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L’irrisolto problema greco si ripropone: prosegue la recessione ad Atene e per l’FMI è allarme

Variegati ed importanti sono gli argomenti che tengono banco tra i media cartacei, televisivi ed in generale tra tutti i canali multimediali. Spaziano dalla politica allo spettacolo fino alla finanza. In particolare, l’informazione è focalizzata sulle unioni civili e le controversie politiche dovute al meccanismo della “Stepchild Adoption” del DDL Cirinnà, la ricerca dei candidati delle varie coalizioni in vista delle elezioni amministrative che si terranno a primavera in numerosi importanti comuni, il festival di Sanremo, la riforma delle banche sia a livello europeo, con l’introduzione del Bail In per la gestione delle insolvenze, che, internamente, delle banche di Credito Cooperativo ed infine, ma di grande importanza, la visita a Cuba e la seguente visita in Messico, del Papa e del Patriarca Krill che si sono incontrati proprio all’aeroporto di L’Avana, dando indubbiamente vita ad un evento di portata storica.

Oltre a quanto scritto sopra però, un allarme che coinvolge tutta l’Europa, è stato lanciato proprio poche ore fa dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Invero, che questa piaga, lasciata irrisolta ad imputridirsi per troppo tempo, si sarebbe riaperta senza ombra di dubbio, lo avevamo scritto a più riprese in questa sede, ed ora la facile profezia si sta avverando non inaspettatamente, seppur non dotati noi di poteri chiromantici. L’istituto guidato da Christine Lagarde, ha riportato l’attenzione sulla Grecia, intimando il concreto pericolo di una sua uscita dall’Europa Unita.

La Grecia di Tsipras è prepotentemente ricaduta in recessione, del resto il governo Tsipras risulta essere una anatra molto più zoppa di quanto avvenga negli Usa quando il presidente ed il congresso risultano appartenenti a fazioni contrapposte. Quando è salito a palazzo, presso Syntagma, Alexis Tsipras ha dovuto accettare un piano di riforme ed  un programma di austerità dettato dall’Europa, la quale, solo sottostando al detto programma, ben lontano dalle idee della coppia Tsipras-Varoufakis caduta a Bruxelles, avrebbe sbloccato le tranche di aiuti concordati e necessari per i pagamenti e gli impieghi dello Stato verso i creditori ed anche per stipendi e pensioni. Il piano prevedeva tagli a stipendi e pensioni, nonché alle agevolazioni statali; gli stipendi e le pensioni, così come i tagli ai ministeri, sono già stati praticati e non possono colpire ulteriormente la popolazione che ancora non ha visto i lumi della tanto agoniata e promessa ripresa, anzi si è rivista la recessione, quindi è ora la volta dei tagli alle agevolazioni, in particolare a quelle agli agricoltori, pescatori ed allevatori, particolarmente importanti visto il peso che agricoltura, allevamento e pesca hanno nell’economia ellenica ed il numero di lavoratori che impiega, soprattutto appena ci allontaniamo dalle città e dalle zone turistiche per recarci nei luoghi più periferici o dell’entroterra. Gli impiegati del settore primario si sono mobilitati e stanno bloccando le strade ed intavolando proteste in piazza, inclusa piazza Syntagma, sede del Governo ellenico.

Era scontato che, appena la situazione economica Europea avesse subito un rallentamento, che include anche numerosi problemi, ora emergenti ma noti da tempo, al settore bancario, la vicenda greca si sarebbe ripresentata, e così, con una ricaduta in recessione, puntualmente è stato. Chiaro che la ricetta europea a base di austerità e tagli non è ciò che serve alla Grecia ed all’Europa per risolvere il grosso problema economico che ci sta travolgendo in modo differenziato da regione a regione, ma che ora sta colpendo anche la Germania, mostrando i primi problemi ad alcuni settori industriali ed ai consumi.

Alla recessione economica ed alle mobilitazioni degli agricoltori, Tsipras deve aggiungere la gestione del tema dei migranti, e gli adempimenti, 50 in tutto da eseguire in pochi mesi, che l’UE ha imposto per consentirle di permanere all’interno di Shenghen. Evidentemente in queste condizioni la Grecia non può riuscirci e sarebbe l’ulteriore, forse decisivo, passo verso la sua uscita dall’Europa ed alla conseguente disgregazione europea, che allora sarebbe solo questione di tempo.

Avevamo già detto, facendo eco a molte altre voci autorevoli e ben più illuminate, che la strategia europea era inconsistente ed inadatta a risolvere la situazione di permanente stagnazione economica quando non addirittura recessione, così come quella dei migranti, che si ripresenta immancabilmente ad ogni nuova primavera. Ribadiamo il concetto e ribadiamo come sarebbe ora di un definitivo cambio di rotta, sebbene crediamo che neppure questa sarà la volta buona, come il recente passato insegna.

 

14/02/2016
Valentino Angeletti
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Tsipras dimissionario, la Grecia verso le elezioni. Difficile pensare a ripudio delle condizione UE

Giovedì 20 agosto (giorno del mio compleanno) alle ore 19, tramite un discorso di 7 minuti alla TV pubblica greca da poco riaperta, il Premier Ellenico Tsipras ha rassegnato le dimissioni, rimettendosi al Presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos. Questa decisione è arrivata come un fulmine, non a ciel sereno, perché l’opzione era già nell’aere da qualche tempo, ma sicuramente come un baleno in un cielo parzialmente nuvoloso. Ciò che intimorisce di più, in particolar modo le istituzioni europee, preoccupate per l’instabilità che questa vicenda può creare in Europa e non solo, è legata alla rapidità della decisione ed ai tempi strettissimi per andare a nuove elezioni. La data ipotizzata, che se comunque non fosse confermata non dovrebbe essere troppo in là con le settimane, è il 20 settembre, appena un mese esatto dalle dimissioni. Tra l’altro questa nuova tornata elettorale si inserisce proprio nel periodo in cui l’Europa dovrà fare attenzioni alle elezioni in Irlanda, in Spagna, dove il movimento ostile alle politiche Europee di Podemos ha fatto proseliti, ha vinto elezioni locali in importanti comuni tra cui Madrid e Barcellona ed ha saputo con abilità instaurare significative alleanze municipali con le forze socialiste, ed in Germania, dove la riconferma del Cancelliere Merkel sembra facile pronostico, ma dove in ogni caso gli imprevisti possono essere dietro l’angolo, visto come i dissidenti, nei confronti di Angela e del suo Esecutivo, siano aumentati in occasione del voto parlamentare sul terzo piano di salvataggio della Grecia da 86 miliardi in tre anni, a favore del quale parteggiava il Cancelliere. Inoltre il Premier ellenico continua a godere di un buon seguito e della fiducia della maggioranza del popolo ellenico, che evidentemente punta, non tanto sulle politiche e sui programmi, all’atto pratico disattesi, ma sulla persona, ritenuta in grado di portare benefici al paese. In questa fase tra l’altro, in vista delle elezioni, Tsipras si trova, per la prima volta nella sua vita, a non essere l’esponente della sinistra più radicale.

Le parole con cui Tsipras si è congedato sono state:

«Il mandato che ho ricevuto il 25 gennaio si è esaurito, ora i greci devono decidere se li ho rappresentati con coraggio davanti ai creditori e se questo accordo è sufficiente per una ripresa. Ho l’obbligo morale di sottoporre quello che ho fatto al vostro giudizio, chiederò un mandato forte per governare e proseguire il nostro programma di governo».

Tsipras non ha più la maggioranza di Governo, le defezioni e gli spaccamenti in Syriza sono stati numerosi, ed è già in preparazione una forza più radicale alla sua sinistra. Il memorandum con le istituzioni europee, che ha sbloccato il terzo piano di aiuti, è passato al Parlamento di Atene grazie ai voti delle formazioni centriste di opposizione, molte invece sono stati i voti sfavorevoli nelle file di Syriza, partito del Premier.

