Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare diversamente

Alla frase: “La situazione economica europea è debole e fragile…” et similia ci eravamo abituati, potremmo quasi dire di esserne ormai immuni. Di tono ben più allarmante, sempre considerando l’aplomb e lo stile del personaggio, sono state le dichiarazioni del Governatore BCE, Mario Draghi, che da Bruxelles ha rincarato, e di molto, la dose. Secondo il Governatore dell’istituto di Francoforte all’interno di uno scenario macroeconomico che permane debole e fragile i segnali di ripresa, a dire la verità mai stati eccessivamente violenti, hanno ulteriormente perso slancio e la lentezza delle riforme contribuisce pericolosamente a solidificare lo stato di crisi.

Per Draghi la BCE ha fatto ciò che doveva fare, quindi parafrasando avrebbe rispettato in toto il proprio mandato, con la sola eccezione, e si tratta di un mea culpa ufficiale non da poco, di aver sottovalutato l’imperversare della disoccupazione che ha avuto un ruolo determinante nell’innescare la spirale deflattiva (o della bassa inflazione).

Alcuni altri appunti si potrebbero però muovere alla BCE.

Innanzi tutto non aver pensato di controllare che gli aiuti erogati inizialmente non venissero fagocitati dall’intermediario bancario ed impiegati esclusivamente a loro pro. Se un monitoraggio della BCE sugli investimenti finanziari speculativi da parte delle banche poteva risultare complesso ed invasivo, lo sarebbe stato decisamente meno il controllo che i denari non venissero depositati overnight proprio presso l’istituto di Francoforte, prassi che era diventata comune per incassare un minimo guadagno senza rischiare.

La deriva verso l’inflazione, oltre ad essere ampliata dalla disoccupazione, non è stata di sicuro un evento improvviso né senza segnali (Link Vari deflazione), ma una deriva per quanto rapida comunque protrattasi nel tempo. Poco è stato fatto, e la colpa in tal caso è anche di alcuni governi che hanno preferito la competizione sui salari rispetto alla qualità di prodotto, per sostenere i consumi ed infondere la fiducia necessaria alla popolazione per affrontare le spese o richiedere credito alle banche, che da tempo avevano iniziato a negarlo quasi sistematicamente.  Il mantenimento di bassi tassi forse è stato troppo lento e comunque non così rilevante per deprezzare l’Euro quel tanto che sarebbe bastato per favorire un minimo le esportazioni europee (la situazione in essere ha favorito neppure a dirlo la Germania).

Sempre la deflazione e la tendenza attendista dei consumatori che la caratterizza hanno abbassato, come già detto, la propensione a contrarre prestiti e chiedere credito, proprio per l’attesa di ulteriori ribassi dei prezzi, così, ed arriviamo all’ultimo punto, le misure di T-LTRO di qualche giorno fa sono state accolte con più freddezza del previsto. Le banche, e la BCE non può forzare a farlo, hanno richiesto minore liquidità un po’ per la domanda di credito bassa, un po’ perché a breve vi saranno gli stress test europei volti a verificare la solidità patrimoniale in cui il prestito e l’uso degli strumenti finanziari hanno un ruolo importante nella determinazione dei vari cor tier. Inoltre gli eventuali benefici del T-LTRO si vedranno in un arco di tempo lungo e quindi non possono essere considerati come la misura shock in grado di deviare il corso economico di questo perdio.

Non v’è dubbio alcuno che la BCE abbia provato ad agire per supportare l’economia, ma non si può neppure negare che lo abbia quasi sempre fatto in ritardo (link).

Quando Draghi afferma, e l’Italia si senta tirata in causa, che i proventi dei bassi spread, decisamente merito degli interventi della BCE, sono stati utilizzati per aumentare la spesa corrente non dice il falso, così come ha pienamente ragione quando denuncia una cronica lentezza nel processo riformatore (La lenta fretta del G20 ed una realtà italiana più tartaruga che Achille). Se in Portogallo ed in Spagna (Link Spagna), pur con tutte le difficoltà sociali che rimangono, le riforme hanno inciso di più ed hanno consentito un progressivo ritorno degli investimenti “green field” così non è per Grecia ed Italia.

La situazione italiana del resto rimane troppo viscosa, incerta, ingessata su situazioni che logorano, distolgono attenzione ed energie alle reali priorità ben note a tutti (link violenta reazione) . Come se non bastasse, con i meccanismi in essere, anche un processo di riforme virtuoso, eccellente ed approvato unanimemente richiederebbe tempo per entrare in fase attuativa e quand’anche fosse attuato i benefici arriverebbero dopo un fisiologico intervallo temporale, più lungo ancora nel caso si voglia considerare l’inversione del dato disoccupazione. La ricetta di Draghi basata su riforme e tagli di spesa è corretta, ma in Italia non è facile agire tempestivamente su questi due fronti.

