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Bilancio delle Regionali, vincitori (pochi) e vinti (quasi tutti)

Archiviate le regionali 2015 e consolidati i risultati in tutte e 7 le regioni coinvolte, è tempo, per tutte le parti politiche, di tirare i bilanci.

Il risultato di 5 – 2 in favore del PD, se trattato come se si stesse parlando di una partita di calcetto o alla PlayStation, con la quale il presidente PD Orfini stava giocando assieme al Premier Renzi appena prima di dichiarare alla stampa che il risultato ottenuto dal PD poteva definirsi assolutamente ottimo, effettivamente farebbe pensare ad una vittoria dei Democratici, schiacciante, tanto più se lo si inserisce in un contesto regionale italiano dove 16 regioni su 20 sono governate dal PD (10 strappate dai democratici al centrodestra proprio sotto la guida Renzi). Di seguito l’immagine della copertura regionale a livello nazionale (ovviamente Rosso PD, Blu centrodestra) e le percentuali riferite ai risultati di queste tornate elettorali regionali (gentilmente presa dal sito della Repubblica) per singola regione e per i due candidati più votati:

Regionali2015-Risultati

In realtà di vittoria schiacciante per il PD non si può parlare per diverse ragioni, così come non si può parlare di vittoria per nessuna altra formazione politica, eccezion fatta forse per la Lega personificata in Salvini e non più la vecchia Lega secessionista bossiana che ben poco a a che fare con quella attuale. Ovviamente tutto ciò a dispetto delle dichiarazioni di parte, che come sempre a valle di una tornata elettorale, tendono a erigere, adducendo motivi talvolta triviali e stabili come un castello di sabbia sahariana durante una tempesta di vento, loro stessi a vincitori.

Nessuno può dirsi vincitore perché a dominare realmente è l’astensionismo. In totale l’affluenza ha superato di poco il 50% (52.2%) e questa è una sconfitta per la democrazia e per l’esercizio del diritto-dovere civico. Vero è che pare dimostrato che l’astensionismo difficilmente influisce sull’esito finale, ma è altrettanto vero che, soprattutto nella situazione di disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni, che si percepisce chiaramente tra i cittadini italiani, è chiaro segno che la gente comune non crede più che la politica possa risolvere i problemi del vivere comune, non sia in grado di migliorare la realtà e, quel che è peggio, agisca solo ed esclusivamente a proprio beneficio. Ad incentivare ulteriormente l’astensionismo ha contribuito la scelta di collocare l’election day a cavallo di un lungo ponte primaverile, peraltro caldo e soleggiato, che, unitamente alla distacco tra cittadino ed istituzioni, ha creato un mix esplosivo.

Tra i partiti, FI deve prendere atto di poter vincere solamente se si colloca a traino della Lega di Salvini. Le parti nel centrodestra si sono invertite, il partito dominante è la Lega. Se Lega e FI si uniscano, e magari anche NCD di Alfano scende al compromesso sottostando alle richieste salviniane, quindi abbandono del Governo, le potenzialità del centrodestra sono molto ampie, soprattutto se rappresentato da un volto carismatico e comunicatore, come lo è Salvini e parzialmente Toti, al momento esponente di spicco di FI dopo Berlusconi. Ricordiamo che l’Italia rimane comunque un paese nel suo complesso di orientamento destrorso che attualmente però non trova sfogo e, quando non sceglie Salvini, si riversa nell’astensionismo.

Il M5S ha confermato ottime percentuali. A poco vale il tentativo di screditare il risultato dei pentastellati operato dal Presidente Dem Orfini, secondo il quale, sfoderando un’ironia che non gli era certo propria prima che si convertisse in Renziano duro e puro, la tornata regionale per il M5S si è conclusa con “Zero Tituli” di Murinhiana memoria. In realtà il M5S si è confermato seconda forza politica ed in molte regioni primo partito. Se si andasse alle elezioni nazionali in questo momento sarebbe il M5S a giocarsi l’eventuale ballottaggio dell’Italicum, con la possibilità di attrarre voti trasversali di tutti coloro che vorrebbero mettere sotto il PD di Renzi. Per tale ragione è possibile che le elezioni anticipate, un tempo non temute dal Governo e forse viste come potenziale occasione per fortificare le posizioni non ancora ad appannaggio di Renzi, siano ora temute. Addirittura alcune fonti riportano di certe voci all’interno del parlamento che starebbero avanzando l’ipotesi di modificare o annullare l’appena nato Italicum; personalmente non credo sia possibile una retromarcia simile, soprattutto per l’immagine dell’esecutivo, ma si tratta di più di un’illazione che vale la pena menzionare. Il M5S, nonostante l’ottimo risultato tra il 20 ed il 25% non può essere considerato vincitore perché, in linea con la tendenza generale, lascia sul campo rispetto alle ultime regionali, circa 1 milione di voti; tralasciando questo calo in valore assoluto, che comunque non inficia sulla percentuale ottenuta, anche il M5S potrebbe essere annoverato tra i vincitori.

