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Le prime due richieste di Renzi

Il Presidente della Commissione Europea durante il primo giorno della riunione dell’Eurogruppo, ha sottolineato l’importanza di agire rapidamente e con decisione sulle problematiche del lavoro e della crescita, aggiungendo che la via della ripresa è stata imboccata e che la situazione è in miglioramento per il continente europeo; si tratta però di un dato “medio” che non tiene conto delle condizioni particolari.

La realtà è che la situazione è estremamente eterogenea tra i vari stati membri ed a fronte di alcune locomotive che non sentono il peso della disoccupazione e della crisi come Germania e Gran Bretagna, vi sono stati, anche economicamente pesanti, in difficoltà, come Francia ed Italia dove in queste ore è entrato in vigore il piano lavoro. Ormai è consolidato che per una crescita sostenibile e duratura queste disomogeneità vadano sanate.

Sul fronte italiano sono stati apprezzati i piani di riforma del Governo, definiti da Barroso e Van Rompoy “ambiziosi”; non poteva essere attesa una reazione differente, il grosso problema non è individuare le riforme, ormai note, bensì applicarle rapidamente e fare in modo che siano efficaci. L’attuazione sarà la vera forca caudina che il Governo dovrà attraversare e sulla quale il pronunciamento della EU non farà sconti.

In merito alle richieste su possibili allentamenti dei vincoli, in particolare il tetto del 3%, Il Presidente della Commissione Barroso e quello del Consiglio Van Rompoy, hanno ribadito la necessità di rispettare i parametri e proseguire col rigore dei bilanci; del resto Renzi ha fatto loro sponda assicurando che non verranno infrante le regole e che l’Italia, non ultima della classe, rispetta gli accordi presi.

Allo stesso modo però il Primo Ministro italiano avrebbe avanzato due richieste effettivamente molto interessanti, ossia non computare nel calcolo del deficit gli investimenti in piccoli lavori infrastrutturali di immediata cantierabilità, come la messa in sicurezza delle scuole, in grado di creare indotto principalmente sul territorio ed i soldi necessari allo sblocco dei fondi strutturali Europei. Fatto 100 il valore del fondo strutturale a cui si vuole attingere infatti, lo Stato necessita di 50 per sbloccarlo. Le cifre stimate si aggirerebbero, ma sono solo previsioni, attorno ai 2 miliardi di € per il primo provvedimento ed attorno ai 20 per il secondo.

L’aver avanzato simili richieste alla commissione è stata una mossa intelligente perché fa comprendere, senza arroganza poco diplomatica in particolare al primo meeting, quale sia l’idea dell’Italia su certe tematiche. Altrettanto positivo è stato l’appoggio del PSE ed in particolare di Schulz in prima persona che ha ribadito come l’Italia ed in generale tutti gli stati membri vadano supportati e come vada intrapreso un percorso finalizzato alla realizzazione di una vera unione.

L’aria di campagna elettorale si fa vicina, ma una presa di posizione in un contesto allargato ed internazionale del PSE fa ben sperare, auspicando che Schulz si faccia forte sostenitore tanto in Europa quanto in Patria di questo punto di vista appoggiandolo concretamente.

La risposta dalla Commissione ancora non è arrivata e forse non sarà positiva su ambedue i fronti, ma è un buon inizio.

Nel frattempo l’Eurogruppo proseguirà oggi la sua seduta trattando temi delicatissimi, quali crisi Ucraina, inquinamento e meccanismo unico di risoluzione ed unione bancaria, che proprio in queste ore ha raggiunto l’obiettivo di allineare anche Austria ed Lussemburgo alle norme in tema di segreto bancario e trasmissione dei dati.

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20/03/2014
Valentino Angeletti
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Unione bancaria, riforme, trattati ciò che serve all’Europa per dialogare alla pari con i grandi e dinamici interlocutori

