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Ottimismo immerso nella dolce aere di Cernobbio, ma i Vescovi, alcuni dati e la tesa situazione globale rammentano la realtà del quotidiano

ambrosetti2015_324x230Si è chiusa indubbiamente all’insegna dell’ottimismo l’ultima edizione del workshop Ambrosetti a Cernobbio. Un ottimismo pervasivo e condiviso dai relatori politici, economici e dai molti top manager presenti. Del resto risulta oggettivamente complesso non lasciarsi prendere dall’ottimismo in una località così amena come lo sono le sponde lombarde del lago di Como tra golosi coffe break a base di tartine al pregiato salmone affumicato dalle esalazioni delle braci di ginepro e caviale dei freddi mari nordici (difficilmente però di importazione russa) e tra pantagruelici pasti dominati da primizia nostrane e non, mi immagino pregiatissimo Parmigiano Reggiano stagionato almeno 32 mesi, prosciutto dolcissimo di Parma e salatissimo di terra toscana, salamelle D.O.P. tipiche, olive taggiasche e pistacchi di Bronte, il tutto innaffiato da buon vino piemontese e veneto delle migliori annate, spumanti e champagne di vario tipo.

A questa edizione, contrariamente a quella scorsa dove per dare segno di rottura coi poteri forti il Governo aveva mandato in rappresentanza un solitario Morando, era presente, evidentemente dopo una riappacificazione con quelli additati lo scorso anno come potentati, direttamente il Ministro dell’Economia Padoan. La visione del Ministro è stata comune a molti economisti, al Governatore di Bankitalia Visco ed all’ex premier Enrico Letta. Secondo Padoan vi sono ampi spazi per la crescita e la ripresa creati da congiunture macroeconomiche favorevoli, come il prezzo del petrolio ai minimi (ma è un valore transitorio non sostenibile nel medio lungo periodo, a sostenerlo sono tutti i CEO delle major dell’Oil&Gas), la svalutazione dell’Euro che favorisce le esportazioni europee, i QE, la rinnovata fiducia dei mercati e delle istituzioni UE nei confronti del nostro paese, i tassi bassi a lungo. Questa opportunità congiunturale per il titolare del MEF non va sprecata e non si deve peccare di eccessi di fiducia nè rallentare con il processo di riforme che nel nostro paese deve proseguire arrivando finalmente alla fase attuativa ancora lontana. I dati sulla crescita previsti sono decisamente positivi, molto più positivi rispetto a quanto una analisi oggettiva della situazione economico-sociale lascerebbero pensare, ed oscillano per il 2015-2016 rispettivamente tra un +0.4% / +2.1% di Bankitalia (Visco più ottimista ha parlato di +0.5% per il 2015), +2.1% /+2.5% del Centro Studi Confindustria e +0.6% / +1.3% dei media partner europei (contro una crescita media dell’Euro Zona di +1.3% / +1.9%, quindi rappresenteremmo sempre il fanalino di coda).

La deviazione standard delle previsioni è talmente ampia da lasciare perplessi ed indurre a porsi qualche legittima domanda se i dati su cui si basano simili previsioni siano effettivamente gli stessi, ma del resto abbiamo imparato ad essere scettici e prendere con le molle le varie stime, sempre passibili di pesanti correzioni ed in genere al ribasso.

Come prevedibile le obiezioni più critiche sono pervenute dal ministro Greco Varoufakis che da sua consuetudine ha colto occasione per redarguire l’operato della BCE asserendo che il QE non sarà efficace e che lo statuto della BCE è stato scritto dalla BuBa tedesca. Al posto del QE, che secondo il Greco non sarebbe funzionale a fornire credito all’economia reale, sarebbe il caso di elaborare una manovra, che chiamerebbe ironicamente “Merkel”, “Simil Quantitative Easing” ad opera della BEI (Banca Europea degli Investimenti).

Più realisti del re sono i Vescovi che dalle colonne dell’Avvenire sconfessano la visione ottimistica del Forum Ambrosetti, sostenendo che le evidenze e le testimonianze provenienti dalle parrocchie sono ben differenti e mostrano una società sempre più in difficoltà, diseguale e che stenta ad arrivare a fine mese in modo dignitoso senza privazioni di prima necessità o addirittura senza chiedere una aiuto esterno.

Dove sta allora la verità? Come al solito nel mezzo.

Riguardo alle affermazioni di Voroufakis va detto che non è possibile stabilire a priori la reale efficienze del QE nei confronti dell’economia reale come invece ha sentenziato perentorio il ministro Greco (allineandosi stranamente alla visione dei falchi tedeschi anche se con soluzioni alternative ben differenti). Innanzi tutto lo scopo del QE non è quello di fornire credito all’economia, ma di mantenere la stabilità dei prezzi (cosa che per ora sta facendo anche se è presto per dirlo in modo definitivo) e per riportare l’inflazione in prossimità ma sotto al 2%. In ogni caso che il QE andasse fatto, e da tempo, sembra evidente; l’effetto del QE sull’economia reale dipende da molti fattori: innanzi tutto dalla propensione delle banche a dare credito, dalle richieste di credito da parte di aziende e privati quindi dal clima di fiducia nel futuro che influenza la propensione ad indebitarsi, dall’applicazione dei criteri di Basilea di unificazione bancaria, dalla quantità di investimenti pubblici e privati che verranno attivati e da molto altro ancora. Inoltre la politica monetaria senza una contemporanea riforma della govenrance complessiva europea e di molti stati nazionali risulta una freccia spuntata.

La visione dei Vescovi è in un certo senso confermata da altri dati come quello del calo della produzione industriale in gennaio, dalla spesa pubblica aumentata tra il 2010-2014 di 27.4 miliardi (dati CGIA) nonostante le promesse di spending review fatte a Bruxelles e su cui l’UE conta e preme in modo martellante, degli investimenti tragicamente in calo di 15.4 miliardi (2010-2014 -23.9% secondo CGIA). Le riforme sono in via di implementazione, ma, complice anche la macchinosità del sistema nostrano e le divisioni politiche, ancora lontane da giungere ad attuazione. Inoltre la priorità nel campo delle riforme sembra essere stata data a quelle più politiche e meno prettamente economiche. Sempre durante il Forum l’economista Nouriel Roubini ha indicato la corruzione e la giustizia come maggior freno per lo sviluppo italiano, ancor prima del Jobs Act e del fisco. Effettivamente se a giustizia e corruzione si aggiunge anche evasione fiscale otteniamo un costo annuo per lo Stato difficilmente quantificabile, ma che ragionevolmente potrebbe superare i 250 miliardi di €.

Il divario tra le classi sociali presenti all’Ambrosetti Forum e la società civile narrata dai Vescovi è immane e lo spietato gioco dell’analisi dei dati medi non tiene conto delle situazioni particolari che in realtà rappresentano la maggioranza. L’unica speranza è che il tempo trasferisca la percezione carpita prima da coloro che hanno una visione più globale e d’insieme, anche a coloro che invece si vedono costretti a lottare con le situazioni personali e del quotidiano; una sorta di un ritardo fisiologico in grado alla lunga di livellare il tutto positivamente.

Oltre ai fattori sopra citati che riportano con i piedi per terra rispetto ad un ottimismo che pure è benefico purché non sia solo quello della volontà o ancor peggio delle grandi occasioni, vi è uno scenario globale altamente complesso e delicato che colpisce l’Europa ed in particolar modo l’Italia. Ovviamente si fa riferimento al terrorismo dell’ISIS, alle guerre civili in medio oriente ed in Libia, uno dei più importanti partner energetici dell’Italia, alla questione Ucraina e le relative sanzioni alla Russia dall’ingente costo per l’economia nostrana (sia per via degli scambi commerciali ridotti che per l’approvvigionamento energetico), al problema dei flussi migratori, ai movimenti in ascesa di stampo anti-UE e xenofobo. Tutte questioni tesissime che si protraggono da anni e che l’Europa, letteralmente incapace di affrontarle autorevolmente, con determinazione ed unità perdendo così di prestigio agli occhi degli interlocutori internazionali, avrebbe dovuto risolvere da tempo.

Storia a se fa il perdurare del braccio di ferro tra Grecia e Germania, la quale non si sa a che titolo si sia arrogata il diritto di parlare a nome delle istituzioni Europee, sulla necessità di liquidità di Atene e sulle riforme che il paese ellenico dovrà necessariamente implementare. Questa situazione ha bisogno di giungere al termine con concessioni diplomatiche da una parte e dall’altra. Non è pensabile che alla Grecia sia applicato altro rigore andando letteralmente ad asfissiare la popolazione come non è pensabile che vengano presentati dal Varoufakis effimeri programmi di riforme basati sul intenzioni e niente affatto su dati concreti. Nonostante l’evidenza di questa necessità la risoluzione della disputa pare ancora lontana e, una volta passata l’euforia da QE, i mercati potrebbero decidere di utilizzare il pretesto greco per stornare e scaricare gli oscillatori adducendo come motivazione le incertezze europee dovute ala situazione economica dell’Ellade che potrebbero comportare una disgregazione del vecchio continente messa per un attimo da parte.

