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PIL Q1 2015 +0.3%: molto bene, ma approfondendo si scopre uno scenario molto più complesso

Non è intelligente nè razionale voler ad ogni costo, in modo sospettosamente prevenuto, esibirsi nell’inutile pratica di sminuire o minimizzare qualsivoglia dato per affossare questa o quella parte politica, questo o quel personaggio, cercando letture, talvolta dietrologiche, asservite al proprio pro. I dati sono oggettivi, l’analisi può essere varia e più o meno approfondita o parziale. Non v’è dubbio che l’incremento del PIL Q1 2015 rispetto al trimestre precedente dello 0.3%, che ha sorpreso positivamente battendo di 0.1% (proprio l’ammontare del tesoretto) il consensus, va accolto con piacere, del resto è il miglior dato dal 2011. Non è molto, ma, volendo  essere estremamente pragmatici e lapalissiani, meglio più che meno.

Detto ciò non è neppure corretto non spingersi in una analisi minimamente più approfondita, prendendo per oro colato ogni comunicazione mediatica che viene dai mezzi stampa, dalla TV, dai TG o dagli utilizzatissimi social network.

Va ricordato che la crescita su base annua (y/y) per l’Italia non c’è. Essa si attesta allo 0%, il che comunque ci colloca fuori dalla recessione. Rispetto agli altri stati europei con cui usualmente ci confrontiamo, l’Italia rimane indietro, infatti la Spagna, vero termine di paragone, fa segnare +0.9% rispetto al trimestre precedente, la Francia +0.6% e la media UE 28 è del +0.4%. Magra consolazione il fatto che la Germania deluda le previsioni con lo stesso dato dell’Italia, +0.3%, perché le situazioni sono estremamente differenti. La Germania viene da un periodo di crescita che ha visto il PIL aumentare in valore assoluto e quindi, rispetto ai periodi arretrati, anche questo rallentamento della crescita rappresenta comunque un incremento di qualche “briciola” di PIL. Per l’Italia invece vale il contrario, gli ultimi anni sono stati di decrescita costante del Prodotto Interno Lordo, il che vuol dire che esso è calato come somma complessiva. Pertanto, anche se un dato simile si ritrova solo nel 2011, rispetto a quell’anno il valore nominale del PIL è più basso, così come non v’è stata crescita in termini assoluti rispetto ad un anno fa. Sembra una ovvietà quella appena spiegata, ma, quando si trattano dati differenziali, è sempre bene tenere a mente questa precisazione.

La finestra presente in questo periodo, come da tempo si sottolinea, è di quelle irripetibili, da cogliere senza ritardi perché potrebbe restringersi da un momento all’altro. I fattori concomitanti di QE, prezzo del greggio basso, Euro debole, tassi ai minimi e conseguente basso costo del denaro, creano tutti i presupposti per far galoppare l’economia, la produzione interna, gli investimenti, il credito e le esportazioni. Sul QE vi sono inoltre le rassicuranti parole del Governatore della BCE Draghi, che, dalla sede FMI di Washington, ha evidenziato come gli effetti del QE siano stati addirittura più positivi del previsto e che non c’è affatto intenzione di interromperlo. Sappiamo quanto Draghi ha dovuto lottare strenuamente con Merkel, Schauble, Weidmann e lo stormo di falchi al seguito per poter avviare tale misura e che probabilmente, se avesse potuto decidere in autonomia, avrebbe avviato l’iniezione di liquidità ben prima, così da porre tempestivamente un argine più solido al trabordare della crisi. Il Governatore ha rincarato ulteriormente la dose, affermando che è necessario che la liquidità sia rivolta in quantità maggiore verso imprese ed investimenti. Questa frase è molto forte e può trovare attuazione seguendo due strade: la prima, non banale in quanto probabilmente la BCE non ha mandato per agire in tal modo, è un cambio di strategia della Banca Centrale Europea, che, seguendo il modello statunitense della FED, potrebbe decidere di convogliare la liquidità direttamente alle imprese senza l’intermediazione bancaria, che in passato tanto ha speculato con i denari di Francoforte; la seconda via invece è in capo ai singoli Stati ed ai singoli Governi nazionali, i quali hanno il compito di attuare tutte quelle riforme, economiche ed istituzionali, necessarie a consentire lo sblocco del credito, la ripartenza degli investimenti, nazionali ed esteri, e la creazione di nuovi posti di lavoro. In parole semplici, ma efficaci, se fino ad ora il cavallo aveva fin troppa acqua ma non ha avuto voglia di bere, adesso è il momento che invece cominci a dissetarsi, e copiosamente, perché i sintomi della disidratazione sono già preoccupantemente avanzati.