Passando al PD, nonostante il risultato numericamente favorevole, lascia sul campo oltre 2 milioni di voti. Per i Democratici nel complesso le ultime regionali in cui era Bersani a rappresentare il PD andarono meglio. Il bilancio del PD è, per le sette regioni interessate da questa tornata elettorale, in pari, mantiene 5 regioni, perde la Liguria, ma guadagna la Campania. Va detto però che dove il PD vince, lo fa con personalità non renziane, anzi fino a poco tempo fa decisamente lontane da Renzi, Emiliano in Puglia e De Luca in Campania. Dove invece erano presenti candidati renziani: la Paita in Liguria e la Moretti in Veneto, la sconfitta è stata bruciante, in Veneto per il PD è addirittura il peggior risultato per il centrosinistra dai tempi del PCI, nonostante il Premier si fosse speso personalmente a Treviso parlando agli imprenditori veneti. Non ha quindi vinto il renzismo, anzi hanno vinto le vecchie figure del PD con “l’aggravante” campana, dove la vittoria per 2.8 punti percentuali deve ringraziare in gran parte i voti portati dall’alleanza col sempreverde Demita dell’UDC, sparito a livello nazionale, ma molto forte nei propri territori.

Infine la Lega. Essa è la vera vincitrice in quanto oltre ad aver aumentato la percentuale è l’unica ad aver aumentato anche i votanti in valore assoluto. Ha fatto filotto in regioni un tempo impensabili, come Liguria (dove ha consentito la vittoria di Toti) e Toscana (incluse province come Pisa, Massa, Lucca), ovviamente ha stravinto in Veneto. Non v’è dubbio che il driver che ha consentito a Salvini l’exploit è stata la battaglia durissima contro i Rom che ormai sono visti come problema dai votanti di ogni partito.

Fatta questa semplice disamina parrebbe logica e doverosa conseguenza che ogni schieramento politico facessa una approfondita analisi introspettiva.

Il M5S deve prendere atto di non essere più solo un movimento di protesta o votato alla sola opposizione, ma, con l’Italicum ed il meccanismo del ballottaggio, un pretendente al Governo. Pretendente forte, perché in caso di ballottaggio potrebbe essere in grado di erigersi a ricettacolo di tutte le forza trasversali anti PD renziano, che sono oggettivamente molte. Secondo questo nuovo ruolo il Movimento dovrà quindi indirizzare la propria strategia, pensare ad un impegno concreto e propositivo, mantenendo i temi al centro, ma con la consapevolezza di dover portare a casa in modo concreto e fattivo il risultato di quanto propongono. Quindi se vi sono provvedimenti di elargizioni, parimenti dovranno esserci risorse; se si pensa ad una modifica sostanziale della legge Fornero e del reddito di cittadinanza dovranno essere portati a compimento, ad esempio, adeguati tagli di spesa; se si vuole sconfiggere l’evasione e l’elusione, dovranno essere presentati fattibili strumenti di contrasto, e via dicendo. La partita è difficile e la posta in gioco alta: Palazzo Chigi. Ma con un ammorbidimento di certe posizioni, con una maggior capacità di dialogo ed intermediazione i Pentastellati potrebbero avere le carte in regola per giocarsi fino in fondo questa partita.

