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Economia e politica italiane nelle mani dell’UE, mai come ora

Distogliendo per un attimo, anche se con estrema difficoltà, l’attenzione dalle tremende stragi e dagli attentati che si stanno susseguendo in modo preoccupante, facendoci sorgere sempre più eterogenee domande sulla sicurezza europea, sulle politiche di integrazione, ma anche sul malessere mentale che sembra avvolgere come un manto l’intera umanità dall’estremo Sol Levante fino al più frenetico occidente, riemergono le problematiche economiche del nostro paese.

Le perplessità provengono direttamente dal G20 di Ghengdu, in Cina , al quale ha partecipato il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan. Lo scenario economico globale è in rallentamento, questa è la conclusione più cruda, e l’Italia non fa eccezione, anzi, amplifica quello che è il trend globale.

Nel nostro paese il PIL 2016 crescerà meno dell’ atteso 1.2%, non raggiungerà l’1%: l’Fmi ha stimato lo 0.9%, Bankitalia lo 0.8%, mentre il Ref addirittura lo 0.6%.

Alla luce di questi dati serviranno risorse aggiuntive così da poter centrare gli obiettivi di bilancio, ed in particolare il rapporto deficit/PIL, richiesti dall’UE (4-5 mld per bilanciare il calo del PIL), per disinnescare le clausole di salvaguardia come aumento IVA (8 mld) ed accise, nonché per mantenere le promessi di Bonus e detassazione avanzate prepotentemente dal Premier. In totale sono circa 20 i miliardi da reperire nella ventura legge di stabilità. L’obiettivo “20 mld” è evidentemente irraggiungibile ed a questo si aggiunge anche il problema del settore bancario italiano, che secondo il Ministro Padoan è sotto controllo, ma che sicuramente andrà gestito, e non sarà completamente gratis per le casse dello Stato, ad iniziare da MPS che attualmente si trova a ridosso dei minimi storici.

Parte della franta del PIL italiano, che già non correva come una monoposto da F1, potrebbe essere giustificata dalle problematiche condizioni al contorno, come le elezioni americane, dove Trump, secondo i sondaggi, avrebbe sopravanzato la Clinton, il tentato colpo di stato in Turchia, e, soprattutto, la Brexit.

Seppur sicuramente influenti, le sopraccitate, sono solo giustificazioni parziali e che non spiegano perché il nostro paese sia sempre il meno performante. Il referendum britannico ha fatto perdere all’Italia circa un decimo di Pil, decisamente peggio rispetto all’Eurozona che, nonostante il “leave”, ha incrementato il tasso di crescita di un fattore pari a 0,1 e registrerà quest’anno un Pil in aumento dell’1,6%.

Contro le stime di Bankitalia, che pongono il PIL del nostro paese in crescita per il Q2 2016 dello 0.15% invece che dello stimato 0.25%, si potrebbe argomentare che il PIL è in risalita per il quinto trimestre consecutivo; il che è vero, ma è anche vero che nel 2014 la recessione era ancora realtà, ed allo stato attuale, rispetto ai valori pre crisi del 2008, l’Italia si colloca ancora ben 8.5 punti percentuali al di sotto, a fronte degli altri partner che segano performance sicuramente migliori:  la Germania quest’anno crescerà dell’1,6%, la Francia dell’1,5% e la Spagna ben del 2,6%.

Questa disparità di andature all’interno di paesi europei simili fa da conferma di come siano sì le politiche europee a dover essere riviste, ma all’interno del nostro paese è necessario un pesante intervento sul piano economico che fino ad oggi è mancato ed è stato relegato sempre ad una priorità inferiore, sacrificato rispetto a riforme indubbiamente utili ma che avranno effetti, se ne avranno, nel lungo periodo. Allo stato attuale serve intervenire subito raccogliendo immediatamente risultati che dovranno  poi avere natura strutturale nel più lungo periodo.

Il Governo Renzi è probabile che userà l’impatto della Brexit, le scie di terrorismo ed il rallentamento globale generale, per avanzare richieste di ulteriore flessibilità in Europa la quale sapendo bene quali sono realmente gli impatti di questi eventi, deciderà o meno se acconsentire. La linea seguita fino ad ora da Bruxelles farebbe propendere ad un rifiuto, ma vi è l’incognita del referendum costituzionale che Renzi ha posto come punto chiave per proseguire la sua avventura di Governo. L’aggiornamento al DEF sarà discusso in autunno, probabilmente qualche settimana prima del referendum costituzionale che si potrebbe tenere a novembre, per poi passare alla revisione definitiva da parte della Commissione nel periodo primaverile. Ora, se il DEF fosse molto peggiorativo per i cittadini, nel senso che la necessità di reperire risorse si rispecchiasse in un incremento di tassazione in modo più o meno occulto, e le clausole di salvaguardia ne rappresenterebbero l’evento più lapalissiano,  ciò potrebbe riflettersi sull’esito del referendum, che già vede in vantaggio il fronte del “NO” opposto al Governo, il quale con la previsione di un aumento di tassazione sarebbe ancora più impopolare. La vittoria del “NO” potrebbe avere come conseguenza l’abbandono del Premier e quindi una fase di instabilità istituzionale che rappresenterebbe una enorme incognita in un panorama Europeo già indebolito.

Bruxelles pertanto potrebbe trovarsi di fronte a due scelte:

  • supportare il Governo concedendo altra flessibilità ed appoggiando più o meno velatamente il “Sì” al Referendum confermativo;
  • non acconsentire allentamenti dei vincoli di bilancio, mettendo in conto una eventuale crisi  di Governo.

Nel caso della seconda opzione, con tutta probabilità, Bruxelles ha già in mente un Esecutivo successivo a Renzi, che non potrà essere che tecnico, quindi nomi del calibro dell’attuale Ministro Padoan o il Presidente del Senato Grasso.

Mai come ora, benché molto nascostamente, i destini economici e politici del nostro paese sono in mano a Bruxelles, del resto, considerando i risultati non ottenuti in questi anni, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti.

 

25/07/2016
Valentino Angeletti
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DEF: ammiccamento al CDX con critiche bipartisan, in attesa di Bruxelles

Definita la prima versione “consolidata” della legge di stabilità o Ex Finanziaria, al secolo DEF, ovviamente divampano le contestazioni e le polemiche. Come spesso accade, anzi in questa circostanza più di altre volte, il malcontento sembra essere bipartisan, proviene dai sindacati, dal centro sinistra, dagli industriali, ma anche dal centro destra, che in ogni caso è l’unico ad aver manifestato condivisione ed approvazione rispetto ad alcuni provvedimenti, i quali senza timore di smentita, possiamo annoverare con tutta tranquillità tra quelli che furono cavalli di battaglia del precedente leader di FI, Silvio Berlusconi. Facile intuire il riferimento all’abolizione totale dell’IMU sulla prima abitazione ed all’innalzamento della soglia di uso del contante, portata da 1’000 a 3’000 euro. Nonostante ciò il governatore della Liguria, Giovanni Toti, rappresentate di FI, non ha lesinato critiche asserendo che la manovra non fa altro che dare da una parte, togliendo dall’altra, per un bilancio complessivo non certo favorevole alle tasche del cittadino.