Tornando al positivo dato del +0.3% di PIL, esso è trainato, finalmente, anche dal mercato interno, mentre, in modo del tutto strano visto l’Euro debole, il mercato esterno ha subito un rallentamento. I settori trainanti sono stati agricoltura ed industria, con automotive e farmaceutica sugli scudi, mentre rimangono al palo i servizi. Una ripresa di produzione interna è sicuramente un bene, ma sorge il dubbio che le imprese, contrariamente al sistema Paese nel suo complesso, stiano sfruttando in modo migliore la finestra congiunturale e gli incentivi per la trasformazione dei contratti di lavoro da precari a tempo indeterminato, con tutte le modifiche e restrizioni dovute alla riforma del Jobs Act attuata dall’attuale Esecutivo. La aziende potrebbero aver deciso di utilizzare i vantaggi, come il basso costo del denaro ed il credito a tassi minimi, per ripristinare le scorte che potrebbero essersi esaurite in questi quattro anni in cui c’è stato quasi un blocco totale delle produzioni e conseguente lento svuotamento dei magazzini. Se così fosse allora il dato sarebbe viziato da una produzione estemporanea che non rispecchia il reale futuro andamento tendenziale dei consumi, vero traino della produzione industriale e degli investimenti.

Poco dopo il dato sul PIL, è stato confermato il ritorno alla deflazione e diramato anche il livello, in valore assoluto, del debito italiano. Esso ha raggiunto il nuovo massimo storico di 2’184 miliardi. Si tratta stavolta non di un dato percentuale differenziale, ma del numero assoluto che funge da numeratore al rapporto Debito/PIL che anche per il 2015 è previsto in aumento, in coerenza con i dati appena emessi.

Infine vi è un’altra tegola non da poco: la sentenza della Consulta in merito al rimborso ai pensionati del blocco della perequazione delle pensioni al costo della vita. L’Esecutivo ed il MEF stanno cercando alacremente una soluzione che potrebbe arrivare o per decreto nei prossimi giorni, o dopo le elezioni, per ovvi non detti motivi elettorali, o ancora in autunno, in concomitanza con la nuova legge di stabilità. La soluzione che al momento pare più plausibile è quella di un rimborso parziale per le sole pensioni più basse (il limite è in discussione) e forse relativo ad un solo anno. Anche questa decisione però potrebbe non essere costituzionale perché, secondo il parere di esperti, il diritto tecnico estenderebbe, indistintamente a prescindere dall’ammontare della pensione, a tutti i pensionati coinvolti (pensione oltre 3 volte il minimo) il diritto di rimborso, inoltre dal momento che la Consulta si pronuncia, il diritto è già costituito e da applicarsi. Un rimborso totale richiederebbe risorse per circa 16-19 miliardi di €, mentre il Governo vorrebbe limitare a circa 2 miliardi l’esborso, in modo da non eccedere i parametri europei che, assieme alle riforme, Bruxelles vuole rispettati per concedere i margini di flessibilità concordati (pur rimanendo nei patti).

Dietro un buon dato, come il +0.3% di PIL, si celano in realtà una molteplicità di aspetti ed analisi da affrontarsi per non cadere in una lettura superficiale e parziale. Proprio per questo, facendo eco al presidente di Confindustria Squinzi, sia Padoan, che, contrariamente a quanto sua consuetudine, Renzi hanno mantenuto la calma, ricordando giustamente che il dato è buono ma ancora fragile ed inserito in un contesto, che abbiamo cercato di illustrare, permanentemente complesso. Inoltre il dato è probabile che in silenzio fosse già atteso dai tecnici del MEF, visto il valore del tesoretto esattamente corrispondente all’aumento inatteso.

Lo scenario rimane persistentemente incerto, ma questo, nonostante gli scontri politici e le regionali alle porte, è il momento da sfruttare assolutamente per portare a compimento le riforme economiche, applicarle ed attendere che, dopo il ritardo fisiologico a valle della loro attuazione, portino risultati all’economia reale.

