Archivi tag: UE

Renzi ed UE: mala tempora currunt

Sono molte le vicende economiche e politiche, sia di livello nazionale che di stampo europeo, che negli ultimi mesi si stanno susseguendo freneticamente. Ognuna ha una sua importanza e per la propria delicatezza rappresenta senza dubbio una spina nel fianco per il Governo, non nello specifico per l’Esecutivo Renzi, lo sarebbe parimenti per ogni altro Esecutivo, ma la fase politica vede il fiorentino alla presidenza del Consiglio e pertanto egli deve subissarsi onori ed oneri della leadership.

Oggi intanto è il giorno dei ballottaggi per le comunali in diverse città. La più importante è senza dubbio Venezia, dove parte favorito dai risultati della prima tornata il candidato PD, ma della minoranza Dem, Casson. L’avversario, delle file del centrodestra, che però di dice nè di destra nè di sinistra, Brugnaro, è comunque ostico e molte autorevoli voci lo darebbero avvantaggiato per la vittoria finale. Venezia è un buon terreno per Renzi, in caso di vittoria di Casson potrebbe annoverare un successo del PD, in caso di sconfitta invece potrebbe addossare la colpa alla minoranza Dem, che secondo il Premier ha di fatto consegnato la Liguria a Toti. La partita di Venezia vede quindi Renzi dalla “parte dei bottoni”, ma sono molte altre le questioni che Renzi deve fronteggiare.

Sempre più sovente si sentono ricordare, in particolare da parte degli oppositori politici, iniziando da Brunetta e proseguendo con il M5S, le elezioni anticipate, che invece per il Premier e per il PD rimangono fissate, come da programma, nel 2018. Se fino a qualche mese fa poteva essere gioco per Renzi, privo di avversari, correre alle urne e legittimare ulteriormente la sua posizione, avendo poi modo di porre nelle posizioni di comando, attualmente coperte da “altri”, esponenti appartenenti al suo “giglio magico”, ora lo scenario è cambiato ed anticipare le urne potrebbe essere un ritorno brusco alla realtà per il PD renziano. Il cambio di scenario è da tempo evidente per logica e ad intelletti mediamente fini, ma non ancora comprovato da fatti oggettivi come potrebbero essere le elezioni politiche nazionali (seppure le regionali qualche importante segnale lo hanno dato).

Il Premier ha molti problemi da fronteggiare, non tutti dovuti a lui, al suo Esecutivo o operato. Alcuni sono dovuti a circostanze economiche mondiali, come la crisi greca (Link 1Link 2 – Link 3) che, esacerbata oltremodo con una cocciutaggine da parte delle istituzione UE che richiederebbe un risarcimento danni e sicuramente ha fatto trasalire i Padri Fondatori del progetto comunitario ovunque, ora, nel loro meritato riposo, si stiano trovando, sta rischiando, e le istituzioni USA sono le prime, immediatamente seguite dalle agenzie di rating, a mettere in guardia dal concreto pericolo nonostante le rassicurazioni della BCE, di minare l’economia e la ripresa mondiale, aprendo i cancelli ad una nuova tempesta degli spead, a scenari speculativi ed a mercati tesi e volatili dominati dall’incertezza tanto odiata dai veri investitori quanto amata dagli speculatori.

Altri elementi di pericolo per Renzi sono dovuti ad un cambio delle dinamiche mondiali, di cui possiamo solo prendere atto e che dobbiamo imparare a gestire diversamente da quanto fatto fino ad ora. L’evidente riferimento è ai flussi migratori abnormi, che vedono l’Italia e la Grecia fisiologicamente in prima linea. Alle spalle c’è una Europa ancora una volta inconsistente e ed egoista i cui stati, proteggendosi dietro i trattati di Dublino, hanno ripudiato il piano Juncker di allocazione di quote per i vari pesi membri, con il contemporaneo blocco di Shengen da parte di Francia, Germania ed Austria, proprio, ironia della sorte, nell’anno dell’anniversario del trattato. Risultato di tutto ciò, sono le frontiere bloccate ed il nostro paese inerme ed incapace di gestire questo flusso umano stipato, come uomini non dovrebbero esser degni d’esserlo, i locazioni di fortuna. La soluzione, a parte la ridicola e neppur simbolica cifra di 60 milioni di euro allocata pro Italia e Grecia da parte dell’UE, dovrebbe essere una maggior cooperazione nei rimpatri ed interventi volti a contenere le migrazioni nei paesi d’origini. In realtà di disastri e di vite stroncate in mare, nel corso di questi anni se ne sono avuti a non finire, ma nulla è cambiato, anzi le cose sono addirittura peggiorate (proprio come per la crisi Greca).