Il Premier ha così ritenuto, dopo aver incassato la prima trance di aiuti da 13 mld, pagato i 3.2 mld alla BCE con decorrenza 20/08 ed avviato la concessione di 14 aeroporti turistici alla tedesca FraPort (che, pur avendo vinto regolare gara, sembra essere stata il destinatario già da tempo prescelto per lo sfruttamento dei 14 trafficati aeroporti ellenici per 40 anni), di andare alle elezioni. Il momento pare propizio per cercare una riconferma popolare alla luce del consenso ancora alto di cui gode tra i cittadini greci. Col tempo e con l’attuazione delle misure restrittive, imposte dall’Europa, su agevolazioni, pensioni, salari e stipendi, privatizzazioni, questo bonus potrebbe scemare e rendere la vitoria di Alexis sempre più complessa.

Il programma che Tsipras, in corsa alle venture elezioni, presenterà è ancora ignoto e sarà interessante verificare se esso sarà accondiscendente nei confronti delle richieste europee, oppure se chiederà al popolo di esprimere la propria volontà di non recepire le volontà delle istituzioni. Molto più probabile sembra la prima ipotesi (anche la Germania si è detta tranquilla sull’attuazione delle riforme) vale a dire un referendum che, se vinto, rafforzerebbe il partito Syriza, epurandolo dalle frange più dissidenti, e la posizione, ad ora fragile, di Tsipras come Premier.  Darebbe poi mandato popolare al leader greco di agire nella via richiesta dall’Europa. I soldi del piano di salvataggio da 86 miliardi servono alla Grecia, senza quei soldi incorrerebbe nel default e non sarebbe più in grado di far fronte ai propri impegni interni, così come gli sarebbe impossibile sostenere un sistema bancario depauperato dalla corsa agli sportelli e tremendamente sull’orlo di una crisi di liquidità. Dire no all’Europa con nuovi tentativi di chiusura vorrebbe dire molto probabilmente, anche alla luce delle tensioni nel parlamento tedesco sul salvataggio di Atene, il default greco, l’instabilità politica Europea, una reazione imprevedibile dei mercati già stressati da prezzo del greggio e crollo delle borse cinesi, infine la probabile disgregazione dell’Unione.

La fiducia in Alexis Tsipras permane nonostante, a ben vedere, egli non abbia mantenuto le sue promesse, infatti è riuscito solo molto parzialmente ad implementare i programmi presentati assieme all’estromesso Varoufakis in sede di elezioni, ha richiesto un referendum popolare su un piano di riforme, bocciato dai greci, che poi è stato applicato con un livello di rigidità maggiore rispetto a quello su cui i cittadini greci si erano pronunciati. Insomma, se fossero i fatti a dover dar credito a Tsipras non ci sarebbe oggettivo motivo per conferirgliene ancora, invece è la persona e la sua leadership che gli danno autorevolezza. A prescindere dall’operato gran parte del popolo pensa che le sue azioni siano sinceramente mirate alla protezione dei cittadini ellenici e si fidano. Ma a questo punto sorge una domanda, se Tsipras chiede un nuovo mandato popolare attraverso le elezioni, perché non dovrebbe farlo anche Varoufakis, di fatto costretto ad abdicare dal suo dicastero, ed artefice a quattro mani con Tsipras del piano totalmente anti austerità, che poco ha a che fare coi memorandum siglati in seguito, il quale ha consentito a Syriza di vincere le elezioni? Tsipras forse dovrebbe chiedere a Varoufakis, che probabilmente rifiuterebbe, di risalire a bordo della sua compagine e dovrebbe chiarire una volta per tutte la sua posizione nei confronti delle istituzioni, ossia accondiscendenza, che significherebbe ancora austerità e molti sacrifici per i greci col rischio di allungare solamente un’agonia il cui epilogo è già scritto (a meno di un pesante intervento sul debito) o un muro contro muro dalle imprevedibile e rischiose conseguenze?

Confermando la facile profezia che la vicenda greca fosse tutt’altro che conclusa va sottolineato ancora una volta, a prescindere che le politiche piacciano o meno, come Tsipras, e Varoufakis a suo tempo, abbiano dimostrato grandissime doti politiche, di leadership e da statisti, senza un ossessivo attaccamento allo scranno, rare da riscontrare nel nostro paese. Da augurarsi che almeno in tal senso Tsipras abbia lasciato un segno ispiratore alla politica nostrana.

21/08/2015
Valentino Angeletti
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La microscopica crisi greca al cospetto del potenziale impatto cinese. I pericoli economici sembrano non finire

yuan-renminbiCome avevamo previsto (Link), in merito alla crisi greca, pare sempre più probabile un accordo tra creditori ed Atene entro il 18 agosto, in modo da poter rimpinguare le casse greche per il 20 agosto, data in cui lo stato ellenico dovrebbe rimborsare la BCE di una somma pari a poco più di 3 miliardi di €. Il piano di riforme che Atene avrebbe intenzione di portare a compimento è stato presentato ai creditori ed alle istituzioni europee ed è stato da loro condiviso. Si tratta di un testo da 385 pagine con 27 riforme da implementare, tra cui l’aumento di tasse sugli immobili, delle imposte sugli armatori, fino ad ora praticamente esenti, eliminazione delle agevolazioni agricole, differenti scaglioni di IVA, piano per aumentare l’età pensionabile ed un imponente piano di privatizzazioni (svariati aeroporti sono già nel mirino dell’Hub di Francoforte). Il piano è particolarmente duro per l’ellade, e poco rispecchia le promesse elettorali di Tsipras, diventato molto più mansueto ed accomodante nei confronti della ex Troika, da quando Varoufakis si è tirato fuori (o è stato fatto fuori) dalla compagine del governo Tsipras, sostituito da un “assente” Euclid Tsakalotos. I falchi europei, Germania e Finlandia in testa a tutti, si dicono scettici sulla possibilità che Atene sia in grado di mantenere le promesse ed implementare le riforme, così preferirebbero, allo sblocco del piano di aiuti da 86 miliardi in 3 anni, un prestito ponte per traghettare la Grecia ad autunno, consentendo il pagamento della rata agostana alla BCE ed oltrepassando l’eventuale riconferma elettorale della Merkel. Fonti riportano di toni più che aspri ed urla telefoniche tra il Premier ellenico ed il Cancelliere tedesco. Il testo del piano di riforme, che peraltro, in alcune parti come IVA e privatizzazioni, è molto simile alle linee guida che l’UE consiglia di seguire all’Italia, dovrà essere votato dal Parlamento Greco immediatamente prima dell’Eurogruppo di venerdì 14, da quello UE e da alcuni altri stati membri, tra cui Germania, Finlandia, Olanda. Risulta evidente che senza una ristrutturazione del debito ed una revisione degli interessi, ogni piano di aiuto è inutile, se non a compartecipare ad un inutile e vizioso giro di denari che partono dai creditori, confluiscono ad Atene per tornare, a distanza di pochi giorni ai creditori stessi per assolvere alla scadenze imminenti; nulla si ferma in modo stabile e costruttivo nell’economia greca. Questa, non a caso, è l’idea che ultimamente si è fatta l’FMI, non più certa di partecipare al piano di salvataggio (la decisione comunque non sarà presa prima di ottobre) senza una riorganizzazione del debito, che avendo raggiunto quasi il 180%, con interessi non trascurabili, è chiaramente insostenibile soprattutto se peridi di austerità sono ancora in vista. Invero i mercati pare abbiano già scontato gli scenari peggiori, risultando così immuni dai possibili colpi di scena che la vicenda greca potrebbe ancora riservare, visti gli attriti permanenti tra falchi e colombe, analogo discorso non può essere fatto per l’autorevolezza, l’integrità ed il valore internazionale dell’Europa nella sua interezza, che deve ancora guardarsi bene dal trascurare il peso della crisi ellenica.