Valentino Angeletti
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Direttrici che non portano alla crescita ed all’aumento dei livelli di benessere

La condizione economica attuale è complessa, difficile e probabilmente per la sua evoluzione, volendo considerare come punto iniziale la crisi statunitense dei mutui subprime, estesa poi nel continente europeo mutando da principalmente finanziaria a riguardante i debiti sovrani, interi Stati fino ad assumere connotazioni sistemiche, unica nella storia. Simili frasi sembrerebbero ormai retoriche per quante volte sono state ripetute. L’azione politica però non pare comprenderlo. Mai come in questo momento servirebbero visione, azione comune, focalizzazione verso gli obiettivi di ritorno al benessere collettivo, di collaborazione e di cooperazione, mettendo per un  attimo da parte lo scontro tra i partiti e tra gli interessi delle nazioni che in contesti “normali” possono essere, nei limiti del bene della Res Pubblica, accettabili. Così dovrebbe essere sia a livello europeo che nazionale. Ciò a cui stiamo assistendo su ambedue i livelli invece è un comportamento quasi diametralmente opposto, con dichiarazioni che danno il senso dell’urgenza di alcune azioni, ma fatti che smentiscono quanto detto pochi istanti prima; così è sia un Europa che in Italia.

Non mancano giorni in cui si nota che la soluzione della crisi è ancora lontana pur negli alti e bassi dell’ evoluzione di un qualsivoglia scenario. In Europa ad esempio sono prepotentemente tornati a manifestarsi il problema dell’immigrazione, dei rapporti con gli stati limitrofi, le varie crisi socio – economico – umanitarie che vanno dalla Russia alla Libia arrivando fino al centro Africa. Ancora più l’inviluppo della crisi greca che può essere ascritto ad emblema della non cooperazione politica a Bruxelles. Già si è detto che il salvataggio greco iniziale sarebbe costato ben meno del protrarre oltremodo ed inconcepibilmente uno stillicidio, peraltro senza avere un piano ben definito a priori, ma agendo all’evenienza fino ad arrivare a questi giorni, dove si sente parlare sempre più insistentemente del default, più o meno pilotato e concordato, di Atene. Il debito greco non è più onorabile dalla penisola ellenica, tale è l’opinione condivisa da tanti economisti. Molto probabile che questa evenienza, pur smentita dal Governatore Draghi, sia assai concreta. Ne parlano da mesi nella City londinese e JP-Morgan (come altri istituti) ha da tempo iniziato a proporre ai suoi clienti piani per affrontare una GrExit. La stessa Germania si sta preparando ad un default greco ma senza uscita dalla moneta unica che comporterebbe la prosecuzione di una corsa agli sportelli bancari, già comunque in corso per mantenere in Euro il proprio capitale, e forse la deflagrazione del tentativo di unione.

Modi di agire simili, anche qualora la Grecia si salvasse, confermano la totale lontananza dai concetti di Prosperità, Progresso e Protezione che dovrebbero essere alla base dell’unione, senza spingersi in sentimenti più romantici come collaborazione, spirito di appartenenza ad una stessa comunità, solidarietà e condivisione dei rischi e dei benefici.

Analogo ragionamento può essere fatto per l’Italia. Anche gli ultimi dati confermano, nonostante tassi di interesse mai bassi come ora, un prezzo del petrolio al momento ancora più che vantaggioso, mutui potenzialmente a buon mercato e prezzi delle case decisamente diminuiti, una situazione che mantiene alti livelli di complessità.

Il debito pubblico ha fatto segnare un nuovo record sfondando quota 2169 miliardi con crescenti spese centrali e spese locali in diminuzione, la disoccupazione tende a migliorare leggermente, ma attestandosi comunque a fine anno ad un inaccettabile 12.6% con aumento dei disoccupati di lungo termine, ossia coloro che più difficilmente potranno trovare impiego, magari depauperando un patrimonio d’esperienza e di conoscenze che potrebbe sicuramente ancora risultare d’utilità. Il credito in Italia rimane difficile, tra i più difficili in europa, non in grado di supportare il mercato immobiliare (affossato anche dall’incertezza normativa sulla tassazione) nè di appoggiare gli investimenti che latitano. Gli investimenti necessari in Italia sono molti e fondamentali, ovviamente dovranno essere razionali e lungimiranti, ma servono e servono sia quelli per piccole opere come la riqualificazione del territorio, delle scuole, la riconversione energetica e lo spostamento verso un modello economico più sostenibile sul quale Renzi dice di puntare con convinzione, sia quelli per grandi opere e, come i crolli nelle scuole ed i periodici disastri dovuti al maltempo sono la dimostrazione del bisogno dei primi, i grandi crolli infrastrutturali (ultimamente ponti e viadotti) fanno da testimoni della necessità dei secondi.

