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Impasse Troika – Grecia: posizioni ferme, negoziato in alto mare ed il rischio GrExit permane

grexitL’impasse sulla situazione economica e del debito greco continua, i trattati si fanno incalzanti ed il prossimo incontro ufficiale sarà un Eurogruppo straordinario l’11 febbraio programmato dal Presidente Dijssemlbloem. Tsipras, forte della vittoria elettorale, forse credeva di avere più ampio potere negoziale, ma senza un concreto supporto di altri stati membri ed a seguito di un ammorbidimento delle sue posizioni di partenza è stato presto “domato” dalla Germania, dall’Eurogruppo e dalla Troika.
A monte delle elezioni Tsipras e Syriza non escludevano a priori un’uscita dall’Euro, GrExit, e sembravano piuttosto fermi nell’idea di rinegoziare il debito sul piano di un taglio degli interessi dal 40 al 60%, cosa ad Atene già avvenuta ma in modo concordato. Le attuali richieste di Tsipras e del suo ministro economico Varoufakis, che hanno dichiarato di misconoscere la Troka e di essere disposti a trattare solo con l’Unione, si sono assestate su una più canonica richiesta di dilazionamento temporale del debito il cui rimborso dovrebbe iniziare a breve termine nei confronti della Troika e solo a partire dal 2020 per quel che riguarda gli altri stati membri. L’allentamento delle richieste Greche, l’abbandono dell’ipotesi di uscita dall’Euro ed il riposizionamento verso una più generale ed invero condivisa propaganda per un’Europa diversa “meno austerità e più interessi ai cittadini”, hanno probabilmente spinto i falchi a declassare il livello di allarme per l’affare Grecia/Tsipras visto che la loro propaganda non è differente da quella di molte altre formazioni europee.

Anche le posizioni di alcuni paesi dell’Eurozona potenziali alleati ellenici si sono modificate, in particolare quella dell’Italia e di Renzi e della Frencia di Hollande. Il Premier italiano aveva sempre sostenuto una linea filo-mediterranea per rimettere il marenostrum al centro della politica e degli interessi economici europei, avrebbe dovuto divenire un HUB ENERGETICO ed uno SNODO cruciale per i COMMERCI con i sempre più fondamentali partners del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, inutile poi sottolinearne nuovamente la determinante posizione STRATEGICA geografica e militare. L’ingresso del PD all’interno del PSE poi aveva fatto presagire non senza elementi fondati derivanti da dichiarazioni pubbliche e con l’appoggio di Shultz, presidente del PSE, in Germania ed Hollande in Francia, alla possibilità di un’asse decisamente potente anti austerity dalla capacità di fuoco elevata, ben superiore a quella della sola Grecia, e che avrebbe potuto coinvolgere anche Madrid ed indubbiamente la stessa Atene sostenendo in sostanza le posizioni di Syriza. Questa possibilità invece è nelle ultime settimana venuta meno e Renzi ne è stato il principale rottamatore dichiarando senza mezzi termini alla stampa che non vi sarebbe stato alcun asse Mediterraneo in supporto alla Grecia, della stessa idea anche il presidente francese. Pare probabile che abbia prevalso più il timore di vedersi le potenze tedesche, della Troika e della Commissione UE contro che le linee di pensiero portate avanti fino a poche decine di giorni prima.

Le richieste che al momento sono state messe sul piatto da Atene sono piuttosto vaghe e senza un documento preciso. Riguardano il dilazionamento temporale nella restituzione del debito e la possibilità di un prestito ponte che dal 28 febbraio, termine ultimo entro il quale dovrà rimborsare la Troika per la trance di aiuti ed oltrepassato il quale rischierà di diventare insolvente, possa consentire al Governo Tsipras di arrivare a maggio e presentare un piano concreto sul quale discutere, perché al momento non esiste nulla di ufficiale e scritto elemento fondamentale per Troika, UE e tutti i creditori. Tsipras non può non rispettare quanto gli ha permesso di salire al governo, lo stato sociale greco è al collasso e le piazze già in fermento con altissimo pericolo per la tenuta e l’ordine sociale non lo tollererebbero.