Da parte dei Sindacati, e la minoranza Dem è sulla stessa lunghezza d’onda, arriva la delusione più profonda, innanzi tutto per i bassi aumenti ai dipendenti statali, che malapena raggiungono i 5 euro lordi al mese, ma soprattutto per l’incapacità del Governo, ancora una volta, di mettere una pezza alla riforma delle pensioni, che di fatto non rientra in questo DEF e che, secondo il Governo, verrà affrontata nel 2016, ma pare senza modifiche sostanziali dell’impianto Fornero, introducendo solo la possibilità di Part Time anticipato. Ciò non risolve il problema di tutti coloro che si sono trovati, nel giro di pochissimi mesi, dall’avere l’età pensionabile distante pochi mesi, al vedersela spostata avanti di svariati anni (5 – 7) e che adesso non sanno nè quando andranno in pensione, nè con che remunerazione. Questa condizione di incertezza getta coloro che sono alle prese con lavori più impegnativi o stancanti, sia dal punto di vista fisico che mentale, in un grande sconforto che rasenta la depressione (e parlo per testimonianze personali, non a caso), aggravata dalla potenziale decurtazione dell’assegno previdenziale (spesso già insufficiente per vivere) in caso di ritiro anticipato, ancora non possibile. Se è corretto far valere il principio di “percepire quanto versato nella vita lavorativa”, è anche vero che non si può imporre a coloro che, incolpevoli, hanno versato quello che, secondo norme di legge vigente all’atto dei versamenti, andava versato, una così profonda revisione dei regolamenti e dei meccanismi tale da ridurre le pensioni del 30 – 50% su potenziali cifre lorde di 1’000 euro o poco più. Non viene risolto neppure il problema degli esodati, anch’essi in un frustrante limbo. Sempre i sindacati poi sono assai contrari all’abolizione dell’IMU sulla prima casa, dicendo che sostanzialmente vengono agevolati i ricchi ed i detentori di ville e castelli, rispetto a coloro che hanno dimore modeste e che spesso risultavano già esenti da IMU (almeno prima della riforma in vigore attualmente). Dello stesso avviso risulta l’Ex Premier e professore in Bocconi, Mario Monti, il quale ha asserito che abolendo l’IMU è stata tolta una sorta di patrimoniale presente in tutta Europa, utile, progressiva e realmente equa nei confronti dei contribuenti, e da questa comunanza di vedute “Sindacato – Monti”, si capisce come sia impossibile in questa fase politica discernere con chiarezza chi sia e si comporti secondo principi di CSX e chi secondo quelli di CDX, di certo questa manovra assurge più a documento ascrivibile ad una forza affacciata a destra. In questa sede non si ritira quanto ribadito a più riprese sull’imposta sulla prima casa, ossia, che previa revisione del catasto, essa rimanga indispensabile ed utile ai fini del bilancio pubblico e dell’equità sociale, soprattutto in presenza, come siamo da anni, dell’incapacità politica di aggredire  una spesa pubblica eccessivamente corposa in relazione alla qualità di alcuni servizi e sbilanciata verso entità inutili (da ministeri che comunque avranno budget decurtato, fino a partecipate pubbliche, enti regionali e provinciali ecc, ecc). Altro provvedimento “divisivo” e rigettato dai sindacati, è l’aumento dell’uso del contante a 3’000 euro, dai 1’000 precedenti. Secondo le associazioni sindacali la misura non farebbe altro che agevolare l’evasione e l’elusione, opinione condivisa dal Governatore di Bankitalia e dalla minoranza Dem. A opione di chi scrive, come si disse all’articolo ivi segnalato, questa aumento avrà effetto sostanzialmente nullo, sia dal punto di vista dell’evasione che dei consumi. Le frange interne dei Democratici sono allineate alle motivazioni di critica alla manovra avanzate dai sindacati, differenti invece, all’interno della stessa frangia Dem, sono le modalità di dissenso: da un lato Alfredo D’Attorre, pronto ad uscire per raggiungere Fassina, dall’altro i soliti, inossidabili, sostenitori della Ditta che fino ad ora, per non voler essere causa di scissioni, hanno sempre accettato le condizioni dettate dal premier, si tratta di Cuperlo, Speranza, Bersani, assolutamente contrari all’impianto della manovra e disposti, a parole, a non votarla.

Sul fronte del CDX le maggiori critiche sono rivolte ai tagli agli enti comunali, pari a 600 milioni circa, ma tutto sommato, nonostante le critiche dovute più ad una presa di posizione che ad un dissenso reale, il CDX (in particolare FI) può dirsi soddisfatto. In questa legislatura ha ottenuto la rimozione dell’IMU,  l’aumento a 3’000 euro dell’uso dei contanti, l’abolizione dell’articolo 18, risultati che neppure il leader Berlusconi, nonostante li abbia fortemente cercati, non fu in grado di mettere in cascina.

Anche per Confindustria, ridimensionando una prima analisi positiva del presidente Squinzi, la manovra è poco coraggiosa: mancano i necessari investimenti in crescita, v’è un taglio del 50% degli sgravi per le assunzioni e non è presente sufficiente interesse per il sud, al quale avrebbe dovuto essere dedicato un master plan ad hoc, ma ancora sconosciuto. A fare da cassa di risonanza a questa posizione è stato il raduno dei giovani di Confindustra tenutosi a Capri.

A difesa del provvedimento di innalzamento all’uso dei contanti, proprio da Capri, si è schierato il ministro Padoan, che afferma la certezza che ciò non avrà impatti negativi sull’evasione ed a riprova di ciò porta l’esempio degli altri paesi UE, dove a detta del ministro non v’è correlazione tra limite al contante ed evasione. Andrebbe però fatta notare a Padoan la grande correlazione che c’è tra uso della moneta elettronica ed evasione e tra valore del PIL e scarso uso del contante. Il confronto sarebbe impietoso, infatti a PIL maggiori corrisponde basso uso del contante ed a frequente uso di moneta elettronica corrisponde bassa evasione. Sarebbe bene istruire gli italiani all’uso delle carte di pagamento, i quali, una vota appurata e testata la loro semplicità e comodità, probabilmente, a prescindere dai limiti ai contanti, difficilmente torneranno indietro all’uso delle banconote, come accade nei paesi più progrediti del nord Europa. Il Premier sostiene l’impianto di una manovra che dal suo punto do vista riduce le tasse, agendo con giustezza ed equità, senza dover per forza di cose essere ricondotto alla destra o alla sinistra. Come detto sopra, una maggior vicinanza al centro destra è comunque innegabile. Che siano presenti elementi positivi non può essere negato, ma l’eventuale riduzione delle tasse centrali deve essere rapportata agli aumenti che potrebbero apportare gli enti locali a seguito dei tagli presenti; come al solito potremmo essere di fronte ad una ben nota “partita di giro”.

Il DEF adesso dovrà passare le forche caudine dell’UE, che ha già bocciato la legge spagnola. Il Premier, con la sua proverbiale “spavalderia” nel parlare entro i nostri confini, dice che riproporrà la manovra tal quale, fino a che non verrà approvata, nel mentre punta ad ottenere ulteriori 0.1-0.2 punti percentuali di flessibilità per la tragedia dei migranti (che infondo, in questo frangente, hanno la loro utilità). Forse il complesso della legge di stabilità non verrà bocciato, ma è difficile pensare ad un totale silenzio da parte di Bruxelles, visto l’alto deficit presente, il basso peso degli investimenti, il taglio dell’IMU, imposta sul possesso sulla quale l’UE ha suggerito di spingere, le numerose coperture basate su stime incerte (evasione, volountary discosure etc) e non troppo care alla Commissione, la riduzione di oltre il 50% dei tagli alla spesa (spending review che passa da 17 a 10 ed ora a 5 miliardi).