In Italia si è ancora concentrati sul voto alla fiducia alla legge di stabilità, la quale sembra piuttosto chiaro che non riuscirà a spostare l’ago della bilancia in maniera sostanziale; vi sono certamente misure condivisibili ed altre un po’ meno, che sembrerebbero orientate alla soddisfazione di pochi gruppi, in ogni caso la dichiarata assenza di risorse fa si che non vi saranno cambiamenti di rilievo e che il principio della “coperta corta” anche questa volta non potrà essere “eluso”, inevitabilmente ogni concessione sarà compensata da un taglio di circa egual peso.
A conferma di questo approccio, per così dire, estremamente lento e quasi protezionista nei confronti di una situazione che andrebbe letteralmente rivoltata, si può addurre come emblematica una questione, quella del cuneo fiscale palesemente, secondo la destra, la sinistra, i sindacati e le associazioni datoriali, da affrontare urgentemente muovendosi verso la riduzione del costo del lavoro per cercare di conferire più denaro al lavoratore incrementandone quindi il potere d’acquisto. Le stesse aziende si sono dette favorevoli a questo approccio che potrebbe consentire loro di doversi sobbarcare meno oneri per le assunzioni e quindi poter avviare, mercato permettendo, campagne per incrementare il proprio organico, ovviamente fermo restando il vincolo della domanda che deve necessariamente crescere. Neppure per questo provvedimento sono state reperite sufficienti risorse aggiuntive e le uniche iniezioni potrebbero venire dagli “avanzi” di un fondo costituito da proventi della lotta all’evasione e della spending review che il Commissario Cottarelli ha ribadito, a scanso di equivoci, principalmente rivolta al taglio della spesa e non al rifinanziamento di altra spesa, magari addirittura corrente. Questi ritagli di budget, come quelli allocati nel primo tentativo di qualche settimana fa, non saranno in grado di risolvere, anche solo parzialmente, il problema del cuneo fiscale.
Sul fronte europeo e mondiale invece stanno succedendo molte cose interessanti e da tenere in considerazione per capire quali siano le priorità ed i tempi per il nostro continente e paese.

In Europa la Merkel, rieletta come Cancelliere, nel suo primo discorso al Bundestag dopo la firma della grande coalizione CDU-SPD animata da un programma veramente interessante e chiaramente frutto di una trattativa serrata (link pezzo accordo CDU-SPD), ha affermato che l’Europa deve necessariamente riformarsi e modificare i trattati, in tal conteso la Germania vuole fungere da guida, rafforzando l’Unione ed al contempo se stessa. L’auspicio di apertura e maggior collaborazione sembrerebbe buono, ma nel giuramento la Merkel ha anche asserito che sarà suo compito difendere e portare avanti gli interessi tedeschi migliorando le condizioni di benessere del suo popolo. Se per il Cancelliere il benessere del popolo tedesco coincide con la costruzione di un’Europa forte, allineata e competitiva nel lungo termine nonostante qualche concessione di sovranità nella fase iniziale lo si scoprirà in futuro, finora, forse complici le elezioni politiche, non è stato così, ma c’è da sperare in un mutamento di approccio poiché solo in questo modo sarà possibile per l’Europa riprendere una posizione di rilevo nello scacchiere mondiale, che vuol dire per la Germania non perderlo.

Nelle notti scorse è stato raggiunto dai ministri delle finanze dei paesi dell’Unione un accordo sull’unione bancaria europea con particolar riguardo alla gestione delle difficoltà ed ai meccanismi di sostegno in favore degli istituti. Gli aiuti alle banche sono un punto chiave, ovviamente l’accordo è stato un compromesso tra chi avrebbe voluto, come l’Italia, un subitaneo intervento dell’ ESM e chi invece come la Germania ha spinto per un sostegno privato in modo da contribuire il meno possibile come Stato al salvataggio di istituti non tedeschi. Il risultato raggiunto, il cui funzionamento sarà valutabile in futuro, è stato una via di mezzo volto alla tutela dei governi e, parzialmente, dei correntisti. La Germania ha rifiutato l’idea di un fondo unico a protezione dei conti correnti preferendo mantenere la propria autonomia in materia che di fatto rende i correntisti tedeschi tra i più tutelati in assoluto. Un altro aspetto che dovrà essere trattato in sede europea è la normalizzazione della regolamentazione e normativa in merito alla classificazione delle garanzie sui depositi e sui crediti. Adesso ad esempio accade che Francia una banca che avesse un credito garantito da un immobile non sia classificato come a rischio, in Italia invece sì, con disparità di trattamento.