Non si arriva però ad intravedere un po’ di calma da un lato, quando nuove e ben più procellose tempeste imperversano e si palesano dall’altro. Si tratta stavolta di un peso massimo, al cospetto del quale la Grecia pare meno che un virus già debellato da poderose dosi di vaccino: la Cina. La Banca Cinese (BoC) ha deciso, con una mossa che ha colto tutti gli analisti di sorpresa, di manovrare, svalutandola, la propria moneta nazionale, lo Yuan Renminbi, e lo ha fatto per ben tre volte consecutive nell’arco di 72 ore, rispettivamente ritoccando il tasso di cambio di -1.9% lunedì, -1.6% martedì e -1.1% all’apertura di giovedì, per un ribasso complessivo di 4.6%. Si tratta di un segnale decisamente forte, benchè l’arma utilizzata sia senza dubbio la medesima adottata da FED, BCE, BoJ, l’impatto cinese è stato ben più forte, perché inatteso, ma soprattutto per due ragioni, una di respiro a breve termine, l’altra da valutare sul medio-lungo periodo. Da anni il governo cinese tenta di far in modo che lo Yuan possa rientrare nel paniere delle banche nazionali, FMI in testa, come valuta di riserva per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie, dapprima ancorandone il valore al dollaro e mantenendo la quotazione artificialmente alta, ora, disancorando il tasso di cambio dal dollaro, svalutando ed aprendo di fatto la quotazione dello Yuan alle leggi di mercato.

Per tale ragione, una maggiore e più naturale competizione tra valute, il FMI plaude alla decisione cinese, asserendo che in tal modo il valore dello Renminbi non sarà gonfiato, e nel medio periodo concorrerà alla stabilità del mercato delle valute: questa si terebbe di una decisa apertura all’economia di mercato del regime cinese.

I due rischi menzionati sopra, riguardo a questa mossa cinese sono connessi all’impatto immediato ed alle prospettive future.

Nell’immediato la reazione delle piazze finanziarie mondiali è stata decisamente negative con perdite tra il 3 ed il 4.5%, bruciando nel complesso oltre 227 miliardi di Euro solo in UE (anche se oggi, giovedì, le piazze sembrano tentare il rimbalzo). Gli USA hanno accusato il Governo di Pechino di voler scatenare una guerra valutaria, e come conseguenza probabilmente verrà presa la decisione di non alzare i tassi che ormai avrebbero dovuto subire un rincaro per via degli ottimi dati sull’occupazione ai quali sono legati. Ovviamente la svalutazione dello Yuan punta ad incrementare la competitività nell’export dei prodotti cinesi, penalizzando di fatto l’import. A risentirne maggiormente sono stati i comparti del lusso, automotive e beni di consumo Europei e Statunitensi. Tra i due mercati vi è però una differenza, mentre l’Europa può dirsi toccata più marginalmente dalla svalutazione cinese, in quanto paga le merci in Dollari, stesso discorso non vale per gli Stati Uniti. In realtà i mercati del lusso e delle auto di un certo livello (le grandi tedesche, le auto di lusso e le supersportive) si ritiene possano stare relativamente tranquilli, visto che un incremento di prezzo anche del 5% su beni dall’elevato costo e ad appannaggio dei più facoltosi milionari cinesi, non dovrebbe incidere molto sulle loro abitudini di consumo; non è così per i grandi colossi europei ed americani del consumo di larga scala, al quale i cinesi medi, nuova classi di colletti bianchi del boom economico, hanno iniziato ad attingere a piene mani. Rientrano in questa cerchia marchi come Apple, Intel, GM, Siemens ed, in quota minore, FCA. Impatto negativo c’è stato anche sulle materie prime (in particolare minerarie) di cui la Cina è grande consumatrice, ad iniziare dal petrolio, in questa fase ancora sotto pressione (la Cina è il secondo importatore). Un altro grande rischio del breve periodo, ma con effetti anche nel medio-lungo termine, è la possibilità che si inneschi una guerra valutaria. In Asia, stati come il Vietnam che competono per manodopera con la Cina, hanno già provveduto a svalutare e le valute Australiana, Neozelandese, Malese, Indonesiana (ed anche il Dollaro Canadese) sono ai minimi. L’Euro invece ne esce decisamente rafforzato, con ripercussioni negative sul nostro export (in aggiunta a alla maggior competitività dei prodotti cinesi). Si innescasse una guerra valutaria, il rischio globale sarebbe una deflazione planetaria che potrebbe spingere taluni paesi, ed anche l’Italia viste le politiche del lavoro perseguite negli ultimi anni, a tentare un’impossibile battaglia sui prezzi delle merci, tagliando sempre più (auguriamoci di no) costo del lavoro e materiali, a scapito del potere d’acquisto dei lavoratori e della qualità, vero valore aggiunto che la nostra manifattura deve conferire alle proprie produzioni. Alla deflazione potrebbe concorrere anche il prezzo del greggio, già sotto pressione per le decisioni OPEC, indirizzate dall’Arabia Saudita, di non intaccare le produzioni, dalla domanda inferiore dovute a rallentamenti in molti settori ciclici ad alto consumo di idrocarburi, dalle scorte USA maggiori del previsto e dalle nuove disponibilità di Iran ed Iraq; in questa fase, a seguito di un rallentamento cinese dell’import di OIL, la domanda potrebbe calare ulteriormente.

Il secondo elemento di preoccupazione, è rivolto al medio-lungo periodo ed è collegato all’economia Cinese che pare in rallentamento (anche se detto dall’Italia e dall’Europa fa sorridere sarcasticamente). Quest’anno la crescita cinese faticherà a raggiungere il target del 7%, ed quand’anche lo raggiungesse, la crescita reale potrebbe essere inferiore, drogata: dagli interventi statali nel campo della finanza, come il divieto di vendita di titoli imposto poche settimane fa a seguito di diminuzioni degli indici borsistici di Hong Kong e Shanghai; dall’eccesso di credito per investimenti in borsa (prestiti per acquisto di azioni e prodotti finanziari anche non regolati, OTC, dando come garanzia quote dei titoli stessi); dal settore immobiliare, in questi anni eccessivamente attivo, senza che vi fosse una corrispondentemente alta domanda a giustificarlo; dal maggior interesse alla tutela dell’ambiente e dell’aria di cui la Cina dovrà necessariamente curarsi. Gli ultimi dati macroecoomici cinesi non sono rassicuranti: i prezzi al consumo sono calati del 5%, la produzione industriale è aumentata del “solo” 6%, mentre le esportazioni e le vendite al dettaglio del 10.5% (a noi comuni europei può sembrarci strano, ma tali valori sono decisamente sotto le stime) e denotano un rallentamento globale dell’economia del dragone. Rallentamento che avrebbe, ed avrà perché prima o poi dovrà verificarsi nonostante le alchimie finanziarie tentate da Pechino, un impatto enorme su USA, Russia (che deve vedersela con un PIL calato di oltre 4 pti percentuali), Asia, Europa: sul globo insomma. Non va mai dimenticato che durante le ultime crisi, la Cina è sempre stata la valvola di sfogo per molto dell’export estero e soprattutto la locomotiva, in grado di non far precipitare l’economia mondiale, alla quale agganciarsi per non cadere nel baratro della recessione.

A parte la Grecia quindi, alla quale si continua a prestare molta attenzione se non altro per i destini dell’UE, il mondo deve fare tremenda attenzione alla Cina, studiare un piano B ed interventi che possano evitare un suo eccessivo rallentamento, senza ricorrere a trucchi finanziari, compromessi sull’ambiente e senza soprassedere sui diritti umani e sulla sicurezza sul lavoro. Una partita tutt’altro che facile.

13/08/2015
Valentino Angeletti
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L’accordo Tsipras – Eurogruppo verso l’approvazione di Atene, ma sono sempre meno a credere nella sua efficacia

Si terrà in serata, probabilmente alle 22 ora locale, la votazione del Parlamento greco in merito al piano di riforme scaturito dall’accordo di lunedì mattina tra Tsipras e le Istituzioni UE. Man mano che il tempo passa la compagine di Syriza, che aveva sostenuto il suo leader, si sta depauperando di numerosi elementi. L’ultimo in ordine cronologico è stato il vice ministro greco delle Finanze, Nantia Valavani, che ha rassegnato le proprie dimissioni con la motivazione che il piano proposto dall’Europa a Guida tedesca non ha altro scopo che umiliare e punire la Grecia.

Nonostante un sondaggio della società Kapa per il quotidiano To Vima riveli che il 70,1% dei greci vuole che il Parlamento approvi l’accordo poiché, benché duro, pare indispensabile. Il 51,5% lo ritiene addirittura positivo.