Attendendo il responso dalla capitale Belga, non è difficile ipotizzare che, qualora siano evidenziati  punti di attenzione, il Premier, che comunque può vantare dati economici in lieve miglioramento, parlerà con tutt’altro vigore e tono rispetto a quanto fatto qui in Italia.

18/10/2015
Valentino Angeletti
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Tra tasse ed immigrazione: Renzi e l’UE

Si finge stupore, quasi si ostenta forte risentimento, come se un nostro perimetro, una nostra zona di confort, fosse stata violata, ma in realtà non c’è da meravigliarsi in quanto, che sarebbe stato tenuto un simile atteggiamento, era noto da tempo (link).

Mi riferisco alla “forte e calda” raccomandazione europea di non proseguire con il taglio dell’imposta sugli immobili, della quale il Premier Renzi ha fissato il rito funebre per il 16 dicembre prossimo venturo. Alla dichiarazione del Premier dell’eliminazione dell’imposta sugli immobili, che, considerando l’alta percentuale di possessori di prima casa, riscontra sempre alto gradimento tra gli elettori, si sono succedute parole anonime (rimarcate come nè ufficiali nè ufficiose dal consigliere economico Filippo Taddei) della Commissione Europea che avrebbero definito il provvedimento non attinente alle linee guida da loro proposte, vale a dire aumento imposte sul possesso, sui patrimoni, sugli acquisti, e taglio di quelle sul lavoro e le attività produttive.

Chissà se è si tratta di un caso il fatto che il paese avente la maggior percentuale di possessori di abitazione sia la Romania, seguita a ruota dall’Italia, mente le economie più dinamiche e con maggior tasso di crescita si collocano nelle ultime posizioni di questa classifica.

La commissione UE, per bocca della portavoce del Commissario agli affari economici, Annika Breidthardt, si è limitata a dire che sono state recepite le parole di Renzi, note le sue intenzioni, ma tutta l’impostazione del progetto fiscale italiano verrà valutato al momento della presentazione, in ottobre, della prima bozza ufficiale di legge di stabilità, al vaglio della UE stessa. Renzi invece, da far suo, non si è limitato a presentare la sua idea di abolizione dell’imposta sugli immobili, in certi punti anche condivisibile, come per i terreni agricoli e gli imbullonati, ma si è scagliato contro la Commissione. Le parole pronunciate all’emittente radiofonica RTL sono state forti ed in sostanza redarguivano la Commissione sul fatto che si fosse permessa di dare suggerimenti su dove agire fiscalmente (in passato lo fece allo stesso modo anche il Governatore BCE, Draghi) ad uno stato, Italia, con dati economici migliori delle previsioni e che ha dovuto finora subissarsi, quasi in solitudine, il gravissimo problema, nei confronti del quale l’UE è stata effettivamente cieca, dell’immigrazione.

Su IMU, Tasi ed in generale sull’imposta sugli immobili della quale tanto si è qui scritto e parlato, fino ad aspri confronti, nelle legislature addietro, non mi stancherò mai di ribadire un concetto. Da un lato è indubbio che la tassa debba essere ridotta, o tolta, per tutte le attività produttive, a cominciare da quelle agricole, vada rivista l’imposta per gli imbullonati ed eliminata nel caso di capannoni sfitti o di imprese fallite (previa verifica ovviamente, per evitare speculazioni); ma ciò deve andare di pari passo con una revisione profonda delle agevolazioni fiscali che spesso sono eccessive quando decisamente senza motivo d’essere. Dall’altro lato urge una revisione del catasto, che sembrerebbe, ed auspichiamocelo, in via di perfezionamento, per le abitazioni domestiche. L’abolizione dell’imposta sulla prima casa varrebbe circa 3.47 miliardi, già una cifra non banale, per un bilancio come quello italiano, senza ricorrere ad una pesantissima spending review, includendo anche seconde ed ulteriori abitazioni, il gettito complessivo salirebbe a circa 23.9 miliardi, impossibili da trovare nelle pieghe del nostro bilancio (ricordiamo i vincoli Deficit/PIL ed il relativo percorso di rientro nonché il debito/PIL al 132% soggetto al fiscal compact europeo che impone di portarlo al 60% in 20 anni). La spending review, tanto sbandierata, su cui fior di commissari hanno lavorato inascoltati e pagati e che comunque a ancora da venire, può garantire coperture parziali, ma non totali, anche supponendo di racimolare tutti i 17 miliardi previsti, in parte destinati a disinnescare le clausole di salvaguardia ed in parte dirottate alla riduzione del debito; al momento non è ancora ipotizzabile concretamente  un aumento dei margini di flessibilità europei. Inoltre, va considerato che togliendo l’imposta immobiliare si va a colpire pesantemente il bilancio dei comuni, molti dei quali sono già abbondantemente in rosso e che quindi potrebbero dover ricorrere all’aumento di altre imposte locali, con il risultato di abbassare le tasse nazionali, alzando però quelle locali, in un bilancio che complessivamente rimane in pareggio, ma più spesso va a scapito del contribuente il quale in ultimo si trova soggetto ad un maggior livello impositivo.

Molto più lungimirante, e, se volgiamo, anche equa, sarebbe una revisione delle detrazioni e l’introduzione di una progressività, realmente funzionante, dell’imposta, basata sul nuovo catasto, che includa anche immobili ecclesiastici non adibiti a culto, possedimenti di enti, fondazioni, partiti e via dicendo. Di certo una azione in tal senso non sarebbe osteggiata dall’Europa che invece si pronuncerà sicuramente in modo negativo su una eventuale proposta di abolizione totale, come ad oggi pare voglia fare Renzi, in sede di presentazione e valutazione del DEF.

Tutte queste sono parole già dette insomma, che possono risultare quasi stucchevoli e ripetitive, ma tristemente sempre valide.

Se Renzi vorrà davvero abolire totalmente l’imposta sugli immobili il Ministro Padoan e tutto il suo staff dovranno, ma ne sono ormai abituati, sudare sette camicie.

Seppur inserite in un attacco all’Europa leggermente fuori luogo e che rischia di essere tutt’altro che produttivo quando la Commissione dovrà decidere se concedere o meno altra flessibilità all’Italia, va riconosciuto a Renzi di aver ribadito un grosso problema, quello dell’immigrazione, che solo ora a distanza di anni dalle prime tragedie che hanno scosso l’opinione pubblica (non di certo le prime in assoluto) sembra essere preso fattivamente in considerazione da stati come Francia e Germania, che si sono visti negli ultimi mesi interessati a loro volta da ondate migratorie via terra, foriere degli stessi drammi di quelle via mare. Quando le parole le richieste di aiuto e di impegno vengono dalla Merkel o da Hollande hanno un altro peso che quando vengono dalla penisola, dalla quale sono anni che si sollevano inascoltate ed anestetizzate dietro l’allocazione di fondi, forse anche colpevolmente mal gestiti, ma solo parte di una soluzione che richiede un’articolata politica comune che include risorse economiche e di mezzi, logistica, redistribuzione dei migranti ed anche interventi in loco nei paesi di origine.

