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Tutti vincitori all’Eurogruppo …. per ora perché la partita è ancora lunga

Tsipras-WeidmanQuello di giovedì scorso deve essere stato un Eurogruppo ad altissimo grado di suspance, a testimoniarlo quasi con certezza vi sono le 3 ore di ritardo che lo hanno fatto slittare dalle 15 alle 18, cosa assi inusuale in un ambiente preciso e puntuale come quello di un Bruxelles, colonizzato com’è da tedeschi, lussemburghesi ed olandesi. In questo lasso di tempo probabilmente si sono svolte febbrili trattative tra i vari sherpa per limare gli ultimissimi dettagli su ciò che di lì a poco si sarebbe deciso e comunicato al grande pubblico.

Che il clima del vertice fosse poco rilassato era quasi ovvio visti i presupposti tutt’altro che positivi con il quale veniva affrontato. La Germania e l’Unione, rispettivamente per bocca di Schauble-Weidmann e Moscovici, avevano rigettato ogni ipotesi greca definendola irricevibile ed inaccettabile. Il Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem assieme allo stesso Weidmann avevano additato i piani della Grecia come deliberatamente inconsistenti e fumosi nel tentativo di ottenere un prestito ponte senza che il Governo ellenico si impegnasse in alcun che (fiducia cieca si potrebbe dire). Anche il Fondo Monetario Internazionale, il creditore che per primo dovrà essere rimborsato da Atene, all’ipotesi di un haircut sul debito greco o di un eventuale non rinegoziazione (erano circolate illazioni secondo cui Atene avrebbe avuto intenzione di tagliare il proprio debito del 60%) aveva risposto repentinamente con la Direttrice Christine Lagarde, asserendo che tale possibilità non doveva neppure essere menzionata e che i debiti si sarebbero dovuti pagare fino in fondo. Proprio a ridosso dell’Eurogruppo era poi tornato in scena uno dei tanti schemi a triangolo tra Weidmann-Schauble e Merkel, in cui i primi due facevano la parte degli austeri burocrati intimando alla Grecia la non esistenza di un piano B che non coincidesse col piano A, ossia il pieno rispetto del programma della Troika, mentre la seconda si cimentava nell’allentare la pressione telefonando a Tsipras ed esprimendo la sua convinzione che una soluzione di mediazione si sarebbe trovata. Un gioco delle parti che non è affatto nuovo ma che in genere ha sempre funzionato.

Anche il leader greco era collocato in una posizione non certo semplice, con i falchi del nord Europa capeggiati dalla Germania schierati contro le sue idee di flessibilità, ai quali si sono aggiunti gli ultimi paesi entrati a far parte dell’Unione che hanno immediatamente versato la loro quota al fondo “salva stati” e quelli che hanno completato il programma della Troika subendone tutte le condizioni, come Portogallo, Irlanda e Spagna. La stessa Italia, mai paga nell’asserire con poco realismo che la flessibilità europea deriva dalle linee dettate durante il Semestre UE italiano, ha sempre appoggiato la posizione ufficiale di Bruxelles a trazione tedesca. Gli unici ad allearsi con la Grecia facendo sentire le proprie voci sono stati gli USA, la Cina e la Russia disposti addirittura a supportare la Grecia economicamente sia per stabilizzare i mercati che per attirarla nella propria orbita, invero più per interessi geopolitici e strategici che per pura magnanimità, in caso di una GrExit la cui quotazione saliva pericolosamente.

L’Eurogruppo inoltre non era quello dell’ultimo minuto, infatti lo stanziamento di ulteriori 3.3 miliardi di € del programma ELA per la Grecia, che hanno innalzato il tetto dei fondi convogliati al paese ellenico da 65 (cap già precedentemente rincarato) a 68.3 mld €, ha dato respiro alle banche in affanno e colpite da fughe di capitale fuori dal comune in situazioni normali (tra 500 e 1000 milioni di € di prelievi al giorno) e consentito al paese di avere ossigeno fino al 28 febbraio, data di scadenza degli aiuti del programma della Troika. Altri 7 giorni quindi prima che la “penisola olimpica” cadesse nell’insolvenza. A ben analizzare la situazione, pur evitando un rinvio che avrebbe inasprito ulteriormente i rapporti in UE ed innalzato le tensioni sui mercati e tra i partner internazionali, il tempo rimanente verrà utilizzato fino all’ultimo secondo poiché la decisione scaturita dal vertice europeo non è altro che il punto di partenza di un negoziato che si preannuncia ancora piuttosto complesso.