Se confermato quanto riferito da sondaggio, viene da interrogarsi sull’esito del voto referendario che si era opposto con il 60% dei votanti ad un piano più blando rispetto a quello ora proposto. Evidentemente la paura ha fatto cambiare opinione ai votanti.

Nonostante le defezioni provenienti da Syriza, che cercheranno di osteggiare le misure, c’è da attendersi che grazie ai voti dei partiti più moderati (Nea Demokratia, Pasok, To Potami) di opposizione, il programma venga approvato, anche se Tsipras ha detto di non voler decurtare stipendi e pensioni che invece, stando all’accordo, dovrebbero essere limati (il 5% dagli stipendi pubblici ad esempio); sicuramente le Istituzioni Europee non soprassederanno su questi punti cardine dei tagli imposti. Probabilmente a valle del nulla osta Parlamentare, il Governo Tsipras, mancante della maggioranza, sarà costretto a subire un rimpasto e probabilmente con pressioni (non ufficiali) da parte della UE su che figure introdurre, coronando una più completa e pervasiva cessione di sovranità al controllo esterno, in unione al rientro della Troika, previsto anch’esso dal programma di aiuti. Dopo l’approvazione di Atene il piano dovrà passare al vaglio di altri 6 parlamenti più quello UE.

A parte il palese, scontato e manifesto rigetto da parte di molti esponenti di Syriza di tutto l’operato che ha caratterizzato l’attività del Premier Ellenico, non più riconosciuto come leader, in questa ultima settimana (nonostante circa il 58% della popolazione mantenga una opinione positiva di Alexis Tsipras) anche altre voci autorevoli gettano dubbi sul programma e sulla sua efficacia, fatto salvo nel riuscitissimo intento di impartire una severa lezione alla Grecia ed a tutti coloro che si oppongono alle politiche di austerità e di asservimento alle istituzioni egemoni. L’FMI ha ipotizzato la sua esclusione dal programma di aiuti alla Grecia, non potendo lo stato ellenico assicurare adeguate garanzie. Secondo un report dell’istituto di Washington il debito greco non è sostenibile, esso era al 127% ad inizio crisi per poi impennare con rapidità impressionate al 180% ed ora punta al 200%; i parametri sul disavanzo inoltre sono ritenuti non raggiungibili alla luce del debito e delle condizioni economiche in cui versa il paese. Per ridurre quindi il rapporto debito/PIL l’unica via è quella di una pesante ristrutturazione del debito ellenico, un haircut del 30% come lo stesso FMI aveva ipotizzato, ben oltre quanto messo sul piatto dall’Europa e ben oltre quanto l’Europa si sia detta disposta a fare.

Evidentemente non c’è fiducia nel piano e neppure che le condizioni della Grecia siano recuperabili a meno di interventi drastici, come del resto avevamo già dubitato in precedenza. Una ulteriore conferma che la vicenda si protrarrà ancora a lungo e presenterà nuovamente di conto. In aggiunta a ciò si riafferma la tendenza assolutamente non cooperativa e di mutuo auto all’interno dell’Europa a 28. Gli stati che non hanno adottato la moneta unica e che pur sono partecipi all’ESM, hanno già detto (David Cameron lo ha esplicitato in varie interviste, rivelando quale idea possa avere della BrExit) di non essere disposto a pagare i debiti greci e per manutenerla nella zona Euro. Pertanto, non essendo possibili prestiti bilaterali, il salvataggio della Grecia avverrà quasi sicuramente attraverso l’ESM, ma con una forma di tutela, ancora da definirsi, per i paesi non dell’eurozona. Decisamente una nuova manifestazione di debolezza del vecchio continente.

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Piano Tsipras: Ok di Atene e verso l’approvazione all’Eurogruppo

Ormai mancano poche ore all’approvazione da parte dell’Eurogruppo del piano da 13 miliardi in due anni proposto da Tsipras, dopo aver riscosso nella notte il nulla osta del Parlamento Ateniese. La votazione non è stata affatto tranquilla e, seppur l’approvazione sia avvenuta con ampia maggioranza, l’ala più radicale del partito di governo Syriza ha espresso voto contrario, mentre l’ex ministro Varoufakis si è astenuto dal votare. L’opinione di questi oppositori è stata quella di preferire un ritorno alla Dracma e differenti sofferenze, rispetto ad una nuova sottomissione all’austerità europea. Favorevolmente invece hanno votato tutti gli altri partiti, tra cui Nea Democratia e To Potami, con i quali Alexis Tsipras aveva cercato di instaurare un’asse, proprio per evitare sgradite sorprese.

Nelle piazze i manifestanti non hanno mancato di far sentire la loro voce. Si trattava di tutti coloro che al referendum del 5 luglio, votarono OXI, cioè no, al piano europeo. Il testo su cui si pronunciarono prevedeva una manovra da 8 miliardi in un anno, mentre quella di Tsipras ben 10.5 miliardi il primo anno e 2.5 il secondo, con valori di avanzo primario spintamente ottimistici (Tsipras ha un piano! 12 mld in 2 anni, ma superiori agli 8 rifiutati dal referendum). Lapalissiano che anche la proposta di Tsipras trovi avversione di questi elettori decisamente delusi e traditi. Pensavano di poter portare in Europa una nuova aria economica che avrebbe fatto da pilastro di un nuovo concetto europeo, invece così non è stato. Probabilmente a spaventare Tsipras, che come abbiamo detto (link precedente) era colui con le spalle al muro, sono stati i 10 giorni di chiusura delle banche e l’avvicinarsi della scadenza ultima per pagare stipendi e pensioni, per i quali non vi è liquidità sufficiente, unitamente alla solida inflessibilità della compagine istituzionale europea che pare essere sempre più diretta, neppure dalla Germania la cui cancelliera, per salvare l’UE, valuterebbe anche posizioni meno intransigenti, ma proprio dal Ministro Schauble. Effettivamente non è possibile biasimare i greci delusi dal proprio presidente, il quale li ha trainati ad un referendum ricco di speranze, ma di fatto rivelatosi inutile. Il piano proposto da Tsipras avrebbe potuto essere redatto tranquillamente dal suo predecessore Samaras. Questo ultimo epilogo, che la chiusura delle banche e la mancanza di liquidità per stipendi e pensioni hanno senza dubbio coadiuvato, fa nuovamente pensare al tempo perso in un susseguirsi di trattative col senno di poi inutili.

L’unica speranza per Tsipras e la Grecia è che le istituzioni propongano una rivisitazione in termini di tempistiche e tassi sul debito ellenico (haircut non è contemplato, i falchi vigilano).

Parrebbe che il leader nelle trattative scorse fosse stato non Tsipras, ma Varoufakis, dimessosi su pressioni delle istituzioni e soprattutto perché ben conscio ed in disaccordo rispetto a quanto di lì a poco il suo Premier avrebbe accettato

Un simile ed inaspettato, ma nono troppo, perché l’assenza di liquidità spesso fa cambiare opinione anche ai più radicali, ammorbidimento di Tsipras, il quale ha dichiarato che quelle da lui presentate non sono le promesse fatte in campagna elettorale,  fa si che probabilmente nulla cambi davvero in Grecia, costretta a stringere ancor di più la cinghia ormai da tempo sprovvista di buchi. Secondo il celeberrimo economista Joseph Stigliz la causa della depressione greca (-25% di Pil e disoccupazione al 25%) è che hanno fatto quel che è stato chiesto loro di fare (l’UE), non che non sono riusciti a farlo.

Augurandoci di sbagliare magari assieme a Stiglitz, se le Istituzioni non si renderanno parte di un radicale cambiamento economcio-sociale, la tragedia greca avrà impartito una lezione importantissima, ma non appresa da coloro che avrebbero dovuto.

11/07/2015
Valentino Angeletti
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Tsipras ha un piano! 12 miliardi in due anni, ma superiori agli 8 rifiutati dal referendum…

La Grecia ha presentato in tempo utile il proprio piano di riforme alle Istituzioni europee, che nella giornata di venerdì 10 saranno chiamate a discutere.