L’Europa, pur ancora lontana da una soluzione concreta, sembra molto più sensibile ed operativa sul fronte migratorio da quando a far pressione è stata la Germania. Le richieste della Merkel di inasprire i controlli italiani nel Brennero sono state immediatamente recepite dal nostro Governo, ed il fronte comune, mai nato su altri temi, caldeggiato dal Cancelliere tedesco, tra Germania, Francia ed Italia per gestire il problema, pare godere di considerazione e margine di manovra a livello europeo. Esso, se ben strutturato, riuscirà a scardinare le resistenze di stati più restii all’accoglienza ed alla gestione attiva dei flussi migratori, quali l’Ungheria di Orban. A sensibilizzare le istituzioni ed i Governi non può e non deve essere stata la foto, pur oltremodo drammatica, di un bimbo esanime riverso su una spiaggia, immagine che campeggia oggi su molti quotidiani (alcuni altri si sono rifiutati di pubblicarla), perché si tratta di una tragica rappresentazione visiva di quanto ci è già noto da tempo accadere o in mare, o su terra, quando su una stiva di una nave, quando nel rimorchio di un tir, finanche tra gli angusti spazi di un cofano motore. Non possiamo essere cosi legati alla solo senso della vista, nell’era della diffusione digitale ed immediata delle informazioni.

Di sicuro ad attivare l’Europa sull’immigrazione non saranno le parole di Renzi, fin qui inascoltate a Bruxelles in più di una occasione e come probabilmente lo saranno anche quelle sull’imposta sugli immobili che in autunno, se proseguirà il progetto del taglio totale, dovrà essere rivista in sede di valutazione del DEF, ma se il fronte comune, ritardatario ma stavolta non per colpa italiana, bensì per disinteresse altrui, tra Italia – Germania – Francia fosse l’inizio di un percorso verso un’efficace gestione dei flussi migratori con i quali sempre più il vecchio continente dovrà misurarsi, sarebbe sicuramente notizia positiva.

03/09/2015
Valentino Angeletti
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Piccolo Tesoretto: catalizzatore delle energie e delle attenzioni pre elezioni regionali

TesorettoSe ne parlava da giorni e se ne continuerà a parlare a lungo, ma il DEF, documento di previsione finanziaria per il prossimo triennio, è stato approvato nel Consiglio dei Ministri di venerdì e si appresta a passare all’esame delle Camere prima ed al vaglio dell’Europa in un secondo tempo.

Come di consueto nel nostro paese le valutazioni del documento sono contrastanti a seconda dalla parte politica che si appresta ad interpretarlo ed a presentarlo all’elettorato, per il quale come al solito risulta pressoché impossibile prendere una posizione oggettiva se non andando ad informarsi presso le complicatissime ed articolate fonti ufficiali. Va premesso che nei prossimi giorni verranno avviate le prassi per la trasformazione dei decreti in attuativi e poi il vaglio della Commissione EU rappresenterà la solita forca caudina, in sostanza il DEF ancora non è un documento certo. Come detto esso si tratta di una stima previsionale basato su proiezioni che in passato spesso non si sono verificate e che hanno comportato la necessità di una seguente manovre correttiva, talvolta andando a trasformare il tanto blasonato Documento di Economia e Finanza in poco più che prestigiosa carta straccia di eccellente grammatura. Per tali ragioni non conviene ancora gettarsi in valutazioni troppo fini e dettagliate. Quello che è certo, e che ha catalizzato l’attenzione è senza dubbio la “scoperta”, sempre sulla base delle stime prese in considerazione, di un “tesoretto”. Esso deriverebbe da una miglior previsione del rapporto Deficit/PIL (leggero calo del Deficit e leggero aumento del PIL) che, assieme alla flessibilità EU comunque sempre entro i patti, ha liberato circa 0.1% di PIL, pari a 1.6 miliardi appunto.

Inevitabilmente alla parola “tesoretto” sono esplose le reazioni politiche. Per Brunetta di FI e baluardo del Berlusconismo il DEF è in deficit almeno di 16 miliardi ed il tesoretto non esiste, oppure, nel remoto caso che esistesse, è solo il provento di altre tasse. Anche per Fassina, dalle file della fronda spesso critica del Governo del PD, la manovra è recessiva, scetticismo anche tra i Sindacati, mentre per l’Esecutivo il DEF è la fine delle manovra tutte tasse.

Effettivamente, qualora si calcolasse il bonus di 80€ come sgravio e non come spesa, se si verificassero le condizioni previste dal DEF tali da disinnescare le clausole di salvaguardia su IVA e su accise, se si separassero imposte fiscali centrali da quelle locali (enti, regioni, comuni) e se fossero azzeccate (o sbagliate per difetto) le stime sui parametri economici, quelle per intenderci che libererebbero 1.6 miliardi, le tasse potrebbero anche considerarsi in diminuzione, tendenti il prossimo anno a rompere al ribasso l’impressionate quota 43%.

Riferendomi al “tesoretto ho utilizzato il condizionale proprio perché anch’esso, se non lo si fosse già capito, rappresenta al momento un entità virtuale, che si otterrà a fine anno a patto che le proiezioni che lo riguardano siano confermate e che l’Europa non imponga, viste le condizioni macroeconomiche favorevoli e la partenza del QE, un una maggior aderenza ai percorsi di rientro su Debito/PIL e Deficit/PIL, evenienza non da così astrusa per i prossimi anni.

Nonostante la natura ancora eterea degli 1.6 miliardi, ben più intangibile dei tagli che dovranno essere effettuati per scongiurare le clausole di salvaguardia (disinnescate dal DEF) e che ammontano almeno a 10 miliardi secondo il DEF derivanti da riduzione delle agevolazioni per 2.4 miliardi e taglio della spesa per 7.5 miliardi, il dibattito incandescente è su dove, o meglio a chi, destinare questi danari (che in realtà confrontando le varie previsioni si sarebbero potuti ipotizzare già qualche mese fa…. con conseguente più tranquilla definizione della destinazione, ma forse le elezioni regionali erano ancora troppo lontane nel tempo).

Senza voler cadere in pignoleria o eccessiva retorica, sicuramente sarebbe stato meglio a partire dai Governi precedenti aggredire subito la spending review attuando almeno qualche punto del piano di Cottarelli invece che tergiversare rimandando l’onere di prendersi il politico impegno di tagliare per non pestare alcuni piedi, a quest’ora le risorse libere potevano essere anche superiori. Sulla spending review (ancor prima che sulle privatizzazioni), non ci sono previsioni che tengano, l’Europa non transige: o si taglia o si tassa. Inevitabilmente però la forza della parola “tesoretto”, come lo è sempre stato in passato, unita alla vicinanza delle elezioni regionali pone le basi per un anticipo di campagna elettorale, collocando, come se già non lo fosse, il Premier Renzi sempre più in Pole Position. In valore assoluto la somma non è esagerata, soprattutto rispetto all’aumento di alcune tasse (ad esempio l’imposta sugli immobili negli ultimi anni è rincarata di oltre il 106%), ma vediamo come potrebbe essere utilizzata visto che nelle prossime settimane verrà definita la sua destinazione.