Come si può vedere l’ottimismo congiunturale della borghesia politica, finanziaria e manageriale non è del tutto campata in aria, alcuni dati ed alcune situazioni sono oggettivamente in miglioramento, ma ve ne sono altrettante, ancora più forti e complesse da condurre a soluzione, decisamente di segno opposto che sembrano non essere state considerate nelle sessioni plenarie di altissimo profilo tenute da multi-laureati luminari che si sono svolte sulle rive comasche del lago.

L’ottimismo è il profumo della vita ed in questi giorni l’aere di Cernobbio sarà stata sicuramente satura di dolcissimi aromi fin quasi a venire a noia per quanto melliflui.

Link: Gli ingredienti per la tempesta perfetta ci sono tutti….

15/03/2015
Valentino Angeletti
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I punti di Visco che contrastano Wiedmann e l’inizio ufficiale delle manovre Quirinalizie

Infastidisce quasi dover riscontrare che un’altra voce importante, di peso, autorevole, ribadisce la linea politico economica sostenuta umilmente in questa sede (ovviamente non solo, la schiera è foltissima). In audizione alla Camera il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha lanciato importanti messaggi e tratto conclusioni che dovrebbero lasciare il segno. Quindi dopo FMI per bocca della Lagarde, FED parlando con i suoi vertici Bernanke prima e Yellen poi e BCE con Draghi, si unisce anche l’omologo italiano (forse addirittura papabile inquilino del Quirinale) del Presidente della BundesBank Weidmann, totalmente in disaccordo rispetto ai suoi colleghi economisti.

Riprendono quanto in questa sede viene proposto ormai da mesi (forse anche di più) e constatando il permanere del cronico ritardo e, in quanto riteniamo che simili idee non possano essere state partorite solo adesso da luminari (senza ironia) come coloro sopra menzionati, la costante supremazia dell’impostazione rigorista tedesca, molto in sintesi i punti focali toccati da Visco sono stati i seguenti:

  • i prestiti del settore bancario sono ancora deboli e le banche dovrebbero impegnarsi a fornire risorse all’economia reale cosa che, nonostante TLTRO ed ABS, non è ancora avvenuta, sia per carenza di domanda che per carenza di offerta. Analogo discorso vale per i prestiti alle famiglie che dovrebbero invertire leggermente il trend nella prima parte del 2015 anticipando quelli alle imprese.
  • Gli stress test sulle banche italiane non danno risultati invidiabili e ciò è parzialmente dovuto ad una sorta di distorsione nel metodo di valutazione europeo che non ha considerato le specificità nazionali ed ha ritenuto più penalizzante il credito (attività preminente negli istituti italiani) rispetto alla speculazione finanziaria ad alta leva (tipica delle banche nordiche, britanniche e tedesche).
  • La crescita nella zona euro è molto più lenta del previsto e non si può negare la dinamica deflattiva che non è dovuta solo (contrariamente a quanto sostiene Weidmann) ai prezzi energetici, bensì anche alle dinamiche salariali e dei prezzi in generale che nel breve saranno acuite ulteriormente dal calo del prezzo del greggio (nota: i paesi del MO hanno apertamente dichiarato di potersi spingere a 40$/bar; da capire quanto possano stare al gioco una Russia ormai ai limiti della sostenibilità finanziaria per Rublo e Bond ed un Iran sotto embargo, che pure continuano a spingere al ribasso il petrolio in un gioco che per loro potrebbe risultare mortale). Ciò rende necessario l’utilizzo di ulteriori armi monetarie non convenzionali come i QE diretti acquistando titoli di stato su larga scala. Il rischio sottoscritto dalla BCE da questa sorta di condivisione del debito (peraltro avanzata esplicitamente da Draghi riprendendo una filosofia Prodiana e Tremontiana) sarebbe bilanciato da una maggiore stabilità e minor rischio per la zona euro nella sua interezza e per i singoli stati membri.
  • Il debito italiano è in crescita ad ottobre di 23.5 mld € (+ 25 mld Amministrazione centrale, – 1.5 mld Amministrazioni locali) arrivando a 2’157.5 mld e previsto a 2’200 mld a fine anno. Evidentemente con le condizioni congiunturali in essere è impossibile per l’Italia rispettare i piani di rientro del rapporto Debito-PIL secondo quanto sottoscritto nei patti europei che anche la commissione Juncker sembra voler mantenere inalterati.

Tutti questi punti sono stati da tempo affrontati in precedenti analisi delle quali riportiamo di seguito solo le ultime:

Un altro presagio, stavolta afferente alla sfera politica più che economica, che si sta vedendo realizzato è il rallentamento, quasi il blocco, dei lavori parlamentari dovuti alle imminenti dimissioni del Presidente della Repubblica. Ufficialmente non si conosce la data precisa, qualche indizio potrebbe essere dato proprio oggi dallo stesso Napolitano in occasione del saluto alle alte cariche dello stato oppure in occasione del discorso alla nazione di fine anno. A rallentare l’azione di Governo vi sono già le miriadi di emendamenti presentati sulla legge elettorale, su quella di stabilità e su ogni provvedimento proposto e non sembra il caso aggiungervene altri dovuti alle manovre in corso per la scelta di un nuovo Presidente, giochi di palazzo evidentemente già in atto da tempo. Il Presidente del Senato Grasso aveva auspicato un accordo preventivo su un nome condiviso da più parti politiche, idealmente tutte, in modo da essere rapidi al momento debito: non sembra che l’auspicio possa vedersi realizzato e del resto vi erano pochissimi dubbi. A far salire il tema della successione a Napolitano ufficialmente sugli scudi sono stati: l’incontro tra Renzi e Prodi tenutosi da poche ore a palazzo Chigi che sarebbe stato incentrato sulla politica estera, la Libia, il medio oriente, la crisi russa ed ucraina, forse la Grecia, di certo l’Africa ed il Sahel, ma è difficile pensare che nei 120 minuti di dialogo non sia stata proferita parola sulla successione, alla luce di chi è il Professor Prodi e della sua storia trascorsa e recente; e le risposte piccate di Berlusconi secondo cui il patto del Nazareno contiene anche indicazioni sul Quirinale, contrariamente a quanto precedentemente affermato dal PD.

Berlusconi, qualora Renzi agisse da solista nella elezione del Presidente, è intenzionato a dare battaglia sulle riforme. Clima da ultimatum, due patti del Nazareno ed un PD in cui regna non proprio l’armonia dunque: tutti gli ingredienti per una azione di governo rapida e snella.

Inutile ricordare quanto l’Italia e l’UE non possano concedersi di rallentare ulteriormente  in una situazione già abbondantemente in stallo. Per quel che riguarda il nostro paese ciò non è consentito sia perché dopo tanto immobilismo sarebbe giusto iniziare a spingere davvero sull’acceleratore, sia perché non è possibile dare il fianco a Bruxelles sempre pronta a ricordarci che dobbiamo portare avanti le riforme. Monito sacrosanto che però dovrebbe essere accompagnato da una visione politico-economica europea meno burocratica, più lungimirante e davvero incentivante crescita, investimenti e lavoro.

Lungi dal voler essere un gufo, dicono ve ne siano anche troppi, ma sembra proprio che le previsioni meno confortanti si stiano almeno parzialmente verificando.

15/12/2014
Valentino Angeletti
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Dalla tre giorni economica milanese emergono ingredienti condivisi, ma la ricetta finale è ancora ignota

Dalla tre giorni di vertici europei “informali” EcoFi, EuroGruppo ed EcoFin poche novità e pochi spunti sono emersi rispetto a quanto già non si sapesse e fosse consolidato nella discussione economica continentale.

I punti cardine di cui tanto si è scritto sia qui nelle settimane e nei mesi addietro, sia sulla stampa sono stati le riforme strutturali economiche ed istituzionali che devono affrontare i singoli paesi con varie priorità, gli investimenti in calo a livello europeo che vanno supportati e vincolati e la politica monetaria. Tutti e tre gli elementi fanno parte della strategia volta alla crescita ed al sostegno all’occupazione all’interno di tutta l’UE che sono tra l’altro le priorità dichiarate dal Premier Renzi per il semestre Italiano ormai iniziato da 75 giorni.

Gli ingredienti sono in linea di massima assodati e condivisi tra i vari protagonisti, quindi stati nazionali inclusa l’Italia, Unione Europea e BCE, ad essere differenti invece sono le visioni di insieme e la consecutio di implementazione.