All’Eurogruppo è stato deciso, consentendole di evitare la bancarotta, che la Grecia potrà usufruire del prolungamento del programma di aiuti per altri quattro mesi (e non sei come da iniziali richieste elleniche) fino a maggio, proprio alla vigilia del rimborso di circa 6.5 miliardi di € alla BCE. A fronte di tale concessione però la Grecia si deve impegnare a presentare un piano di riforme da porre al vaglio ed all’approvazione europea e delle Istituzioni (leggi Troika) e nell’arco dei quattro mesi un nuovo programma di impegni da concordare con le medesime controparti.

Lunedì 23 è prevista la presentazione del nuovo piano di riforme targato Tsipras, ed i giorni successivi probabilmente saranno utilizzati dalle Istituzioni (UE, BCE, FMI) per analizzarlo, proporre modifiche, approvarlo e consentire il prolungamento degli aiuti, arrivando così alla scadenza del 28 febbraio. Dopo l’approvazione il piano non sara modificabile unilateralmente e quindi Tsipras dovrà rispettarlo pedissequamente.

Come riportato dal Ministro Padoan quella che è stata presa all’Eurogruppo è una decisione sul processo e non sui contenuti, ancora sconosciuti, che rappresentano un elemento basilare ed altamente divisivo.

Il risultato del vertice al momento è uno di quelli che tutti indicano come a proprio favore. La Grecia ha ottenuto più tempo e ciò fa gioire e cantar vittoria la coppia Varoufakis-Tsipras che, forse con troppo entusiasmo, esultano e festeggiano il cambio di rotta dell’UE verso una nuova e più umana epoca rivolta all’interesse del cittadino, il tutto grazie alla fermezza delle posizioni greche; la Germania e le Istituzioni (UE, BCE, FMI) hanno ottenuto di discutere e vagliare con il loro metro di giudizio, usualmente non tenero nè permissivo, un nuovo programma di riforme. A dire il vero forse la bilancia pende un po’ più dalla parte di Atene… sono infatti scomparsi i termini “Troika” e “Memorandum” sostituiti da “Istituzioni” e qualcosa come “nuovo piano“, si sa del resto quanto l’etimologia del verbo sia curata in ellade … in realtà al momento pare la Germania colei che giocherà in casa le prossime partite ed in Grecia dovrà essere monitorata la reazione della società perché verosimilmente dovrà ridimensionare la sua aspettative.

Con tutta probabilità i prossimi giorni saranno frenetici perché concordare un piano di riforme non sarà banale. Tsipras in campagna elettorale ha promesso ai suoi elettori stremati da una condizione sociale drammatica lo stop delle privatizzazione, il non incremento dell’IVA, l’aumento dei salari pubblici, l’aumento delle pensioni, il reinserimento delle tredicesime per le pensioni e gli stipendi più bassi, l’introduzione di un salario minimo, la riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati, investimenti pubblici, spese per il welfare e per la sanità così da renderla nuovamente gratuita, il non rispetto dei vincoli del rapporto deficit/pil al 3% per il 2015 ed al 4.5% per il 2016 più altre amenità. I cittadini Greci questo è ciò che si attendono. Da quel che è dato sapere oltre alla lotta serrata all’evasione ben poche riforme sono condivise con le Istituzioni (leggi Ex-Troika), forse solamente, e non è poco, la concessione sul vincolo di bilancio del 3% che potrebbe essere ridimensionato all’1-1.5% liberando risorse per gli investimenti (cosa che in Italia non si è riusciti a raggiungere), ma non è dato sapere se ciò soddisferà gli ellenici, se consentirà loro un po’ più di prosperità e benessere, nè tantomeno se ciò può essere sufficiante a Tsipras e Varoufakis per continuare fregiarsi di aver sfondato le barriere rigoriste dell’austera Germania che sotto sotto, con la sua tendenza nordica all’azione piuttosto che alla dichiarazione, potrebbe uscire nuovamente vincitrice.