Il nodo delle banche è gravoso, il settore finanziario è stato un elemento fondamentale per la crisi, ha avuto necessità di importanti ricapitalizzazioni dirette o indirette, a partire dalla RBS, Dexia, Bankia, e finendo con l’italiana MPS che sta tuttora soffrendo e si trova ad un passo dalla nazionalizzazione. L’AD Profumo ha sollevato pesanti dubbi sulla possibilità di onorare almeno il 70% dei Monti Bond emessi per un controvalore di 3.7 miliardi di € ad un tasso di interesse del 9% circa (effettivamente questa incapacità era fin dall’inizio molto probabile). Il settore bancario poi dovrà mutare l’atteggiamento di stretta creditizia avuto sinora nonostante le forti iniezioni di liquidità concesse dall’EU a tassi dell’ 1% ed iniziare a reimmettere denaro nell’economia reale invece che destinarlo ad attività finanziarie, di hedging e speculative oppure al “tranquillo” deposito overnight. Si tratta di un passo fondamentale, perché come USA e Giappone insegnano, l’immissione di liquidità, anche a mezzo di stampa di nuova moneta che la ECB non può coniare, è utile, anzi è necessaria, in momenti di recessione, a patto che serva attività produttive, investimenti infrastrutturali e che più in generale consenta di mettere in moto l’economia del paese. Per tale motivo la concessione di deficit (o linee di credito) direttamente agli stati membri, senza passare da terzi (banche ed intermediari), per fare riforme ed investimenti produttivi e profittevoli è senza dubbio un’ipotesi da prendere in considerazione seriamente. Del resto la stessa Germania sembrerebbe favorevole a concedere denaro, la cui spesa dovrà essere strettamente controllata e rendicontata, ove venissero implementate e portate a termine le riforme necessarie. Questo è l’approccio che è corretto seguire ed un controllo serrato non solo sembra ragionevole, ma dal punto di vista italiano, è da preferirsi quando non da richiedersi esplicitamente, anche per testimoniare l’impegno e la trasparenza. Ho sempre sostenuto che una Troika sul controllo della spesa effettuata incrementando il deficit di un paese come l’Italia è una condizione alla quale dovremmo sottostare perché ci sia concesso di oltrepassare il 3% per progetti che nel medio-lungo termine consentano di recuperare, in termini di lavoro, consumi, benessere e quindi di PIL, più di quanto è stato speso.

L’unica possibilità reale che l’Europa ha di tornare competitiva è quella di strutturarsi fin da subito per agire come una entità unica e coordinata. Le percentuali di crescita del resto del mondo fanno rabbrividire quelle europee; gli USA stanno avviando il Tapering, segno di un’economia in ripresa e vivace che punta ad abbassare la disoccupazione dell’ 1%. La Russia sta fortificando la propria posizione politico-strategica tornando a mostrare i muscoli, ha appena “comprato” il consenso del governo (non della popolazione la cui condizione rimane incandescente) Ucraino con uno sconto del 30% sul gas e 15 miliardi di prestito indispensabili per evitare il fallimento dello Stato, inoltre Putin sta diventando un personaggio estremamente comunicativo e mediatico. Inevitabilmente le tensioni tra Russia ed USA, anche a livello militare con gli ultimi spiegamenti missilistici di Putin, stanno crescendo ed i settori di scontro principali sono e saranno l’energia, l’autonomia energetica, l’inquinamento, le TLC, la sicurezza/difesa ed internet. L’Europa può godere del vantaggio di essere in posizione centrale tra i due blocchi e nonostante tutto rimane ancore un partner con cui ambedue vogliono far affari. Gli USA vedono nell’Europa, e vale il viceversa, un importante bacino commerciale fortificato dai recenti accordi sul “free trade” verso il quale può esportare le proprie merci facendo leva su un Dollaro decisamente deprezzato, a detta dei tecnici almeno di un 30%. La Russia, colosso energetico alimentato da una Siberia che si scopre sempre più ricca di gas naturale e dove importanti partner esteri vorrebbero entrare consapevoli dell’importanza di questo combustibile non in ultimo per ragioni ambientali e climatiche, potrebbe rendere totalmente indipendente, in prima istanza dal punto di vista energetico, il continente Europeo e l’Europa dal canto suo potrebbe fornire alla Russia qui prodotti e lavorati, principalmente beni di consumo e servizi, che non sono in grado di produrre autonomamente. Ovviamente una simile sinergia è vista con sospetto dagli Stati Uniti che al momento non ritengono sia possibile assottigliare i rapporti con il vecchio continente. Questa situazione, da sfruttarsi, è il solo modo perché l’Europa non divenga “resto del mondo”, cioè perda definitivamente quella centralità che va già da tempo scemando. La sola via per avere questa capacità di reazione, invertire la tendenza e dialogare pariteticamente con tutti gli interlocutori, è quella di essere una cosa sola, unita compatta, sincronizzata ed allineata per interessi ed obiettivi.