La spending reviw ha subito le note vicissitudini con commissari succedutesi, programmi e piani precisi reclamati da Bruxelles e non arrivati in tempo, a volte anche eccessive aspettative, perché ci è stato anche rimproverato di relegare il reperimento di ogni risorsa alla revisione della spesa senza però aver presentato un piano che la dettagliasse e la quantificasse, come fosse una sorta di panacea di tutti i mali (Lin1k – Link2). Quando poi sono stati ipotizzati tagli alla sanità, revisione delle pensioni (che la stessa OCSE ha identificato come enormi centri di spesa e sprechi), decurtazioni al settore difesa oppure alle regioni, le proteste e le dichiarazioni belligeranti si sono prontamente sollevate, segnalando che trovare un punto di accordo non sarebbe stata cosa banale, ed infatti al momento il nodo è stato accantonato.

La riforma sul lavoro che dovrebbe contribuire a facilitare gli investimenti (pur ricordando che il lavoro non si crea per decreto) è motivo di scontri intestini nei partiti, tra partiti ed associazioni sindacali e datoriali, tra gli stessi sindacati e pure tra sindacati e lavoratori che in molti casi hanno la sensazione di esser stati lasciati soli per troppo tempo, tanto da giungere ad una situazione dell’occupazione e delle forme di impiego delirante. In particolare è l’Articolo 18 il fulcro della discussione, come se rappresentasse il solo ed unico elemento ostante gli investimenti e causa di disoccupazione. Evidentemente, come lo fu l’IMU all’epoca (ora diventata TASI e che per me affittuario impossibilitato all’acquisto di un mediocre monolocale è passata da circa 90€ ad poco più di 130€) si tratta di un vessillo, di una bandiera che si vuol difendere (nel senso di mantenere o eliminare a prescindere) senza sentir ragioni o aprire le orecchie a mediazioni o soluzioni alternative, chissà forse anche più adatte a questo periodo.

Emblematiche sono state anche le polemiche sull’ipotesi di riduzione dei giorni di ferie alla magistratura ed ancora di più le ormai 14 votazioni per l’elezioni dei membri di CSM e Corte Costituzionale, nonostante il patto del Nazareno e nonostante gli espliciti moniti di Napolitano. Il Presidente si è ripetuto in occasione dell’apertura dell’anno scolastico auspicando il superamento dei corporativismi e dei conservatorismi (e detto da un ottantanovenne fa almeno sorridere).

Situazioni simili sono certamente valutate da eventuali investitori che volessero venire ad investire da zero nel nostro paese. Se qualche ingresso finanziario ed industriale è avvenuto (Ansaldo, Eni, Enel, Generali, Telecom, Fiat, Elextrolux), ormai sono nulli gli investimenti industriali esteri “da zero”. Non tanto l’articolo 18 è il problema che li ostacola, quanto la burocrazia, l’eccesso di norme incomprensibili e di interlocutori con voce in capitolo, la giustizia incerta, la legislazione che spesso agisce a posteriori e retroattivamente della quale ogni azienda è letteralmente in balia (e se si tratta di piccoli artigiani, imprenditori o commercianti con strumenti di difesa nulli), il fisco, per non parlare della corruzione ed infine le condizioni di accesso al credito. Inoltre è evidente che un privato investitore porrà il proprio business dove v’è possibilità di fare profitto e dove l’impostazione non è negativa. Al momento l’Italia è l’unico membro del G20 ancora in recessione, è colei che ha i dati peggiori, e pur rimanendo osservata dagli investitori finanziari, sono pochi rispetto ad altrove coloro che hanno il coraggio di insediarvi il proprio business industriale.

Tutti questi fattori evidentemente impediscono gli investimenti privati (esteri e non), e, pur volendo ipotizzare di agire nel modo più rapido possibile, è illusorio pensare che si possano risolvere in tempo utile per arginare la deriva della crisi. Servirebbe un vero piano di defiscalizzazione dei salari/redditi privati e delle imprese ed una serie di investimenti pubblici in modo da rilanciare potere d’acquisto, consumi ed esportazioni, sostenere l’occupazione  e creare maggiori presupposti per investimenti privati che ora difficilmente potranno scostarsi dalla più o meno pura finanza.