Lo scontro tra austerità inflessibile, mai realmente abbandonata in Europa nonostante ciò che si è detto e proclamato in lungo ed in largo per i palazzi belgi e non solo, e la ricerca dei quella giusta flessibilità che non deve scadere nel deleterio eccesso di permissività senza controllo, continuerà anche nei prossimi giorni.

Vedremo se a dominare sarà ancora la trazione nordica oppure se effettivamente si dovrà ringraziare Tsipras per aver aperto una breccia nel muro di intransigenza tedesco nel quale potranno incunearsi anche altri attori. Al momento in ogni caso pare che una GrExit, dannosa per tutti tranne che che per la finanza speculativa di Wall Street o della City, per la quale però in più d’uno ha già iniziato a prepararsi, possa attendere ancora un po’.

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21/02/2015
Valentino Angeletti
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Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane

grexitL’impasse sulla situazione economica e del debito greco continua, i trattati si fanno incalzanti ed il prossimo incontro ufficiale sarà un Eurogruppo straordinario l’11 febbraio programmato dal Presidente Dijssemlbloem. Tsipras, forte della vittoria elettorale, forse credeva di avere più ampio potere negoziale, ma senza un concreto supporto di altri stati membri ed a seguito di un ammorbidimento delle sue posizioni di partenza è stato presto “domato” dalla Germania, dall’Eurogruppo e dalla Troika.
A monte delle elezioni Tsipras e Syriza non escludevano a priori un’uscita dall’Euro, GrExit, e sembravano piuttosto fermi nell’idea di rinegoziare il debito sul piano di un taglio degli interessi dal 40 al 60%, cosa ad Atene già avvenuta ma in modo concordato. Le attuali richieste di Tsipras e del suo ministro economico Varoufakis, che hanno dichiarato di misconoscere la Troka e di essere disposti a trattare solo con l’Unione, si sono assestate su una più canonica richiesta di dilazionamento temporale del debito il cui rimborso dovrebbe iniziare a breve termine nei confronti della Troika e solo a partire dal 2020 per quel che riguarda gli altri stati membri. L’allentamento delle richieste Greche, l’abbandono dell’ipotesi di uscita dall’Euro ed il riposizionamento verso una più generale ed invero condivisa propaganda per un’Europa diversa “meno austerità e più interessi ai cittadini”, hanno probabilmente spinto i falchi a declassare il livello di allarme per l’affare Grecia/Tsipras visto che la loro propaganda non è differente da quella di molte altre formazioni europee.

Anche le posizioni di alcuni paesi dell’Eurozona potenziali alleati ellenici si sono modificate, in particolare quella dell’Italia e di Renzi e della Frencia di Hollande. Il Premier italiano aveva sempre sostenuto una linea filo-mediterranea per rimettere il marenostrum al centro della politica e degli interessi economici europei, avrebbe dovuto divenire un HUB ENERGETICO ed uno SNODO cruciale per i COMMERCI con i sempre più fondamentali partners del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, inutile poi sottolinearne nuovamente la determinante posizione STRATEGICA geografica e militare. L’ingresso del PD all’interno del PSE poi aveva fatto presagire non senza elementi fondati derivanti da dichiarazioni pubbliche e con l’appoggio di Shultz, presidente del PSE, in Germania ed Hollande in Francia, alla possibilità di un’asse decisamente potente anti austerity dalla capacità di fuoco elevata, ben superiore a quella della sola Grecia, e che avrebbe potuto coinvolgere anche Madrid ed indubbiamente la stessa Atene sostenendo in sostanza le posizioni di Syriza. Questa possibilità invece è nelle ultime settimana venuta meno e Renzi ne è stato il principale rottamatore dichiarando senza mezzi termini alla stampa che non vi sarebbe stato alcun asse Mediterraneo in supporto alla Grecia, della stessa idea anche il presidente francese. Pare probabile che abbia prevalso più il timore di vedersi le potenze tedesche, della Troika e della Commissione UE contro che le linee di pensiero portate avanti fino a poche decine di giorni prima.