Vi son o poi le question interne. Le ultime elezioni regionali hanno mostrato un PD in declino ed una immagine di Renzi in ribasso. Le vittorie in Campania e Puglia non sono state ad appannaggio di esponenti democratici renziani, anzi i vincitori sono membri della vecchia guardia che poco avevano a che spartire con Renzi fino a qualche settimana fa. In Campania poi andrà sbrogliata la questione della “impresentabilità” di De Luca e quella della legge Severino. Indubbio è che, qualunque sarà l’epilogo, avranno gioco facile gli oppositori di Renzi a trovare argomenti per cercare di screditarlo. Gli esponenti renziani, Paita e Moretti, sono invece stati sconfitti pesantemente in Liguria ed in Veneto, dove hanno vinto rispettivamente Toti, con l’alleanza di centrodestra e grazie al contributo leghista, e Zaia, esponente leghista ed uscente governatore del Veneto. L’evidenza è che, complice anche il problema dei migranti, la Lega al nord ha un gran seguito ed un centrodestra, seppur poco feroce ed incapace di organizzarsi in modo concreto per gareggiare a livello nazionale, può già, se unito e con un personaggio che lo rappresenti di carisma medio come può essere l’ “innocente” Toti, mettere in difficoltà e sottrarre consensi al Premier.

Infine vi è la vicenda romana di Mafia Capitale, vero dramma per il Governo, anche se evidentemente il reticolo di malaffare non può essere che radicato ed ereditato dagli anni addietro. Marino si è trovato in mezzo alla bufera, forse è stato incapace di fronteggiarla, ma di certo non l’ha generata. Sono molte le richieste di nuove elezioni sia nella capitale che in regione Lazio, in tal caso il problema sarebbe duplice: il PD si vedrebbe a tutti gli effetti commissariato; i sondaggi danno la popolarità del Premier, nonostante l’operazione di ripulitura del Partito Democratico e la chiusura di numerosi circoli, in caduta libera sotto al 20% con il M5S oltre il 30% e primo partito secondo i sondaggi. Riconquistare il Campidoglio per il PD sarebbe sostanzialmente impossibile in caso di prossime comunali o regionali. Per tale ragione è stato molto ben accetto l’affiancamento a Marino del commissario Gabrielli per gestire l’evento Giubileo (un affiancamento è comunque segno di fiducia nei confronti di Marino). Nonostante ciò, le ipotesi commissariamento ed eventualmente elezioni, non sono ancora del tutto scongiurate. Nel qual caso la più che probabile sconfitta del PD aprirebbe davvero i ranghi per elezioni nazionali anticipate.

A corollario di questo intrigato scenario, si collocano dati economici oscillanti e che ancora non sono significativi di una ripresa in partenza, così come la percezione della cittadinanza non è quella di essere alla porte di un periodo di rinascita economica, di maggior potere d’acquisto, di più consistenti consumi e maggior benessere. Pur nella difficoltà, le riforme economiche sono ancora lente ad essere attuate ed ancor di più a portare frutti, spesso inoltre, e ciò la “gente” lo ha inteso e compreso, sacrificate ad altre riforme di minor impatto sulla collettività e sulla ripresa economica, ma di maggior interesse per i diretti coinvolti nella politica.

Se fosse vivo un Cicerone qualunque non tarderebbe di ricordare a Renzi ed all’UE, sperando di spronarli, che “Mala tempora currunt….”

 

14/06/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

La politica Italiana tra le crisi Russo-Ucraina, Libica ed i negoziati UE-Grecia

Conclusi i rituali ed il periodo di ambientamento nella nuova “dimora”, Mattarella dovrà affrontare i primi reali impegni sul piano politico. Il Presidente riceverà in udienza Forza Italia e SEL dopo la bagarre in Senato sulla riforma costituzionale che ha rappresentato una brutta pagina della nostra democrazia. Le richieste dei due partiti di opposizione non sono al momento note, ma probabilmente verteranno sulle accuse al Governo Renzi di un eccesso di autoritarismo che rischierebbe di portare alla modifica della Costituzione senza il necessario tempo per il dibattito e senza la condivisione di tutto il Parlamento. Curioso è notare come i due partiti che ora si “scagliano” contro l’esecutivo Renzi, siano FI, il protagonista de “Il Fu Nazareno” e SEL il partito che proprio per il Nazareno si è allontanato definitivamente dal PD: ora che il “sodalizio berlusconiano” non sussiste più le due forze politiche si trovano “coalizzate” assieme a criticare le modalità operative del Premier.