Il Centrodestra, quindi principalemte Lega, FI ed NCD, devono decidere cosa fare da grandi. FI deve convincersi di non essere più il fulcro del CDX, ma in questa fase politica si deve accontentare della scia della Lega. Sempre in casa FI, inoltre, dovrà essere definito il ruolo di Silvio Berlusconi ed individuato un erede dal carisma non nullo, che manca ai presunti leader attuali. NCD dovrà decidere se entrare definitivamente nell’orbita di Renzi, sottostando alle sue tendenze accentratrici e poco inclini al dialogo ed alla mediazione, o se permanere nel CDX, ma preparandosi a convivere con Salvini e, vista la sua predominanza, accettarne gran parte dei punti programmatici. Pensare ad una esistenza autonoma è per il partito di Alfano equivalente a viaggiare sulla soglia dello sbarramento con pochissime possibilità di far valere una qualche posizione propria in sede parlamentare. La Lega invece deve chiarire se voler avanzare pretese sul Governo nazionale o accontentarsi di una presenza, poderosa e dirompente, ma solo in alcune regioni. Per poter mirare a Palazzo Chigi, addirittura con il ruolo di principale partito della coalizione di CDX, dovrà però ammorbidire certe posizioni e cercare il consenso del sud, ove piano piano, soprattutto facendo leva sulla questione degli immigrati e dei ROM, Salvini sta diventando sempre meno antipatico. A Roma, ad esempio, sono molti i sostenitori del Leghista, cosa un tempo impensabile.

Il PD è il partito che necessita di una analisi più approfondita. La linea di Renzi e del suo entourage in riferimento al risultato delle elezioni è quella di un successo. Nel mentre però il Premier è volato in Afganistan stranamente senza rilasciare dichiarazioni o tweet. Ha indossato la tuta mimetica, sovrapponendola ingenuamente alla camicia bianca, ed ha fatto gli auguri per la festa della repubblica al nostro contingente. Questa immagine è stata accostata dall’arguta quanto maliziosa Lucia Annunziata, a quella di un noto telefilm USA che pare essere la moderna ispirazione dei politici quarantenni: House Of Cards (pensare che un tempo la politica era ispirata da Pericle e dalle École d’études politiques francesi…. ora da un telefilm statunitense…. Forse se ne vedono i risultati…. ma sono certo che torneranno anche i tempi che furono). L’Annunziata avrebbe paragonato l’immagine di Renzi a quella di un protagonista della serie TV che dopo aver perso pesantemente le elezioni si è fatto fotografare presso un cimitero militare in una mossa dall’alto impatto comunicativo. Non si vogliono dare giudizi su questa similitudine, ognuno e libero di farsi la propria idea. Nel PD dovrà necessariamente aprirsi un dialogo con la minoranza DEM che, a ragione, può avanzare pretese di maggior considerazione: le regionali hanno dimostrato che la minoranza DEM non è morta, anzi tutt’altro, forse al momento buona parte degli elettori del PD si ritiene più vicino a questi “dissidenti” che alla linea ufficiale del partito, in particolare su scuola, relazioni con sindacati, rimborso ai pensionati, legge Fornero, lavoro ecc. Il risultato di Pastorino in Liguria ha effettivamente provato che “un qualcosa a sinistra del PD” esiste e può valere dal 10 al 15%, voti in parte recuperati all’astensionismo ed in parte drenati dal PD. Evidentemente Renzi non è più l’uomo solo e forte al comando che può vantare consensi plebiscitari, come alcuni volevano far credere indicasse il 41% delle elezioni Europee, quindi ne consegue che il discorso tipicamente renziano secondo cui chi non segue la linea del partito deve andarsene, potrebbe essere controproducente. Il PD renziano ha perso molti consensi ed è chiaro che il modo di agire in solitaria, con autoritarismo e senza aperture ad un confronto costruttivo (la linea è quella di “ascolto tutti, ma decido io come voglio io”) non piace all’elettorato. Di questo fatto Renzi, ebbene si, stavolta lui stesso, deve farsene una ragione, come deve farsi una ragione che i suoi avversari principali saranno M5S e Lega. Il Premier è pertanto tenuto ad indirizzare i suoi programmi in modo tale da contrastare i nuovi avversari, ben più concreti e belligeranti dell’ormai domo Berlusconi. Infine il PD deve affrontare il problema della Campania, di De Luca, dell’impresentabilità e della Legge Severino in modo da non dare adito a critiche e sospetti già nati, consolidati e che a livello nazionale possono minare il consenso. Riguardo all’inserimento di De Luca nella lista di impresentabili, stilata dalla Commissione Antimafia sotto la presidenza di Rosy Bindi, in tutta risposta alle richieste di scuse avanzate dalla Bindi al PD dopo le forti polemiche che abbiamo già trattato, il neoeletto De Luca ha presentato denuncia penale proprio contro la presidente della Commissione. Si attendono velenose code su questa vicenda.