I lavori si sono infatti aperti con l’ennesimo battibecco tra Governo e Commissione uscente con un botta e risposta tra Roma dove si trovava il Premier Renzi e Milano dove erano presenti i rappresentati economici dell’Unione. La scintilla è stata la dichiarazione del commissario uscente ad interim  per l’economia e gli affari monetari Katainen (e venturo VP) secondo cui le riforme in Italia non vanno solo annunciate, ma attuate altrimenti sarebbe come comprare delle medicine senza prenderle: inefficaci. Evidentemente la fiducia del futuro potente VP nei confronti dell’Italia non è massima e considerando il recente passato non lo si può completamente biasimare. Il finlandese ha poi lasciato trasparire un po’ di superficialità asserendo che il programma di riforme italiano è ambizioso, va nella giusta direzione e sicuramente porterà i frutti aspettati una volta applicato, aggiungendo però di non conoscerlo nei dettagli; forse prima di gettarsi in certe dichiarazioni avrebbe potuto documentarsi o tralasciare l’ultima locuzione. Il concetto di Katainen, condiviso anche dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, è che prima di ogni altro intervento europeo si debba attendere l’applicazione ed il risultato misurabile delle riforme, fino ad allora vigono i patti ed i vincoli europei attualmente in essere, sottoscritti dai 28 e mai modificati o resi più flessibili. Quindi prima riforme e presentazione chiara di precise strategie di investimento e destinazione di eventuali fondi e solo dopo concessioni o piani di incentivazione.

A Katainen ha risposto a più riprese Renzi, immediatamente via Twitter e successivamente dalla Fiera del Levante in Puglia. Il Premier ha risposto a tono dicendo che non si prendono lezioni da nessuno e che meritiamo rispetto e credito essendo uno dei pochi paesi a rispettare il 3% (che a dire la verità dovrebbe essere secondo i patti in essere il 2.6% per il 2014) nel rapporto Deficit/PIL, aggiungendo che continueremo a rispettare i patti, il 3%, proseguiremo nelle riforme non per l’Europa ma per andare incontro alle necessità dei cittadini per la prima volta tifosi del governo, e che l’Europa e Juncker dovrebbero pensare a rendere disponibili i 300 miliardi di investimenti paventati.

Katainen ha finemente replicato che l’Europa non è maestra di nessuno né bacchetta alcun paese, ma cerca il confronto con i singoli stati affinché venga mantenuto il rigore di bilancio, vengano implementati i piani e non si venga meno alle regole sottoscritte. Ha poi aggiunto che la situazione italiana nello specifico non è stata ancora valutata e che vige ancora nella sua totalità ciò che il patto di stabilità contiene.

A far da mediatore tra i due leader è il Ministro dell’Economia Padoan (stima sempre maggiore per questo tecnico), con un piede nella calzatura di Renzi e l’altro in quella di Katainen, ribadendo che le riforme nel nostro paese non hanno scadenze, ma carattere di urgenza estrema e che la crescita di lungo periodo potrà avvenire solo dopo la ripresa di un ammontare adeguato di investimenti pubblici ed in particolare privati (in un paese come l’Italia senza sostegno esterno pensare a grossi piani di investimento pubblico è complesso visto lo stato dei conti pubblici e l’allocazione di una spending review ancora in fieri nella riduzione del debito e defiscalizzazione). A tal fine il solo credito bancario, che ha fallito in passato, non è sufficiente e, come scritto più volte in questa sede, è necessaria una diversificazione per la quale il Ministro ha chiesto supporto a BEI e Commissione che dovranno redigere consigli su dove e come agire considerando ipotesi quali Minibond alle imprese (ed aggiungiamo anche quotazioni in borsa facilitate, EuroBond di concerto con la BCE, intervento diretto di BEI ed entità come CdP, ecc). Pur con questi strumenti, ancora teorici, più orientai alla finanza e credito rimane però il punto tanto dirimente quanto ovvio che un privato si accolla l’onere ed il rischio di un investimento solo se esiste la possibilità concreta di profitto, e se il terreno su cui si va ad investire è stabile e non scosceso; questo stato evidentemente si può raggiungere solo con un profondo piano di riforme alla struttura fiscale, burocratica e normativa italiana.

A ciò si aggiunge la posizione ben nota della BCE, di Draghi e del suo VP Victor Constancio che ribadiscono (correttamente) che l’operato della BCE non può prescindere da un contesto di ampie riforme a sostegno della crescita e che la sola politica monetaria non può portare a cambiamenti economici strutturali. L’impegno della BCE è confermato secondo Constancio con la partenza la prossima settimana delle misure di T-LTRO, per il resto l’istituto di Francoforte ritiene di aver fatto la propria parte e che a rivitalizzar un’economia che in complesso e nelle sue componenti nazionali vede ancora dati di PIL peggiori rispetto al 2008 spetta agli stessi stati.
Come spesso ribadito in realtà la BCE avrebbe potuto agire sicuramente prima ed in modo più mirato anche perché i dati di inflazione e la stabilità della moneta e dei prezzi, elementi del mandato della banca centrale, forse potevano essere protetti con più forza e con maggior tempismo visto che segnali chiari non mancavano già anni fa. Non la pensa così la BuBa di Weidmann secondo cui la politica della BCE, espansiva addirittura oltremodo, rischia di minare il percorso di risanamento dei conti, evidentemente priorità assoluta per l’istituto centrale tedesco.

Leggendo le elucubrazioni di Katainen, Renzi e Padoan vi sono alcuni elementi che mettono in dubbio l’efficacia di azioni impostate secondo quanto detto.
Katainen vorrebbe prima attendere l’attuazione delle riforme, che in un contesto italiano sono lentissime, richiedono varie letture e votazioni, ed addirittura poterne misurare i risultati prima di avanzare ipotesi di concessioni ed allentamenti, ben conoscendo la pastosità del sistema italiano. Vorrebbe poi che a fronte dell’erogazione di incentivi ed investimenti fossero presentati piani precisi e dettagliati, richiesti ed ancora non pervenuti anche per la spending review sui cui l’UE conta molto come elemento di abbattimento del debito e riduzione del carico fiscale assieme alle privatizzazioni. Un approccio simile è ovviamente condiviso in toto dalla Germania, con Schauble in prima fila, essendo già ben indirizzati in tema di riforme con l’impegno di sostenere il mercato interno e ridurre il surplus. La Germania potrebbe quindi (ma è solo una ipotesi) beneficare per prima di ogni tipo di investimento europeo.
Il Premier Renzi invece vorrebbe che allentamenti dei vincoli, investimenti e fondi venissero fatti immediatamente, forti del nostro rispetto del 3% (che al 2014 dovrebbe essere 2.6%) contrariamente ad altri paesi come la Francia (che però ha un debito attorno al 90% e dati su occupazione ed inflazione migliori dei nostri). Evidentemente, se credito e concessioni vorranno essere dati al nostro paese, non ha senso attendere perché di tempo non ve n’è.
Infine Padoan il quale sa bene dell’urgenza delle riforme e della loro attuazione, ma al contempo è consapevole che gli investimenti devono riprendere subitamente. A tal pro in modo molto diplomatico il Ministro ha tirato in ballo un piano a supporto di investimenti, chiaramente parte del meccanismo complessivo di azioni da implementare, da produrre congiuntamente e rapidamente da BEI e Commissione. Inoltre ha allentato ulteriormente la tensione definendo il controllo europeo (che considerando la cessione di sovranità che dovrà avvenire sarà sempre maggiore) un utile strumento di confronto tra stati e di miglioramento.
Anche in tal caso però il rischio di ritardi è altissimo perché la Commissione, che dovrà lavorare sul programma a sostegno degli investimenti nonché sul piano di investimenti stesso (probabilmente anche quello da 300 mld di Juncker), è la nuova che si insedierà solo da Novembre ed avrà bisogno di un po’ di tempo per rodarsi andando così a sfiorare la conclusione del nostro semestre di presidenza che attualmente ben meno del previsto, complice le elezioni ed il riassetto europeo, ha potuto indirizzare l’agenda UE impegnata su questioni più squisitamente di governance che non pratiche.

A corollario di ciò vi è la dichiarazione più che pragmatica di Visco, Governatore di Bankitalia, che riporta tutti con i piedi per terra dicendo che da queste riunioni, le quali di fatto non hanno aggiunto nulla di nuovo o utile alla soluzione della crisi, l’Italia esce con i soliti problemi.
I soliti appunto: debito, disoccupazione, deflazione, pil, imprese in difficoltà, basso potere d’acquisto, basso credito, investimenti azzerati ed altissimo carico fiscale assieme a tutti gli intoppi burocratici e le questioni politiche, che vedono con il voto per la Consulta, un patto del Nazareno in bilico e con la vicende in Emilia-Romagna divergenze interne al PD.

A tirare la stoccate al Governo sono poi anche i sindacati che manifesteranno ad ottobre. Il più duro di questa tornata è stato Bonanni della CISL che ha tuonato contro i “palloni gonfiati che promettono riforme sul lavoro senza poi fare nulla, come accade da 5 governi a questa parte”. Il riferimento e la rottura con l’Esecutivo sembra abbastanza immediato anche se non sono stati fatti esplicitamente nomi.