La settimana in essere vedrà i lavori parlamentari concentrarsi sull’approvazione dei decreti in scadenza. Tra essi il primo dossier riguarda il Milleproroge la cui scadenza è fissata per il 3 marzo. Probabilmente per questo secondo passaggio verrà richiesta dal Governo la fiducia considerando la pioggia di emendamenti ed il possibile blocco nel passaggio al Senato ancora da affrontarsi. Il Premier si è detto disposto ad ascoltare tutti, ma senza rimanere bloccato dagli emendamenti ed è per questa ragione che si prospetta l’utilizzo del voto di fiducia. Di fatto Renzi conferma la linea apertamente dichiarata e fino ad ora utilizzata di consentire parola, fatto salvo che la decisione finale è competenza solo ed esclusivamente sua. Se in certe situazioni un simile approccio può essere condivisibile ed utile per superare impasse di infimo conto e spessore, ahinoi non estranei alla politica italiana, in altri casi, come può essere la modifica della costituzione, può apparire, e risultare a tutti gli effetti, una forzatura autoritaria.

Parallelamente alla corsa sui decreti verso la quale è proiettata gran parte dell’energia politica, le vicende internazionali che coinvolgono direttamente l’Italia si fanno sempre più tese.

Crisi Russo – Ucraina: il fronte nord orentale

Sul fronte nord orientale, dopo una escalation degli episodi di guerriglia e di violenza e dopo i nuovi bilaterali ai quali, oltre a USA, Ucraina e Russia, hanno partecipato solo Germania e Francia, conformemente allo schema Normandia ancora in vigore che non fa altro che comprovare la debolezza Europea in politica estera,  la tregua tra Russia ed Ucraina “sembra tenere” a detta degli osservatori internazionali. Solo qualche scontro e “cenno di battaglia”, che dal mio sprovveduto punto di vista poco si confanno ad una tregua che “sembra tenere”. Che il cessate il fuoco fosse affrontato già in principio con poca convinzione era evidente fin dalla sua prima pianificazione che prevedeva l’entrata in vigore ben tre giorni dopo la definizione, giorni in cui le milizie si sono impegnate in strenue lotte per la conquista degli ultimi lembi di terreno. Pare che anche le istituzioni internazionali non ripongano troppa fiducia in questa tregua, ma più che altro si accontentino di un miglioramento rispetto al pessimo risultato del precedente patto di Minsk. La crisi russo-ucraina con le sanzioni internazionali imposte a Putin, con la possibilità di ulteriore inasprimento ed con il pericolo di ritorsioni energetiche, vede economicamente coinvolto e penalizzato il nostro paese.

Libia ed immigrazione: il versante Medio oriente e Nordafricano

Scendendo verso sud sempre sul fronte orientale è la vicenda Libica e dell’ISIS a preoccupare il mondo, l’Europa ed in particolare l’Italia che ha l’ulteriore onere di offrire il fianco ai flussi migratori nell’ultimo periodo molto consistenti e dall’esito drammatico. Le probabilità di un intervento armato aumentano e proprio su questa eventualità si sono pronunciati importanti esponenti del Governo italiano in un ping pong di dichiarazioni che dimostrano come talvolta prima di lanciarsi in esternazioni pubbliche sarebbe bene riflettere collegialmente e stabilire una linea comune onde evitare di destabilizzare ulteriormente la credibilità istituzionale. Inoltre fare anticipatamente dichiarazioni dal carattere strategico potrebbe indirizzare le operazioni ed i piani dei nemici, l’ISIS appunto. Il riferimento è all’intervista del ministro degli esteri Gentiloni secondo cui in un quadro di legalità internazionale, ossia con l’ONU, l’Italia è pronta, determinata e favorevole all’intervento armato. Se possibile ancora più preciso è stato il Ministro della Difesa Pinotti che ha quantificato in 5’000 le risorse militari immediatamente disponibili (per pensare ad un intervento di una qualche efficacia in realtà ne servirebbero almeno 60’000). A fare dietrofront è stato a distanza di poche ore direttamente il Premier, che ha messo in guardia dagli isterismi ed invitato alla prudenza ed alla riflessione, ricalcando quanto dichiarato dal Professor Prodi, da più parti indicato come possibile mediatore in Libia, ad un quotidiano nazionale. Un Prodi mediatore effettivamente non suona male, ma il punto è stabilire chi sia l’interlocutore, perché dopo la caduta di Gheddafi il paese nordafricano è allo sbando. In realtà l’Italia sul fronte libico così come su tutta la politica estera e sull’immigrazione non è in grado nè ha la struttura e le risorse per muoversi ed agire in autonomia; dovrà adattarsi ad un quadro internazionale, che nella migliore delle ipotesi può essere chiamata a definire assieme agli altri attori. Nella fattispecie libica ciò che il nostro paese potrà fare è attendere una presa di posizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed allinearsi in modo più o meno pedisseque. Come per la Russia anche il giro d’affari dei rapporti economici con la Libia è tutt’altro che trascurabile, in primis per l’approvvigionamento di idrocarburi, principale risorse libica e dell’ISIS che ora il paese nordafricano sta ipotizzando di contingentare, ma anche per le numerose attività industriali operate da imprese italiane che complessivamente volgono qualcosa come 11 miliardi all’anno.