Nel paese invece la politica è tutta catalizzata su alcuni temi: la legge elettorale Italicum che ha comportato una profonda spaccatura nel PD e le dimissioni dell’ex capogruppo Speranza (uno dei pochi che si è dimesso per dissenso politico e non per indagini o scandali), il dissenso da parte del M5S e di FI che assieme alla minoranza DEM hanno scritto lettere separate ma dallo stesso contenuto (l’ipotesi fiducia sulla legge elettorale sarebbe un attentato alla democrazia) al presidente Mattarella; le regionali con le difficoltà del PD in Liguria, aumentate a seguito delle indagini sulla candidata Paita per i dissesti idrogeologici essendo lei all’epoca assessore competente in materia, e con quelle di FI in Puglia. Infine a non tarderanno troppo le discussioni sull’impiego del tesoretto da 1.6 mld €, potenziale goloso benefit elettorale.

Il tesoretto come già riportato (LINK) è una numero previsionale derivante da un miglioramento della stima del rapporto deficit/PIL di 0.1%. Le previsioni iniziali sul PIL 2015 del Governo erano di +0.6% e sono state aggiornate nell’ultimo DEF a 0.7% (ma sempre di previsione di tratta). L’intenzione del Governo pare quella di spendere la somma quando ha ancora fattezze virtuali. Il rischio che sì corre è che, avesse ad esempio ragione il Fondo Monetario con la sua stima di crescita riferita all’Italia portata a 0.5% (in miglioramento), il paese si troverebbe nella condizione in cui mancherebbe di 1.6 mld più 1.6 mld derivanti dalla differenza di 0.2% tra lo 0.7% stimato e lo 0.5% reale, più altri 1.6 mld dovuti alla spesa in deficit già effettuata.

Come al solito prenderò un abbaglio, ma la sensazione è che, seguendo le direttrici impostate da UE ed Italia, difficilmente si potrà impostare un percorso virtuoso per incrementare, senza sperare di tornare ai livelli precedenti, il nostro grado di benessere. Questo è un presentimento che spero vivamente provenga da uno di quei piccoli gufi che saranno a breve smentiti.

Valentino Angeletti
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Piccolo Tesoretto: catalizzatore delle energie e delle attenzioni pre elezioni regionali

TesorettoSe ne parlava da giorni e se ne continuerà a parlare a lungo, ma il DEF, documento di previsione finanziaria per il prossimo triennio, è stato approvato nel Consiglio dei Ministri di venerdì e si appresta a passare all’esame delle Camere prima ed al vaglio dell’Europa in un secondo tempo.

Come di consueto nel nostro paese le valutazioni del documento sono contrastanti a seconda dalla parte politica che si appresta ad interpretarlo ed a presentarlo all’elettorato, per il quale come al solito risulta pressoché impossibile prendere una posizione oggettiva se non andando ad informarsi presso le complicatissime ed articolate fonti ufficiali. Va premesso che nei prossimi giorni verranno avviate le prassi per la trasformazione dei decreti in attuativi e poi il vaglio della Commissione EU rappresenterà la solita forca caudina, in sostanza il DEF ancora non è un documento certo. Come detto esso si tratta di una stima previsionale basato su proiezioni che in passato spesso non si sono verificate e che hanno comportato la necessità di una seguente manovre correttiva, talvolta andando a trasformare il tanto blasonato Documento di Economia e Finanza in poco più che prestigiosa carta straccia di eccellente grammatura. Per tali ragioni non conviene ancora gettarsi in valutazioni troppo fini e dettagliate. Quello che è certo, e che ha catalizzato l’attenzione è senza dubbio la “scoperta”, sempre sulla base delle stime prese in considerazione, di un “tesoretto”. Esso deriverebbe da una miglior previsione del rapporto Deficit/PIL (leggero calo del Deficit e leggero aumento del PIL) che, assieme alla flessibilità EU comunque sempre entro i patti, ha liberato circa 0.1% di PIL, pari a 1.6 miliardi appunto.

Inevitabilmente alla parola “tesoretto” sono esplose le reazioni politiche. Per Brunetta di FI e baluardo del Berlusconismo il DEF è in deficit almeno di 16 miliardi ed il tesoretto non esiste, oppure, nel remoto caso che esistesse, è solo il provento di altre tasse. Anche per Fassina, dalle file della fronda spesso critica del Governo del PD, la manovra è recessiva, scetticismo anche tra i Sindacati, mentre per l’Esecutivo il DEF è la fine delle manovra tutte tasse.

Effettivamente, qualora si calcolasse il bonus di 80€ come sgravio e non come spesa, se si verificassero le condizioni previste dal DEF tali da disinnescare le clausole di salvaguardia su IVA e su accise, se si separassero imposte fiscali centrali da quelle locali (enti, regioni, comuni) e se fossero azzeccate (o sbagliate per difetto) le stime sui parametri economici, quelle per intenderci che libererebbero 1.6 miliardi, le tasse potrebbero anche considerarsi in diminuzione, tendenti il prossimo anno a rompere al ribasso l’impressionate quota 43%.