Le richieste che al momento sono state messe sul piatto da Atene sono piuttosto vaghe e senza un documento preciso. Riguardano il dilazionamento temporale nella restituzione del debito e la possibilità di un prestito ponte che dal 28 febbraio, termine ultimo entro il quale dovrà rimborsare la Troika per la trance di aiuti ed oltrepassato il quale rischierà di diventare insolvente, possa consentire al Governo Tsipras di arrivare a maggio e presentare un piano concreto sul quale discutere, perché al momento non esiste nulla di ufficiale e scritto elemento fondamentale per Troika, UE e tutti i creditori. Tsipras non può non rispettare quanto gli ha permesso di salire al governo, lo stato sociale greco è al collasso e le piazze già in fermento con altissimo pericolo per la tenuta e l’ordine sociale non lo tollererebbero.

Dall’altra sponda invece la fermezza e la rigidità, probabilmente rinvigorite dall’atteggiamento greco un po’ ammorbidito, la fanno da padrona e nessuno sembra disposto a concedere terreno. L’Eurogruppo col presidente Dijssemlbloem richiede un piano dettagliato da valutare entro il 16 febbraio e scarta l’ipotesi di un prestito ponte; la Germania mantiene anch’essa la sua proverbiale intransigenza e rimane indisposta ad ulteriori dilazionamenti, la Merkel ha dichiarato che di qui al 2020 Atene ha tutto il tempo per applicare le riforme e migliorare ulteriormente lo stato dei suoi conti (ipotesi assolutamente remota benche le condizioni sugli interessi siano favorevoli) potendo così passare a rimborsare i creditori e l’unico punto comune trovato nell’incontro tra il Ministro tedesco Schaeuble e quello ellenico Varoufakis è stato sul fatto di concordare di essere in disaccordo (bhè grasse risate in un momento cruciale per l’Europa); la Commisione UE con Juncker ribadisce la necessità che la Grecia tratti con la Troika; l’FMI pur scartando assolutamente la possibilità di un haircut sul debito rimane la più aperta al dialogo ed il Direttore esecutivo per la situazione Greca, il per noi noto Carlo Cottarelli, ha aperto alla possibilità di un nuovo programma di aiuti previa consegna da parte della Grecia di un concreto piano di riforme. Di certo la BCE e l’FMI per vari motivi tra cui anche un potenziale conflitto di interessi per l’istituto di Francoforte, non disdegnerebbero l’idea di abbandonare la Troika che diventerebbe un istituto esclusivamente europeo. Se tale circostanza si verificasse sarebbe un primo piccolo successo della Grecia nell’opera di demolizione delle istituzioni “pro-rigore” europee.

Mentre i negoziati vanno avanti il programma di aiuti ad Atene della Troika è stato bloccato, S&P ha declassato ulteriormente il rating greco, già Junk, portandolo a B- con outlook negativo motivandolo con le aumentate probabilità per l’ipotesi GrExit e con la sostanziale lontananza di una soluzione alla crisi; i titoli di stato greci, con rendimento per quelli a 10 anni stabilmente oltre il 10%, non sono più accettati come garanzia collaterale per i prestiti BCE. Un’ipotesi al vaglio per evitare la crisi di liquidità di Atene, sarebbe quella di emettere titoli a più breve scadenza oppure far erogare un prestito ponte dalla Banca Ellenica dietro aiuti sempre dell’istituto di Francoforte (un circolo vizioso).