Il negoziato Euro – Greco

La questione greca e le richieste del duo Tsipras-Varoufakis continuano ad essere un tema caldo, ma che piano piano sembra scemare rispetto ai due precedenti. Effettivamente l’impressione è che il sentiment dei mercati possa essere turbato più dal degenerare della situazione libica o ucraina che dal perdurare delle trattative tra UE ed Atene (leggasi Schaeuble/Merkel – Tsipras/Varoufakis) i cui effetti sono probabilmente già scontati da tempo (ed effettivamente non è notizia di ora che alcuni stati stessero preparando un piano per far fronte ad un’eventuale “GrExit”). Le due parti non sembrano riuscire a trovare un punto d’accordo, l’Eurogruppo di lunedì si è concluso senza alcunché di fatto ed un nuovo Eurogruppo straordinario è stato fissato per venerdì 20. La Grecia sostiene di non voler soldi, ma tempo, tralasciando il particolare che mai come in questa fase ed in trattative simili soldi e tempo sono assolutamente sinonimi; lato UE invece non vi è la men che minima intenzione di cedere alle richieste di Atene definite irricevibili da più parti, inclusi Commissario UE all’economia Moscovici, ministri economici tedeschi, Presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ed anche Direttrice dell’FMI Lagarde. Proprio la Lagarde è stata colei che ha lanciato l’ultimo ultimatum a Tsipras in risposta al suo piano di non rispettare le imposizioni della Troika non più riconosciuta. La Governatrice ha ricordato al Premier greco che il non rispetto delle condizioni imposte dalla Troika comporterebbe lo stop degli aiuti economici. La conseguenza di breve termine sarebbe l’insolvenza greca che sta cercando in tutti i modi di reperire denaro per un prestito ponte che le consenta di traghettare il bilancio fino a maggio o addirittura fino a fine anno quando presenterebbe un piano di dettaglio per risanare la propria economia, le ipotesi sono la richiesta degli interessi sui bond corrisposti alla BCE ed una nuova emissioni di titoli a breve scadenza da parte della banca ellenica. Il tempo invece scarseggia e le istituzione europee pretendono chiarimenti circa le intenzioni di Atene proprio entro l’Eurogruppo venturo. La situazione rimane complessa e pochi sono gli elementi che lasciano prevedere una breve risoluzione così come lontana è l’idea di flessibilità (che è differente da eccessiva permissività senza controllo) che ad un certo punto pareva potesse attecchire tra le istituzione europee.

I fatti purtroppo riassumono in modo tremendamente chiaro come l’Europa per com’è attualmente conformata non sia in grado di gestire crisi sul piano economico, degli esteri e della difesa e neppure fenomeni globali quali i flussi migratori.