Dall’altra sponda invece la fermezza e la rigidità, probabilmente rinvigorite dall’atteggiamento greco un po’ ammorbidito, la fanno da padrona e nessuno sembra disposto a concedere terreno. L’Eurogruppo col presidente Dijssemlbloem richiede un piano dettagliato da valutare entro il 16 febbraio e scarta l’ipotesi di un prestito ponte; la Germania mantiene anch’essa la sua proverbiale intransigenza e rimane indisposta ad ulteriori dilazionamenti, la Merkel ha dichiarato che di qui al 2020 Atene ha tutto il tempo per applicare le riforme e migliorare ulteriormente lo stato dei suoi conti (ipotesi assolutamente remota benche le condizioni sugli interessi siano favorevoli) potendo così passare a rimborsare i creditori e l’unico punto comune trovato nell’incontro tra il Ministro tedesco Schaeuble e quello ellenico Varoufakis è stato sul fatto di concordare di essere in disaccordo (bhè grasse risate in un momento cruciale per l’Europa); la Commisione UE con Juncker ribadisce la necessità che la Grecia tratti con la Troika; l’FMI pur scartando assolutamente la possibilità di un haircut sul debito rimane la più aperta al dialogo ed il Direttore esecutivo per la situazione Greca, il per noi noto Carlo Cottarelli, ha aperto alla possibilità di un nuovo programma di aiuti previa consegna da parte della Grecia di un concreto piano di riforme. Di certo la BCE e l’FMI per vari motivi tra cui anche un potenziale conflitto di interessi per l’istituto di Francoforte, non disdegnerebbero l’idea di abbandonare la Troika che diventerebbe un istituto esclusivamente europeo. Se tale circostanza si verificasse sarebbe un primo piccolo successo della Grecia nell’opera di demolizione delle istituzioni “pro-rigore” europee.

Mentre i negoziati vanno avanti il programma di aiuti ad Atene della Troika è stato bloccato, S&P ha declassato ulteriormente il rating greco, già Junk, portandolo a B- con outlook negativo motivandolo con le aumentate probabilità per l’ipotesi GrExit e con la sostanziale lontananza di una soluzione alla crisi; i titoli di stato greci, con rendimento per quelli a 10 anni stabilmente oltre il 10%, non sono più accettati come garanzia collaterale per i prestiti BCE. Un’ipotesi al vaglio per evitare la crisi di liquidità di Atene, sarebbe quella di emettere titoli a più breve scadenza oppure far erogare un prestito ponte dalla Banca Ellenica dietro aiuti sempre dell’istituto di Francoforte (un circolo vizioso).

Il ministro delle finanze italiano Padoan ha sostenuto che tra Grecia e Troika-UE non intercorre una partita tra avversari, ma piuttosto l’intento di trovare un percorso comune. Al momento i fatti lo smentiscono perché emergono tutti gli elementi classici del muro contro muro lontano da conclusioni fruttuose per ambedue le parti. Condivisibile invece è stata la dichiarazione sempre di Padoan secondo cui, smentendo quanto sostenuto da Draghi, Governatore BCE, questa crisi ha dimostrato che il processo “Euro” è in realtà reversibile.

La situazione rimane delicata, l’entità del debito greco non spaventa per l’ammontare, a spaventare sono le conseguenze di un precedente. Le posizioni rimangono piuttosto ferree, con Tsipras che non può tornare perdente in patria, mentre l’UE, sotto le pressioni tedesche, mantiene un’eccessiva rigidità nel timore di sembrare inconsistente e facile preda di “ricatti” anche di paesi per PIL secondari. In questo frangente il risultato è un clima di incertezza che non giova alla credibilità dell’Unione che ha già mostrato da tempo incapacità nel gestire crisi e nell’imparare dal passato, dalle esperienze che l’hanno già coinvolta direttamente così come dagli esempi esteri.