Pare quindi che gli ingredienti da portare in cucina siano condivisi dai vari cuochi, chef e garzoni, ma manchi la ricetta in cui impiegarli.
L’impressione è che più o meno si abbia un’idea abbastanza chiara di quali siano gli strumenti da usare, ma non vi sia assolutamente un piano complessivo ed una sequenza di attuazione, anzi ogni leader ha una propria idea ed è abbastanza fermo sulla propria posizione, poco disposto a cedere in totale contrasto con lo spirito comunitario di condivisione ed aiuto reciproco.
Ciò, unitamente al processo di insediamento della nuova Commissione, rischia di richiedere ancora troppo tempo in cui indubbiamente, almeno per il nostro paese, i dati già pessimi peggioreranno e le tensioni politiche si acuiranno ulteriormente.
Insomma, l’UE è ancora ben lungi da quella sinergia che mai come ora è indispensabile.

Link:
Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti? 12/09/14
Un po’ di “Cencelli” nella nuova Commissione Europea che dovrebbe essere decisa e rapida 11/09/14
Spending Review appesa ad una volontà politica latitante in Italia ed UE 09/09/14
Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14
Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno 28/08/14
Draghi: parole “infraintendibili” per tutti, non per Schauble 28/08/14
La crisi di governo francese ha rotto il fronte anti austerità? Problemi in vista? 26/08/14

 

13/09/2014
Valentino Angeletti
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Dall’Eco-Fi Pre-Ecofin ancora richiesta di rigore. Smentita della flessibilità entro i patti?

Ormai all’indomani della definizione della nuova commissione Europea (approfondimento CommEU: Link) sono in procinto di svolgersi a Milano le riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, precedute dall’incontro informale dei Ministri dell’Economia Eco-Fi.

Per l’Italia che da presidente di turno ospita gli eventi, la due giorni è aperta da una nuova trance di dati non rassicuranti sullo stato economico del paese. Dopo il -0.2% di crescita registrato nel Q2 2014 (Link), Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la crescita per l’intero 2014 proprio a -0.2%, dato confermato dal Premier che ha collocato la crescita attorno allo 0% decimale più decimale meno. I Sindacati hanno certificato una diminuzione dei posti di lavoro in edilizia in 7 anni di ben il 50%, mentre la Commissione Europea ha registrato un ribasso del settore industriale italiano del 24.5% dal 2007. Lo spread, pur lontano dai devastanti valori del 2011/12 è tornato a salire oltre i 140 pti base, la ricchezza ed il potere d’acquisto degli italiani sono tornati indietro di 30 anni, in barba al concetto di prosperità e benessere alla base della nascita dell’Unione Europea, in ultimo l’ISTAT ha registrato un calo della produzione industriale di luglio dell’ 1% rispetto a giugno e dello 0.8% rispetto al trimestre precedente (Q3 vs Q2).

Dalla BCE, nonché dall’Europa stessa, proviene poi un monito allarmante, non solo per il contenuto, il quale non è nuovo a molti altri del passato, ma per quello che lascia presagire in merito alla volontà di mutamento della govenrance economica dell’area Euro. All’Italia, che è definita ancora troppo indietro nel processo riformatore, è intimato di proseguire con la massima urgenza nella disciplina di bilancio per arrivare al rispetto dei patti e dei vincoli europei (il fiscal compact). Tali vincoli riguardano in prima istanza il tasso di riduzione del debito, in continua crescita e proiettato al 137%, e il rapporto deficit/pil. Quest’ultimo rapporto sappiamo avere un paletto, al momento non negoziabile ma che necessariamente andrà rivisto o nei tempi e nell’applicazione della golden rule sugli investimenti produttivi, del 3%. Quando tempo addietro si parlava di flessibilità entro i patti, concetto invero accettato anche dai falchi nordici più rigoristi, si intendeva proprio la possibilità di arrivare, senza sforare, al 3% e questo era di fatto l’obiettivo dichiarato del nostro governo. La concessione comunque insufficiente, avrebbe consentito di liberare circa 6-7 miliardi di € per investimenti produttivi. Il Governo Renzi ed il Ministro Padoan, ribadendolo a più riprese, erano decisi e lo sono ancora, a non sforare il 3% ma andarlo a sfiorare per reperire quante più risorse possibili, indispensabili in una fase recessiva come quella in corso. Adesso il limite ribadito da BCE ed UE è tornato al 2.6%, smentendo la locuzione “flessibilità pur nel rispetto dei patti” (rimanendo invariato il vincolo del 2.6% non esisterebbe flessibilità, ma sarebbe solo un rispetto dei patti iniziali siglati a scenari ben diversi). Questo ritorno con fermezza la rigore ed al rispetto dei trattati (ci si immagina che ugual fermezza sarà applicata anche per il fiscal compact riguardante il rientro del debito/pil -Ridurre il debito è possinile?- che deve scendere a partire dal prossimo anno in 20 anni al 60%, e ciò, con un pil stagnante è sostanzialmente impossibile), lascia molti dubbi sulla reale inclinazione ad attuare un differente approccio economico, ultima spiaggia, riprendendo le parole di Juncker, affinchè l’Europa possa avere qualche speranza di risalire la china.

Il Ministro Padoan stesso ha risposto, nascondendo a fatica un po’ di amarezza, che quel paramento del 2.6% era riferito ad uno scenario economico europeo migliore, quando invece le condizioni si sono verificate oggettivamente più negative del previsto ed il fatto che tutta l’Europa stia fronteggiando situazioni problematiche è il segno evidente della necessità di discontinuità e cambiamento.

Si fa inoltre notare che se il dubbio sul rapporto deficit/pil al 2.6% permane nonostante l’adeguamento Eurostat sul calcolo del PIL che dovrebbe portare al rapporto in questione un beneficio dello 0.2%, significa che all’atto pratico non è stato rispettato, con le regole vigenti fino a qualche giorno fa, il 2.8%; analogamente, ipotesi tutt’altro che accantonata da BCE ed EU, se non si riuscisse a rispettare il 3% vorrebbe dire che effettivamente saremmo sopra il 3.2%.

Draghi, oltre alla nota sui conti italiani, ha ribadito la necessità europea di attrarre investimenti, che l’Italia non riesce ad attirare come potrebbe e dovrebbe. Giustamente, come qui più volte scritto, il Governatore ha sottolineato anche la necessità delle riforme, poiché ogni politica monetaria non può portare crescita e benefici strutturali di lungo periodo se non inserita in uno scenario di riforme volte a supportare l’economia. I piani su cui agire dovrebbero essere per l’intera Europa quello del regolatorio e quello della concessione di credito. Draghi riporta poi per il nostro paese l’esempio della Spagna, che come scritto (Lesson learnt spagnola, ma solo per le riforme), è possibile prendere limitatamente alla capacità attuativa delle riforme, ma non sotto altri aspetti che vedono lo stato iberico in condizioni non migliori dell’Italia, ad iniziare dall’occupazione.

Ormai è chiaro che un sistema creditizio basato quasi in toto sulle banche che mischiano finanza ed economia, non è in grado di fornire la giusta liquidità e nei giusti tempi all’economia ed alla produzione, è altresì necessaria una maggior diversificazione e differenti strumenti, tra cui certamente quelli che verranno messi in campo dalla BCE come TLTRO, ABS, eventualmente acquisto di debito sovrano, ma anche l’utilizzo di vincoli finanziari come Bankitalia, CDP, BEI, Mini-Bond, quotazioni in borsa facilitate ed incentivate, venture capital, tutti capaci di dare spinta in minor tempo. La diversificazione degli strumenti creditizi è fondamentale sia per una maggior gestione del rischio di crisi cicliche qualora il meccanismo erogante entrasse in difficoltà (esempio crisi dei mutui subprime oppure classico schema di prestiti e mutui), sia per andare incontro ad esigenze di tipologie di credito che la moderna economia presenta in mutate e plurime forme rispetto al passato, non più dunque solo ed esclusivamente puro e semplice cash.

La ripresa di concessione di credito potrebbe valere secondo il Governatore di Bankitalia Visco fino a 0.5% di PIL, un valore decisamente ottimistico, ma è appurato che la sua assenza non consente all’industria alcun tipo di investimento.

Dall’Europa, e per bocca del Commissario all’industria Nelli Feroci, vengono critiche al Governo Renzi sull’uso indiscriminato e non gradito a Bruxelles, del decreto legge senza una valutazione approfondita e chiara del suo impatto. Ad esempio sul tema del lavoro la ricerca della flessibilità, senz’altro utile, ha lasciato scoperto l’altrettanto importante aspetto dell’eccessiva rigidità dei salari, della giustizia (tema che con il processo telematico ha fatto passi avanti), dell’aspetto normativo e legislativo ermetico, ballerino, incomprensibile, dipendente da una pluralità di centri burocratici che spaventa letteralmente gli investitori, e di una fiscalità opprimente. Ciò è riportato nel paper europeo “Reindustrializzare l’Europa – rapporto competitività 2014”.