16/02/2015
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane

grexitL’impasse sulla situazione economica e del debito greco continua, i trattati si fanno incalzanti ed il prossimo incontro ufficiale sarà un Eurogruppo straordinario l’11 febbraio programmato dal Presidente Dijssemlbloem. Tsipras, forte della vittoria elettorale, forse credeva di avere più ampio potere negoziale, ma senza un concreto supporto di altri stati membri ed a seguito di un ammorbidimento delle sue posizioni di partenza è stato presto “domato” dalla Germania, dall’Eurogruppo e dalla Troika.
A monte delle elezioni Tsipras e Syriza non escludevano a priori un’uscita dall’Euro, GrExit, e sembravano piuttosto fermi nell’idea di rinegoziare il debito sul piano di un taglio degli interessi dal 40 al 60%, cosa ad Atene già avvenuta ma in modo concordato. Le attuali richieste di Tsipras e del suo ministro economico Varoufakis, che hanno dichiarato di misconoscere la Troka e di essere disposti a trattare solo con l’Unione, si sono assestate su una più canonica richiesta di dilazionamento temporale del debito il cui rimborso dovrebbe iniziare a breve termine nei confronti della Troika e solo a partire dal 2020 per quel che riguarda gli altri stati membri. L’allentamento delle richieste Greche, l’abbandono dell’ipotesi di uscita dall’Euro ed il riposizionamento verso una più generale ed invero condivisa propaganda per un’Europa diversa “meno austerità e più interessi ai cittadini”, hanno probabilmente spinto i falchi a declassare il livello di allarme per l’affare Grecia/Tsipras visto che la loro propaganda non è differente da quella di molte altre formazioni europee.

Anche le posizioni di alcuni paesi dell’Eurozona potenziali alleati ellenici si sono modificate, in particolare quella dell’Italia e di Renzi e della Frencia di Hollande. Il Premier italiano aveva sempre sostenuto una linea filo-mediterranea per rimettere il marenostrum al centro della politica e degli interessi economici europei, avrebbe dovuto divenire un HUB ENERGETICO ed uno SNODO cruciale per i COMMERCI con i sempre più fondamentali partners del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, inutile poi sottolinearne nuovamente la determinante posizione STRATEGICA geografica e militare. L’ingresso del PD all’interno del PSE poi aveva fatto presagire non senza elementi fondati derivanti da dichiarazioni pubbliche e con l’appoggio di Shultz, presidente del PSE, in Germania ed Hollande in Francia, alla possibilità di un’asse decisamente potente anti austerity dalla capacità di fuoco elevata, ben superiore a quella della sola Grecia, e che avrebbe potuto coinvolgere anche Madrid ed indubbiamente la stessa Atene sostenendo in sostanza le posizioni di Syriza. Questa possibilità invece è nelle ultime settimana venuta meno e Renzi ne è stato il principale rottamatore dichiarando senza mezzi termini alla stampa che non vi sarebbe stato alcun asse Mediterraneo in supporto alla Grecia, della stessa idea anche il presidente francese. Pare probabile che abbia prevalso più il timore di vedersi le potenze tedesche, della Troika e della Commissione UE contro che le linee di pensiero portate avanti fino a poche decine di giorni prima.

Le richieste che al momento sono state messe sul piatto da Atene sono piuttosto vaghe e senza un documento preciso. Riguardano il dilazionamento temporale nella restituzione del debito e la possibilità di un prestito ponte che dal 28 febbraio, termine ultimo entro il quale dovrà rimborsare la Troika per la trance di aiuti ed oltrepassato il quale rischierà di diventare insolvente, possa consentire al Governo Tsipras di arrivare a maggio e presentare un piano concreto sul quale discutere, perché al momento non esiste nulla di ufficiale e scritto elemento fondamentale per Troika, UE e tutti i creditori. Tsipras non può non rispettare quanto gli ha permesso di salire al governo, lo stato sociale greco è al collasso e le piazze già in fermento con altissimo pericolo per la tenuta e l’ordine sociale non lo tollererebbero.

Dall’altra sponda invece la fermezza e la rigidità, probabilmente rinvigorite dall’atteggiamento greco un po’ ammorbidito, la fanno da padrona e nessuno sembra disposto a concedere terreno. L’Eurogruppo col presidente Dijssemlbloem richiede un piano dettagliato da valutare entro il 16 febbraio e scarta l’ipotesi di un prestito ponte; la Germania mantiene anch’essa la sua proverbiale intransigenza e rimane indisposta ad ulteriori dilazionamenti, la Merkel ha dichiarato che di qui al 2020 Atene ha tutto il tempo per applicare le riforme e migliorare ulteriormente lo stato dei suoi conti (ipotesi assolutamente remota benche le condizioni sugli interessi siano favorevoli) potendo così passare a rimborsare i creditori e l’unico punto comune trovato nell’incontro tra il Ministro tedesco Schaeuble e quello ellenico Varoufakis è stato sul fatto di concordare di essere in disaccordo (bhè grasse risate in un momento cruciale per l’Europa); la Commisione UE con Juncker ribadisce la necessità che la Grecia tratti con la Troika; l’FMI pur scartando assolutamente la possibilità di un haircut sul debito rimane la più aperta al dialogo ed il Direttore esecutivo per la situazione Greca, il per noi noto Carlo Cottarelli, ha aperto alla possibilità di un nuovo programma di aiuti previa consegna da parte della Grecia di un concreto piano di riforme. Di certo la BCE e l’FMI per vari motivi tra cui anche un potenziale conflitto di interessi per l’istituto di Francoforte, non disdegnerebbero l’idea di abbandonare la Troika che diventerebbe un istituto esclusivamente europeo. Se tale circostanza si verificasse sarebbe un primo piccolo successo della Grecia nell’opera di demolizione delle istituzioni “pro-rigore” europee.