Negli USA ad esempio Obama si è nuovamente schierato in dichiarazioni pubbliche contro l’austerità rilanciando un piano di investimenti pubblici. Il Presidente statunitense è riuscito a creare posti di lavoro, benché ci siano opinioni critiche sul fatto che la maggior parte di essi siano precari e che quelli stabili siano in realtà ai minimi storici (obiezione della società Gallup), ma di contro la fiducia, i consumi e la produzione industriale sono in aumento così come i redditi che hanno supportato addirittura il settore edile, generalmente l’ultimo a sentire gli influssi benefici di una ripresa. Inoltre, benché dopo trattative estenuanti, l’accordo sul budget tra Repubblicani e Democratici per innalzare il tetto del debito USA viene annualmente trovato senza troppe rigidità sul rispetto di fissi parametri, segno di un approccio dinamico all’economia che fin qui si è dimostrato vincente.

Per l’UE il vero rischio quindi non sembra tanto quello di mostrarsi inconsistente e troppo permissiva, quanto quello, già avveratosi, di non dare l’impressione di una unione solida, ma semplicemente di singole economie divise ed accomunate artificialmente da un Euro che, senza le dovute riforme volte all’integrazione, non ha la forza legante necessaria. La sensazione è che l’eccesso di fermezza e di austerità sempre additato come elemento da superare ma mai abbandonato nemmeno temporaneamente, possano a breve realmente comportare una disgregazione dell’Unione e che l’elemento GrExit, riportato all’attenzione anche dal report S&P, possa esserne il via ufficiale. Se davvero l’intento è quello di continuare duri e puri sotto le pressioni dei falchi è bene che ogni Paese cominci a pensare ad un concreto e rapido piano per ridurre gli effetti e le conseguenze della frantumazione europea ed a cercare altri partner per affrontare la sfida globale.

Valentino Angeletti
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Il Quirinale, i Vigili di Roma e la Lituania in UE