L’entità del piano greco è di ben 12 (alcune cifre parlano di 13) miliardi in due anni (10.5 il primo anno e 2.5 il secondo), superiore rispetto agli 8 previsti dalla bozza presentata dalla Commissione e sulla quale si è pronunciato, negativamente, il referendum popolare ellenico. Per la grecia 12 miliardi equivalgono al 5% del PIL, praticamente come se in Italia si facessa una manovra da 100 miliardi in due anni: difficile chiedere alla Grecia ulteriori sforzi. Già questi parrebbero eccessivi ed insostenibili e gettano dubbi sull’efficacia, nel medio periodo, della soluzione che in questo weekend verrà necessariamente trovata.

Le posizioni all’interno delle istituzioni rimangono contrastanti. Tra i più critici c’è il solito Schauble che avrebbe detto che non vede possibilità che la strategia greca possa far cambiare la sua opinione, cioè di lasciare al Grecia al verde. Altri, come il Presidente di Commissione Juncker, risultano più propensi alla trattativa ed a raggiungere l’obiettivo, condiviso quasi universalmente, di mantenere la Grecia nell’Euro, nonostante un atteggiamento delle Istituzioni più duro a caUSA del rferendum.

Se il valore di 12 o 13 miliardi pare più che accettabile, come entità complessiva del provvedimento, da parte della ex Troika, va capito quanto le istituzioni vorranno insistere sulla necessità di specifiche riforme a prescindere dai numeri. Un tempo alla Commissione era sufficiente far quadrare i numeri, adesso c’è la pretesa, richiedendo una importante cessione di sovranità, di influenzare anche i singoli provvedimenti, non solo tramite consigli, ma vincolando l’accettazione del piano. Evidente che la Grecia si trovi chiusa nell’angolo, perché, se il piano non verrà accettato entro lunedì, le banche non potranno riaprire, sarà crisi totale di liquidità ed il contesto sociale precipiterebbe. Gli effetti negativi di una nuova deriva dei negoziati sarebbero immediati per Atene, un po’ più lenti, ma altrettanto gravi, per l’Europa. La “proposta Tsipras” verte (per approfondimenti Vittorio Da Rold il Sole24) sul’estensione delle aliquote IVA, sull’eliminazione delle agevolazioni fiscali per le isole, sull’aumento delle imposte societarie, sullo stop alle baby pensioni e conseguente innalzamento dal 2022 a 67 anni dell’età pensionabile, sulle privatizzazioni di porti ed aeroporti e sulla vendita dei titoli della società ex statale di TLC ancora detenuti da Atene e di altre partecipate (a meno della società di energia). Per quel che riguarda il surplus primario esso è previsto a 1% – 2% – 3% – 3.5% rispettivamente per 2015-2016-2017-2019.

Indubbiamente il piano del primo ministro ellenico è austero e difficilmente avrà il consenso delle ali più radicali di Syriza e di coloro che al referendum popolare hanno votato OXI, no, alla proposta delle Istituzioni da 8 miliardi. Proprio per tali ragioni Tsipras, che dovrà far approvare la manovra dal Parlmento Ateniese, sta lavorando per non rischiare un veto, cercando di allargare la sua maggioranza ai partiti greci To Potami, Nea Dimokratia e Pasok, ai quali ha consegnato la riforma complessiva, prima che ai creditori.

Non viene menzionato il debito greco e la sua ristrutturazione, ma neppure si parla di investimenti concreti a sostegno della crescita. In questo momento tutte le attenzioni sono rivolte al risparmio, al taglio della spesa e non, come sarebbe importante, a piani di sviluppo, investimenti strutturali, occupazione per rendere, l’ancora assente, ripresa greca, quando sarà, più stabile. Quasi sotto silenzio, probabilmente per le ritrosie di Schauble che sta tenendo in scacco anche Merkel ormai convinta della necessità di mantenere la Grecia nell’Euro ma vincolata al contempo a mantenere gli equilibri della grande coalizione tedesca, sono passate le importanti parole dell’FMI, che dietro pressione della FED e di Obama, hanno confermato la non sostenibilità del debito ellenico. Quello che si può percepire è che senza una rivisitazione in termini di tempistiche o tassi, non volendo applicare un vero haircut, si tratti sempre e comunque di soluzioni estemporanee per comprare tempo, prolungando l’agonia greca e la crisi economica europea, perché i problemi, poi, si ripresenteranno con gli interessi.

Stanti così le cose, ad avere le spalle contro il muro è Tsipras, infatti il premier ellenico con questa sua proposta pare aver allentato e di molto le sue pretese, quasi deponendo le armi, dopo l’uscita di scena Varoufakis. Le conseguenze di un mancato accordo porterebbero direttamente Atene, lunedì prossimo, a non essere in grado di riaprire le banche, verrebbe meno la liquidità, non potrebbero essere pagati stipendi e pensioni, men che meno saldato il debito con la BCE a decorrenza 21 luglio. Le conseguenze per l’area Euro sarebbero invece più lente, ma una eventuale uscita della Grecia dalla zona euro (che rimane una ipotesi, anche se molto lontana) sancirebbe la disfatta del progetto Europeo, delle sue istituzioni, della sua politica, e dell’obiettivo del “What ever it takes” di Draghi.

Valentino Angeletti
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Attendendo il piano greco un fine settimana a ritmo di Sirtaky e dall’aroma di feta

Chissà come si saranno sentiti la precisa e puntuale commissione UE e la meticolosa Merkel quando Tsipras si è presentato all’Euro Gruppo, convocato con estrema urgenza proprio per provare a dirimere la crisi greca, senza un piano di riforme da sottoporre loro.

Il leader greco, dimostrando forse un po’ di superficialità ed impreparattezza ad una situazione che sia lui che le istituzioni, avrebbero volentieri concluso prima, ha avanzato solo richieste orali, affermando che è disposto ad accettare quanto proposto mercoledì passato dalla Commissione, a meno di alcune modifiche per renderlo accettabile dal Parlamento di Atene, modifiche che ovviamente rappresentano il nodo della discordia.

Tsipras vorrebbe mantenere l’IVA agevolata per le attività turistiche e sarebbe disposto a rivedere la richiesta di taglio del 30% del debito in favore di un ricadenzamento, allungando le scadenze e limando i tassi. Le istituzioni invece vorrebbero aggiungere i tre livelli di IVA, pensionamenti da subito a 67 anni, avvio di un pesante processo di privatizzazione. Come già accaduto non sono le cifre in ballo a rappresentare un problema, la Grecia arriva al 2% del PIL europeo, ed i programmi proposti dal primo ministro ellenico e dalle istituzioni non sono distanti, la vera questione è la volontà politica di creare o meno un precedente, che in ogni caso si verrà a creare qualunque sia l’epilogo.

Tsipras ha affermato che l’andare senza piani scritti rappresentava l’inizio della trattativa, in realtà è possibile che, dopo l’avvicendamento al ministero delle finanze tra Yannis Varoufakis e Euclides Tsakalotos, un piano condiviso e sottoscritto anche dal nuovo ministro non ci sia ancora. Nonostante ciò Tsipras ha richiesto il versamento, con beneficiaria Atene, di 7 miliardi di € per consentire di arrivare a fine luglio evitando il fallimento. Se entro due giorni Atene non sarà rifornita di liquidità le banche non avranno più soldi e sarebbe il default, con conseguenze ignote sul destino della Grecia all’interno dell’area Euro; per far fronte a ciò Atene ha richiesto una estensione del programma di assistenza ELA, fermato ad 89 miliardi dalla BCE come conseguenza del mancato pagamento di 1.6 miliardi all’FMI il 30 giugno. I denari servirebbero al governo greco per pagare stipendi e pensioni e per rimborsare i circa 3 miliardi che devono alla BCE entro il 21 luglio. La proposta è stata immediatamente rifiutata dalla Merkel: “Prima i piani di riforma e poi gli aiuti” ha tuonato il cancelliere tedesco, mentre Tsipras vorrebbe gli aiuti per poter intavolare, in luglio, nuove trattative con le Istituzioni per un piano condiviso. Nel frattempo è stata paventata l’ipotesi di un prestito all’ellade di circa 3 miliardi, ossia i profitti della BCE sui titoli greci, ma questa somma è sufficiente solo per adempiere gli obblighi dello stato (stipendi e pensioni) oppure per ripagare la BCE il 21 luglio.