Mentre i negoziati vanno avanti il programma di aiuti ad Atene della Troika è stato bloccato, S&P ha declassato ulteriormente il rating greco, già Junk, portandolo a B- con outlook negativo motivandolo con le aumentate probabilità per l’ipotesi GrExit e con la sostanziale lontananza di una soluzione alla crisi; i titoli di stato greci, con rendimento per quelli a 10 anni stabilmente oltre il 10%, non sono più accettati come garanzia collaterale per i prestiti BCE. Un’ipotesi al vaglio per evitare la crisi di liquidità di Atene, sarebbe quella di emettere titoli a più breve scadenza oppure far erogare un prestito ponte dalla Banca Ellenica dietro aiuti sempre dell’istituto di Francoforte (un circolo vizioso).

Il ministro delle finanze italiano Padoan ha sostenuto che tra Grecia e Troika-UE non intercorre una partita tra avversari, ma piuttosto l’intento di trovare un percorso comune. Al momento i fatti lo smentiscono perché emergono tutti gli elementi classici del muro contro muro lontano da conclusioni fruttuose per ambedue le parti. Condivisibile invece è stata la dichiarazione sempre di Padoan secondo cui, smentendo quanto sostenuto da Draghi, Governatore BCE, questa crisi ha dimostrato che il processo “Euro” è in realtà reversibile.

La situazione rimane delicata, l’entità del debito greco non spaventa per l’ammontare, a spaventare sono le conseguenze di un precedente. Le posizioni rimangono piuttosto ferree, con Tsipras che non può tornare perdente in patria, mentre l’UE, sotto le pressioni tedesche, mantiene un’eccessiva rigidità nel timore di sembrare inconsistente e facile preda di “ricatti” anche di paesi per PIL secondari. In questo frangente il risultato è un clima di incertezza che non giova alla credibilità dell’Unione che ha già mostrato da tempo incapacità nel gestire crisi e nell’imparare dal passato, dalle esperienze che l’hanno già coinvolta direttamente così come dagli esempi esteri.

Negli USA ad esempio Obama si è nuovamente schierato in dichiarazioni pubbliche contro l’austerità rilanciando un piano di investimenti pubblici. Il Presidente statunitense è riuscito a creare posti di lavoro, benché ci siano opinioni critiche sul fatto che la maggior parte di essi siano precari e che quelli stabili siano in realtà ai minimi storici (obiezione della società Gallup), ma di contro la fiducia, i consumi e la produzione industriale sono in aumento così come i redditi che hanno supportato addirittura il settore edile, generalmente l’ultimo a sentire gli influssi benefici di una ripresa. Inoltre, benché dopo trattative estenuanti, l’accordo sul budget tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito USA viene annualmente trovato senza troppe rigidità sul rispetto di fissi parametri, segno di un approccio dinamico all’economia che fin qui si è dimostrato vincente.

Per l’UE il vero rischio quindi non sembra tanto quello di mostrarsi inconsistente e troppo permissiva, quanto quello, già avveratosi, di non dare l’impressione di una unione solida, ma semplicemente di singole economie divise ed accomunate artificialmente da un Euro che, senza le dovute riforme volte all’integrazione, non ha la forza legante necessaria. La sensazione è che l’eccesso di fermezza e di austerità sempre additato come elemento da superare ma mai abbandonato nemmeno temporaneamente, possano a breve realmente comportare una disgregazione dell’Unione e che l’elemento GrExit, riportato all’attenzione anche dal report S&P, possa esserne il via ufficiale. Se davvero l’intento è quello di continuare duri e puri sotto le pressioni dei falchi è bene che ogni Paese cominci a pensare ad un concreto e rapido piano per ridurre gli effetti e le conseguenze della frantumazione europea ed a cercare altri partner per affrontare la sfida globale.