Il Governatore Draghi non vorrebbe prender parte al Valzer Viennese per il Quirinale
Benché la data non sia stata ancora comunicata in modo ufficiale al grande pubblico, perché è poco credibile pensare che i diretti interessati, leggasi politici, partiti e 1008 grandi elettori, non abbiano idea di quando avverranno le dimissioni Quirinalizie, la successione al Colle è nel pieno vivo pur nella simulata indifferenza dei “palazzi”.
I giochi e le manovre alla luce del sole o nelle tenebre delle notti senza luna sono iniziati da tempo ed anche le rose dei nome sono all’incirca pronte con l’apertura agli outsider che alla fine potrebbero tranquillamente spuntarla. L’esito di questa partita è fondamentale per testare la tenuta dell’Esecutivo e la “lealtà” nei confronti del Premier da parte degli alleati di Governo, ma anche e soprattutto all’interno del PD stesso. In questa circostanza è ben difficile pensare al ripetersi dei 101 franchi tiratori che “impallinarono” Prodi e con lui Bersani, ma a partire dalla quarta votazione, ossia quando il quorum si abbasserà, tutto è possibile e la prima idea che può venire in mente, giusto per dar libero sfogo alla fantasia, è un’ampia asse tra una fronda (da capire quanto realmente sostanziosa, perché potrebbe davvero avere dimensioni nascoste ben superiori a quanto si possa sospettare) del PD, SEL e M5S per far salire proprio il Professore di Via Guido Reni in Bologna. Su Prodi Renzi non si è pronunciato, ovviamente ribadisce stima come nel 2013, ma l’apertura di Berlusconi ad un esponetene di centro sinistra purché equilibrato, di caratura internazionale, garante della costituzione ed aggiungiamo noi esperto in economia, esteri ed Europa, pur rispecchiandosi perfettamente nella figura di Romano Prodi pare il tentativo finale di screditarlo; come a dire che FI è aperta al dialogo sulle nominaton e non pone preventivi diktat, ma in cambio di ciò alcuni paletti sono da rispettare ed uno parrebbe proprio essere l’esclusione del Professore. Professore che non si è detto interessato all’incarico, ma del resto lo fece anche nell’occasione precedente. Nei prossimi giorni gli incontri si intensificheranno con plausibili e poco auspicabili rallentamenti dell’attività parlamentare ed avverrà anche quello tra Renzi e Berlusconi dove oltre all’Italicum, alle riforme, oggetto esplicito del patto del Nazareno, sicuramente terrà banco anche il Quirinale.
All’interno del più completo marasma che i media cercheranno invano di districare, un nome, uno abbastanza accreditato e menzionato da tempo anche qui, è quello di Mario Draghi, attuale Governatore della BCE. Draghi non si e detto della partita assicurando di voler terminare il proprio mandato a Francoforte, fissato per il 2019, aggiungendo inoltre di non essere un politico nè di volerlo diventare. Una delle caratteristiche che si dovranno definire prima dell’elezione è proprio quella sull’estrazione del candidato, politico e tecnico? La propensione, anche a valle del discorso di fine anno di Napolitano (Link ad articolo su discorso di fine anno 01/01/15), è quella di una personalità politica appoggiata dal più ampio consenso, garante delle istituzioni, di esperienza all’estero, conoscitore delle dinamiche interne italiane ed europee, autorevole all’estero e con gli interlocutori internazionali più importanti, dagli USA alla Cina, dal Medio Oriente all’Africa fino alla Russia (che piaccia o meno di orbitare attorno a Putin non smetteremo certamente di colpo) e di nuovo si torna proprio alla figura di Prodi. Sulla fattezza politica invece che tecnica, contrariamente a qualche settimana fa, paiono allineate tutte le forze politiche principali.
Uno spostamento di Draghi verso la Presidenza della Repubblica avrebbe fatto molto piacere alla Germania la quale ha ostacolato in modo evidente la volontà espansiva in politica monetaria che, crediamo, il Governatore avrebbe voluto e potuto imprimere in assenza del costante veto del maggiore azionista della BCE, la tedesca banca centrale, BuBa, del falchissimo Weidmann seguite dalla sua orbita nordica. Per l’Italia invece la posizione di Draghi all’Istituto Centrale è fondamentale perché il 22 gennaio i mercati, calmi in attesa e moderatamente ottimisti, e tutti i Governi si attendono un importante annuncio sui QE che a questo punto dovrebbero essere precisi, veloci e sostanziosi (avrebbero, a nostro modesto avviso, già dovuto essere implementati). Ormai la presa d’atto di un possibile scenario deflattivo o comunque di bassa inflazione prolungata oltremodo (ed i consumi lo dimostrano anche in periodo natalizio e di saldi) si scontra con il mandato della BCE fino ad ora assolto inefficacemente (questa tendenza era stata rilevata e denunciata in questa sede oltre un anno fa) e che Draghi ha il dovere una volta per tutte di invertire con maggior beneficio per i paesi che come l’Italia si trovano in difficoltà superiori. Qualora la sua figura fosse sostituita è difficile pensare che la Germania non faccia valere la sua potenza e le nazioni più problematiche potrebbero pagarne ulteriore scotto. L’idea balenata in qualche testata di un’avvicendamento tra Prodi, destinato a Francoforte, e Draghi proiettato in direzione Colle, pare poco plausibile proprio per le posizioni tedesche che difficilmente acconsentirebbero all’italiano Prodi ultimamente molto critico (e non a torto) nei confronti di certe gestioni europee e della BCE, anche se dal punto di vista prettamente italiano sarebbe stata una soluzione decisamente interessante.
Scartando la figura di Draghi e dei tecnici in generale, si escludono in automatico nomi come il Ministro Padoan o Visco, dalla fattezza quest’ultimo molto prossima a quella di Draghi, mentre salgono in graduatoria il Magistrato Ferdinando Imposimato (che mi fa sorridere aver conosciuto televisivamente per la sua presenza alla trasmissione Forum … da Rita Dalla Chiesa al Quirinale, un bel salto), ma anche il Politico PPI e cattolico Pierluigi Castagnetti o il giudice ex DC Sergio Mattarella. In ogni caso basta leggere questo articolo di IlGiornale.it (LINK) per farsi un’idea che i nomi con o (principalmente) senza fondamento sono davvero tanti, quasi tutti in sostanza; anche un tal Enrico Letta a cui manca il requisito di anzianità è stato proposto addirittura da Eugenio Scalfari (Link).
Il Valzer Viennese è già iniziato, la sala da ballo del Palazzo di Schönbrunn, ufficialmente ancora chiusa, in realtà è già gremita e le danze da settimane principiate.
Doveroso ricordare e sottolineare, ed è la storia che lo insegna, che tutti coloro che si tirano fuori dalla corsa al Quirinale rischiano d’essere tra i primi candidati proposti, talvolta bruciati, ma talvolta eletti ed ogni riferimento a Draghi o chissà a Prodi è puramente casuale (o no?).

