetto di cassa integrazione, come del resto accade in Germania, ma ciò senza prescindere dalla crescita e dal rilancio dei consumi (sia interni che da export) che sono i precursori della richiesta di nuovo personale delle imprese.

Le banche infine devono tornare a servire l’economia reale e concedere credito a famiglie e PMI e non essere rivolte esclusivamente alla finanza, anche quella ad alto rischio che offre alti rendimenti e soprattutto la possibilità di togliere trasparenza ai bilanci. Il rimprovero fatto da Squinzi e Visco (arcinoto) è stato quello di utilizzare i prestiti a basso tasso della ECB per acquistare bond, per parcheggiare liquidità overnight e spingersi nell’acquisto di derivati, senza concedere credito alle imprese ed alle famiglie strozzate dalla crisi. Nonostante ciò va sottolineato che in Europa la maggior parte delle banche, grandi e piccole che siano, per poter passare gli stress test europei in vista dell’unione bancaria hanno o necessiteranno di importanti ricapitalizzazioni. Detto ciò portare avanti la divisione tra banche d’affari e banche commerciali potrebbe essere un viatico più che interessante. La ECB dovrà avere ruolo decisivo nel sostegno alle imprese (con cartolarizzazioni o prestiti agli istituti vincolati all’effettiva concessione del credito) poiché le banche nazionali potrebbero ormai non essere più in grado autonomamente di far fronte a tutte le richieste di prestito motivate spesso dai crediti delle PA. La decisione in merito potrebbe essere presa il 5 giugno in occasione del board ECB, assieme alle contromisure per arginare la bassa inflazione che si conferma anche per il mese scorso allo 0.5% (dato ancora in calo rispetto alla precedente rivelazione).

Dai moniti preoccupati riportate all’inizio, non molto è mutato, anche il PIL non crescerà quanto previsto, ma si attesterà tra lo 0.1% e lo 0.4% non consentendo la diminuzione della disoccupazione che invece richiede tassi positivi prossimi all’ 1.5%. La ripresa a detta di tutti si mantiene fragilissima, lenta e ostaggio di ogni variabile esterna indipendente dall’azione delle istituzione (immigrazione, disastri naturali, crisi internazionali).

Ciò che realmente è cambiato sono: la consapevolezza (ritardataria) da parte di EU ed ECB dell’assoluto bisogno di incisivi interventi a strettissimo giro; il consenso e la speranza riposta non tanto nel Governo che rimane di larghe intese e quindi di trattativa e compromesso, quanto in Matteo Renzi (oggettivamente unica alternativa credibile nel panorama politico italiano dove una persona onesta, equilibrata, intelligente e dotata di un minimo di visione globale avrebbe probabilmente sbaragliato la concorrenza) che è visto come ultima spiaggia per un cambio di passo che deve essere sia interno che europeo. Il peso del suo 40% europeista potrà pesare più a Bruxelles, dove devono essere temuti ed arginati gli anti-europeismi con la collaborazione trasversale e maggior attenzione ai cittadini, che in Italia ove è difficile pensare senza rimpasti di governo o nuove elezioni a radicali alleggerimenti nelle prese di posizione.

Il nuova paradigma economico-politico che dovrà essere protagonista in Italia ed in Europa potrà, una volta avviato concretamente, essere duraturo solamente se si opererà un rinnovamento, non basato sull’anagrafe o sul genere, della classe politica e dirigente che è tuttora attinta esclusivamente da una ristretta élite sociale e che invece dovrà andare a sfruttare tutto il capitale umano indubbiamente presente aprendo veramente possibilità per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco per il paese e che lo meritano.

La posta in gioco è altissima e tale da impattare direttamente la vita di tutti noi che vorremmo vivere nell’Europa delle tre P, prosperità, pace, protezione, da troppo tempo dimenticate.

La carne al fuoco è tantissima, di varia natura e da cuocere in tempi differenti, l’attenzione e l’impegno devono essere dunque massimi perché non possiamo permetterci altro se non centrare in pieno gli obiettivi. Il tempo era già scaduto tanto tempo fa.

31/05/2014
Valentino Angeletti
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