Il contesto necessita, e lo si ripete da tempo, di decisione risolute e rapide, tanto che il rischio di essere già irrecuperabilmente in ritardo è altissimo. Non vi sarà una rapida ripresa sia per lo scenario deflattivo in essere sia per il livello di disoccupazione raggiunto sia per le tensioni in politica estera che includono le sanzioni economiche alla Russia che hanno importanti ripercussioni su un gran numero di settori industriali di molti stati europei a cominciare da quello energetico, con le ritorsioni russe che parrebbe siano già in attuazione intermittente ai danni di Polonia, Slovenia ed Austria. Di ciò deve curarsi la nuova Commissione Europea cercando di lavorare in modo unitario, sinergico e sincronizzato, lasciando da parte i particolarismi ed i nazionalismi, puntando ad un nuovo approccio, quello probabilmente auspicato da Padoan, che sia resiliente e volto al perseguimento della prosperità, benessere, pace e protezione. Obiettivo non semplice se si guarda la conformazione della nuova commissione, eterogenea e con presenze che hanno mostrato nelle loro recenti parole connotazioni eccessivamente rigoriste e conservatrici, a cominciare da Katainen (per approfondimenti su commissione si rimanda al link1 – link-Katainen). Come già scritto il rischio è che non si giunga nei tempi necessari ad accordi che siano risolutivi e che il ritardo ed il compromesso continuino ad essere protagonisti indesiderati.

Scendendo a livello italiano lo scenario rischia di essere anche peggiore. In parte la colpa va attribuita ai centri di potere, alle tecnocrazie e burocrazie bloccanti, spesso con potere decisionale e di veto che tendono alla conservazione ed alla sopravvivenza ed in parte alle le tensioni che disperdono energie dagli obiettivi di crescita, lavoro, riforme. Esse sono molte e si notano internamente ai vari partiti (caso PD in Emilia Romagna, ma anche all’interno di FI la leadership di Berlusconi comincia ad essere velatamente messa in discussione), si notano quando arrivano i nodi di alcune riforme come quella del lavoro e dell’articolo 18, sono insite nella spending review che dovrebbe tagliare gli sprechi tra gli altri alle regioni ed alla sanità, ma evidentemente ogni centro di potere ritiene di essere efficiente e di non dover essere oggetto di tagli, si notano infine nelle votazioni per la Consulta e CSM giunta ormai alla nona tornata e che ha visto, se vogliamo clamorosamente, fallire il patto del Nazareno secondo cui avrebbero dovuto essere eletti Catricalà e Violante. Benché PD e FI assieme abbaino la maggioranza assoluta non sono riusciti a far valere il loro accordo e la conseguente squadra di magistrati, testimoniando come certi agglomerati tecnocratici e burocratici superino in forza gli stessi partiti, rendendo impossibile, talvolta giustamente e talvolta a torto, innovazioni o cambiamenti a loro non favorevoli. Se questo fatto si moltiplica per ogni decisione, riforma, processo e per ogni centro di potere esistente e per il numero di votazioni che la legislazione prevede prima di sancire l’entrata in attuazione di una riforma è ben chiaro che non è affatto possibile pensare di essere sufficientemente rapidi ed incisivi nelle azioni di governo. Fa pensare la nuova linea del Premier di velocizzare l’iter per concludere la legge elettorale “Italicum” dandole priorità rispetto alla riforma delle PA, sembrerebbe una presa d’atto che in una simile viscosità non sia possibile imprimere quell’accelerazione reclamata a gran tono da più voci a partire dal 2011. Forse si tratta davvero del primo passo verso un rischio importante, un ALL-IN per provare ad arrivare ad un adeguato livello di rapidità ed incisività  (Renzi, lontano dai salotti buoni, dovrebbe far attenzione e pensare ad un piano di risk management; nulla è per sempre 06/09/14) finora non sufficienti.

12/09/2014
Valentino Angeletti
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Da Jackson Hole: politica monetaria, ma soprattutto lavoro, riforme e resilienza

Jackson Hole In Wyoming, a Jackson Hole, si è tenuto il prestigioso meeting tra i banchieri  centrali culminato con gli attesi interventi della Governatrice della FED Janet Yellen  e del Governatore della BCE Mario Draghi.

Il consesso rigorosamente ad inviti, è uno di quelli di altissimo livello dove si  delineano le politiche e le strategie, si fanno propositi e talvolta proclami, salvo poi  rilevare che spesso o risultano già ampiamente anticipati dagli eventi oppure di  difficile implementazione a causa di una catena di trasmissione, che dovrebbe  renderli operativi, nella realtà dei fatti spesso più complicata e meno funzionale del  previsto.

I due interventi principe oltre a trattare i temi tipici di competenza delle banche  centrali quindi le politiche monetarie, come ampiamente anticipato hanno avuto il loro fulcro nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, problematiche che vedono impegnati sia gli USA che la UE, la cui presidenza italiana ha posto al centro del proprio semestre proprio l’occupazione, essendo un fattore indispensabile, ma ancora fragile in gran parte dell’Europa, per l’innesco di uno spiraglio di ripresa. A testimonianza dell’interesse al lavoro rispetto a quanto accaduto in passato, a questa edizione sono stati invitati meno banchieri d’affari e più esponenti, accademici e studiosi proprio delle dinamiche dell’occupazione e del lavoro. 

Il discorso del Governatore Draghi è stato abbastanza blando, senza grossi colpi di scena, del resto la BCE non giocava nello stadio di casa, Draghi quindi probabilmente si è limitato a sottolineare quanto l’Istituto da lui diretto ritiene necessario fare in questa fase, lasciando eventuali annunci “shock” per interventi presso la sede tedesca di Francoforte.

I punti centrali in tema di politica monetaria della sua esposizione si possono riassumere nell’impegno costante a riportare i livelli di inflazione a ridosso del 2% e nell’utilizzo di ogni tipo di strumento, anche non convenzionale, per dare all’economia reale quello spunto di cui da tempo ha bisogno (e che ha visto la BCE ritardataria) utilizzando ogni misura, a cominciare da quanto già in programma a partire dal 18 settembre, cioè ABS, TLTRO ed eventualmente acquisto di cartolarizzazioni e titoli di stato, cercando di ridurre al minimo il potenziale effetto di smorzamento avuto in passato a causa dell’intermediario bancario.

A ciò però si aggiungono alcune critiche, che esulano dai compiti specifici della BCE. Draghi infatti ha ribadito come la BCE non può sostituirsi in alcun modo agli Stati i quali devono realizzare e rendere effettivi i pacchetti di riforme che già conoscono bene, in particolare quella sul mercato del lavoro non risulta più prorogabile. La politica monetaria è inutile se non vi sono misure strutturali che supportano l’economia. Gli Stati devono lavorare in tal senso in modo da essere più attrattivi ed attirare capitali industriali e finanziari. Ribadisce infatti, come fece Visco qualche settimana fa in occasione del convegno dell’ABI, la necessità di più investimenti sia privati che pubblici, ed in tal senso l’Italia deve sentirsi direttamente chiamata in causa avendo perso rispetto al passato molta attrattività nei confronti degli investimenti industriali proprio a  causa, oltre che della crisi, di meccanismi legislativi, della giustizia, del fisco, della burocrazia e del lavoro, spesso borbonici e che scoraggiano ogni tipo di investimento in attività produttive.

Quello che dice Draghi risulta verissimo (in particolare sulle riforme) e porta implicitamente a fare alcuni ragionamenti.

Il primo riguarda il pacchetto di investimenti pubblici che reclama. Essi in questa fase sono fuori portata per ogni Stato in difficoltà con i conti (Debito, rapporto deficit/PIL ecc). Tali Stati sono proprio quelli a necessitare di più profondi e repentini investimenti. In parte il pacchetto da 400 miliardi annunciato da Jucker potrà assolvere questa funzione, ma di certo non sarà sufficiente. Serve che anche i singoli Stati si impegnino (in Italia risulterà fondamentale il piano Sbocca Italia al varo nel CdM del 29 agosto) e per impegnarsi in investimenti, in ricerca, in sviluppo e innovazione, in aggiornamenti tecnologici e nella creazione di valore aggiunto nel medio-lungo periodo, devono avere disponibilità di budget da far fruttare. Ecco allora che la revisione dei patti europei risulta nuovamente una possibile chiave di volta da considerare seriamente perché utilizzando la flessibilità ad oggi concessa, alla luce dei pessimi dati di PIL di gran parte dell’area Euro, non sembra possibile avere sufficienti margini di intervento. Ovviamente i conti non dovranno essere sballati, ma dovranno consentire qualche scostamento temporaneo per iniziare efficacemente la sortita dalla crisi.

Draghi parla molto bene anche in merito al fatto che la politica monetaria non può risolvere tutto e che risulta inefficace se non vi sono piani di medio-lungo periodo che devono essere in capo ai singoli Stati, ed in questo perimetro rientra il pacchetto di riforme economiche da farsi più che rapidamente (i soldi si possono elargire, ma i beneficiari devono saperli investire e far fruttare…). È altrettanto vero però che la politica monetaria deve rappresentare la fase “uno” che sbocchi violentemente i meccanismi di crescita economica bloccati dalla crisi e che Stati in difficoltà, soprattutto se stretti nel rigore dell’austerità, non riescono a sbrogliare. L’impulso monetario che è mancato venendo in gran parte neutralizzato dagli istituti di credito, avrebbe dovuto fornire la liquidità necessaria ad una fase “due” di sostegno all’economia reale, alle imprese, al credito ed in parte agli investimenti strutturali di medio-lungo periodo i cui risultati avrebbero dovuto portare lavoro, reddito, domanda (incluso export), produzione industriale ad un livello più stabile; il tutto andando in parallelo con il processo di riforme comunque necessario a rendere duraturi e solidi, con i fisiologici tempi di ritardo,  i risultati.