Il ministro delle finanze italiano Padoan ha sostenuto che tra Grecia e Troika-UE non intercorre una partita tra avversari, ma piuttosto l’intento di trovare un percorso comune. Al momento i fatti lo smentiscono perché emergono tutti gli elementi classici del muro contro muro lontano da conclusioni fruttuose per ambedue le parti. Condivisibile invece è stata la dichiarazione sempre di Padoan secondo cui, smentendo quanto sostenuto da Draghi, Governatore BCE, questa crisi ha dimostrato che il processo “Euro” è in realtà reversibile.

La situazione rimane delicata, l’entità del debito greco non spaventa per l’ammontare, a spaventare sono le conseguenze di un precedente. Le posizioni rimangono piuttosto ferree, con Tsipras che non può tornare perdente in patria, mentre l’UE, sotto le pressioni tedesche, mantiene un’eccessiva rigidità nel timore di sembrare inconsistente e facile preda di “ricatti” anche di paesi per PIL secondari. In questo frangente il risultato è un clima di incertezza che non giova alla credibilità dell’Unione che ha già mostrato da tempo incapacità nel gestire crisi e nell’imparare dal passato, dalle esperienze che l’hanno già coinvolta direttamente così come dagli esempi esteri.

Negli USA ad esempio Obama si è nuovamente schierato in dichiarazioni pubbliche contro l’austerità rilanciando un piano di investimenti pubblici. Il Presidente statunitense è riuscito a creare posti di lavoro, benché ci siano opinioni critiche sul fatto che la maggior parte di essi siano precari e che quelli stabili siano in realtà ai minimi storici (obiezione della società Gallup), ma di contro la fiducia, i consumi e la produzione industriale sono in aumento così come i redditi che hanno supportato addirittura il settore edile, generalmente l’ultimo a sentire gli influssi benefici di una ripresa. Inoltre, benché dopo trattative estenuanti, l’accordo sul budget tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito USA viene annualmente trovato senza troppe rigidità sul rispetto di fissi parametri, segno di un approccio dinamico all’economia che fin qui si è dimostrato vincente.

Per l’UE il vero rischio quindi non sembra tanto quello di mostrarsi inconsistente e troppo permissiva, quanto quello, già avveratosi, di non dare l’impressione di una unione solida, ma semplicemente di singole economie divise ed accomunate artificialmente da un Euro che, senza le dovute riforme volte all’integrazione, non ha la forza legante necessaria. La sensazione è che l’eccesso di fermezza e di austerità sempre additato come elemento da superare ma mai abbandonato nemmeno temporaneamente, possano a breve realmente comportare una disgregazione dell’Unione e che l’elemento GrExit, riportato all’attenzione anche dal report S&P, possa esserne il via ufficiale. Se davvero l’intento è quello di continuare duri e puri sotto le pressioni dei falchi è bene che ogni Paese cominci a pensare ad un concreto e rapido piano per ridurre gli effetti e le conseguenze della frantumazione europea ed a cercare altri partner per affrontare la sfida globale.

Valentino Angeletti
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Archiviata la Grecia focus sul Quirinale: dal voto 4 il candidato può essere solo….Nazareno

Archiviato il voto ellenico, adesso il fronte principale che sta catalizzando tutta l’attività politica italiana ed il dibattito correlato, è uno solo: la corsa al Quirinale, giungendo così alla terza ed ultima data fondamentale di un’intensa settimana (LINK).