18/12/2013
Valentino Angeletti
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Ecofin alle prese con unione bancaria

Domani, 10/12, in programma l’Ecofin, con all’ordine del giorno l’Unione Bancaria. Questo processo è di estrema importanza e fondamentale per livellare talune disparità sussistenti tra alcuni Stati membri, foriere di ampie differenze che minano anche la possibilità di competere pariteticamente e concorrere lealmente per le imprese di certi paesi rispetto ad altri. I punti ancora dirimenti sono: l’implementazione di un fondo salva banche, forse con una tassa ad hoc unificata a livello europeo (non necessariamente a carico dei cittadini); il concorso al salvataggio eventuale di una banca da parte dei correntisti (oltre ad azionisti ed obbligazionisti), che in ogni caso entro una certa soglia di capitale dovrebbero continuare ad essere tutelati (attualmente 100’000€). Il prossimo anno poi partiranno gli stress test, nella loro prima versione superati da quasi tutti gli istituti, ma che ad oggi non stabiliscono cosa accadrà a quanti non raggiungessero le performance richieste.

Di sicuro c’è che per la Commissione Europea il sistema bancario necessiterebbe di essere ricapitalizzato e che non vi è alcuna intenzione di far ricadere questo onere sugli Stati. Il riadattamento del capitale servirebbe, tra le altre, anche alle banche nostrane, notoriamente meno avvezze al leverage ed alla speculazione rispetto a quelle nordiche, e che fino ad ora hanno necessitato di meno fondi pubblici; dire che non ne hanno mai attinto è un’imprecisione, poiché il caso MPS ne è dimostrazione, le modalità sono state differenti rispetto alla nazionalizzazione, ad esempio di RBS o Bankia, ma il denaro è comunque arrivato dallo Stato a mezzo di bond e probabilmente, considerati gli interessi difficilmente sostenibili al 9%, la nazionalizzazione, anche parziale, non è improbabile.

Il sospetto riguardo alle decisioni che potrebbero essere prese all’Ecofin è che il recentissimo accordo, siglato formalmente ieri tra CDU ed SPD in Germania avrà un suo peso, benché indiretto, a far slittare ulteriormente il provvedimento per tutelare gli istituti tedeschi che ormai tutti sanno essere sottocapitalizzati, altamente propensi al rischio ed indebitati, sia i colossi come DB e Commerzbank sia i locali istituti dei “Land”, peraltro troppo piccoli per sottostare agli ultimi criteri di Basilea, ma numerosissimi e che gestiscono complessivamente patrimoni non trascurabili. In caso di rinvii è praticamente certo che non si giungerà ad una accordo prima del 2015 per via delle elezione europee della prossima primavera.

Probabilmente quello della chiarezza e trasparenza del sistema bancario e dei loro conti, forse (solo forse?) pieni di attività “shadow” che consentono di incrementare l’indebitamento nascosto rientrando nei parametri impostati per statuto, è un altro vaso di pandora da scoperchiare, e forse più si attende più le dimensioni del problema, perché per chi non l’avesse capito di problema, e grave, si tratta, assumeranno dimensioni importanti.
A sottolineare le difficoltà delle banche italiane vi sono i dati relativi alla concessione di credito ad imprese e famiglie che secondo Banca d’Italia cala, su base annua e mensile, anche ad ottobre: – 1,3% y/y, -1.1% m/m per le famiglia; -4.9% y/y, – 4.2% m/m, per le società non finanziarie; in media la contrazione dei prestiti al settore privato è stata di -3.7% y/y e -3.5% m/m. Dati parzialmente giustificati da minori richieste, ma che inevitabilmente portano alla luce come parte del mandato del sistema bancario, cioè di finanziare e fornire liquidità all’economia, sia stato disdetto.

09/12/2013
Valentino Angeletti
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Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow

Apposta vi era la firma di Mario Draghi, Presidente della ECB, si trattava di una lettera rivolta alla Commissione di Bruxelles dal carattere riservato. Il “manoscritto” esprimeva le preoccupazioni del Presidente nei confronti della situazione finanziaria del sistema bancario europeo in particolare in relazione al processo di Unione Bancaria che prevede una serie di stress test a partire dal prossimo anno.
Il timore di Draghi è che dagli stress test emerga che la capitalizzazione degli istituti sia insufficiente a far fronte agli impegni sottoscritti ed al loro indebitamento.
Gli stress test riguarderanno circa 150 banche europee, le principali, di cui 13 italiane.

Già a partire del 2007/08, immediatamente dopo il crack Lehman Brothers, si sono susseguiti interventi di stato per salvare istituti di credito mal gestiti: le banche irlandesi hanno devastato l’economia del paese ora in ripresa (sono ricominciate le emissioni di bond), la britannica RBS è stata nazionalizzata, aiuti di stato sono stati indispensabili alla franco belga Dexia così come all’ iberica Bankia e le crisi greca e cipriota non hanno risparmiato gli istituti dei due paesi.