In ultimo due considerazione di carattere generale:

  • La prima riguarda l’astensionismo. Esso ha raggiunto percentuali allineate con il resto d’Europa, ma avulse al contesto italiano, ove, e se ne deve andare orgogliosi, le persone hanno sempre tenuto ad esercitare il diritto-dovere civico, assolvendo il proprio dovere e rispettando al Costituzione. Questo fenomeno deve essere combattuto dalla politica e dalle istituzioni, con una maggior vicinanza alle persone, ed ai problemi concreti dei cittadini. La politica deve occuparsi della Res Publica, del benessere sociale e non alla protezione partitica e del proprio status quo .
  • La seconda riguarda il risultato di Salvini. Il suo successo è dovuto principalmente alla tendenza del leghista ad essere pragmatico su questioni molto concrete e tangibili. In primo luogo immigrazione e ROM (la Ruspa è diventata il sibolo della Lega più del Carroccio e di Alberto da Giussano). Questi temi sono diventati molto problematici perché i governi che si sono succeduti sono stati incapaci di affrontarli e risolverli o quantomeno mitigarli, col risultato che ora, complice un disagio sociale dirompente, sono diventati oggettivamente gravi problemi, non più sopportabili nè rimandabili. Essi muovono odio ed anche pericolose tendenze razziali e xenofobe ed hanno consentito l’escalation salviniana anche in Toscana, Liguria e precedentemente in Emilia-Romagna.

A parte il probabile interesse del Governo ad arginare la crescita della Lega, il problema dei ROM e degli immigrati è bene che venga ascritto immediatamente tra le priorità da affrontare con fretta estrema. In ultimo, l’auspicio che le discussioni, che inevitabilmente porteranno con se questa elezione regionale, non sottraggano energie, forze e tempo alle riforme economiche di cui abbiamo assolutamente necessità.

02/06/2015
Valentino Angeletti
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Piccolo Tesoretto: catalizzatore delle energie e delle attenzioni pre elezioni regionali

TesorettoSe ne parlava da giorni e se ne continuerà a parlare a lungo, ma il DEF, documento di previsione finanziaria per il prossimo triennio, è stato approvato nel Consiglio dei Ministri di venerdì e si appresta a passare all’esame delle Camere prima ed al vaglio dell’Europa in un secondo tempo.

Come di consueto nel nostro paese le valutazioni del documento sono contrastanti a seconda dalla parte politica che si appresta ad interpretarlo ed a presentarlo all’elettorato, per il quale come al solito risulta pressoché impossibile prendere una posizione oggettiva se non andando ad informarsi presso le complicatissime ed articolate fonti ufficiali. Va premesso che nei prossimi giorni verranno avviate le prassi per la trasformazione dei decreti in attuativi e poi il vaglio della Commissione EU rappresenterà la solita forca caudina, in sostanza il DEF ancora non è un documento certo. Come detto esso si tratta di una stima previsionale basato su proiezioni che in passato spesso non si sono verificate e che hanno comportato la necessità di una seguente manovre correttiva, talvolta andando a trasformare il tanto blasonato Documento di Economia e Finanza in poco più che prestigiosa carta straccia di eccellente grammatura. Per tali ragioni non conviene ancora gettarsi in valutazioni troppo fini e dettagliate. Quello che è certo, e che ha catalizzato l’attenzione è senza dubbio la “scoperta”, sempre sulla base delle stime prese in considerazione, di un “tesoretto”. Esso deriverebbe da una miglior previsione del rapporto Deficit/PIL (leggero calo del Deficit e leggero aumento del PIL) che, assieme alla flessibilità EU comunque sempre entro i patti, ha liberato circa 0.1% di PIL, pari a 1.6 miliardi appunto.

Inevitabilmente alla parola “tesoretto” sono esplose le reazioni politiche. Per Brunetta di FI e baluardo del Berlusconismo il DEF è in deficit almeno di 16 miliardi ed il tesoretto non esiste, oppure, nel remoto caso che esistesse, è solo il provento di altre tasse. Anche per Fassina, dalle file della fronda spesso critica del Governo del PD, la manovra è recessiva, scetticismo anche tra i Sindacati, mentre per l’Esecutivo il DEF è la fine delle manovra tutte tasse.

Effettivamente, qualora si calcolasse il bonus di 80€ come sgravio e non come spesa, se si verificassero le condizioni previste dal DEF tali da disinnescare le clausole di salvaguardia su IVA e su accise, se si separassero imposte fiscali centrali da quelle locali (enti, regioni, comuni) e se fossero azzeccate (o sbagliate per difetto) le stime sui parametri economici, quelle per intenderci che libererebbero 1.6 miliardi, le tasse potrebbero anche considerarsi in diminuzione, tendenti il prossimo anno a rompere al ribasso l’impressionate quota 43%.