Riguardo alle elezioni greche si badi bene che l’archiviazione si intende solo in riferimento all’atto “fisico” perché le conseguenze dell’esito, sorprendente non tanto per la vittoria di Syriza già ampiamente prevista ed a maggior ragione non essendo stata raggiunta la maggioranza assoluta di 151 seggi (Tsipras ne ha ottenuti 149), quanto per l’alleanza con la formazione di destra Anel, costola fuoriuscita da Neo Demokratia proprio per la linea più marcatamente Anti-Europa e guidata da Panos Kammenos (curioso il suo interesse ed impegno sulle scie chimiche, evidentemente ogni paese ha un partito impegnato su quel fronte), potranno essere comprese solo nei prossimi giorni. I piani di Tsipras sono noti (LINK), come riuscirà a realizzarli e soprattutto con quali risorse economiche ancora no e questo punto è di primaria importanza. L’Eurogruppo tenutosi nelle ore scorse si è concluso con una dichiarazione unanime diramata dal Presidente Dijsselbloem secondo la quale l’UE è in attesa della proposta del Primo Ministro greco per poi avviare le trattative, i negoziati e trovare una soluzione condivisa. Sicuramente rispetto all’alleanza coi socialisti moderati del Pasok o con To Potami, prima delle elezioni ritenute le più probabili per le maggiori affinità con Syriza, lo spostamento verso una formazione marcatamente di destra, col quale Syriza condivide solo ed esclusivamente il rifiuto della Troika, deve aver innalzato il livello di preoccupazione dell’Unione. L’offerta di Tsipras a Kammenos dei Ministeri dell’interno e della difesa, nonostante le posizioni sull’immigrazione siano diametralmente opposte: Syriza favorevole all’accoglienza mentre Anel ai respingimenti anche forzati, mette in evidenza la determinazione del nuovo Primo Ministro nell’interrompere il programma della Troika e forse intraprendere la via della rinegoziazione del debito (pare una quota del 60% dei circa 322 miliardi totali). L’ipotesi non sarebbe drammatica per le casse europee, degli stati creditori (24 miliardi per l’Italia ed una sessantina per la Germania ad esempio, il fatturato di una multinazionale media) o delle istituzioni che lo detengono (incluso FMI), ma risulta assai problematico se visto come “precedente” che potrebbe essere a breve seguito dalla Spagna con il partito Podemos e poi da tutti quei paesi inseriti nel programma Troika e che lo hanno rispettato fino alla fine (Irlanda, Portogallo ecc). Atene di qui al 2020 dovrà rimborsare solo l’FMI (riporta Federico Fubini, giornalista economico di Repubblica), quindi il Fondo Monetario dovrebbe essere il primo a risentire materialmente di una ipotetica rinegoziazione, si comprende pertanto la dichiarazione del Governatore Lagarde che esclude categoricamente l’ipotesi che la Grecia possa non adempiere ai suoi impegni. Rimane dunque da attendere la proposta Tsipras e l’entità della mediazione alla quale l’Europa e la Troika gli chiederanno di adattarsi.