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

 

 

Alluvione di Genova: tre banali considerazioni al di là della ricerca di colpevoli e capri espiatori

A Genova purtroppo siamo (di nuovo) nei giorni degli interventi di urgenza e della conta dei danni, con previsioni meteo che non danno tregua per altre 24-36 ore ed allerta al massimo livello (2). Le immagini ormai di “eroica normalità” che raffigurano schiere di volontari, cittadini forze dell’ordine, pompieri, protezione civile sono quelle di 3 anni fa: 2011, esondazione del torrente Fereggiano.
Di ammirazione nei confronti della popolazione attiva e di tutti coloro che si impegnano senza sosta per far in modo che tutto possa tornare ad una parvenza di normalità si è scritto in abbondanza così come dell’ammontare degli ingenti danni che arriverebbero ad oltre 200 milioni di Euro. Allo stesso modo si rimbalzano le accuse di colpevolezza e negligenza tra protezione civile, ARPA, politica, previsioni meteo e via dicendo, alla fastidiosa ricerca del capro espiatorio che per ogni voce è sempre annidato altrove.
Oltre a questi aspetti i quali hanno già ampiamente e talvolta inutilmente saturato i mezzi di comunicazione che avrebbero potuto essere utilizzati per scopi più utili, vi sono altri elementi da mettere in luce.

Il primo riguarda il concetto di evento eccezionale. Nella mia concezione delle cose un evento è eccezionale quando realmente al di là di ogni comune immaginazione e mai verificatosi prima. Esso rappresenterebbe appunto un’eccezione difficilmente prevedibile. L’evento al quale abbiamo assistito per quanto estremo possa essere stato non può definirsi eccezionale. Da qualche anno a questa parte siamo abituati al susseguirsi di eventi di portata paragonabile, tanto che appena tre anni fa si era verificata una medesima circostanza nella stessa zona Ligure ed in ogni stagione siamo abituati a vedere episodi nominati erroneamente “bombe d’acqua” che hanno sempre avuto gravi conseguenze. Si sono viste in Veneto, a Milano, in Emilia-Romagna, in Toscana ed anche nel sud Italia. Probabilmente ciò è parte di quel processo di cambiamento climatico e riscaldamento globale molto complesso e discusso che sta modificando il clima della zona temperata europea. In ogni caso, vista la loro frequenza, simili avvenimenti meteo non sono più da considerarsi eccezioni bensì eventi gravi che potenzialmente possono colpire tutto il territorio italiano un certo numero di volte durante l’anno. Pertanto si deve pensare seriamente a doverli affrontare sempre più spesso studiando e verificando piani precisi di azioni preventive come manutenzione di territori ed edifici, ed informazione delle popolazioni, squadre speciali addestrate ad hoc, nuovi modelli di previsioni e nuovi standard per la diramazione degli allarmi meteo congiunte ad interventi reattivi, ad esempio piani di evacuazione, prove di messe in sicurezza, comunicazione e gestione dei messaggi durante e post crisi.

Il secondo è legato allo stato manutentivo dei nostri territori. La Liguria, che ben rappresenta in piccolo lo stato di tutto il territorio Italiano, è per 98% del suo territorio oggetto di rischio idrogeologico grave. La zona è difficile e vi sono montagne a picco sul mare dove le acque scorrono impetuose. È pensabile che fino a qualche decennio fa, il clima più mite non avesse portato in modo lapalissiano alla luce, se non in qualche rara occasione, la pericolosità di una simile congiuntura di circostanze ulteriormente aggravata dall’abusivismo tipico del nostro paese e quasi tollerato ed incentivato considerati i condoni edilizi periodici che sono stati concessi (della pericolosità dell’assetto idrogeologico però ne sono sempre stati ben consci i cittadini e quindi con tutta probabilità le istituzioni locali). Genova stessa è una città arroccata, ammassata di edifici, costruita in modo scellerato sulla confluenza di tre fiumi. I greti dei torrenti, così come i boschi, le montagne ed i bacini non sono adeguatamente mantenuti e ripuliti, pertanto non hanno assolutamente modo di sopportare eventi così violenti e precipitazioni sittanto rapide e copiose. Ovviamente in questo vi è la colpevolezza umana, dalla politica alla burocrazia, dai comuni alle regioni fino allo stato centrale che non hanno mai fatto in modo di portare a termine piani di riqualificazione idrogeologica e di pianificare tempestivamente un budget di spesa.