Anche un’azione volta a svalutare leggermente la moneta per favorire l’export avrebbe potuto essere utile, ma in tal senso la Germania dagli alti livelli di export, benché gli ultimi dati abbiano visto rallentare anche le esportazioni tedesche, sarebbe stato lo Stato a trarne maggiori vantaggi ed inoltre avrebbe dovuto essere calcolato il rischio di “guerra monetaria” (terreno sempre scivoloso ed imprevedibile anche per i più esperti) con gli UK, USA, Cina e Sud America.

Il discorso della Yellen ha principalmente riguardato il perimetro statunitense.

Il tapering continuerà, gli acquisti di titoli di stato si sono già ridotti da 85 a 25 miliardi di $ al mese e verranno stoppati ad ottobre in quanto ormai prossimo il target sulla disoccupazione del 6.5%. La Governatrice ha anche assicurato che i tassi rimarranno per il momento bassi, ma che verranno rialzati qualora non vi siano segnali economici avversi (in tal senso potrebbe giovarne l’Euro perdendo un po’ di forza nei confronti del Dollaro e favorendo quindi le esportazioni dal vecchio continente, processo che pare già essere lentamente in atto).

La Governatrice della FED ha però aggiunto alcune note molto interessanti.

La prima, e sembra un sottile riferimento all’azione in certe circostanze conservativa e lenta della BCE, è relativa al notevole ruolo che ha avuto la politica monetaria accomodante dell’istituto di Washington nel traghettare gli USA fuori da una recessione lunga un lustro, riportando l’economia a stelle e strisce ad essere ben impostata.

In tal percorso, ed il la seconda nota da analizzare, è stato partorito un nuovo concetto di lavoro ed occupazione. Si è a tutti gli effetti in presenza di  escalation di questo tema. Se prima infatti gli unici dati tenuti in considerazione erano la disoccupazione ed il numero di nuovi occupati, adesso si è preso atto che questi non sono più sufficienti. Si devono invece analizzare i meccanismi del lavoro in modo più profondo, come il numero di disoccupati di lungo termine; le tipologie di occupazione, se stabili o eccessivamente precarie, il che non vuol dire che il posto deve essere fisso a vita, ma che il mercato del lavoro deve essere flessibile ed offrire sempre nuove opportunità; il livello del salario, ancora troppo basso e che non consente una ripresa stabile dei consumi interni e della fiducia. Lo scenario USA è quindi in miglioramento, ben impostato, ma ancora lungi dall’essere strutturalmente stabile e solido.

In Europa, e come a volte capita l’Italia ne rappresenta l’estremo peggiore, si è ancora radicati al vecchio concetto ed ai vecchi dati e pare che si sia realizzata una politica diametralmente opposta. L’azione sembra rivolta a dare flessibilità al lavoro, ma nel senso “precarizzante” che non offre alcuna certezza né salari decenti al lavoratore che troppo spesso può contare solo su attività di breve termine ed assenza di prospettive nel medio-lungo periodo. Gli stessi salari sono stati sovente rivisti al ribasso ed il potere d’acquisto quasi azzerato. Questi due elementi da soli sono sufficienti ad innescare la spirale deflattiva che ha contribuito a portare livelli di inflazione continentali circa allo 0.4% con molti Paesi già in deflazione (sul tema del lavoro grande importanza avranno i piani e gli impegni di questo Governo, posto di fronte a partite tutt’altro che semplici anche per la frammentazione parlamentare che si potrebbe avere su un simile argomento).

Negli USA siamo dinnanzi ad un a presa di coscienza importante, ossia il bisogno di fare un “upgrade”  nelle politiche e nei dati utilizzati per analizzare e risolvere le crisi. Adesso pare che si vogliano considerare anche le condizioni al contorno piuttosto che, come accade per i parametri cardine della politica dell’austerità, il semplice e singolo dato (alla lunga si potrebbe convergere dal PIL ad un indice di benessere complessivo come molte teorie già indicano e come il Bhutan ha già adottato). L’obiettivo dovrebbe essere quello (come detto anche qui, vedi link a fondo pagina) di puntare ad un riassetto che sia strutturale, porti benessere reale e tangibile e sia resiliente alle rapide mutazioni economico sociali, in modo da presentarsi più capace nell’affrontare e scongiurare la ciclicità delle crisi che un’economia eccessivamente basata sulla finanza sembra causare.

L’Europa dovrà anch’essa perdere atto di questi mutamenti muovendosi verso un adeguato livello di proattività e resilienza, perché al momento pare ancora troppo radicata ad un approccio obsoleto, vulnerabile, fragile e totalmente in balia delle variabili macro sempre più rapide e meno prevedibili. 

Questo percorso dovrà convergere verso situazioni di stabilità strutturale capaci di evitare le crisi o ridurne la frequenza, nel caso prevederle quanto prima ed in ultimo mutare la propria azione e la propria struttura così da rispondervi nel modo più pronto, efficace e meno traumatico possibile.

Inutile ribadire che questo processo necessita di lungimiranza nello studio e nell’implementazione dei piani di crescita, sviluppo ed investimento di medio-lungo periodo nonché nell’applicazione di quelle riforme strutturali reclamate da più parti a gran voce.

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22/08/2014
Valentino Angeletti
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Prima dei Mini-Bond per le PMI le banche tornino al servizio dell’economia

ABIDall’assemblea annuale dell’ABI tenuta nei giorni scorsi emerge, secondo la relazione del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, che una causa della comprovata incapacità di essere competitive per le imprese italiana risiede nell’eccessivo ricorso alle banche (debito troppo bacarizzato) rispetto a strumenti propri per finanziare crescita e reperire capitale per innovazione, ricerca e sviluppo.

Una soluzione proposta sono i mini-bond, ossia strumenti che permettono alle aziende PMI di emettere in autonomia una sorta di BOT vendendoli ad investitori pubblici o privati che periodicamente incasserebbero gli interessi pattuiti ed alla scadenza del titolo sottoscritto il capitale investito. Questo mezzo è già utilizzato dai grandi gruppi, i quali spesso possiedono vere e proprie banche interne utilizzate per erogare finanziamenti alla clientela finalizzati all’acquisto dei loro prodotti oppure per attingere, avendo licenza bancaria, a prestiti interbancari agevolati, a volte addirittura dalla stessa BCE. Tra questi grandi industrie si annoverano ad esempio Siemens, GE e Volkswagen.

Il meccanismo è certamente interessante, da approfondire ed implementare, ma questa necessità, della  quale agli albori e nel periodo dell’oro delle banche e del mecenatismo italiano non risultava abbisognare, è scaturito senza dubbio dalla debolezza del sistema bancario, dalla sua eccessiva deriva finanziaria speculativa, dall’incapacità di individuare soggetti realmente solvibili oppure dalla colpevole pratica del prestare denari (talvolta estremamente ingenti) a cerchie ben note pur senza garanzie o piani industriali concretamente capaci di giustificare l’erogazione di simili prestiti ( i casi Carige o Banca Marche ne sono una dimostrazione). La commistione tra attività finanziaria ed economica ha portato alla crisi dei mutui subprime in USA (dopo l’abolizione della separazione tra banche d’affari e commerciali sancita nel 1933 dal Glass-Steagall Act ed abrogata nel 1999 dal  Gramm-Leach-Bliley Act sotto il governo Clinton) con tutto ciò che ne è conseguito, alla vicenda MPS, alle problematiche di Unicredit, Bankia, Dexia, RBS e molte altre fino ad arrivare all’ultimo episodio di questi giorni relativo al primo istituto portoghese Banco Espirito Santo (anche se la provvidenza pare non aver dato una mano); in generale la sotto-capitalizzazione delle principali banche mondiali ormai ben nota.

Viene per tanto naturale obiettare che, prima di ricorrere ad un mini-bond che significherebbe l’apertura delle piccole aziende ad un meccanismo che non compete strettamente a coloro che per core business fanno industria e produzione, dovrebbero essere le banche a tornare a fare le banche come lo facevano ad esempio la Monte dei Paschi del 1472 o i gloriosi istituti fiorentino ed olandesi degli anni delle grandi navigazioni. Dovrebbero tornare ad erogare crediti puntando al guadagno derivato dagli interessi che le aziende crescendo ed ampliando il proprio business sono in grado di restituire; addirittura una reale divisione tra attività finanziaria, da non demonizzare, ma neppure da proteggere sulle spalle di privati, attività commerciali ed imprenditoriali, ed attività economia e di prestito alle imprese dovrebbe tornare ad essere imposto con controllo che non venga aggirato attraverso meccanismi non trasparenti di proliferazione di più branchie afferenti allo stesso istituto, differenti formalmente ma all’atto pratico complici.