Va premesso che sia da Renzi che dai Ministri Padoan e Poletti gli indizi portano verso misure di sostegno alla “povertà”. In Italia sono definibili poveri circa 7 milioni di persone, e volendo sostenerli tutti il bonus pro capite arriverebbe a circa 20€ al mese per 12 mesi. Probabilmente la direzione sarà quella di ampliare la platea degli 80€ verso le pensioni più basse e gli incapienti, difficilmente saranno inseriti gli autonomi e le partite IVA. Volendo invece pensare a manovre ancor più “maliziosamente” elettorali sfruttando al massimo l’amplificazione mediatica conferita al “tesoretto”,   il bonus potrebbe essere rivolto ai lavori di messa in sicurezza dei territori liguri ed a sostegno degli abitanti colpiti dalle alluvioni visto la situazione in Liguria complessa per il PD in opposizione a Toti invece piuttosto forte; oppure al sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno poiché in Puglia, nonostante l’ancora dissidente Fitto, sta paventandosi la prospettiva di una alleanza di centro destra a sostegno della Poli Bortone che vedrebbe coinvolti anche Lega di Salvini e Fratelli d’Italia (schieramento più vicino alla Bortone) di Giorgia Meloni e che potrebbe rappresentare un embrione ancora molto prematuro di un nuovo schieramento potenzialmente dalle mire governative, mentre in Campagna è il PD a dover sbrigare la questione De Luca, candidato non voluto.

Benché Renzi sia sempre fortissimo non può permettersi di perdere regioni baluardo come la Liguria, storicamente di centro sinistra, e la Puglia dell’uscente Vendola. Conoscendo l’abilità del Premier c’è da stare certi che utilizzerà nel migliore dei modi il “tesoro scovato nelle pieghe del DEF”. Bene per chi ne beneficerà, ma è evidente che non sarà nulla di strutturale e che, per far ripartire l’Italia, le energie della politica, delle istituzione, dell’informazione e dei media dovrebbero concentrarsi su ben altre priorità.

Valentino Angeletti
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Ma quale LuxLeaks per piacere!

Alla faccia dell’ingenuità a cui non credo.
Vorrebbero farci pensare che solo ora si scopre che il Lussemburgo ha un regime fiscale irrisorio sfruttato legalmente da molte aziende multinazionali e società di revisione contabile anche sotto il mandato di Juncker che per svariati anni è stato il “Gran Duca” del Granducato?
Quello del Lussemburgo è un esempio che da anni viene portato come esempio di competizione fiscale in UE che crea squilibri e concorrenza insana fomentando l’elusione.
Mi verrebbe da dire: “Ma va?”.
Poi se qualche sospetto nasce sulle tempistiche del presunto scandalo, esattamente coincidenti con l’insediamento di Juncker a Bruxelles, si potrebbe anche non parlare a sproposito di malizia…

Sia chiaro che i patti a due come pare sia avvenuto tra Lussemburgo, che peraltro si vanta del trattamento fiscale riservato alle aziende ed alle persone fisiche, non sarebbero mai da prendere come esempio prediligendo la trasparenza, ma non è, a grandi linee, lo stesso concetto, ampiamente adottato anche in Italia, secondo il quale un evasore si può regolarizzare patteggiando con lo stato una somma in genere ben inferiore al dovuto e quindi sottraendo denaro alla collettività? Oppure, i casi di condono fiscale con percentuali minimali non sono un patto “scellerato” a scapito degli onesti? In aggiunta in questi due esempi siamo di fronte ad un reato, in Lussemburgo invece no.

Voglio confidare alcuni segreti, ma mi raccomando, zitti, non lo sa nessuno e non vorrei sollevare uno scandalo o un leaks!! Oltre a Lussemburgo anche in Olanda, UK, Irlanda e Canarie il fisco per le aziende è super agevolato, ad esempio l’Irlanda che sta risalendo la china dopo il commissariamento ha basato la sua ripresa, confermata da buoni dati, sul regime di tassazione esiguo rispetto ad altri stati membri e che, attenzione, si riversa solo parzialmente sull’economia reale; il differente costo del lavoro ed il differente livello di salario per i lavoratori applicati nei vari paesi membri è una delle principali cause di delocalizzazione delle aziende verso stati più convenienti e ciò rappresenta senza dubbio concorrenza distorcente entro l’UE; se vogliamo anche i differenti vincoli ambientali o sull’inquinamento (alcuni sono europei, altri no) applicati dalle legislazioni locali favoriscono le aziende di taluni paesi rispetto ad altri, ad esempio nell’Adriatico la Croazia consente trivellazioni in mare, l’Italia (fino allo Sbloccaitalia) no pur essendo il mare lo stesso e gli eventuali danni derivanti da un disastro, identici per ambedue i paesi; analogo concetto vale per le regolamentazioni bancarie.

Insomma, come già detto più volte in questa sede il cambiamento di governance europea dovrà modificare queste distorsioni puntando all’uniformazione ed integrazione normativa così da diminuire la concorrenza, perfettamente legale, sul regolatorio che in una vera Unione dovrebbe essere molto più uniforme di come è adesso. Anche più attenzione alla morale ed all’etica in contesti fiscali (anche se ai giorni nostri di rado etica e denaro vanno a braccetto) ed in generale normativi sarebbero auspicabili, ma su ciò proprio Juncker ha assicurato il suo impegno.
Prendendo da emblema l’ultimo caso lussemburghese si è portati ad asserire e denunciare che il meccanismo di elusione fiscale ha sottratto denaro ad altri Stati europei in favore del Gran Ducato, evidenziando così la divisione esistente; si dovrà invece arrivare (ma è un obiettivo ambizioso e di lungo periodo) quasi a non curarsi di simili spostamenti di denaro perché sempre interni ed a disposizione di una sole entità senza confini, l’Europa.
Forse un’Utopia ma diversamente credo difficile che tutti gli stati del vecchio continente possano continuare ad vivere in relativa prosperità inseriti nell’attuale dinamica evolutiva globale.

Link:
Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori 19/12/13
Scenari Italo-Europei: riformare e cooperare per sopravvivere 04/05/13
Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa 05/05/14

06/11/2014
Valentino Angeletti
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Brevissimo sfogo su tasse…

Piccolissimo sfogo con una sottile vena critica (sperando che vengano messe alcune pezze…):

  1. Tassa (di dubbia costituzionalità) su smartphone, tablet, tv, dispositivi di memoria et similia che inclusa IVA (già, si paga IVA anche sulle tasse) può arrivare anche a 37€.
  2. Incremento accise tabacchi 10-20 centesimi (io sono totalmente contro il fumo).
  3. Incremento vari bolli (quasi del 100% sui passaporti).
  4. Incremento tassa per ricorsi (sale ad oltre 40€) nei confronti di multe e sanzioni (certo che se la sanzione di 30€ il ricorso praticamente non è più un mio diritto).
  5. Incremento prelievo su profitti finanziari (ma questo effettivamente è andato a finanziare la diminuzione del 10% di IRAP).

Riguardo al punto 1 va anche ricordato come vi sia necessità assoluta di colmare il gap digitale in termine di cultura, infrastrutture, educazione, utilizzo strumenti elettronici, della PEC ecc.. del paese Italia che paga un conto per questa arretratezza di 3.6 miliardi annui (lo scrive il Sole 24).

Considerando che le tecnologie sono una giustissima priorità del Governo e del Premier Renzi medesimo che l’ha fatta una lodevole battaglia personale, tale balzello sembra davvero fuori luogo. Inoltre potrebbe essere (ma va verificato) un nuovo primato italiano a livello europeo.