In sostanza l’Eurogruppo si è concluso con un nulla di fatto, la tensione continua a tagliarsi con il coltello, ancora nessuno sa come, in caso di default ellenico, procedere: far uscire la Grecia dall’Euro o dichiararla “semplicemente” insolvibile? IN ogni caso le decisione sarà in capo all’Europa che ha in mano il proprio destino.

Al momento le Istituzioni hanno chiesto ad Atene un piano entro giovedì sera, massimo venerdì mattina, da poter discutere domenica nei vertici straordinari e d’urgenza a 19 e 28. Sono stati convocati anche tutti e 28 gli stati membri proprio perché in caso di uscita della Grecia dall’Euro, ipotesi che riteniamo difficile, ma che nessuno, incluso Juncker, ancora smentisce, l’impatto sarebbe su tutta l’Europa (e non solo).

La partita è di livello globale, come tale i giocatori non sono solo gli stati europei o immediatamente limitrofi, ma anche le altre potenze mondiali. In particolare USA, Russia e parzialmente la Cina. Il default greco, e nel caso peggiore l’uscita dall’area Euro, complicano lo scenario almeno su due livelli: il primo prettamente economico, in quanto uno scossone europeo che coinciderebbe con la disgregazione di tutto il progetto per come è stato conosciuto fino ad ora, con la decadenza del principio di irreversibilità della moneta unica, e con l’ammissione di fallimento del “What ever it takes” di Mario Draghi, sarebbe potenzialmente in grado di rallentare la ripresa anche in aree geografiche molto lontane, come appunto in Usa ed in Russia; il secondo livello è invece di tipo strategico, perché, a seconda della sorte greca, essa sarà portata ad orientarsi ad est piuttosto che ad ovest.

La Cina si sta muovendo alla conquista del vecchio continente procedendo all’acquisizione di quote in importanti società (ascesa sopra il 2% di Intesa è stato l’ultimo colpo in Italia) operanti in settori strategici (energia, oil&gas, trasporti, tlc, finanza, minerario, acciaio). Ovviamente la possibilità, qualora la Grecia venisse “abbandonata” dall’Europa, di supportarla in cambio di basi o avamposti strategici, teste di ponte per il vecchio continente, è quantomai allettante, così come lo sono le privatizzazioni che le Istituzioni UE chiedono a Tsipras. Di particolar interesse risultano il porto del Pireo, tutto il settore navale e la flotta commerciale greca, che per tonnellaggio è la più grande la mondo. Al momento l’interesse Cinese alla vicenda sta un po’ scemando a causa dei crolli finanziari che stanno colpendo l’estremo oriente: perdite di borsa di ordini di grandezza superiori a tutto il problema greco, basti pensare che in un sol giorno (la settimana scorsa) sono andati bruciati denari pari all’equivalente del valore di tutta la borsa di Parigi.

Gli USA, direttamente dal Presidente Obama, hanno fatto pervenire una telefonata alla Merkel (notare, non a Bruxelles, Juncker o chicchessia, ma a Frau Merkel) per riconfermare la necessità di una permanenza greca nell’Euro. Anche l’ammorbidimento delle rigide posizioni dell’FMI, con la conseguente dichiarazione (quasi certificazione, ma più una semplice conferma) di insostenibilità del debito greco, sembrerebbe figlio dell’operato del presidente statunitense, assai preoccupato che la situazione greca comporti il rallentamento della sua economia. Gli USA temono inoltre un avvicinamento della Grecia, la cui posizione, crocevia tra Europa e Medio Oriente, è strategica, alla Russia.

Dal canto suo la Russia ha offerto, se richiesto, aiuto ad Atene, proprio per l’interesse affinché lo stato ellenico entri nella sua orbita in caso di default. Oltre alla posizione militarmente e geo-strategicamente importante, a Putin interessa l’energia, in particolare alcune concessioni esplorative/estrattive nell’Egeo, ma soprattutto il passaggio del gasdotto Turkish Stream che consentirebbe di portare Gas russo in Europa (uno dei maggiori mercati russi) evitando la complicata ed instabile tratta Ucraina, altro nervo scoperto ed ancora dolorante nella politica estera interna o prossima all’Europa. Per tale progetto infrastrutturale poco più di due miliardi di € sono già in procinto di essere bonificatati al governo ellenico.

Ora non rimane altro che attendere il il piano di riforme del governo Tsipras ed il conseguente vaglio da parte delle istituzioni durante i vertici fissati per domenica.

Un fine di settimana a ritmo di sirtaky e dall’aroma di feta.

Valentino Angeletti
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Il “No” al Greferendum: UE e Tsipras hanno una strategia?

delfi-la-piziaAlla fine l’oracolo ha detto “No”.

Il risultato del referendum greco era solo fino a qualche giorno fa scontato, tanto che a ridosso della data fatidica si sono susseguite intimidazioni, dai toni duri, da parte delle istituzioni europee, con l’intento di influenzare il voto verso il “Sì”. Il referendum, Greferendum: il bluff europeo del derby Dracma-Euro, con il Premier Renzi che lo ha definito, dando spalla alla Merkel, come un derby tra Dracma ed Euro. Affermazioni infondate, come del resto probabilmente infondata l’illazione del Financial Time, subito smentita, di una maxi-patrimoniale del 30% sui conto greci superiori ad 8’000 €. Il tentativo evidente da parte dell’organo di stampa della finanza, ed in particolare della City, era quella di spaventare gli elettori orientandoli al “Sì”, esito che i mercati avrebbero preferito perché avrebbe spianato la strada ad uno scenario noto e non completamente incerto come in caso di “No”. In precedenza inoltre, c’era stato il blocco dell’ELA (linea di credito di emergenza) ad 89 miliardi di € da parte della BCE, motivato dall’insolvenza Greca nei confronti dell’FMI. Vero è che la BCE, per statuto, non può erogare linee di emergenza in situazioni di insolvenza, ma è anche vero che, sempre per statuto, la BCE deve essere il prestatore di ultima istanza per evitare di lasciare le banche a corto di liquidità, cosa verificatasi in Grecia.

L’attesa dei sondaggi era per un testa a testa fino all’ultimo voto, con i “Sì” in continua ascesa. Anche in questa occasione, come ormai di consueto, i sondaggi hanno errato clamorosamente e la bagarre non si è verificata, anzi è stato un risultato quasi oltre ogni più rosea aspettativa di Tsipras, con circa il 65% degli elettori andati alle urne (quorum al 40%), circa il 62% per il “No” ed il 38% per il “Sì”.

Il risultato delle urne apre a scenari complessi ed ignoti.

Da una parte vi è Tsipras, dal cui Governo si è dimesso il ministro Varoufakis quasi in pegno alle istituzioni, che deve capire come muoversi. La sua proposta di programma era giunta ad essere molto prossima a quella Europea, a meno di qualche dettaglio e soprattutto della determinazione di Tsipras di ristrutturare il debito greco del 30%. La ristrutturazione del debito è stata anche valutata, e ritenuta una via percorribile, addirittura dall’FMI; del resto l’entità monster di tale debito lasciava già da tempo intendere che altre vie, se non un default controllato, non sarebbero state percorribili con efficacia. Probabile che Tsipras si ripresenti con proposte simili: ristrutturazione del debito ed abbandono dell’austerità lineare per le classi più disagiate, per i giovani sui quali si è riversato il debito dei padri e che sono coloro che più rischiano con politiche di rigida austerità e per i disoccupati. Nel mentre però il tempo scorre ed i denari delle banche sono sempre meno, così come i liquidi, pochissimi e centellinati, a disposizione del popolo per mezzo dei bancomat. Se la BCE, in riunione il 6 luglio, non acconsentirà ad un incremento dell’ELA le banche non avranno più denaro e di qui a pochi giorni anche la stessa Grecia non riuscirà più a pagare stipendi e pensioni con conseguenti disagi e scontri sociali. Forse, per non venire meno allo statuto che vieta il meccanismo ELA per stati insolventi, verrà trovato un altro nome, ad esempio, come paventato da Schultz con tono intimidatorio e quasi sprezzante, sostegno umanitario. Il gioco di Tsipras quindi potrebbe aver vita di qualche ora, forse non 48 come aveva pronosticato Varoufakis, ma poco di più.