Il caso dei Vigili romani: 83.3% assenti il 31/12/2014
Se l’83.3% dei ‪vigili urbani o polizia municipale di Roma assenti NON comprende quelli a casa per regolari ferie in un giorno particolare come il 31/12, segue che, supponendo un 12% (stima bassa per l’ultimo giorno dell’anno) di regolarmente in ferie, avrebbe lavorato al massimo il 5% del corpo (circa 50 unità), il che pare oggettivamente impossibile.
Giusto quindi non generalizzare perché nel pubblico, settore con tutte le sue protezioni ma pur sempre vessato senza possibilità di opposizione per la natura dello stipendio direttamente dallo Stato o suoi bracci armati, quasi sempre si deve far encomio a coloro che lavorano il doppio ad uguale e spesso bassa paga (gli straordinari come gli aumenti salariali) per sopperire a mancanze ed inefficienze, abusi ed assenteismo di una parte del personale, ma anche del datore Stato stesso, per offrire un servizio decente anche se spesso non all’altezza e non per loro colpa.
Doveroso verificare con calma e precisione le motivazioni (protesta?), le condizioni effettive di lavoro del corpo ed i numeri senza la smania da immediato annuncio o della accusa al capro espiatorio di turno, individuare i veri abusi e prendere i giusti provvedimenti che invero già esistono introdotti dal governo di centro sinistra nel 2001 ed ulteriormente perfezionate da quello di centro destra a firma Renato Brunetta nel 2009.
Insomma lavorare con rapidità e precisione, agire e portare a termine l’operazione, sequenza logica quasi ovunque, ma di rado applicata fino ad ora in Italia e ne abbiamo pagato, ne stiamo pagando e ne pagheremo amare conseguenze.

La Lituania entra nell’area Euro
Benvenuta alla Lituania nella grande famiglia dell’Euro, il 19° paese che ha adottato la moneta unica.
Alla luce dei parametri economici dell’ex stato sovietico come debito (circa 36% del PIL), deficit, PIL e relativo tasso di crescita (circa 3%) alcune fonti di informazione già si gettano nel sottolineare come essi siano addirittura migliori di quelli tedeschi e come ci sia da imparare dai virtuosismi dello stato baltico.
Conviene a nostro avviso non esagerare e fare le debite proporzioni. Ben diverso è il ruolo delle economie trainanti come la Germania e, benché in difficoltà, la Francia, l’Italia e la Spagna.
Con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti (circa come Roma), con un PIL di circa 35 miliardi di euro (pari poco più di 1/3 degli interessi pagati dall’Italia sul suo debito, oppure al PIL generato da una provincia italiana), la Lituania può sicuramente rappresentare un ottimo avamposto strategico per i rapporti con la Russia e consentire l’arricchimento economico, culturale, di mercato tipico di un allargamento che non dovrà essere l’ultimo per consentire l’incremento della competitività europea ed una maggior stabilità dei confini (la Turchia ad esempio sarebbe importante per i rapporti con il Medio Oriente e l’Islam, ma molto deve ancora fare su alcuni temi fondamentali che esulano dai rigidi parametri economici), ma erigere già la Lituania a vessillo degli esempi da seguire pare un tantino eccessivo, pur col massimo rispetto ed encomio per i suoi eccellenti parametri economici.