Alcune stime affermano che l’ ammontare complessivo necessario per mettere al riparo il sistema bancario europeo oscilla tra i 25 ed i 55 miliardi di € a seconda dei metodi di calcolo utilizzati. Le banche più esposte sarebbero quelle tedesche a cominciare dai colossi Commerzbank e Deutsche Bank seguite dagli istituti italiani. Riguardo alla Germania andrebbe poi detto che esiste una moltitudine di banche locali, le landsbank, paragonabili alle nostre Banche di Credito Cooperativo, particolarmente propense all’ uso di derivati e leverage e che, dopo l’allagamento delle maglie dei criteri di Basilea (dal tempismo piuttosto sospetto), non rientrerebbero, poiché troppo piccole, tra quelle messe sotto controllo; nonostante ciò per la loro dimensione, il loro portfolio e la loro numerosità in caso di problemi di solvibilità il sistema finanziario tedesco ed a catena quello europeo verrebbe messo a rischio. Sempre in Germania la Commerzbank pare (questi dati sono sempre molto segreti e difficili da reperire) usi un leverage di circa 30x mentre Deutsche Bank di circa 40x con una esposizione complessiva (noti e non) ai derivati di poco oltre i 55’000 miliardi di € (contro un PIL tedesco di circa 2’700 miliardi di €).

Per il Ministro Saccomanni lo scenario bancario italiano non ha di che temere, ma secondo uno studio della Goldman Sachs la MPS sarebbe la banca più a rischio di tutta Europa. Inoltre gran parte del flottante immobiliare italiano è in mano alle banche, le quali contabilizzano nei loro bilanci questi assets con valori ipotetici e decisamente fuori mercato non considerando l’attuale potere d’acquisto dei privati (ciò è una delle cause per le quali i prezzi delle case nel nostro paese non sono crollati e quindi anche dello stagnamento del mercato immobiliare) e che gli eventuali ispettori europei potrebbero imporre di rivalutarli, ovviamente al ribasso.

È probabile che la causa prima dell’ eventuale sotto-capitalizzazione bancaria sia da cercare nel diffuso utilizzo di derivati, che secondo uno degli “inventori”, Lawrence Summers, avrebbero dovuto essere utilizzati solo da pochi esperti vista la loro complessità. Essi in realtà vengono utilizzati come una sorta di garanzia per incapsulare o cartolarizzare mutui e prestiti e reimmetterli nel mercato nascondendoli dal bilancio così da poter continuare a concedere credito, che in situazioni normali non può superare un certo rapporto in relazione alla patrimonializzazione dalla banca (Tier 1). Con questo espediente il leverage e quindi il rischio di esposizione della banca aumenta, ma non in modo ufficiale e documentato. Tutto il meccanismo ovviamente impiega il denaro dei risparmiatori ai quali spesso sono proposti simili prodotti che paradossalmente potrebbero contenere anche il mutuo da loro stessi contratto, che, in parole molto semplici, verrebbe pagato due volte.

Le misure per bilanciare l’esposizione bancaria e senza l’aiuto di stato, come prevedono le recenti norme europee che pongono gli azionisti e poi gli obbligazionisti al primo posto tra coloro che dovrebbero accollarsi eventuali perdite, mettono ansia ai vertici della ECB. L’insolvenza nei confronti di azionisti ed obbligazionisti, piccoli e grandi, Stati sovrani, altre banche, regioni e comuni inclusi, costringerebbero nuovamente in ginocchio tutta l’Europa, vanificando il poco fatto fino ad ora. Il problema è molto complesso e Draghi forse sta temendo che il processo di Unificazione e Controllo Bancario possa avere l’effetto contrario rispetto alla stabilità finanziaria europea che si prefiggeva e che sia ancora presto per un simile provvedimento, o forse sta pensando che il motto secondo cui le “banche non falliscono” sia da rivedere dalle fondamenta.

Certo è che per il futuro è necessario porre un freno all’ uso di derivati e shadow banking, cercare di regolamentare anche quei mercati ora fuori controllo, ma soprattutto tornare a segregare le banche commerciali da quelle di investimento e d’affari. Questa commistione ha già fatto troppi danni, tranne che ad alcune banche perché, detto in modo delicato che non troppo si si addice alle cruente immagini di squali, sangue, tori e orsi della finanza, se tanti perdono ne consegue che pochi guadagnano e tanto.

Citando le parole, forse leggendarie ma d’ effetto, attribuite ad un trader londinese:
“Se ti siedi ad un tavolo per trattare di derivati e non sai chi è il pollo, insospettisciti perché è altamente probabile che il pollo sia tu”.

Per approfondimenti:
Stralcio lettera Draghi, La Repubblica
Stress test bancari, Linkiesta

19/10/2013
Valentino Angeletti
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