Dall’altra parte si trova l’UE, spiazzata e senza idee su come gestire la situazione. Per il momento la strategia, incompressibile quanto infantile, è quella di continuare a fare la voce grossa, affermando da ogni parte che con la sua scelta la Grecia è andata a sbattere contro un muro: le trattative saranno ora più difficoltose. La frenesia con cui il Pesidente di Commissione Juncker ha contattato tutti i ministri del tesoro alla vigilia del loro incontro, la riunione d’emergenza tra Hollande, Merkel, e istituzioni UE (senza Renzi) ed il seguente (quasi per informare sulle decisioni prese il giorno prima) summit UE convocato dal presidente del Consiglio UE Tusk, sono chiara testimonianza della preoccupazione che aleggia nell’aere di Bruxelles.

La preoccupazione non si ritiene sia per i piani proposti da Tsipras, legittimato per la seconda volta, che tutto sommato potrebbero essere accettabili, come ipotizzato dall’FMI, considerando che con la concessione dalla ristrutturazione del debito, vero obiettivo greco, nel negoziato le istituzioni potrebbero richiedere aggiustamenti altrove, che Tsipras probabilmente sarà flessibile nel dare. Il vero fardello dell’UE è che non ha idea di come agire. Evidentemente non può essere realizzata la GrExit (anche se istituti di rating la danno sempre più probabile) che avevano intimato, ma parimenti non c’è volontà di concedere a Tsipras ciò che richiede, per la preoccupazione di un effetto domino che andrebbe ad espandersi in molti altri stati, in particolare se prossimi alle elezioni (Spagna, Irlanda, Portogallo ecc).

Alle porte si paventano nuove trattative, lunghe, forse accompagnate da un meccanismo per non lasciare la Grecia senza liquidità. La Grecia, tecnicamente già in default poiché insolvente, lo diventerà ufficialmente con il 21 luglio in caso non riesca (e non ci può riuscire) a pagare oltre 3 miliardi alla BCE. Come triste consuetudine ormai, anche questa circostanza ha mostrato l’incapacità dell’Europa, per com’è configurata in questo sua assetto “nazional-germanico-centrico di stampo Schaubleiano”, di far fronte a situazioni complesse e di difficile gestione. L’UE, colpevolmente perché di tempo ce ne sarebbe stato dal 2011 ad oggi, non ha saputo elaborare alcun piano che prevedesse uno scenario simile. Ha sempre pensato che la sola risposta utilizzabile fosse il rigore dei conti ed il rispetto dei paramenti sempre e comunque, senza usare quella flessibilità che ha giovato all’economia USA, mostrando una rigidità mentale ed intellettuale che, nel mondo globalizzato, relega ai margini di ogni possibilità di sviluppo. Si trova ora di fronte a qualcosa che non sa affrontare, mai ipotizzato, e per questo il rischio di grossolani errori è altissimo. Fino all’ultimo, le campagne elettorali per il referendum portate dall’UE hanno sempre punto a spaventare i greci proponendo come conseguenza di un “No” l’isolamento e la povertà che, forse non noto alle istituzioni, in Grecia stanno già vivendo. In questa propaganda si sono cimentati tutti, ovviamente i più falchi come Schauble, Merkel, Tusk, Dijsselbloem, ma anche, ed inaspettatamente per com’era fautore del cambiamento e della flessibilità dei conti, il socialista Schultz e Renzi. Una coesione impensabile tra così differenti parti politiche.

In questo si aggiunge anche lo svanire di una promessa, quella che per le elezioni europee del maggio scorso ogni parte politica aveva sottoscritto: lavorare per un cambiamento dell’Europa, che la rendesse più umana, solidale, solida e prospera, più simile e vicina a quella pensata dai padri fondatori.

Da questo weekend greco e dalla ritrovata unione di tutti gli esponenti europei, pare invece di evincere, col consueto auspicio di errore, che la volontà (ma forse anche la capacità di utilizzare nuove modelli econmici) di perseguire il cambiamento non c’è, e questo è un problema.

Valentino Angeletti
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Greferendum: il Bluff europeo del derby tra Dracma ed Euro

Continuando a seguire quella crisi ellenica che ormai tutti chiamano tragedia greca, è molto interessante notare come lo scontro, da un braccio di ferro dapprima economico, poi in politico con posizioni tra le controparti davvero prossime, discostanti di solo pochi spiccioli rispetto a quanto è costata fino ad ora questa “tiritera”, si sia trasformato in lotta psicologica e di nervi, con al centro il popolo greco.

Ricordiamo, anche se non ce ne sarebbe la necessità, che il referendum greco, il quale, a valle della conferma della Corte Greca di poche ora fa, si terrà domenica 5 luglio, chiede al popolo se accettare o meno il piano proposto dalle istituzione UE. Programma che peraltro non è più neppure l’ultima versione, ma a ben vedere questo è un dettaglio poco importante, perché il vero quesito a cui i greci si sentono di dover dare risposta è se accettare la prosecuzione di una politica volta all’austerità ed ai tagli lineari rispetto ad un cambiamento di paradigma, invero ancora da implementare a dovere, ma con l’obiettivo di preservare e difendere lo stato sociale ed il welfare.

La domanda è abbastanza chiara e non tira assolutamente in ballo la permanenza o meno dei greci nella zona Euro. Nonostante ciò le controparti europee, avverse ai piani di Tsipras e timorose della vittoria del “NO”, hanno già da tempo impostato la loro campagna elettorale in favore del “SI” su un terrorismo psicologico nei confronti dei greci, insistendo a ribadire che il referendum è la scelta tra Dracma ed Euro e pertanto il destino della Grecia, povertà, svalutazione, isolamento contro prospettive di risanamento e crescita,  è in mano agli stessi cittadini ellenici.

Il gioco dei sostenitori del “NO”, e tra questi oltre a Germania e tutte le istituzioni europee, va annoverato anche Renzi che ha descritto il referendum come Derby tra Dracma ed Euro, è quello di terrorizzare i greci cercando di far credere loro che conseguenza diretta ed imprescindibile di un “NO” sarebbe l’uscita automatica della Grecia dall’Euro. La leva su cui l’UE si appoggia è la consapevolezza che la maggior parte dei Greci, circa il 65%, vuole mantenere la moneta unica, consapevole che una uscita comporterebbe altra povertà principalmente per i cittadini, le persone comuni e quelle più povere, ossia le più duramente colpite da crisi ed austerità.

La realtà è differente, e quella della istituzioni è un bluff. Il referendum non ha alcuna connessione con il ritorno alla Dracma ed il destino della Grecia, inteso come permanenza nella moneta unica, non è nelle mani dei greci a mezzo del referendum, bensì, come al solito, il futuro ellenico, e con esso anche di tutto il progetto europeo come economia, politica e società unificata e solidale, è nelle mani delle istituzioni UE. Sta a loro infatti, a valle degli esiti del referendum, decidere se sbattere o meno la Grecia fuori dall’Europa ed usarla da esempio per gli indisciplinati, come si suoleva fare in tempi assai più bui di quello in corso.

In caso di vittoria del “SI” le Istituzioni si attendono le dimissioni di Tsipras, l’applicazione dei loro (nuovi e rielaborati) programmi e soprattutto un governo più amichevole.

In caso di “NO” invece le Istituzioni si troverebbero al bivio, se far avverare le loro intimazioni ed avviare la procedura di uscita della Grecia dall’Euro (procedura che probabilmente neanche esiste, essendo una ipotesi mai contemplata), oppure se, come intende fare Tsipras, riaprire le trattative ed i negoziati.

Il ritorno alla Dracma è evidentemente un mero spauracchio che non si avvererà perché, a parte il costo per la Grecia, tale circostanza getterebbe l’intera economia globale in un territorio davvero inesplorato e potenzialmente ingestibile. Nessuno infatti sa come i mercati ed i grandi capitali potrebbero riorientarsi in seguito ad un simile evento, tant’è vero che dagli USA alla Cina passando per la Russia, spingono per risolvere “pacificamente” la disputa.