Passando al Quirinale è ovvio che le manovre alla volta del Colle, pur nel tentativo di sminuirle ed oscurarle, sono da tempo iniziate, ma, con le consultazioni del Premier prima interne al PD ed a seguire con tutti gli altri partiti, il via è ufficializzato.
Di nomi ne circolano tantissimi, tanto che se fosse vero l’aneddoto secondo cui l’essere menzionato preventivamente comporterebbe la non elezione (cosiddetta “bruciatura”), la rosa sarebbe alquanto ristretta, quindi non si andranno ad avanzare ipotesi o stilare probabilità tra i vari candidati non avendone agnosticamente gli strumenti.
Interessante risulta invece notare come il Premier, in modo corretto quando si parla di elezione del Presidente della Repubblica, voglia convergere verso una soluzione condivisa tra tutte le varie forze politiche. Sta a Renzi nella sua carica, presentare un nome che il Parlamento, o meglio i grandi elettori, andranno a votare. La figura sulla quale pare vi sia condivisione è quella di un garante delle istituzioni, che ne sia conoscitore, alto profilo e politico super partes (in calo l’ipotesi di un tecnico).
Il proposito di Renzi di voler trovare una soluzione condivisa però va a sbattere con le dichiarazioni di voler presentare un nome venerdì sera o sabato mattina, proprio appena prima della quarta votazione quando il quorum si abbasserà e saranno sufficienti solo 505 dei 1009 grandi elettori, in modo da emettere fumata bianca al voto numero 4 di sabato pomeriggio. Alle prime tre tornate invece ha richiesto scheda bianca (identificabile dal basso tempo di permanenza all’interno del seggio).
Se di condivisione ampia si parla essa dovrebbe essere quantomeno tentata fin dalle prime votazioni, cosa esclusa a priori. Il che vuol dire che la condivisione sostanziale deriverà principalmente dall’asse Renzi-Berlusconi (che si voglia chiamare candidato Nazareno è solo una formalità, ad essere importante è il concetto), cioè coloro che dispongono di un maggior bacino tra i grandi elettori. Alla luce di ciò si potrebbe essere portati a pensare che Renzi ritenga improbabile il supporto condiviso anche da altre forze politiche oppure sospetti in un ampio numero di franchi tiratori da ambedue le parti ( i circa 200 calcolati consentirebbero elezioni già ai primi turni).
La parte del PD che, pur appoggiando un candidato condiviso, si oppone alla creatura di Largo Nazareno ed afferma perentoriamente di non volerlo votare, dovrà chiarirsi le idee comprendendo che nel caso stessero al gioco del Premier votando il candidato alla quarta votazione sarebbero loro ad andare a rafforzare il Nazareno e non viceversa. Insomma, dal voto 4 in poi il Nazareno dominerà e gli altri, se vorranno e se magari avranno trovato nel candidato proposto da Renzi la figura che reputano adatta, si saranno adattati all’accordo Renzi-Berlusconi senza averlo influenzato in alcun modo, ma essendosi semplicemente fatti travolgere dal suo impeto.
Il Premier pare inevitabile che dovrà e vorrà appoggiarsi a Berlusconi il quale ha consentito con i suoi voti di far passare alla Camera, nonostante Gotor, l’Italicum. Berlusconi ha accettato il premio alla lista (soglia 40%) di primo acchito penalizzante per FI, probabilmente supponendo di poter arrivare secondo alle prossime elezioni dopo aver portato a compimento un profondo processo di riorganizzazione del partito (quindi punterebbe ad elezioni non troppo vicine nel tempo). Come contropartita per l’appoggio a Renzi, il Cavaliere potrebbe avanzare alcune richieste sul nome del Presidente e sul decreto fiscale in discussione il 20 febbraio (che potrebbe essere anche uno strumento di ricatto nei confronti di Berlusconi stesso). Il “Presidente tipo” secondo le presunte esigenze berlusconiane dovrebbe essere poco decisionista e poco incline allo scioglimento delle Camere, cosa peraltro utile in questo frangente anche a Renzi, e garantista riguardo ai problemi legali. Non parrebbe difficile quindi giungere a convergenza visto che l’eventuale provenienza dal PD, a condizione che non sia un tecnico e che abbia un alto profilo neutrale, è un elemento accettabile ad Arcore.

La parte del PD che si è detta contraria ad un Presidente della Repubblica partorito dall’asse Renzi-Berlusconi, quindi i vari Bersani, Fassina, Chiti, se vorrà provare a proporre un proprio nome dovrà necessariamente farlo non avendo fino a venerdì-sabato conoscenza certa di quella che sarà la proposta Renzi (l’incontro Renzi-Berlusconi dovrebbe essere l’ultima tra le consultazioni del Premier) e dovrà muoversi immediatamente nelle prime tre tornate.
Se il numero degli Anti-Nazareno del PD, al momento ignoto, risulterà cospicuo e riuscirà nella missione impossibile di far fronte comune con Civati, SEL e M5S, a raccogliere ulteriori consensi nel PD, qualche elemento del centro e, perché no, qualche dissidente di FI, ed a proporre un nome irrifiutabile dal PD tutto, potrebbe esistere una concreta, purché minima vista la solidità del Nazareno e gli interessi che si celano dietro di esso, possibilità di scalfire il Patto e di aprire l’ascesa al Colle ed un “terzo” per altrui incomodo.

Link:

  1. La scena (politica) è mobile…. e procelloso il percorso per Quirinale tra le divisioni nel PD e FI legati nel sodalizio Nazareno
  2. L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo Quirinalizio ancor più intricato

26/01/2015
Valentino Angeletti
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