Gli investimenti pubblici però sono in contrasto con il rigore di bilancio (i proventi della spending review sono già allocati per defiscalizzazione e riduzione del debito) imposto dall’UE a trazione tedesca che durante la campagna per le europee di maggio sembrava ad un passo dall’essere superato, ma che in realtà rimane ben saldo.

Lo stesso Draghi nel suo discorso ha voluto intendere che il processo riformatore dovrebbe investire anche l’Europa, anch’essa ingessata. Lo si nota dalle lungaggini del processo di insediamento della nuova Commissione così come dall’incapacità di pianificare ed intervenire in modo sincronizzato su vari fronti economici, politici e sociali, segno che non l’unità di intenti ed obiettivi, mai particolarismi animano ancore l’agire di tale entità al momento più geografica che politica. In questo frangente è rimasto in sospeso il piano di investimento da 300 miliardi annunciato da Juncker ed il semestre italiano è silenziosamente giunto a metà senza che abbia lasciato particolari segni, quando sembrava (ma avevamo detto che non poteva essere così) dovesse essere rivoluzionario. Allo stesso tempo però il Governatore non ha voluto sbilanciarsi ed ha confermato la linea di Merkel – Katainen – Rehn di utilizzare la flessibilità già presente nei patti senza richieste ulteriori. Proprio in questo modo il Cancelliere tedesco ha congelato il Primo Ministro Francese Valss  che gli illustrava il suo piano di riforme sui cui la Merkel non ha lesinato il solito aggettivo “impressionante” (o mente bene o è facilmente impressionabile perché lo ha riservato a tutti).

Si ritorna dunque, anche alla luce del nuovo (opinabile) calcolo del PIL Eurostat che migliora in valore assoluto il dato consentendo per il nostro paese un abbassamento per il 2013 del rapporto deficit/PIL di 0.2% (a 2.8%) e debito/PIL a 128%,  a parlare di concessioni europee, di golden rule, di investimenti produttivi fuori dai vincoli dei patti e di più tempo per il rientro sul debito, elementi che però non vogliono essere neppur considerati seriamente e sono smorzate sul nascere. Sugli investimenti privati potrebbe avere un ruolo importante anche la BCE elaborando meccanismi che supportino direttamente gli stati nei loro investimenti, appoggiandosi alla BEI, alle singole banche centrali (in Italia entità finanziarie come Bankitalia, CDP, FSI ecc) ed in ultimo acquistare titoli di stato, spingendo affinché possa essere valutata la convergenza verso un euro-bond comunitario al momento neppure ipotizzato dalla Germania.

Tutto ciò può avere senso solo se il paese in questione ha un piano di sviluppo, ha idea chiara di dove investire e spendere (e non sprecare), ha una gestione del budget efficiente, punta a nuove tecnologie, innovazione e ricerca, ed a nuovi modelli industriali basati su internet, energia-efficienza, tlc, trasporti di nuova generazione (e qui il nodo digital divide e l’agenda digitale potrebbero davvero rappresentar l’investimento più produttivo di questa fase storica Link), oltre che alle solite strade, ponti ed infrastrutture che comunque nel nostro paese devono essere profondamente rinnovate e riqualificate come del resto tutto il patrimonio edilizio.

Chiaramente a fianco di ciò dovrà proseguire spedito e rapido il necessario processo di riforme nazionali ed europee che tutti richiedono e pretendono, che per taluni è ormai in fase avanzate, per altri ancora non si vede, per altri ancora, i più pericolosi perché beneficiano del precipitare della situazione, pare non esser necessario.

 

22/09/2014
Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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3 Risposte

  1. […] Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare … […]

  2. […] già da tempo si è mostrata totalmente avversa alla politica monetaria di BCE  (LINK1 – LINK2 – LINK3) la quale sta provando ad assumere una connotazione ulteriormente espansiva, anche se […]

  3. […] Link: Legge di stabilità: OK con ultimatum. Piano investimenti Juncker: dubbi. BCE ed Euro-Bond.  Lotte intestine in politica italiana ed una successione dietro l’angolo. 27/11/14 Stress test e banche, BCE, Europa: sembra difficile scorgere un bicchiere mezzo pieno 05/11/14 Covered bond, colpe tedesche ai tempi della Grecia ed ipotesi di asse Parigi-Berlino 19/11/14 Non solo Draghi e BCE dietro il crollo delle borse, ma pesano Francia e frammentazione europea 03/12/14 Draghi espansivo, ma Schaeuble frena con gli ABS 26/09/14 Draghi: “allarme rosso sulla ripresa”. Alcuni Mea culpa, ma soprattutto un futuro da affrontare … […]

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