Una volta raggiunta la certezza di poter contare sul reale supporto finanziario del sistema bancario allora lo strumento del mini-bond potrebbe essere veramente utile per rafforzare ulteriormente il patrimonio delle PMI consentendo un ulteriore accesso al credito per crescita, sviluppo, innovazione, assunzioni ed apertura in nuovi mercati.

11/07/2014
Valentino Angeletti
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Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno

“Fate presto!!!”; “Non c’è tempo da perdere!!!”; “C’è immediatamente bisogno di un cambio di passo!!!”; “Lavorare assieme per avviare il periodo delle riforme!!!”. Queste sono solo alcune delle frase pronunciate negli anni scorsi da politici, imprenditori, organi di rappresentanza, giornali e media, per sottolineare la necessità di contromisure immediate ad una crisi che mai ha dato davvero il segno di essere prossima alla conclusione.

Ieri le conclusioni tratte dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco all’assemblea annuale dell’istituto da lui presieduto, non si discostano dai messaggi precedenti che si allineano a quelli lanciati da Squinzi durante la riunione di Confindustria tenutasi il giorno precedente.

Riassumendo brevemente le somme tirate da Visco si può dire che l’accento è stato posto sulla necessità di riformare rapidamente il sistema Italia sotto vari aspetti per poter rilanciare il lavoro, i consumi e l’economia in generale; sulle banche e sul loro comportamento non sempre allineato al mandato di sostenere attivamente l’economia reale e le PMI, agendo in totale trasparenza e lontani da fenomeni corruttivi che invece hanno scandalizzato l’opinione pubblica contribuendo a gettare ulteriore discredito sul settore bancario; sulla necessità di investimenti che in Italia sono inferiori al resto d’Europa accentuando un gap competitivo già depresso da regime fiscale, costo del lavoro e burocrazia; sulla imprescindibile lotta alla corruzione il cui costo stimato è 120 miliardi di € all’anno. Il Governatore ha lanciato poi due allarmi che confermano la difficoltà che il paese, a prescindere dal Governo in carica, ha nel soddisfare, con conti e casse degli enti locali e dei comuni assoggettati al patto di stabilità in molti casi vuote, le necessità di sostegno alla ripresa a mezzo di diminuzione della tassazione ed aiuto alle famiglie e di rispetto dei parametri imposti dall’Europa. Il primo allarme riguarda la possibilità che l’importo della TASI pagata dai contribuenti possa superare, in dipendenza dall’aliquota applicata dai singoli comuni, del 60% quello della vecchia tassazione sugli immobili; il secondo riguarda il bonus di 80€, sicuramente positivo per i consumi, come confermato dalle rilevazioni di Confesercenti, soprattutto quando diverrà strutturale, ma la cui copertura per il 2015 richiede 14,3 miliardi di € rispettando i vincoli sul deficit imposti da Bruxelles (vero è a 17 bil ammonta il gettito della spending review previsto per il prossimo anno e che l’inserimento molto opinabile di contrabbando, prostituzione e spaccio nel computo del PIL possano aiutare a migliorare i rapporti in cui il PIL è presente).

I punti toccati dal Governatore Visco non sono nuovi né di facile risoluzione. La corruzione è un fardello al quale andrebbe posto rimedio ma che non può comunque garantire ingressi immediati. Essa opprime l’Italia, nella sua competitività, lacera il concetto di uguaglianza ed il principio costituzionale secondo il quale chi più ha più deve contribuire; emblematico dello stato del paese è il fatto oggettivo che se il paese recuperasse il 10% di quello che viene sottratto da corruzione, evasione, burocrazia avrebbe risolto ogni problema di bilancio.

Il periodo di riforme avrebbe dovuto aprirsi già col governo Monti, evidentemente con esecutivi di larghe intese ma che perseverano nella difesa partitica e con il potere delle burocrazie e tecnocrazie, è difficoltoso portare a termine cambiamenti che potrebbero essere controproducenti per coloro che hanno potere decisionale sulla loro implementazione. Tuttavia la necessità di attuare cambiamenti costituzionali ed a sostegno dell’economia che dovrebbero essere condivisi dai partiti, dagli imprenditori e dai sindacati, rimane fortissima e basilare.

La necessità di investimenti che appoggino la crescita e di conseguenza il lavoro innescando il meccanismo virtuoso di “investimenti – crescita quindi consumi – produzione – lavoro” è tanto chiara quanto difficile da applicare nel contesto italiano dove lo stato non ha risorse da investire perché costretto dai parametri EU ed oppresso da un debito da ridurre (tendente al 135% del PIL) totalmente colpa della mala gestione interna e dove le imprese, (senza generalizzare) se grandi hanno spostato il baricentro dalle attività prettamente produttive a quelle finanziare, se PMI sono bloccate da burocrazie, debiti delle PA (75 bil €), tassazione e cuneo fiscale, calo drammatico dei consumi. Pertanto gli investimenti esteri vanno cercati ed appoggiati senza voler difendere esclusivamente per presa di posizione un patriottismo che potrebbe portare alla rovina; gli investimenti statali produttivi, ad alto valore aggiunto, in grado di creare lavoro ed indotto possibilmente in settori innovativi e fulcro del nuovo paradigma economo focalizzato sulla tecnologia, devono riprendere e possibilmente rientrare nel perimetro della golden rule europea. L’Italia inoltre deve focalizzarsi sul miglior impiego dei fondi e degli investimenti Europei che vengono da noi letteralmente sprecati, così come deve evitare di cadere nelle procedure di infrazione (siamo al primo posto per numero di procedure avviate nei nostri confronti) che comportano il pagamento di sanzioni e minano ulteriormente la credibilità.

L’occupazione deve assolutamente essere appoggiata dalla normativa, devono essere riformati gli ammortizzatori sociali ed introdotto il concetto di riqualificazione del lavoratore a carico pubblico in sostituzione del vecchio concetto di cassa integrazione, come del resto accade in Germania, ma ciò senza prescindere dalla crescita e dal rilancio dei consumi (sia interni che da export) che sono i precursori della richiesta di nuovo personale delle imprese.

Le banche infine devono tornare a servire l’economia reale e concedere credito a famiglie e PMI e non essere rivolte esclusivamente alla finanza, anche quella ad alto rischio che offre alti rendimenti e soprattutto la possibilità di togliere trasparenza ai bilanci. Il rimprovero fatto da Squinzi e Visco (arcinoto) è stato quello di utilizzare i prestiti a basso tasso della ECB per acquistare bond, per parcheggiare liquidità overnight e spingersi nell’acquisto di derivati, senza concedere credito alle imprese ed alle famiglie strozzate dalla crisi. Nonostante ciò va sottolineato che in Europa la maggior parte delle banche, grandi e piccole che siano, per poter passare gli stress test europei in vista dell’unione bancaria hanno o necessiteranno di importanti ricapitalizzazioni. Detto ciò portare avanti la divisione tra banche d’affari e banche commerciali potrebbe essere un viatico più che interessante. La ECB dovrà avere ruolo decisivo nel sostegno alle imprese (con cartolarizzazioni o prestiti agli istituti vincolati all’effettiva concessione del credito) poiché le banche nazionali potrebbero ormai non essere più in grado autonomamente di far fronte a tutte le richieste di prestito motivate spesso dai crediti delle PA. La decisione in merito potrebbe essere presa il 5 giugno in occasione del board ECB, assieme alle contromisure per arginare la bassa inflazione che si conferma anche per il mese scorso allo 0.5% (dato ancora in calo rispetto alla precedente rivelazione).

Dai moniti preoccupati riportate all’inizio, non molto è mutato, anche il PIL non crescerà quanto previsto, ma si attesterà tra lo 0.1% e lo 0.4% non consentendo la diminuzione della disoccupazione che invece richiede tassi positivi prossimi all’ 1.5%. La ripresa a detta di tutti si mantiene fragilissima, lenta e ostaggio di ogni variabile esterna indipendente dall’azione delle istituzione (immigrazione, disastri naturali, crisi internazionali).

Ciò che realmente è cambiato sono: la consapevolezza (ritardataria) da parte di EU ed ECB dell’assoluto bisogno di incisivi interventi a strettissimo giro; il consenso e la speranza riposta non tanto nel Governo che rimane di larghe intese e quindi di trattativa e compromesso, quanto in Matteo Renzi (oggettivamente unica alternativa credibile nel panorama politico italiano dove una persona onesta, equilibrata, intelligente e dotata di un minimo di visione globale avrebbe probabilmente sbaragliato la concorrenza) che è visto come ultima spiaggia per un cambio di passo che deve essere sia interno che europeo. Il peso del suo 40% europeista potrà pesare più a Bruxelles, dove devono essere temuti ed arginati gli anti-europeismi con la collaborazione trasversale e maggior attenzione ai cittadini, che in Italia ove è difficile pensare senza rimpasti di governo o nuove elezioni a radicali alleggerimenti nelle prese di posizione.