Riferendomi al “tesoretto ho utilizzato il condizionale proprio perché anch’esso, se non lo si fosse già capito, rappresenta al momento un entità virtuale, che si otterrà a fine anno a patto che le proiezioni che lo riguardano siano confermate e che l’Europa non imponga, viste le condizioni macroeconomiche favorevoli e la partenza del QE, un una maggior aderenza ai percorsi di rientro su Debito/PIL e Deficit/PIL, evenienza non da così astrusa per i prossimi anni.

Nonostante la natura ancora eterea degli 1.6 miliardi, ben più intangibile dei tagli che dovranno essere effettuati per scongiurare le clausole di salvaguardia (disinnescate dal DEF) e che ammontano almeno a 10 miliardi secondo il DEF derivanti da riduzione delle agevolazioni per 2.4 miliardi e taglio della spesa per 7.5 miliardi, il dibattito incandescente è su dove, o meglio a chi, destinare questi danari (che in realtà confrontando le varie previsioni si sarebbero potuti ipotizzare già qualche mese fa…. con conseguente più tranquilla definizione della destinazione, ma forse le elezioni regionali erano ancora troppo lontane nel tempo).

Senza voler cadere in pignoleria o eccessiva retorica, sicuramente sarebbe stato meglio a partire dai Governi precedenti aggredire subito la spending review attuando almeno qualche punto del piano di Cottarelli invece che tergiversare rimandando l’onere di prendersi il politico impegno di tagliare per non pestare alcuni piedi, a quest’ora le risorse libere potevano essere anche superiori. Sulla spending review (ancor prima che sulle privatizzazioni), non ci sono previsioni che tengano, l’Europa non transige: o si taglia o si tassa. Inevitabilmente però la forza della parola “tesoretto”, come lo è sempre stato in passato, unita alla vicinanza delle elezioni regionali pone le basi per un anticipo di campagna elettorale, collocando, come se già non lo fosse, il Premier Renzi sempre più in Pole Position. In valore assoluto la somma non è esagerata, soprattutto rispetto all’aumento di alcune tasse (ad esempio l’imposta sugli immobili negli ultimi anni è rincarata di oltre il 106%), ma vediamo come potrebbe essere utilizzata visto che nelle prossime settimane verrà definita la sua destinazione.

Va premesso che sia da Renzi che dai Ministri Padoan e Poletti gli indizi portano verso misure di sostegno alla “povertà”. In Italia sono definibili poveri circa 7 milioni di persone, e volendo sostenerli tutti il bonus pro capite arriverebbe a circa 20€ al mese per 12 mesi. Probabilmente la direzione sarà quella di ampliare la platea degli 80€ verso le pensioni più basse e gli incapienti, difficilmente saranno inseriti gli autonomi e le partite IVA. Volendo invece pensare a manovre ancor più “maliziosamente” elettorali sfruttando al massimo l’amplificazione mediatica conferita al “tesoretto”,   il bonus potrebbe essere rivolto ai lavori di messa in sicurezza dei territori liguri ed a sostegno degli abitanti colpiti dalle alluvioni visto la situazione in Liguria complessa per il PD in opposizione a Toti invece piuttosto forte; oppure al sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno poiché in Puglia, nonostante l’ancora dissidente Fitto, sta paventandosi la prospettiva di una alleanza di centro destra a sostegno della Poli Bortone che vedrebbe coinvolti anche Lega di Salvini e Fratelli d’Italia (schieramento più vicino alla Bortone) di Giorgia Meloni e che potrebbe rappresentare un embrione ancora molto prematuro di un nuovo schieramento potenzialmente dalle mire governative, mentre in Campagna è il PD a dover sbrigare la questione De Luca, candidato non voluto.

Benché Renzi sia sempre fortissimo non può permettersi di perdere regioni baluardo come la Liguria, storicamente di centro sinistra, e la Puglia dell’uscente Vendola. Conoscendo l’abilità del Premier c’è da stare certi che utilizzerà nel migliore dei modi il “tesoro scovato nelle pieghe del DEF”. Bene per chi ne beneficerà, ma è evidente che non sarà nulla di strutturale e che, per far ripartire l’Italia, le energie della politica, delle istituzione, dell’informazione e dei media dovrebbero concentrarsi su ben altre priorità.

Valentino Angeletti
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