Che lo stesso Bruxelles Group non sia convinto di una GrExit lo si è sentito dire dal Commissario Moscovici, non un ultimo arrivato qualunque, il quale ha confermato che, a prescindere dal referendum, i lavori proseguiranno e la direzione è quella di mantenere la Grecia nell’Euro, unico posto ove può collocarsi. Chiaro è che essendo le stesse Istituzioni a dover espellere la Grecia (e non è la scelta dei greci con il referendum), se esse ritengono non sia opportuno (come ritengono) non lo faranno. Svelato quindi il probabile Bluff.

Da ciò si evince che la situazione non sta ancora vedendo la fase risolutiva, nè le istituzioni hanno chiaro che fare in caso di vittoria dei “NO”. Ulteriori trattati che condurranno ad una ristrutturazione (il 30% come chiede Tsipras?) del debito ellenico sono ancora alle porte. Nel frattempo le banche elleniche, per riaprire i battenti hanno necessariamente bisogno di un aumento del tetto ELA della BCE che dovrà pronunciarsi lunedì 8 in occasione del direttivo.

Solo per dare altra riprova di come il costo di questa crisi esacerbata sia ingiustificato dal peso della Grecia nell’economia UE, va detto che a valle del mancato accordo tra Grecia ed Istituzioni in uno degli ultimi incontri, le borse UE hanno perso in un sol giorno 287 mld (ed è uno dei tanti episodi), danari superiori al PIL greco e di poco inferiori al suo debito.

Che dite, non conveniva salvare la Grecia prima, dimostrando forza di coesione europea che tanto sarebbe valsa e tanta autorevolezza avrebbe conferito al nostro continente agli occhi delle altre potenze mondiali? Per me si.

03/07/2015
Valentino Angeletti
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Dubbi su Greferendum: se Atene piange, stavolta Sparta (Merkel) sorride

Il termine è scaduto, ma al momento tutto è ancora in stand-by e quale sia il destino della Grecia tra default controllato, default, uscita dall’euro, accettazione del piano UE o viceversa imposizione delle proprie richieste alla Commissione, è ancora un mistero, nonostante il rating sovrano portato a “Selected Default”.

La data, entro la quale il rimborso all’FMI di 1.6 mld avrebbe dovuto essere restituito, è stata oltrepassata senza corrispondere la somma. Ad oggi, nessuno sa ancora come comportarsi e ciò è segno di assoluta impreparatezza dei leader che da svariati anni hanno condotto le trattative, esacerbandole fino a questo epilogo. Di sicuro si sa che negoziati e gli incontri continuano, quasi come se la scadenza tutto sommato contasse il giusto. C’era da aspettarselo, perché fino alla fine ognuno ha pensato che la controparte, sotto la pressione del “timing”, avrebbe ceduto. Addirittura anche l’Italia, fino ad ora inconcepibilmente assente dai summit di primaria importanza, pare essere maggiormente coinvolta, anche se in modo tardivo e quando la voce in capitolo che può avere, è pressoché nulla. L’elemento al quale si può addurre, ma non esclusivamente, questo terzo tempo è il referendum che Tsipras ha indetto per il 5 luglio. Un referendum non sull’Euro, moneta che oltre il 65% dei Greci vuole mantenere ed entro la quale lo stesso Tsipras è convito di restare per ovvie ragioni di sopravivenza, ma se accettare o meno il piano proposto dall’UE.

La conformazione del referendum è stata fin da subito strana, innanzi tutto si concede di votare, su una materia altamente tecnica e complessa che vede anche fior di esperti divisi nelle opinioni, ad un popolo in balia della povertà e del disagio, quindi forse non completamente lucido. Detto ciò, va bene ed è giusto così, perché si tratta di democrazia ed analogo ragionamento può essere applicato a qualsivoglia di forma di democrazia “consultiva diretta” e quindi a qualsiasi votazione (questioni etiche in primis). Quel che ha lasciato più dubbi però, è l’assenza di un testo, che abbia corso di validità al momento del voto, su cui, appunto, il popolo dovrebbe pronunciarsi.

A Tsipras, fino ad ora, va dato atto di aver perseverato, seguendo sue idee e valori, senza cedere ed incondizionatamente. Condivisibili o meno le ragioni del Premier ellenico, gli vanno riconosciute una forza e risolutezza veramente non comuni, almeno dalle nostre parti, dove il panorama politico (non tutti i politici per carità, persone di valore si trovano anche nei palazzi del potere, ma in genere gli è impedito di agire in autonomia) è mediamente popolato da personaggi più “cedevoli”.

Sul referendum le opinioni sono discordanti: c’è che dice che Tsipras stia scaricando decisioni in capo alla politica sul popolo per lavarsi le mani in caso di sconfitta; c’è invece chi sostiene che sia un paladino della democrazia e della libertà.

In questa fase più concitata però, sembra che Tsipras sia vittima di timori, paure e perplessità. Parrebbe che abbia fatto una controproposta all’UE, sulla base di quella a sua volta ricevuta dalle istituzioni, a meno di 5 modifiche. In caso di accettazione il Primo Ministro di Atene sarebbe disposto a ritirare il referendum.

Questa mossa sembra davvero, e non il referendum in se, un tentativo di salvarsi in extremis, potendo tornare in patria e dire di aver strappato alla commissione molte, o le più importanti, dipende da come vorrà impostare il messaggio comunicativo, delle concessioni promesse in campagna elettorale.

In caso di referendum (Greferendum) invece, Tsipras potrebbe temere di uscirne sconfitto qualsiasi sia l’esito. Sicuramente sconfitto e forse con le dimissioni in mano in caso di “Sì” al programma UE, ma ora, anche in caso di vittoria dei “No”, v’è una ipotesi non considerata dal PM Greco a valle del lancio del voto popolare, ossia l’uscita della Grecia dall’Euro e non il “semplice” cambio di politica economica dell’Unione. Del resto le istituzioni UE, e con esse tutti i leader politici, hanno impostato la campagna per il “Si” sul piano del terrore per una GrExit che getterebbe la Grecia in una povertà solitaria (ma vanno anche considerate le reazioni di USA, Cina, Russia, Turchia). Se questo fosse lo scenario ne conseguirebbe che il risultato di Tsipras, e del referendum in ultima istanza, sarebbe stato quello o di non aver capito che il popolo greco era disposto ad accettare altra austerità (improbabile), oppure di aver gettato, con una nuova Dracma, la popolazione in povertà aggiuntiva rispetto a quella già presente (svalutazione del 30-50% dei patrimoni).

Stavolta, se Atene piange, Sparta ride, non a squarciagola, ma sorride. Sparta è la Merkel, probabilmente nell’ombra di Schauble, che avendo capito il rischio che Tsipras corre, e supponendo che possa valere da esempio per altri “spericolati pifferai”, pretende che ormai la Grecia vada fino in fondo con il Referendum, e da lì in poi si imposteranno, sulla base dei risultati, nuove trattative. Per la Merkel, in caso di “Sì” non vi sarebbero problemi (Tsipras sconfitto), in caso di “No” si riaprirebbero i negoziati, stavolta però con in mano delle istituzioni i documenti pronti per una GrExit, da sventolare sotto il naso di Tsipras qualora continuasse la sua inamovibilità.

A prescindere dalla posizione, come al solito interessata, del Cancelliere tedesco anche a Tsipras, giunto a questo punto, conviene portare il referendum fino in fondo. Anche lui ha tirato moltissimo la croda e cedere in questa fase sarebbe il peggior segno di debolezza, a meno di non ottenere condizioni eccezionali per il popolo greco, ipotesi neppure concepibile.

Purtroppo in tutto ciò, molto avvincente per appassionati di economia e politica (come me), si dimentica che l’obiettivo da perseguire dovrebbe essere il rafforzamento e la protezione degli interessi Europei, per una Unione differente, più solida, competitiva e prospera, ma tutto ciò non è mai stato realmente tenuto in considerazione.

30/06/2015
Valentino Angeletti
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