Il fine del provvedimento è recuperare quanto sottratto dalla pirateria alla SIAE, ma il metodo del prelievo lineare è tanto semplice quanto ingiusto; la metodologia più logica, sensata ed a mio avviso corretta sarebbe quella di verificare la correttezza della tassazione, allinearla a livelli adeguati rispetto all’Europa ed al livello di servizio offerto, reprimere i malfattori mettendo in campo gli strumenti che lo Stato possiede. Troppo semplice rifarsi (come al solito) sugli onesti ed inermi contribuenti quando le istituzioni non sono in gradi di colpire i colpevoli (analogo ragionamento da farsi per canone Rai).

 

Il Ministro Pier Carlo Padoan poi rassicura che non ci saranno manovre correttive di qui a fine anno, e certamente non potrà essere se non così, ma considerando le tasse (e sono solo alcune) di cui sopra ed il fatto che le privatizzazioni (stima 12 mld per 2014) il cui senso è principalmente quello di abbattere il debito ed in secondo luogo di reperire risorse per la crescita, proseguono a rilento (Poste richiederà più tempo per una ulteriore fase di “valorizzazione”, Fincantieri ha ridotto il collocamento da circa 600 mln a circa 400 mln perché gli investitori istituzionali non hanno presentato particolare interesse, infatti tutte le quote sono state destinate al mercato retail) tanto da riconsiderare le ipotesi di ulteriori dismissioni in Eni ed Enel inizialmente non previste per questo anno (attenzione, le privatizzazioni sono una pallottola unica), pare che una manovrina sia già in atto ….

 

NOTA: non sono assolutamente contrario alla tassazione anzi penso che le tasse possano essere anche alte, a patto però di un certo livello di servizi, di welfare e di assistenza, livelli evidentemente assenti in Italia. Sono anche a favore della presenza dello Stato in alcuni settori strategici, a patto però di essere in grado di gestirli al meglio, senza sprechi e di destinarvi investimenti in tecnologia ed innovazione per mantenerli competitivi. Sono a favore dello spostamento della tassazione da persone, lavoro, attività produttive verso rendite e proprietà e consumi (in modo diversificato e progressivo). Potrei anche essere (come alcuni grandi industriali) favorevole ad una patrimoniale per i più facoltosi nel caso sussistano particolari condizioni al contorno, progressività e soprattutto un programma chiaro che spieghi dove saranno destinati questi denari e che benefici per l’economia porteranno. Detto ciò però pensare che in Italia, con il livello di assistenza, servizi, pensioni che vi sono un artigiano paghi fino al 74% e qualche decimale di tasse mi pare davvero troppo. Non approfondisco ulteriormente perchè mi sono già rovinato la domenica.

 

06/07/2014
Valentino Angeletti
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I dati di Bankitalia sono favorevoli a nuove elezioni?

Per il 2014 l’economia italiana crescerà, o meglio, stagnerà dello 0.7%, nel biennio 2014/15 la disoccupazione crescerà fino a raggiungere il 13% ed a risentirne maggiormente saranno i giovani, le entrate fiscali sono aumentate principalmente a causa della tassazione sulle imprese e sulla finanza, mentre sono diminuite le entrate dovute alle imposte sulle persone fisiche ed all’IVA rispettivamente per via del maggior numero dei disoccupati e del calo dei consumi che va a confermare che nella situazione attuale il livello impositivo ha superato la “threshold” della legge di Laffer.
Al contempo l’Italia ha una quota di laureati del 15%, tra le più basse dell’area OCSE che in media registra un 31% di laureati. Il 50% dei laureti italiani durante il primo impiego è sottoinquadrato ed il salario medio mensile (per i pochi che lavorano) è di 1’660 € contro i 1’840 € di Francia e Germania ed gli oltre 2’000 € di Gran Bretagna (dati 2010, nel 2013 le cose sono peggiorate anche a causa dell’acuirsi della disuguaglianza sociale che influenza i dati medi). Sempre considerando l’Italia, il bilancio tra capitale umano che espatria e quello che viene attratto è negativo, i laureati stranieri che vengono nel nostro paese sono il 13% contro il 23% della Germania, il 25% della Spagna, il 28% della Francia ed il 38% dell’UK.
Il presidente di Confindustria Squinzi continua a ritenere l’operato del governo insufficiente e inadeguato ed anche le parole leggermente ottimistiche riguardo alla ripresa, alla possibile ripartenza economica del nostro paese ed allo sblocco di 4.5 miliardi di € da Bruxelles destinabili ad investimenti produttivi, del rigoroso Olli Rehn da Roma non risultano convincenti poiché si tratta di “periodi ipotetici” ottimisticamente del secondo tipo, condizionati al raggiungimento di obiettivi ambiziosi nella complessa spending review di Cottarelli e nelle privatizzazioni di società partecipate o detenute dallo stato.

Questo è lo scenario che emerge dal rapporto trimestrale di Bankitalia che mette in luce in modo chiaro come quanto fatto fino ad ora dal governo e dalla politica non sia stato risolutivo. I buoni propositi e le misure nella giusta direzione ci sono state, ma poco hanno potuto contro gli ostacoli che hanno risucchiato energie preziose distogliendole dalle reali priorità del paese. L’esempio emblematico rimane il tira e molla ancora irrisolto sull’IMU, ma anche le diatribe interne alla maggioranza ed ai partiti e le vicissitudini che hanno visto protagonisti vari ministri e che ben poco si addicono ad un clima di intesa, a cominciare dal caso IMU di Josefa Idem, seguendo con le varie “peripezie” subite dalla Kyenge, la condanna di Berlusconi, la scissione e la nascita di FI, passando ad Alfano per la vicenda Kazaka e Marò, alla Cancellieri nell’affaire Ligresti, alle dimissioni di Fassina il cui scranno da viceministro dell’economia è ancora vacante, i ministri Carrozza e Saccomanni sugli adeguamenti salariali al personale scolastico, finendo con le intercettazioni della De Girolamo, ma senza dimenticare la presunta black list di ministri in bilico.

Alla nascita dell’esecutivo Letta le prime descrizioni del Governo lo definirono come un’entità d’emergenza che nessuno avrebbe voluto, nata con la benedizione del presidente Napolitano per agire rapidamente su pochi e critici fronti a cominciare dalla legge elettorale che sembrava dovesse essere il primo ed immediato traguardo da perseguire nell’arco di pochissime settimane se non giorni, mettendo da parte discussioni e rivalità e concentrandosi per un po’ di tempo solo sulle necessità politico-economiche del paese in modo da recuperare, a suon di riforme e tagli moralizzanti, credibilità interna ed internazionale e porre le base per una solida ripresa che avrebbe comunque necessitato di tempo per entrare a regime. Fatto ciò, ed i presupposti pareva ci fossero perché molti dei ministri e delle personalità impegnate sono indubbiamente illustri e dai curricula ineccepibili con importanti esperienze all’estero o in circoli, che piaccia o no, influenti (ECB, IMF, Golman Sachs, Bilderberg, Aspen, Vedrò e via discorrendo), si avrebbe dovuto nuovamente votare per un governo non più di intesa, ma politico.
Ora, a distanza di 9 o 11 mesi a seconda delle versioni, dalla nascita del governo, pare davvero che poco sia stato ottenuto.

Non è affatto strano dunque il pressing di Renzi per concludere la riforma sulla legge elettorale, né che egli vada ad interloquire con tutte le parti interessate, Berlusconi incluso, che rimane il leader di una fetta importante dell’elettorato italiano. Semmai il problema è di FI che non è ancora riuscita a trovare un successore convincete al Cavaliere. La situazione paradossale che i tre leader delle principali formazioni politiche, Renzi, Grillo e Berlusconi non fossero parte del governo non aveva lascito presagire nulla di buono fin da subito. Più strane e contraddittorie, ma non avulse dall’ottica partitica purtroppo bloccante e dominante fino ad ora, sono le opposizione alla riforma elettorale anche all’interno della maggioranza di governo e del PD stesso che alla formazione del governo Letta ne avevano sottoscritto i primordiali obiettivi e propositi. Da augurarsi dunque che il segretario PD riesca a concludere sul fronte della legge elettorale, come su quello dell’abolizione del Senato e delle province, anche se il vero centro di costo non sono le province, ma le regioni.
Le larghe intese, sia ante che post Berlusconi, di intenti comuni ne hanno ben pochi e questa percezione, avallata dalla lentezza nell’attuare riforme, la stanno iniziando ad avere anche all’estero a cominciare dalla Gran Bretagna. Ciò potrà rappresentare un problema quando sarà l’Italia a guidare il semestre europeo, a valle di elezioni EU che probabilmente vedranno numeri importanti per i movimenti anti europeisti.
Se larghe intese devono essere che lo siano realmente, come quella tedesca tra SPD e CDU (link) che funziona proteggendo la Germania anche a scapito dell’Europa, altrimenti non è un’eresia pensare di tornare rapidamente a votare, possibilmente con una nuova legge elettorale promessa da anni, ma mai realizzata.

Argomenti Correlati (lista non esaustiva):

Energie sprecate e priorità.

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Ottimismo sincero per la nascita del governo Letta. Era già chiarissimo allora, 28 aprile, cosa dovesse essere fatto, in gergo aziendale i KPI, obiettivi raggiunti?

 

18/01/2014
Valentino Angeletti
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Legge di stabilità: il colpo di scena sulle accise

Da indiscrezioni trapelate in merito alla legge di stabilità che si comporrà di due parti distinte, una relativa alle proroghe ed una relativa alle misure urgenti, emerge un provvedimento a dir poco curioso.
Per la prima volta si sta prendendo in considerazione la possibilità di ridurre le accise sul tabacco. Tale balzello è sempre state uno strumento semplice, immediato ed odioso per fare cassa, tanto che il suo aumento è presente in ogni clausola di salvaguardia, inclusa quella che dovrebbe scattare qualora le previsioni sugli introiti da spending review e da rientro di capitali dall’estero sia inferiore alle attese. Questa indiscrezione sembra dunque un vero colpo di scena, poiché le accise sono sempre state considerate efficienti, sono state sistematicamente, quasi strutturalmente, innalzate e mai ritoccate al ribasso.
Il perché di questo cambio “strategico” è presto detto e risiede nella drammatica veridicità della legge di Laffer, secondo la quale al crescere della tassazione oltre una certa soglia i consumi, a cominciare dai bene non di prima necessità, si deprimono comportando un gettito minore rispetto a quanto si sarebbe ottenuto evitando gli incrementi delle imposte, nel caso italiano principalmente l’IVA.
Questa legge si applica perfettamente, e per la prima volta in modo quasi dichiarato, al caso del tabacco poiché un’eventuale riduzione delle accise servirebbe a compensare il minor gettito dovuto ai consumi inferiori a seguito dell’aumento dell’IVA. Come volevasi dimostrare si diceva al liceo.

La realtà è che questo fenomeno si è verificato non solo per tabacco ed alcol, ma anche per la benzina, per i comuni beni di consumo ed anche per quelli di prima necessità come cibo, oggetto di rinunce in qualità e quantità, e cure mediche e medicinali, andando quasi a ledere i diritti che ogni cittadino di un paese avanzato e civile dovrebbe avere garantiti.

Questa presa d’atto testimonia come molte delle misure siano state adottate senza alcun piano strutturale, ma per una sopravvivenza giornaliera, quasi oraria, forse mutuata dalla troppa finanza che ha sedotto l’economia degli ultimi anni o forse proprio causata dalla totale assenza di idee e di piani precisi, chiari, strutturali e senza un ben noto punto di arrivo in termini di tempi e budget, mettendo pezze qua e là, a volte anche cadendo in contraddizione e ledendo ulteriormente la fiducia nella politica degli elettori, tutto per sistemare temporaneamente i numeri, perché alla fine nelle slide sono i numeri ad essere presentati, talvolta senza considerare da dove derivano e cosa dietro essi risiede.

Nonostante ciò pare che la lezione non si voglia apprendere e la possibilità di ulteriori accise rimane, almeno per ora visto che i dietrofront e l’incertezza normativa è ormai prassi comune, tra le clausole di salvaguardia assieme agli aumenti previsti a partire da gennaio 2014. Rincareranno i trasporti, l’alimentare (5%), servizi bancari, detersivi, plastica, assicurazioni (5%), autostrade (3%), carburanti, acqua (3-5%) ecc, ecc, per un totale di circa 1’300€ annui in più (1’384€ secondo Adusbef e Federconsumatori); per la cronaca diminuiranno le tariffe elettriche e del gas.

La riduzione delle tasse di 250€ per il 2013 rilevata dalla CGIA di Mestre non sembra essere percepita dai cittadini che risultano sempre più impoveriti e sull’orlo dell’indigenza, forse perché compensata da imposte locali o da slittamenti di adempimenti ai primi mesi del 2014.

Vero è che l’imposta sui consumi può essere considerata progressiva ed è tra quelle consigliate dall’Europa, ma quando a risentirne, ed in modo pesante, sono i consumi di prima necessità ed essenziali forse il meccanismo si è inceppato. La stadio della malattia italiana è ormai molto avanzato e la scossa che servirebbe per cambiare rotta deve essere forte, a maggior ragione se uno degli obiettivi è rilanciare i consumi interni e l’export. Fosse vero che nel 2014 i rincari peseranno sulle famiglie italiane per quasi 1’400€, non v’è taglio del cuneo fiscale in grado di compensare un simile aumento e sarà quindi impensabile sperare in una ripresa dei consumi, salvo depauperare ulteriormente risorse e risparmi privati, ultimo baluardo a protezione da una instabilità sociale che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Il buon proposito per il prossimo anno dovrebbe essere quello di cambiare rotta in modo convinto e deciso, ridistribuire ricchezza pianificando il lungo termine, essere convincenti in sede europea anche adottando molta più etica e morale entro i confini nazionali, non puntare a vivacchiare (ed un +0.7% di PIL, con disoccupazione in aumento, è vivacchiare) perché, anche senza ipotizzare possibili tensioni e scontri sociali che in un certo modo si sono già manifestati e che in altre realtà non troppo dissimili da quella italiana continuano tuttora, gli italiani onesti che fino ad ora hanno letteralmente sopportato e tirato avanti il paese a dispetto di tutto e tutti, non possono più permetterselo e non se lo meritano.