02/01/2015
Valentino Angeletti
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Il PIL dell’Eurozona non conforta

La situazione europea fotografata dai recenti dati sul PIL mette in evidenza una situazione ancora decisamente instabile e precaria per l’economia dell’ Unione.

La ripresa è a dir poco lenta ed oltretutto estremamente differenziata a seconda degli stati presi in considerazione.

PIL Italiani nel primo trimestre 2014 su base annua.

PIL Italiani nel primo trimestre 2014 su base annua.

Tra le maggiori economia l’Italia è l’unica che nel Q1 2014 rispetto al trimestre precedente fa  segnare un dato negativo (-0.1%) che scende a -0.5% se si considera l’anno. Risulta quindi  più difficoltoso il raggiungimento del target di crescita dello 0.8% (definito prudenziale)  stimato dal Governo. Unica nota non in toto negativa sono i consumi leggermente in rialzo  complici l’effetto psicologico degli 80 € in busta paga che arriveranno a maggio per alcune  categorie di lavoratori dipendenti ed il fatto che certi acquisiti di prima necessità sono stati  a lungo rimandati, ma ad un certo punto devono essere affrontati.

Al contrario la Germania consolida la propria posizione di leadership europea con un +0.8  rispetto al Q4 2013 e +2.3% anno su anno.

La Francia delude leggermente le attese confermando la stagnazione: +0.0% contro uno  stimato +0.1% su base trimestrale e +0.8% rispetto ad una stima di +0.9% su base annua.

Anche per l’Eurozona nel suo complesso le aspettativa di Eurostat sono state ridimensionate segnando una crescita di 0.2% sui tre mesi precedenti (Q4 2013) e dimezzando le stime degli analisti.

Questa situazione è la diretta conseguenza di:

  • Una politica monetaria portata avanti dalla ECB insufficiente a scuotere in modo incisivo l’Europa e soprattutto non indirizzata in modo diretto all’economia ed alla produzione reale. Draghi ha saputo sfruttare in modo più che eccellente gli effetti annuncio, adesso però anche a Francoforte sembra vogliano attuare misure più incisive, dando, e ribadendo a valle di questi ultimi dati sul PIL, giugno come scadenza per l’implementazione di misure non convenzionali.
  • Una gestione delle varie crisi nazionali da parte delle istituzioni europee lenta, statica ed improntata solo ed esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti, che, pur necessario, deve essere calato nel contesto macro-economico e sociale in evoluzione lasciando spazio a modifiche ed adattamenti in linea con i trend economici. Questo comportamento non ha fatto altro che ampliare i divari tra gli stati membri, acuendo le differenze ed avvantaggiando (in una cecità sospetta) i paesi più forti.
  • Assenza e lentezza nelle riforme della governance Europea in relazione a politica, finanzia, economia, fisco, energia atte ad uniformare l’Unione ed a renderla nel complesso più competitiva ed adatta a sopravvivere in un contesto globalizzato.
  • Per quel che riguarda il nostro paese ai punti sopra si aggiunge una cronica incapacità di riformare un sistema vecchio ed ingessato, sprecone, non innovativo, con evidente gap tecnologici e troppo spesso governato da funzionari, policy makers e dirigenti politici inadeguati ma ben inseriti nei meccanismi di conoscenze vigenti.

Il risultato di tutto ciò, unito a contingenze non imputabili all’Europa (almeno non totalmente) come la crisi Ucraina, stanno comportando una pericolosa lentezza nel risalire la china ed imboccare in modo definitivo e più o meno sincronizzato il percorso della ripresa che non può non essere un processo lungo e che necessita di impegno comune, determinazione e comunione di intenti.

Va comunque infine rimarcato come per i singoli stati, fatta salva qualche possibile (ma dubbia) eccezione, la creazione di un’economia e di una politica europea forte e condivisa sia l’unica via possibile per mantenere un ruolo non nullo nel mondo.

15/01/2014
Valentino Angeletti
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