Il nuova paradigma economico-politico che dovrà essere protagonista in Italia ed in Europa potrà, una volta avviato concretamente, essere duraturo solamente se si opererà un rinnovamento, non basato sull’anagrafe o sul genere, della classe politica e dirigente che è tuttora attinta esclusivamente da una ristretta élite sociale e che invece dovrà andare a sfruttare tutto il capitale umano indubbiamente presente aprendo veramente possibilità per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco per il paese e che lo meritano.

La posta in gioco è altissima e tale da impattare direttamente la vita di tutti noi che vorremmo vivere nell’Europa delle tre P, prosperità, pace, protezione, da troppo tempo dimenticate.

La carne al fuoco è tantissima, di varia natura e da cuocere in tempi differenti, l’attenzione e l’impegno devono essere dunque massimi perché non possiamo permetterci altro se non centrare in pieno gli obiettivi. Il tempo era già scaduto tanto tempo fa.

31/05/2014
Valentino Angeletti
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Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa: settimana decisiva, che non sia una delle tante

Dalle Olimpiadi invernali di Sochi il premier Enrico Letta ha dichiarato che al suo rientro, Lunedì 10, si precipiterà al Quirinale per discutere col Presidente Napolitano una strategia, che avrebbe già in mente, per rilanciare l’Italia, cambiare marcia, rafforzare l’Esecutivo e forse per riempire la “bisaccia” che Squinzi non vorrebbe ancora vuota il 19 febbraio, quando, durante il Direttivo Confindustria, gli industriali incontreranno Letta.
Questa strategia, al momento ignota, un po’ rimanda al “piano segreto” di Berlusconi per vincere le elezioni al primo turno superando la soglia del 37%.
Il Premier ha aggiunto che non v’è necessità di un “one man show”, bensì, mostrandosi in sintonia con lo spirito olimpico, di un gioco di squadra; nella situazione in essere non è possibile consentire però neppure un “one party show”, né, estendendo il concetto a livello europeo, un “one country show”, né tanto meno accontentarsi di partecipare.

Questa dichiarazione fa un po’ sorridere, perché la marcia avrebbe già dovuto essere cambiata da tempo (Link: “il tempo scaduto da tempo”). Al suo insediamento, 10 mesi or sono, il Governo Letta si definì come il Governo che nessuno avrebbe voluto, un Governo a termine, nato per agire con snellezza, rapidità e risolvere quattro o cinque questioni fondamentali alcune delle quali si trascinano da decenni, il tutto in circa 18 mesi. Una priorità era la legge elettorale che solo adesso sembra possa essere imbastita e modificata, dopo essere stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Sugli altri fronti, non solo per colpa di Letta, ma per le finte priorità che di volta in volta subentravano, per le frizioni, i particolarismi intestini ai partiti ed il protezionismo nei riguardi di vantaggi settari o personali, poco è stato fatto e la dimostrazione è che Confindustria, sindacati, PD stesso, FI, Scelta Civica ed i partiti del centro così come quelli più a destra e sinistra denunciano unanimemente una lentezza ed un immobilismo che non possono far altro che peggiorare una situazione quasi compromessa.

Per quel che riguarda il Governo le opzioni potrebbero essere: un “Letta Bis” con eventuale innesto di forze renziane, gradito particolarmente a Letta e Napolitano che vuole assicurare più continuità possibile in vista delle Euopee, ed anche a Renzi purché non vi siano inserimenti di suoi esponenti e purché la durata residua sia di soli 8 mesi per risolvere le questioni urgenti, le stesse del 2010; le elezioni con l’Italicum o con il proporzionale modificato; un nuovo Governo capace di durare fino al 2018, ma in tal caso le forze dell’Esecutivo, ed ancor di più i piani, dovrebbero essere rivisti e probabilmente questa ipotesi aprirebbe la strada ad una successione di Renzi.
Considerando le inclinazioni di Napolitano, Letta, Renzi ed anche Berlusconi la prima opzione sembra quella più plausibile, benché ci sarà da capire se vi saranno ingressi vicini a Renzi, in che posizioni, e soprattutto il programma e le tempistiche delle riforme.

Detto ciò si comprende l’esclamazione “era ora” di Renzi, perché effettivamente sarebbe l’ora di provare ad aggredire i problemi.
Problemi che da anni sono gli stessi e che ormai tutti i partiti politici mettono all’inizio dei loro programmi, sotto certi punti di vista ormai non così dissimili.
Il Governatore della Banca d’Italia Visco, in occasione del Forex di Roma, ha messo in luce alcuni buoni risultati a livello di credibilità politica, ma soprattutto le difficoltà persistenti di un’economia che probabilmente vedrà nel 2014 una lenta ripresa del PIL che segnerebbe +0.75%, inferiore all’ 1% del Governo, e più allineato allo 0.7% di Confindustria, in ogni caso troppo poco per arginare la disoccupazione ormai al 13%.
La produzione manifatturiera nell’ultimo trimestre 2013 ha visto un leggerissimo miglioramento, ma senza interventi per abbattere il cuneo fiscale, aumentare il potere d’acquisto e la domanda, diminuire la tassazione sul lavoro come intimato dall’Europa, tagliare spesa ed evasione e, per quel che riguarda le banche, concedere più credito alle aziende che fino ad ora se lo sono visto sistematicamente negare, la crescita è ancora lontana e la deflazione potrebbe essere un problema da non sottovalutare.
Per il settore bancario uno stimolo alla concessione di credito può essere rappresentato dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia, ma c’è da vedere se gli istituti non vorranno accantonare questa plusvalenza per affrontare più solidamente gli stress test europei. La possibilità delle creazione di una Bad Bank dove convogliare tutti i crediti deteriorati (ma poi che fine faranno questi crediti?) testimonia come effettivamente il settore bancario in questi anni sia stato poco efficiente non riuscendo ad assistere adeguatamente l’economia ed al contempo concedendo troppo facilmente crediti, tipicamente di grande entità ad una élite molto ristretta, senza sufficienti garanzie; in aggiunta a ciò le necessità di ricapitalizzazione, dovuta a volte all’uso dissennato di strumenti finanziari complessi, di alcune banche, come MPS, Carige, BPM è pari al proprio valore, addirittura superandolo come nel caso dell’istituto di Via Salimbeni. Di certo non una situazione di facile soluzione.
La più critica Confindustria, per bocca del presidente Squinzi, ritiene invece la situazione economica reale addirittura terrorizzante

Qualunque sia il nuovo scacchiere politico che si profilerà, questa volta non sussiste nessuna scusa, le riforme da farsi internamente sono ben note ed in Europa è giunta davvero l’ora di alzare la voce oppure, come andava di moda dire fino a qualche mese fa, battere i bugni sui tavoli di Bruxelles per far capire la nostra importanza all’interno dell’Unione e la necessità di più collaborazione e distribuzione di sacrifici in un momento di difficoltà generalizzato.
La Corte Costituzionale di Karlsruhe si è appena pronunciata sulla legittimità del meccanismo europeo OMT di salvaguardia dei paesi in difficoltà, parte dell’ESM, affermando che un simile giudizio non è di propria competenza, bensì della Corte di Giustizia Europea, alla quale rimanda il pronunciamento non senza esprimersi ritenendo, in accordo con la Bundesbank, che l’accezione di “illimitatezza” sull’acquisto di bond esuli dai poteri della ECB.
Questa sentenza da un lato rappresenta una positiva ammissione di sovranità dell’organo europeo, dall’altro non lesina di criticare, in accordo con la BuBa e con l’austero e rigido spirito tedesco fin qui dominante nelle strategie dell’Unione, le politiche europee.
Mai come ora, oltre ad un impronta più autoritaria degli stati in difficoltà, capeggiati dall’Italia che rappresenta la quarta economia, serve che internamente il Governo tedesco cambi atteggiamento e si mostri più collaborativo poiché deve comprendere che il tessuto europeo è necessario anche alla propria prosperità, probabilmente sarebbe l’ultimo stato ad andare in difficoltà, ma se la situazione continuerà a deteriorarsi anche i tedeschi dovranno arrendersi. A far pressione internamente affinché venga ridimensionato il concetto di austerità e rigore dei conti dovrebbe essere, in stretta collaborazione col governo italiano con il quale esiste un buon rapporto, la SPD, in grande coalizione con la CDU, che annovera nei suoi ranghi anche il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, il quale in un’intervista al QN ha effettivamente denunciato una eccessiva austerità del Governo tedesco, in accordo con le parole di Napolitano al Parlamento EU di Strasburgo, ma ha anche aggiunto che il Governo tedesco è solo uno tra tutti quelli che prendono le decisioni (indubbiamente però il più potente ed quasi dotato di potere di veto).

Per il venturo Esecutivo italiano, qualsiasi esso sia, il da farsi è chiaro (Link: “Italia casa diroccata”), complesso e sfidante, necessita di risolutezza, rapidità, incisività, lungimiranza, autorevolezza dentro e fuori i confini e grande capacità di tessere e mantenere relazioni con controparti europee e mondiali su temi politico-economici, caratteri che fino ad ora sono stati deficitari, ma senza i quali non v’è alcuna possibilità di trovare il bandolo di una matassa intrigata più che mai.

09/02/2014
Valentino Angeletti
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