Riferendomi al “tesoretto ho utilizzato il condizionale proprio perché anch’esso, se non lo si fosse già capito, rappresenta al momento un entità virtuale, che si otterrà a fine anno a patto che le proiezioni che lo riguardano siano confermate e che l’Europa non imponga, viste le condizioni macroeconomiche favorevoli e la partenza del QE, un una maggior aderenza ai percorsi di rientro su Debito/PIL e Deficit/PIL, evenienza non da così astrusa per i prossimi anni.

Nonostante la natura ancora eterea degli 1.6 miliardi, ben più intangibile dei tagli che dovranno essere effettuati per scongiurare le clausole di salvaguardia (disinnescate dal DEF) e che ammontano almeno a 10 miliardi secondo il DEF derivanti da riduzione delle agevolazioni per 2.4 miliardi e taglio della spesa per 7.5 miliardi, il dibattito incandescente è su dove, o meglio a chi, destinare questi danari (che in realtà confrontando le varie previsioni si sarebbero potuti ipotizzare già qualche mese fa…. con conseguente più tranquilla definizione della destinazione, ma forse le elezioni regionali erano ancora troppo lontane nel tempo).

Senza voler cadere in pignoleria o eccessiva retorica, sicuramente sarebbe stato meglio a partire dai Governi precedenti aggredire subito la spending review attuando almeno qualche punto del piano di Cottarelli invece che tergiversare rimandando l’onere di prendersi il politico impegno di tagliare per non pestare alcuni piedi, a quest’ora le risorse libere potevano essere anche superiori. Sulla spending review (ancor prima che sulle privatizzazioni), non ci sono previsioni che tengano, l’Europa non transige: o si taglia o si tassa. Inevitabilmente però la forza della parola “tesoretto”, come lo è sempre stato in passato, unita alla vicinanza delle elezioni regionali pone le basi per un anticipo di campagna elettorale, collocando, come se già non lo fosse, il Premier Renzi sempre più in Pole Position. In valore assoluto la somma non è esagerata, soprattutto rispetto all’aumento di alcune tasse (ad esempio l’imposta sugli immobili negli ultimi anni è rincarata di oltre il 106%), ma vediamo come potrebbe essere utilizzata visto che nelle prossime settimane verrà definita la sua destinazione.

Va premesso che sia da Renzi che dai Ministri Padoan e Poletti gli indizi portano verso misure di sostegno alla “povertà”. In Italia sono definibili poveri circa 7 milioni di persone, e volendo sostenerli tutti il bonus pro capite arriverebbe a circa 20€ al mese per 12 mesi. Probabilmente la direzione sarà quella di ampliare la platea degli 80€ verso le pensioni più basse e gli incapienti, difficilmente saranno inseriti gli autonomi e le partite IVA. Volendo invece pensare a manovre ancor più “maliziosamente” elettorali sfruttando al massimo l’amplificazione mediatica conferita al “tesoretto”,   il bonus potrebbe essere rivolto ai lavori di messa in sicurezza dei territori liguri ed a sostegno degli abitanti colpiti dalle alluvioni visto la situazione in Liguria complessa per il PD in opposizione a Toti invece piuttosto forte; oppure al sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno poiché in Puglia, nonostante l’ancora dissidente Fitto, sta paventandosi la prospettiva di una alleanza di centro destra a sostegno della Poli Bortone che vedrebbe coinvolti anche Lega di Salvini e Fratelli d’Italia (schieramento più vicino alla Bortone) di Giorgia Meloni e che potrebbe rappresentare un embrione ancora molto prematuro di un nuovo schieramento potenzialmente dalle mire governative, mentre in Campagna è il PD a dover sbrigare la questione De Luca, candidato non voluto.

Benché Renzi sia sempre fortissimo non può permettersi di perdere regioni baluardo come la Liguria, storicamente di centro sinistra, e la Puglia dell’uscente Vendola. Conoscendo l’abilità del Premier c’è da stare certi che utilizzerà nel migliore dei modi il “tesoro scovato nelle pieghe del DEF”. Bene per chi ne beneficerà, ma è evidente che non sarà nulla di strutturale e che, per far ripartire l’Italia, le energie della politica, delle istituzione, dell’informazione e dei media dovrebbero concentrarsi su ben altre priorità.

Valentino Angeletti
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