30/12/2013
Valentino Angeletti
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Tasse alle stelle, di sicuro mai belle, ma potrebbero essere almeno utili e forse anche appaganti

L’Italia con una pressione fiscale del 44% sul PIL si attesta al 4° posto nella zona Euro ed al 6°, assieme alla Finlandia, nella zona EU preceduta da: Danimarca con il 49,0%, Belgio 47,3%, Francia 46,9%, Svezia 44,7%, Austria 44,6%. La media della pressione fiscale per gli stati che hanno aderito alla moneta unica è del 41.6% mentre scende al 40.5% se si considera l’intera Unione Europea.

Benché il dato sia già decisamente superiore alla media il nostro paese soffre ulteriormente a causa di una pesantissima evasione fiscale che fa si che i reali contribuenti, dovendosi accollare anche gli oneri degli abusivi, paghino ben più del già poco sostenibile 44%, finanche il 68% se si considerano alcune imprese. Inoltre il livello di servizi offerto è scadente se paragonato a quello dei paesi nordici o della stessa Francia e Belgio che ad esempio nel settore dei trasporti pubblici ci staccano in maniera evidente sia per quel che concerne i trasporti nelle grandi metropoli (prendiamo ad esempio la metropolitana di Parigi o i collegamenti tra l’aeroporto belga ed il centro della Città) sia per quel che riguarda la raggiungibilità e la copertura dei piccoli centri, in Italia ormai fuori da ogni possibilità di collegamento se non con mezzi privati; stesso dicasi per lo stato delle strade e delle vie di comunicazione, siano esse a gestione totalmente pubblica o mista pubblico-privato.

Parlando con uno Svedese impiegato nel settore universitario mi ha serenamente detto che per loro il problema della tassazione non sussiste, anzi, la certezza che ogni euro versato all’erario, tra l’altro con un meccanismo realmente progressivo, tornerà in un modo o nell’altro al servizio della collettività li rende orgogliosi contribuenti. Stesso non può dirsi da noi, dove, a volte in modo troppo semplicistico e superficiale, ma dettato dalla sostanziale linearità dell’imposizione e dell’accanimento verso l’ormai ex ceto medio attorno ai 1’800€ al mese, si considerano le tasse solamente un balzello. Logicamente in un paese che se sconfiggesse il 30% dell’evasione avrebbe risolto ogni problema di bilancio e di copertura del debito e dei suoi interessi e dove i soldi pubblici vengono sperperati in mille rivoli e catene di appalti, subappalti, favoritismi, inefficienze, burocrazie e scartoffie, senza che il beneficio ricada sulla collettività, qualche problema a cui mettere rapidamente mano c’è senza dubbio, così come volendo elevarci a livello europeo, il livellamento della pressione fiscale rimane un punto fondamentale di un’unione forte e non viziata da impari concorrenze intestine.

L’ex ministro dell’economia Tommasi Padoa-Schioppa, quando ancora in vita, apostrofò le tasse con l’aggettivo “bellissime” scatenando un oceano di polemiche. Forse definire le tasse bellissime è un poco esagerato, a nessuno piace pagare, ma se il meccanismo contributo-servizio fosse oliato a dovere e facesse ruotare correttamente i propri ingranaggi, magari non belle, ma le imposte potrebbero definirsi almeno utili ed il contribuente potrebbe sentirsi, se non un felice pagante, almeno uno tra i tanti, idealmente tutti, soddisfatto ed appagato perché al servizio della collettività.

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07/12/2013
Valentino Angeletti
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Entrate tributarie: una chiave di lettura per individuare alcune azioni

Ieri sono stati diramati dal MEF (Ministero Economia e Finanza) alcuni dati relativi alle entrate tributarie dei primi 8 mesi del 2013.
Se nel complesso le entrate tributarie risultano stabili rispetto allo stesso periodo del 2012 (267.964 milioni di €, -0.3%) le singole voci hanno subito variazioni non trascurabili.
Il gettito dovuto all’IVA è diminuito del 5.2% (-3’724 milioni di €) sia a causa della diminuzione dei consumi interni (-2.0%) che delle importazioni (-22.1%), è chiaro che con una tendenza dei consumi simile, dovuta all’assenza di liquidità da destinare a consumi della maggior parte della popolazione, l’aumento del primo ottobre al 22% difficilmente porterà ultra gettito (e Laffer va a segno). Anche se i consumi rimanessero al livello attuale senza diminuire ulteriormente, il punto percentuale in più non sarebbe sufficiente a bilanciare il calo dei primi 8 mesi. In diminuzione anche le entrate dovute alle imposte sulla produzione di oli minerali e sul consumo di gas metano e di tabacchi.
Gli aumenti riguardano invece l’imposta di bollo (aumentata recentemente) e tutte quelle imposte relative al capitale, come interessi, rendite e plus valenze ed al ritorno agli utili e quindi alla contribuzione dei grandi contribuenti come banche ed assicurazioni (che però spesso hanno beneficiato di supporti esterni come ADC , bond dedicati ecc).
Complessivamente le imposte dirette aumentano del 2.4% (3’467 milioni di €).

(Per dettagli: AdnKronos)

In ultima summa, sono diminuite tutte le entrate derivanti dai consumi e sono aumentate quelle (come la tassazione sul reddito dei dipendenti pubblici) non comprimibili e quelle su capitali e grandi patrimoni.

Lo scenario si presta alla lettura che l’aumento delle imposte sui consumi, in maniera lineare e non differenziando tra i vari beni ed aliquote, come del resto ha dichiarato di voler fare il Premier Letta e come consiglia Bruxelles, non consente di far confluire all’ erario ultra gettito; l’aumento delle trattenute in busta paga garantisce entrate erariali, ma il livello è ormai insostenibile, ha raggiunto mediamente quasi il 50% e sia sindacati che associazioni di categoria (oltre che i singoli contribuenti) convengono che deve essere pesantemente ridimensionato; l’aumento delle tasse obbligatorie sulla burocrazia, come potrebbe essere l’imposta di bollo, assicura entrate, ma deprime e vessa in modo lineare colpendo le fasce più deboli e portando il 50% della popolazione che sta retrocedendo dalla la middle class a rivedere il proprio budget allocato sui consumi (quindi risulta un circolo vizioso); una quota molto alta delle entrate è invece garantita dai grandi contribuenti e dalle imposte sulle rendite finanziarie, interessi ecc.

Oltre all’indispensabile e pesante spendig review che il Professor, ex IFM, Carlo Cottarelli dovrà impostare ed applicare, per garantire gettito alle casse dello Stato, è bene (sembra un’ ovvietà, ma all’ atto pratico non è così) supportare le piccole e grandi aziende in difficoltà affinché ritornino in utile o lo incrementino cosi da poter contribuire in modo più consistente; rivedere l’imposizione su rendite e proventi finanziari, da portare avanti in maniera congiunta con Bruxelles per evitare fughe di massa dei capitali (l’Italia sui proventi finanziari offre condizioni più vantaggiose che in Francia ad esempio); ed infine, concludendo con una domanda, perché non prendere in considerazione, seguendo tra l’altro i consigli della EU, una patrimoniale progressiva ed equilibrata sui patrimoni mobiliari ed immobiliari oltre una certa soglia (magari un’ una-tantum, per il 50% della ricchezza detenuta dal 10% più facoltoso)? Non pare una idea così tanto estremista ed illogica.

08/10/2013
Valentino Angeletti
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