Il terzo punto che si ricollega strettamente al secondo, riguarda la gestione dei fondi. Se tre anni fa, all’epoca della prima disastrosa alluvione, si poteva dare la colpa ai 5 o 6 lustri di mala politica del passato (talvolta entità eterea e “rifugium peccatorum” per il presente) ed all’eccezionalità dell’accaduto, ora non è possibile. Non è possibile perché l’evento aveva un recentissimo precedente proprio nel 2011, perché fondi per il riassetto idrogeologico erano già stati stanziati (si parla di decine e decine di milioni di euro) ma bloccati nella burocrazia di ricorsi e contro ricorsi sull’assegnazione delle gare di appalto e quindi fermi in qualche ufficio o tribunale. In questo frangente altri eventi critici erano avvenuti, culminando lo scorso anno con lo smottamento nelle Cinque Terre di una montagna a picco sul mare a seguito di un’alluvione che fece quasi precipitare un convoglio ferroviario della linea soprastante con annesso crollo di una terrazza a picco sul mare e di probabile natura abusiva. Incredibile che in questi tre anni non si sia riusciti a spendere efficacemente i fondi stanziati. Ovviamente non avrebbero evitato il disastro di questi giorni, ma fortificando il territorio, avrebbero diminuito i danni. Ovviamente rispetto a tre anni fa non essendo stato fatto alcunché, il territorio si è presentato a questa alluvione più debole e fragile, subendo quindi addirittura più danni del 2011.

Sconfortante è sentire il Capo della Protezione Civile Gabrielli, sconsolato, dichiarare che in Italia riguardo al rischio idrogeologico “si sta combattendo una guerra con solo una cassetta di aspirine e che se non fosse stato per i privati e per la procedura di urgenza la nave Costa Concordia starebbe ancora bel bella adagiata sulle coste del Giglio” (nel mentre ricordiamo i successi mediatici del Capitan Schettino).
Esempi simili se ne potrebbero fare a decine (anche i terremoti a L’Aquila ed in Emilia ne fanno parte), ma soffermiamoci per una invettiva che sorge spontanea.

Se si fossero spesi quei soldi stanziati per Genova e quelli stanziati o richiedibili ed ottenibili da enti terzi per la riqualificazione idrogeologica/sismica ed il riassetto e protezione del territorio di tutta Italia, quanti posti di lavoro e quanto indotto avrebbero potuto essere creati?
Visto che l’ammontare dei soldi spesi in prevenzione è decisamente inferiore rispetto a quelli spesi per rimediare (spesso male) i danni, quanto si avrebbe potuto risparmiare?

Ora il Premier Renzi ha assicurato che i circa 2 miliardi stanziati saranno nel breve spesi e con il decreto “Sblocca Italia” dovrebbero essere accorciate e ridotte le burocrazie per opere di riqualificazione, appalti e lavori pubblici, ma ormai è oggettivamente tardi.

Col senno di poi non si poteva fin da subito dare la precedenza a questo genere di ben noti investimenti, ed alle riforme correlate indiscutibilmente di tipo economico-istituzionale, che forse potrebbero portare molti più posti di lavoro rispetto alle discussioni aspre e pericolosamente ideologiche sull’Articolo 18 e facenti parte di quel piano di investimenti che tutti gli istituti ed enti: FMI, Commissione Europea, BCE, Confindustria, Sindacati, Bankitalia, e lo stesso Governo italiano, reclamano a gran voce ed indicano come elemento imprescindibile per l’uscita dalla crisi?

La necessità di investire e l’incapacità di farlo in settori fondamentali (ma forse forieri di pochi voti e poca visibilità) come saranno letti dall’Unione Europea e come l’UE e gli investitori privati interpreteranno la gestione di fondi già stanziati e dopo tre anni ancora impastati chissà dove per la solita burocrazia, la complessità normativa e la lista infinita di adempimenti ed uffici da interpellare per far partire i lavori (da notare che anche i fondi stanziati per i debiti delle PA in gran parte dei casi sono fermi tra uffici ed intermediario bancario e quini non ancora pervenuti alle aziende) ?

Alla vigilia dell’invio della legge di stabilità a Bruxelles/Strasburgo, la sensazione è quella di un’altra figura non proprio eccellente per il nostro paese che aspetta di cambiare davvero da troppo tempo.

12/10/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale