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Il preambolo alla vigilia di COP21: tremendi dati sull’inquinamento cinese

Degno di riflessione. Se il buon giorno si vede dal mattino, anzi, se si vedesse qualche cosa al mattino, perché a causa dello smog non si vede un bel nulla, non ci sarebbe da stare sereni. Proprio oggi le autorità cinesi, per via dell’inquinamento atmosferico, hanno, per l’ennesima volta, sconsigliato ai cittadini delle grandi città del dragone di uscire di casa.

L’impennata dello smog e dell’inquinamento, prima causa di morte in cina e noto problema economico-sociale, oltre che ambientale del paese, dovuta in buona parte dalle emissioni delle auto, ha subito un drastico incremento con l’arrivo dell’inverno, e con esso della necessità di proteggersi dalle temperature rigide. Il freddo ha costretto la massiva accensione dei sistemi di riscaldamento, principalmente alimentati da fonti fossili che a loro volta alimentano vecchie centrali elettriche senza alcun vincolo sui parametri ambientali, nè tecnologia per la salvaguardia dell’ambiente. Questo, non perché la Cina non abbia know how o mezzi per  ridurre, almeno di un po’, le proprie emissioni, ma perché al momento, senza regole e sanzioni e con una domanda energetica crescente, è economicamente conveniente così. La Cina, dotata di tutte le più moderne tecnologie e menti che si formano nelle più prestigiose università estere, non dimentichiamo essere tra i primi produttori di energie rinnovabili e numerosi investimenti sono stati dedicati allo sviluppo di parchi eolici e fotovoltaici, così come per lo sviluppo del nucleare ed anche per stipulare contratti di lungo termine con la Russia per la costruzione di gasdotti ed il conseguente approvvigionamento di gas, fonte ben più sostenibile di petrolio e carbone. Quest’ultimo largamente ancora usato soprattutto per la convenienza dovuta alla riduzione del costo della materia prima e dell’abbondante presenza sul territorio della Repubblica Popolare Cinese.

Proprio in queste ore, i livelli di PM2 o polveri sottili, hanno superato le 300 parti per metro cubo, contro un limite ritenuto il massimo sostenibile dal corpo umano, definito dall’OMS, di 25 parti per metro cubo: oltre un fattore moltiplicativo di 12.

Il curioso di questo fatto, è che stiamo analizzando il dato proprio alla vigilia dell’apertura della conferenza sul clima di Parigi, COP21, dove oltre 150 nazioni parteciperanno.

La Cina sarà presente, così come gli Usa, i due veri inquinatori del globo, sempre presenti, ma che mai hanno ratificato gli accordi delle precedenti conferenze, sia per protezione della propria economia, sia per una sorta di partita a scacchi strategica tra loro, vere superpotenze mondiali.

Obama nel suo mandato ha sempre sostenuto la conversione alla green economy, ma ultimamente, nella veste di “anatra zoppa”, con un parlamento repubblicano dominato da vari gruppi di pressione legati al carbone ed al petrolio, sta confrontandosi con difficoltà sempre maggiori nell’attuare alcune idee ambientaliste, pur ricordando che nel suo mandato le estrazioni di combustibili fossili hanno toccato i massimi storici, anche grazie all’innegabile contributo dello shale gas.

La differenza rispetto agli scorsi incontri è che stavolta si parte già con programmi ed obiettivi condivisi che devono essere “solo” raffinati e sottoscritti. Questione di firme si potrebbe dire, ma apporre una firma, che comunque mai era stata apposta da alcuni membri, è una cosa, rispettare i patti, invece, è tutt’altra storia.

Per la cronaca ricordiamo che il 2014 e 2015 sono stati gli anni più caldi in assoluto e che l’obiettivo globale è il contenimento del riscaldamento terreste causato da fattori antropici sotto i 2°C entro la fine del secolo in corso, rispetto al periodo pre industriale (1850). Senza contromisure, che in altre parole altro non sono che l’impegno di tutto il mondo e di tutte le persone, il riscaldamento supererebbe i 4 C°, devastante, ma alcuni studi ritengono che, nonostante i più grandi sforzi che potranno essere messi in campo, sia già impossibile limitare entro i 2.7 °C il riscaldamento.

Lunga è la via e pochi i margini di errore. Chissà se a dominare, come fino ad ora è stato, sarà il particolarismo, cieco al dato di fatto che risiediamo tutti nel medesimo pianeta e condividiamo risorse sufficienti, ma pesantemente sbilanciate verso pochi “fortunati”, o se stavolta un minimo di banale arrendevolezza a quelle che sono le evidenze la farà, come ci dobbiamo augurare, da padrona.

Di certo, se aprissimo COP21 diramando gli ultimi dati Cinesi, le speranze prenderebbero il primo taxi per Charles De Gaulle, decollando alla volta di mondi lontani e non ancora irreparabilmente compromessi, più dalla testardaggine umana che dai cicli geologici terresti.

28/11/2015
Valentino Angeletti
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Situazione politica tesa e contesto sempre più difficile suscitano critiche ed ipotesi di scenari quasi da complotto

Ogni giorno che passa si diviene sempre più consci e consapevoli di quanto, nonostante i proclami dei nostri leader di governo, la situazione italiana sia sempre più complessa e lontana dall’essere sulla via di un concreto, tangibile e duraturo miglioramento.

Il lavoro, pur tra le dichiarazioni ottimistiche troppo affrettate (come giustamente rimarcato da Poletti), non è ancora ripartito e ne sono una testimonianza reale, ben più oggettiva dei presunti 90’000 nuovi contratti a tempo indeterminato che probabilmente sono in maggior parte trasformazioni di vecchi rapporti precari ed instabili, le vertenze Wirphool-Indesit (nonostante gli accordi presi col Governo in sede di cessione della Ex Merloni), Auchan, che in Sicilia denuncia concorrenza sleale da parte di supermercati locali che praticherebbero contratti a tempo pieno trattandoli come se fossero part-time e risparmiando di conseguenza sui costi -se così fosse si tratterebbe di un caso palese di sfruttamento- , e Mercatone Uno, storico marchio sponsor del grande Pantani dei tempi d’oro, che ha portato i libri contabili presso gli uffici di Bologna per avviare le pratiche di fallimento. In tutto ciò ballano migliaia di posti di lavoro e queste vertenze, visto che il bianco e la grande distribuzione sono settori di consumo, testimoniano il proseguire della stagnazione, a prescindere dagli alti e bassi fisiologici dei dati mensili, bimestrali o trimestrali. Ci si deve augurare che il MISE ed i Ministri Guidi e Poletti assieme ai Sindacati lavorino alacremente per proteggere l’occupazione, in cui non ci si possono permettere ulteriori defezioni conferendo il sostentamento degli esuberi ad ammortizzatori sociali che richiederebbero risorse pubbliche scarseggianti, e contemporaneamente si concentrino per modificare un mondo del lavoro decisamente troppo obsoleto.

Anche la riforma della scuola lascia perplessi. Le proteste vengono da tutti i fronti, non può il Premier sempre evitare di mettersi in dubbio quasi che avesse il dono della perenne infallibilità e credendo che siano gli altri, dolosamente o inconsciamente per chissà quale stupidità, a sbagliare ed essere avversi al cambiamento in favore di una conservazione di privilegi. I docenti, con gli adeguamenti contrattuali bloccati da tempo, e gli studenti, che fruiscono un servizio mai all’altezza del paese sviluppato e progredito che l’Italia dovrebbe essere, hanno ben pochi privilegi da proteggere, eppure protestano. Credo davvero che servirebbe più dialogo, molto più dialogo ed umiltà.

Sul piano Europeo l’importante incontro che si è tenuto tra il Premier Renzi, Lady Pesc Mogherini, il Segretario Generale ONU Ban Ki Moon sulla nave San Giusto lascia un po’ di amarezza. Non ci volevano certo decine di tragedie in mare ed il Segretario ONU per ricordare che la priorità deve essere salvare vite umane. Invece tale messaggio è stato trasmesso come se fosse chissà quale novità o scoperta, elogiato come una epifania mistica e fino ad ora imperscrutata. In tutto ciò l’Europa continua a fare orecchia da mercante cercando di “lavarsi la coscienza” con l’aumento del budget per “Triton”, ora portato a 9 milioni di € parimenti al precedente piano “Mare Nostrum”, ma senza il ben più gravoso impegno di accogliere e gestire i flussi migratori, onere che rimarrebbe al primo stato di approdo, tra gli altri l’Italia appunto.

In tutto ciò la scena, e quel che è peggio le energie politiche, sono concentrate sulla Legge Elettorale Italicum (poi verranno le regionali).

Importantissimo, non vi sono dubbi, modificare il Porcellum incostituzionale, ma si deve pervenire, in tempi ragionevoli e compatibilmente con le priorità di un paese e di un continente ancora in difficoltà economica, con gli interessi dei cittadini e con lo scenario di elezioni al 2018, ad un risultato che sia di qualità. Il meglio non si potrà raggiungere, non è nelle corde dell’uomo, ma non ci si deve accontentare al ribasso solo per poter fregiarsi di aver agito. Invece, onde evitare confronti, discussioni e modifiche all’Italicum, si stanno facendo conteggi, si sta meditando sul voto segreto, sulla fiducia, si pensa a far slittare i lavori per, ossimoricamente, contingentare i tempi e rendere il processo più rapido, si propongono, da parte del Governo, aperture sulla Riforma del Senato in cambio dell’appoggio alla legge elettorale, scambio che, visto l’autoritarismo ed il decisionismo Renziano pare tanto un “Do (poi) Ut Des (ora): Aspetta e Spera”.

In tutto ciò si fa largo, in tono quasi ricattatorio, pure l’ipotesi di fine legislatura e caduta del Governo, con elezioni, a questo punto, non prima di fine anno, ma con la parola ultima che, mai dimenticarlo, in caso di crisi governativa spetta sempre e comunque al Presidente Mattarella il quale dovrà decidere come agire, avendo nel suo mandato la possibilità di formare un nuove esecutivo (il Premierato italiano, a dispetto di quanto i più credono, non è eletto dal Popolo sovrano, ma i poteri gli sono conferiti dal Presidente della Repubblica).

Sorge il dubbio, alla luce dell’ipotesi avanzata da Renzi di fine legislatura, solo sino a qualche settimana fa collocata inderogabilmente al naturale termine del 2018, che non siano così infondate le voci secondo le quali dalla City della Tremenda Albione i poteri forti della finanza siano molto delusi dall’operato Renziano in tema economico. I dati sono deboli e non tali da indicare una concreta, tangibile e strutturale ripresa, lo 0.6-0.7% di PIL è insufficiente e passibile di revisioni ed anche il supporto di un prezzo del greggio molto basso non sembra aiutare più di tanto. Lo scenario economico continua (e continuerà ancora a lungo) ad essere in balia di eventi esterni incontrollabili: flussi migratori, terrorismo, Ucraina-Russia, Libia, crisi Greca. Il supporto dei palazzi Londinesi (dove a ridosso della sua nomina Renzi era solito andare e riunirsi con controparti non ben definite) al Premier starebbe dunque venendo meno e là starebbero lavorando per un qualche avvicendamento.

Forse queste sono solo fantasie figlie di un “complottismo” a volte dilagante ed eccessivo, ma in altri casi figlio di evidenze non avulse dalla realtà e dall’oggettivo andamento dei fatti.

Non serviranno molti sforzi per verificarlo: aver pazienza ed aspettare al più sino a fine anno.

Valentino Angeletti
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“The Interview” una differente analisi del presunto attacco hacker alla Sony

Partendo dal presupposto che la minaccia esiste e deve essere tenuta debitamente in considerazione da stati nazionali ed aziende private, che è nei fatti l’esistenza di alcuni stati che investono ingenti fette di budget in tecnologie, formazione e risorse umane per potenziare questo settore e che simili tecniche saranno senza dubbio una componente importante, ovviamente non l’unica né la principale, delle guerre e delle manovre di intelligence del futuro, a volte vi sono circostanze in cui l’enfasi sul cyber-crime,il  cyber-espionage e la cyber-war è portata all’eccesso.

Premettendo che si tratta di un’opinione totalmente personale, un’esempio sembra essere il caso del film “The Interview”, pellicola satirica natalizia “made in USA” e prodotta dalla Sony Pictures (divisione cinematografica della società Giapponese Sony e teniamo in mente questa provenienza) che ironizza sul regime nord coreano prendendo particolarmente di mira il dittatore Kim Jong-un.

Secondo alcune fonti il regime avrebbe minacciato la Sony Pictures di renderla obiettivo di attacchi Hacker qualora avesse proiettato il film. La Sony, intimorita, avrebbe desistito ritardando ad oltranza la data di proiezione del Movie. Appresa la notizia si sono spese personalmente contro la minaccia ed a sostegno della Sony personalità come George Clooney ed addirittura Obama, affermando che non poteva essere concesso che un regime minacciasse la libertà di espressione e che non era un esempio da darsi quello di cedere a regimi dittatoriali, che addirittura sarebbero riusciti ad esercitare la proprio pressione entro i confini USA.

Alcuni elementi di questa vicenda però non quadrano. Innanzi tutto conoscendo un minimo quali sono le strategie, le tecniche e le modalità operative delle squadre di hacker, azioni simili generalmente non vengono annunciate o minacciate, ma vengono eseguite, poi, trascorso un po’ di tempo, rivendicate.

Nella vicenda in questione invece la Sony prima ha parlato di minaccia, poi di attacco reale con tanto di furto dei dati di dipendenti che avrebbero chiesto alla società il risarcimento per la violazione della loro privacy.

Il pronunciarsi immediato dello stesso Presidente Obama attraverso tutti i media mondiali sembra oltremodo precipitoso ed avventato per una vicenda simile. La reazione della Sony alle parole di Barack Obama è stata quella di mettere da parte i timori rendendosi disponibile alla proiezione del film se non fosse per i gestori delle sale cinematografiche che non darebbero la loro disponibilità in quanto la minaccia oltre ad essere cybernetica sarebbe anche materiale: anche le sale sarebbero “attenzionate” da potenziali attacchi Kamikaze coreani.

Ad essere sospetta è anche la certezza della provenienza dell’attacco. Di norma un attacco è difficile da collocare geograficamente, in questo caso invece non vi sono stati dubbi sulla provenienza nord coreana, benché l’attacco fosse stato apportato da Pechino (come ovviamente non menzionare la Cina) ove effettivamente vi sono potenti team hacker governativi; il primo passo che avrebbe consentito il cosiddetto in gergo tecnico “privilede escalation” sarebbe stato il furto di password della Sony dal PC di un diplomatico o ambasciatore statunitense in Cina o Corea del Nord.

La Corea del Nord ha ovviamente respinto pesantemente le accuse, oltre che a condannare il film, asserendo (e non pare un messaggio pacifista o una scusa volta a nascondere la realtà) che attualmente le sue maggiori concentrazioni sono riservate al potenziamento sul fronte nucleare e che, pur essendo in fase di crescita, il loro “cyber-army” allo stato attuale non avrebbero le capacità per sferrare un attacco simile.

Insomma, gli ingredienti per una spy story 3.0 ci sono tutti: la componente Cyber che va molto di moda; una grande azienda multinazionale; mosse di Intelligence che spaziano da CIA ad FBI e coinvolgono il direttamente il Presidente Obama; un regime dittatoriale come la Corea Del Nord; l’eterna lotta Cina – USA; il furto delle password di un diplomatico, che a ben pensarci non si sa per quale motivo dovesse detenere password della Sony.

Il risultato fino ad ora è quello che il Christmas-Movie “The Interview”, pellicola di non grande spessore a detta di coloro che la conoscono, ha catalizzato l’interesse di tutto il mondo e se mai il Movie venisse proiettato, e la Sony dietro le dichiarazioni presidenziali si sarebbe detta disposta a farlo, gli incassi sarebbero assicurati.

C’è un altro punto però da considerare, più sottile e meno commerciale. Suona infatti strano un immediato intervento di Barak Obama tra l’altro così duro e perentorio che, pur considerando l’intervento come atto di vandalismo e non bellico, si è detto obbligato a considerare la reintroduzione della Corea del Nord nella lista nera dei paesi terroristi. Ricordiamo la sconfitta alle elezioni di mid-term del Presidente in carica che lo hanno reso una “Anatra Zoppa”: una delle critiche più forti è stata proprio quella della poca risolutezza in politica estera con il ritiro delle truppe da molte zone e con pochi risultati nella lotta al terrorismo.

Analogamente se consideriamo le recenti elezioni anticipate dallo stesso Premier Abe in Giappone, (ricordiamo la nazionalità della Sony) in cui pur con una affluenza attorno al 50% è stato riconfermato per altri 4 anni (allungando di fatto il suo mandato di due anni) con grandissima maggioranza, uno dei punti cardine del programma del leader giapponese è proprio quello di abbandonare la neutralità del’isola potenziando la politica estera attraverso l’appoggio ad Australia e soprattutto USA.

Che il film “The Interview” possa essere stato usato per lanciare un’alleanza Nippo-Statunitense contro un nemico comune, guidato da un dittatore dispotico e non curante di libertà e diritti umani, la Corea del Nord, relativamente poco potente rispetto alle prime due economie mondiali?

Per il Giappone rappresenterebbe una prima prova di forza dal basso livello di difficoltà della rinnovata politica estera; per gli USA si tratterebbe di una situazione, con le dovute proporzioni, assimilabile a quella del regime iracheno ed alle sue presunte armi di distruzione di massa che dovrebbe servire a rilanciare l’immagine forte di Obama, con la grande differenza che le “cyber-weapon” corrono su cavi e fibre transoceaniche a cavallo di bit, sono molto più eteree, ed intangibili rispetto alle armi chimiche che una volta dichiarate devono poi essere mostrate all’opinione pubblica; e per la Sony di pubblicità gratuita per il proprio prodotto (ovviamente la Sony dovrebbe essere anche risarcita per il potenziale danno di immagine con altre metodologie sicuramente nelle possibilità di USA e Giappone).

Le informazioni sulla vicenda sono poche, frammentarie, a volte contraddittorie e non certe nè verificate (come sempre quando si parla di attacchi cyber) quindi quella proposta è solo una differente analisi alla luce di quanto è possibile leggere sui vari media che ritengo fatte le dovute considerazioni (del tutto personali), verosimile.

22/12/2014
Valentino Angeletti
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Guerra sui prezzi del greggio e “l’insospettabile” strategia Russa

OPECNei giorni scorsi si è tenuto a Vienna il vertice OPEC, organizzazione che raggruppa i paesi esportatori di petrolio. Al momento, perché seppur rare sono possibili ingressi ed uscite dall’associazione, i membri sono: Algeria, Angola, Ecuador, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Quatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Venezuela. Il consesso è stato indetto per fare il punto, ed eventualmente prendere contro misure, in merito al calo delle quotazioni del petrolio che è arrivato a toccare valori inferiori ai 70 $ al barile. A contribuire al drastico ribasso sono complici il rallentamento della domanda, dei consumi dovuto alla crisi e l’eccesso di produzione conseguenza parziale del non convenzionale shale (principalmente, ma non esclusivamente statunitense). Oltre a ciò è complice anche il tentativo dei paesi del medio oriente di mantenere la loro egemonia petrolifera rendendo meno profittevole proprio lo shale.

La decisione emersa dal vertice viennese è stata quella di non intraprendere alcuna azione, mantenendo così inalterata la produzione di greggio a circa 30 milioni di barili al giorno. Pare che la convergenza non sia stata semplice ed abbia trovato aspre opposizioni da parte di quei paesi che hanno costi estrattivi e di trasporto superiori e che quindi necessitano di più marginalità per essere competitivi, in particolare Venezuela, Libia e Iran, contrapposti agli stati del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) che invece hanno visto realizzato il loro desiderata di mantenimento dello status quo.

Il tentativo, oltre a rendere meno appetibile l’estrazione di shale voleva avere anche la valenza geo-politica e strategica di colpire le economie di Iran e Russia, paesi ritenuti troppo aggressivi, destabilizzanti e spregiudicati in campo di politica estera (crisi Ucraina) e nelle sperimentazioni sul nucleare ad uso bellico.

Gli Stati Uniti stessi sono stati favorevoli alla decisione, nonostante le possibili ripercussioni sulle loro produzioni, come ulteriore addendum alle sanzioni imposte alla Russia. Va detto che se un tempo per le aziende Oil&Gas USA operanti nello shale non era possibile sopportare prezzi inferiori inizialmente a 100 $/bar ed in seguito a 70 $/bar, adesso i 60 $/bar possono essere affrontati e stando ai dati ufficiali diffusi dalle autorità del North Dakota è possibile spingersi anche a 45-42 $/bar, ringraziando l’utilizzo delle infrastrutture esistenti per le estrazioni petrolifere classiche e le innovazioni tecnologiche applicate ad un settore che ha visto negli anni scorsi ingenti investimenti e che secondo alcuni sarebbe sull’orlo di causare una bolla simile a quella “dot-com”.

Lato italiano il ribasso dei prezzi della materia prima non ha fino ad ora comportato sensibili decrementi alla pompa, evidentemente il carico fiscale delle accise è preponderante rispetto al costo della materia prima, da tenere in considerazione poi che i prezzi al consumo seguono quelli del greggio con un certo ritardo dovuto al fatto che ciò che si sta vendendo adesso è stato acquistato in passato ed inoltre anche l’autorità per l’energia e per il gas gioca un ruolo chiave nei prezzi di alcuni carburanti regolati. Altra conseguenza che potrebbe scaturire da un calo dei prezzi potrebbe essere un’ulteriore diminuzione dei prezzi al consumo di tutti quei prodotti (la quasi totalità) influenzati dal del greggio per i trasporti e per la produzione spingendo così l’inflazione ulteriormente al ribasso proprio in un momento in cui questa tendenza vorrebbe essere arginata per limitare la stagnazione dei consumi e l’attendismo dei consumatori (tema già discusso ampiamente in questa sede).

Un altro possibile effetto di medio-luno periodo del protrarsi della guerra sui prezzi petroliferi potrebbe paradossalmente essere la spinta verso una maggior diversificazione delle fonti energetiche e via via l’abbandono del greggio come energia primaria. La domanda ora è bassa e gli investimenti, i molti casi poco convenienti a questi livelli di prezzo, potrebbero essere ridotti dalle major del settore. Nel momento in cui la domanda crescerà nuovamente potrebbe non esserci sufficiente capacità per soddisfarla ed allora potrebbe essere seriamente preso in considerazione un reale, più consistente e convinto processo di abbandono dell’economia basata sul petrolio.

L’aspetto più interessante di questo fenomeno riguarda però gli effetti strategici e geopolitici che vedono la Russia come protagonista. Mosca sta subendo le sanzioni dell’occidente, peraltro dannose per la stessa UE, ed è totalmente critica nei confronti di questo provvedimento definita da Mosca intollerabile. La decisione OPEC indubbiamente colpisce l’economia russa ed in particolare le aziende come Gazprom o Rosneft e le stime sul PIL russo non sono confortanti passando da una previsione di +1.5% a -0.8%, nonostante ciò l’atteggiamento di Putin rimane muscolare. Il Cremlino ha dichiarato a gran voce di poter supportare prezzi del greggio ben più bassi, così come non lo spaventa il calo del Rublo, che in parte potrebbe anche essere stato indotto da Mosca stessa per supportare le esportazioni nei paesi non aderenti alle sanzioni, per via delle ingenti (sempre a detta del Cremlino) riserve monetarie disponibili. Putin è passato poi all’azione cercando di mettere in difficoltà l’occidente con l’arma energetica: ha stoppato il progetto South Stream andando a cercare di orientare le proprie forniture verso altri clienti: la Turchia, ma anche e soprattutto la Cina.

Il South Stream è un progetto dal costo titanico di 50 mld € partecipato al 20% da Eni e nel quale Saipem si è aggiudicata la commessa della posa dei tubi per un controvalore di circa 2 mld €. L’effetto sui mercati del blocco del progetto, precedentemente osteggiato dalla Bulgaria sotto la spinta dell’ UE, e dei bassi prezzi del greggio è stato un sensibile calo delle quotazioni dei titoli legati al petrolio ed all’ingegneria petrolifera, come ENI ed appunto Saipem. Il gasdotto avrebbe contribuito a trasportare gas russo bypassando l’Ucraina, non si tratta quindi di una diversificazione geografica (a differenza del TAP), ma solo di uno svincolarsi dai territori Ucraini, instabili e dalle infrastrutture vecchie che necessitano di investimenti per 19 mld $, incrementando pericolosamente la dipendenza ed il legame con Mosca.

Il rapporto che l’Europa ha con la Russia nel campo dell’approvvigionamento di energia primaria è evidente, e lo è tanto più in Italia. La decisione autoritaria del Cremlino non fa altro che andare a supporto della scelta di fortificare il rapporto con l’Africa, come sostenuto da Renzi e come nei piani delle grandi compagnie italiane Eni ed Enel, per puntare in ultimo alla creazione di un corridoio Sud-Nord e di un “Anello energetico-commerciale-economico” del Mediterraneo, magari in attesa che si concretizzi la difficile possibilità di approvvigionarsi stabilmente ed a basso costo dagli USA. Il Premier Renzi parlando dall’Algeria ha ribadito che il South Stream non è un progetto fondamentale e dello stesso avviso è stato anche l’AD di SNAM Carlo Malacarne. Effettivamente i depositi pieni, il clima mite e la crisi fanno sì che in questo momento, nonostante le diminuzioni delle produzioni del nord Europa (Norvegia, Olanda e UK) e nonostante la dipendenza quasi totale dell’Italia da zone politicamente poco stabili, non si corrano rischi, anche se continuare sulla diversificazione geografica e puntare internamente ad un mix energetico bilanciato ed aggiornato, è una priorità non solo italiana, ma europea.

Detto ciò non è pensabile che la Russia non abbia considerato fin dall’inizio il rischio che la sua strategia di subire e rilanciare nella guerra del petrolio potesse portare in dote più effetti negativi rispetto a quelli positivi. La tendenza a monopolizzare i settori Oil&Gas era da tempo evidente dalle mosse di Gazprom e Rosneft così come la volontà di Putin di legarsi a nuovi acquirenti per il proprio gas e petrolio (ricordiamo il contratto con la Cina assetata di energia per la quale la Russia non è altro che un fornitore). Riteniamo che proprio la Cina possa essere una chiave di lettura. La Russia evidentemente punta molto su Pechino con il quale non ha sanzioni in ballo, che necessita di energia per sostenere i ritmi di crescita pianificati dal partito e che deve cercare di ridurre le emissioni di CO2 dovute principalmente al carbone delle centrali elettriche (importanti progetti rinnovabili sono già stati realizzati, ma anche l’uso del gas è un’alternativa). La tigre cinese in futuro potrebbe diventare la meta preponderante per le esportazioni russe in particolar modo di gas. Perché ciò avvenga però la Russia deve lavorare affinché la Cina, che pure sta investendo nel settore, non viva con lo shale la stessa rivoluzione che ha inaspettatamente portato la quasi indipendenza energetica negli USA, modificando di fatto tutto l’assetto geopolitico dell’area medio orientale. In Cina lo shale è presente, ma ancora l’estrazione non è competitiva per la mancanza di tecnologie avanzate come negli USA e perché non presenti infrastrutture petrolifere da riadattare allo shale consentendo l’abbattimento dei costi per la costruzione delle dispendiose infrastrutture estrattive; è plausibile che il limite della convenienza sia ancora attorno ai 100 $/bar. Il fatto che la riduzione del prezzo del greggio possa ostacolare lo sviluppo dello shale in Cina in fondo potrebbe essere il vero obiettivo di Putin, quello che ha spinto il Cremlino a rilanciare alzando ulteriormente la posta in gioco. Di certo un azzardo, ma che sembra non avulso dall’atteggiamento tipico di un leader come Vladimir Putin.

02/12/2014
Valentino Angeletti
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G20 di Brisbane tra Economia, Geopolitica, Clima cioè nulla di nuovo, stallo, rinvii

G20-Brisbane-Australia-2014Proprio in queste ore si sta concludendo a Brisbane in Australia la prima delle due giornate del G20. L’evento come di consueto ha attirato le attenzioni delle cronache e dei mass media mondiali e del resto, essendosi mossi tutti i Premier delle maggiori economie mondiali più alcune “whitecard”, non poteva essere altrimenti.

Quando ancora poco è trapelato dei discorsi ufficiali, cosa è lecito attendersi da un simile consesso? A dire il vero non molto rispetto a quanto già non si sapesse. Probabilmente a far da padroni saranno temi come l’economia, la geopolitica, il clima e forse l’emergenza ebola.

Riguardo all’economia è già chiara la direttrice che verrà seguita, l’obiettivo è quello di portare di qui a 5 anni il PIL mondiale a crescere del 2% (circa 2 triliardi di dollari) ed al momento il vero fardello e la vera mina vagante economica è l’Europa. I propositi e le indicazioni per il vecchio continente saranno senza dubbio quelli di abbandonare, almeno momentaneamente, l’austerità e svolgere politiche più mirate alla crescita, agli investimenti ed all’occupazione proseguendo nell’intento di riformare un sistema di governance che, sia per l’UE che per molti dei paesi membri (tra cui l’Italia), non è più al passo coi tempi. Alcune stoccate sono già arrivate sia dal Tesoro statunitense sia dal FMI che hanno redarguito nuovamente Europa e BCE per aver proseguito per troppo tempo con politiche poco espansive e troppo rigoriste, pur avendo l’esempio statunitense a portata di mano: i livelli di crescita sono troppo bassi, l’inflazione quasi a zero, la disoccupazione in certe aree, le stesse ove stentano gli investimenti ed i consumi, drammatica e le stime sono state ulteriormente tagliate da molti istituti, in definitiva uno scenario ben vicino all’essere ormai compromesso (da tempo si fa notare che non c’è più tempo). In particolare viene proprio dal portavoce del Tesoro USA l’allarme secondo cui (e qui lo si era già scritto) i 300 miliardi di investimenti (di cui l’Italia, con un piano di investimenti inviato proprio poche ore, fa ha fatto richiesta per una quota fino a 40 miliardi) promessi da Juncker sarebbero inadeguati. Se guardiamo la cifra con gli occhi degli statunitensi, che per mesi e mesi si sono visti erogare 85 miliardi di dollari “fior di conio” dalla FED con l’obiettivo di raggiungere determinati target di disoccupazione (<6%), l’affermazione non pare per nulla campata in aria. Di qui il caloroso consiglio di fare di più, incluso l’acquisto di titoli sovrani da parte della BCE dando il via al più classico dei QE con eventuale buona pace della Germania.

Questi moniti o consigli fraterni li abbiamo sentiti ripetere più e più volte, ma fino ad ora poco hanno sortito perché l’EU, influenzata (crediamo di sì, e molto) o meno da elementi interni, è parsa non recepirli, pur avendo ormai raggiunto la condivisa opinione di dover lavorare sul fronte della crescita, occupazione, giovani ed investimenti, ma a quanto pare senza un vero piano .

Sul lato geo-politico oltre alla Libia e la Siria sarà la questione Ucraina a tener banco. Le tensioni nelle aree dell’est si sono nuovamente fatte pesanti e Putin si è presentato con atteggiamento belligerante seguito da un paio di navi da guerra ferme a largo del continente oceanico che hanno destato non poche preoccupazioni (dalle chiavette USB del G20 Russo alle navi da guerra: di sicuro mostra eclettismo lo Zar). Il Primo Ministro ha poi alzato ulteriormente i toni rispondendo ad alcune interviste in merito alle sanzioni ancora in vigore contro Mosca che lui non ha intenzione di stare all’angolo e che se proseguiranno si vedrà costretto a prendere provvedimenti. Ha ricordato quanto grande sia la dipendenza europea dal gas russo e la possibilità di lavorare per combattere la supremazia del Dollaro negli scambi di combustibili fossili che avrebbe contribuito ad un drammatico ribasso dei prezzi. Temano gli Stati Uniti, ma tema anche la Germania perché se decidesse, come sembra, di proseguire o addirittura di inasprire le sanzioni, potrebbero essere messi a repentaglio i 300’000 posti di lavoro che le imprese tedesche impiegano nel suolo russo, ha paventato lo Zar.

L’atteggiamento ferreo di Putin, che fino all’ultimo sembrava intenzionato ad abbandonare i tavoli dopo il primo giorno, i bilaterali tra il capo del Cremlino ed i Leader Canadese e Britannico carichi di tensioni su Ucraina e sanzioni ed il ritorno delle violenze, invero mai cessate, nelle regioni del Donbass, Lugansk ed in tutto l’est ucraino, lasciano trasparire due aspetti che gli interessati vorrebbero mascherare ma che emergono lampanti: il primo è che anche l’economia russa è alle strette, la crescita è stata ben inferiore del previsto ed anche il predominio energetico potrebbe essere messo in discussione dalla rivoluzione americana, di qui le mosse per fortificare i colossi Rosfnet e Gazprom tramite acquisizioni trasversali nel campo energy ed Oil&Gas. Putin dunque mentre cerca di stringersi di più con la Cina, per la quel comunque rimane poco più che un potenzialmente forte fornitore energetico e di qualche altra materia prima (nulla in confronto ai rapporti commerciali tra Cina ed USA che spaziano dalle infrastrutture alla tecnologia), vuol continuare a difendere ed interpretare la parte della tigre ruggente, apprezzata in patria, mentre in realtà potrebbe rischiare di diventare a breve una tigre in gabbia. Il secondo aspetto riguarda invece la totale incapacità europea nel gestire la situazione ucraina nonostante i tavoli, i trilaterali, gli incontri diplomatici in territorio neutro e le sanzioni le quali non è ben chiaro se abbiano colpito di più la Russia o l’Europa. L’UE non ha parlato una lingua comune, ha dimostrato la sua persistente fragilità ed inconsistenza a livello strategico e non ha saputo trovare una linea in politica estera condivisa tra i vari membri, anche in tal caso come sul fronte economico, sempre in bilico nel dover scegliere tra interessi propri oppure collettivi.

Infine una nota sul clima. Il tema sembrerebbe quello più promettente in senso positivo perché parte da un accordo tra USA e Cina dichiarato la settimana scorsa nell’incontro tra le economie del Pacifico e perché Obama ha detto di destinare 3 miliardi all’ONU per supportare i paesi più poveri nello sviluppo di tecnologie (principalmente energetiche) verdi. La realtà però è un’altra e ben più complessa, l’accordo “USA – Cina” prevede che gli Stati Uniti riducano di qui al 2025 del 26-28% le proprie emissioni di CO2 mentre la Cina entro il 2030 dovrebbe ridurre le emissioni di picco (il che vuol che la media delle emissioni Cinesi potrebbe anche non diminuire). Considerando le tempistiche in atto e le frizioni occorse è come se con l’accordo si fosse rimandato tutto almeno al 2015 con il vertice climatico parigino. Allo stato attuale e viste le previsioni IPCC (e di molti altri enti di ricerca) non è possibile attendere 10-15 anni, le azioni dovrebbero essere molto più rapide, ma in molte occasioni si ha la sensazione che, nonostante le parole e le dichiarazioni di intenti, non si voglia sacrificare la crescita del PIL, differente dal benessere collettivo e diffuso, per l’ambiente. Anche i 3 miliardi di $ di Obama, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 1.5 dal Giappone proprio durante il G20, a prima vista ben più concreti per rimpinguare il fondo ONU attualmente di 3 miliardi e che punta ai 10, in realtà sono ancora molto ipotetici. Si tratta infatti della promessa di una anatra zoppa che poi dovrà fare i conti con la maggioranza parlamentare repubblicana sicuramente non così favorevole ad una simile spesa.

Questi incontri e questi prestigiosi tavoli che fanno così scalpore sono buone occasioni per ribadire linee guida ed intenzioni spesso già ben note, ma è impensabile che tutto ciò di cui si discute e su cui si conviene possa essere realizzato. La prima ragione è perché oltre alle parole servono piani concreti che non si costruiscono nei due giorni di consesso, ma avrebbero già dovuto esserci quando invece pare non siano stati elaborati anzi sembra sempre che attorno ai discorsi, usualmente molto condivisibili, ben poco vi sia di tangibili; insomma chiuso l’evento si va a cena ed il compitino è sbrigato. La seconda motivazione è che, differentemente rispetto a quando ci si limita alle sole parole, quando viene il momento di decidere, troppo spesso sono gli interessi personali/nazionali a spingere in una direzione piuttosto che in un’altra.

Nulla di nuovo sul fronte economico, stallo in geo-politica e rinvii sul clima, questo sembra quello che partorirà il G20 australiano, e sarà così per ogni nuovo vertice fintanto che non verrà davvero deciso di adottare una linea comune verso una direzione comune la quale, sia ben chiaro, non potrà necessariamente essere la migliore in ogni settore per ciascun contraente, è di ciò che se ne dovrebbero fare una ragione in tanti.

15/11/2014
Valentino Angeletti
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Dal CdM alle tensioni Russo – Ucraine con possibile risvolto energetico: complessità all’ordine del giorno

Giorno dell’importante consiglio dei ministri su giustizia, sblocca italia, scuola.

La presentazione delle linee guida sulla scuola sono slittate; probabilmente non c’è stato modo di reperire le coperture per le assunzioni previste ed anticipate dal Ministro Giannini. Grande è stata l’indignazione dei professori e dei precari. Il fronte scuola doveva essere un pezzo forte della giornata ed avrebbe dovuto “sorprendere”. Il Premier giustamente punta molto sul settore istruzione, università e ricerca. Ciò è più che giusto perché la ripartenza del paese non può prescindere da un sistema di formazione che miri all’eccellenza, al rilancio dei talenti e del capitale umano, così come gli investimenti e le aziende necessitano di competenze e di un sistema di istruzione che sia più vicino alle loro oggettive esigenze. Al momento lo scollamento è notevole.
Il miglioramento del settore istruzione dovrebbe inoltre garantire più opportunità per tutti, prescindendo dal ceto sociale e basandosi su meritocrazia e competenze in modo da demolire quel meccanismo di politica ed economia relazionale che ha dominato in Italia.
Link capitale umano
Il capitale sociale punto di ripartenza che necessita dell’impegno di istituzioni pubbliche, aziende private e singoli individui 30/03/14
Convegno “Il capitale sociale: la forza del Paese”. Tre personali punti per far si che l’istruzione valga davvero 28/03/14
CERVELLI IN FUGA, DEPAUPERAMENTO PER L’ITALIA ED IL SUO TESSUTO PRODUTTIVO 04/05/13

Al centro del CdM rimarranno dunque lo sblocca italia che deve assolutamente essere riempito di quei contenuti necessari a far ripartire gli investimenti. Risorse quindi destinate alla ripartenza di opere ferme, alla prosecuzione o inizio di opere immediatamente cantierabili, alla ristrutturazione dell’edilizia scolastica, ma anche al settore energetico per abbattere il costo dell’elettricità. Tolti questi ed altri paletti, come fisco, burocrazia, legalità – giustizia, aleatorietà del sistema regolatorio e normativo, investitori seriamente interessati a far fruttare i loro capitali nell’industria italiana si troveranno in modo automatica e saranno sia nostrani che internazionali.
Ovviamente per far ciò ci vuole la volontà politica ed è bene che si trovi alla svelta.
Giusto per citare due esempi, qualche anno fa la British Gas ha abbandonato il progetto di costruzione di un rigassificatore nel brindisino proprio per la burocrazia e l’incertezza normativa, dopo aver già speso e perso 250 milioni di €. Analogamente i giorni scorsi una ditta di bio-componentistica e protesi statunitense ha deciso di abbandonare il piano di investimento in italia sempre per le medesime ragioni legate a giustizia, burocrazia e norme sibilline talvolta incomprensibili che non lasciano spazio alle certezze necessarie per investire.

La Giustizia è il terzo tema presente al CdM, probabilmente in questa prima fase verrà coinvolta solo quella civile, lasciando il penale ad una seconda fase. Media maliziosi dicono che sia per non disturbare troppo l’alleanza con Forza Italia e con NCD.

Nei giorni scorsi dal Ministero dell’Economia si è assistito ad una accelerata molto potente sulla privatizzazione di Eni ed Enel. Le critiche come al solito quando si parla di queste tematiche sono molte. C’è chi parla di svendita, chi di cessione di asset strategici, chi ritiene che la fase di mercato non sia corretta e via dicendo. La cessione dovrebbe interessare il 5% di Enel e poco più del 4% di Eni per fruttare complessivamente circa 5 miliardi. Le aziende sono ovviamente strategiche ed è bene che si abbia modo di valutare ed appoggiare piani industriali che puntino a rilanciare la competitività del paese e delle aziende stesse, evitando di dare carta bianca a chicchessia senza un controllo e senza voce in capitolo.
Non c’è spazio però per l’avversione a priori, ad esempio il modello public company (appoggiato da Morando) che garantirebbe comunque il controllo statale è molto apprezzato altrove e vi sono esempi di ottimi risultati.
Non esistono altresì fasi di mercato favorevoli o sfavorevoli per azioni simili, il mercato può sempre crescere e sempre calare (fino allo zero), ma esistono fasi favorevoli o sfavorevoli se incrociate con le condizioni al contorno e le necessità impellenti.
In questo momento il vero punto su cui farsi qualche domanda è che queste privatizzazioni sono state anticipate di circa un anno da quelli che erano i programmi originari perché i dati economici si sono rivelati peggiori, perché le risorse sono sempre meno, perché la spending review (che avrebbe dovuto ridurre il debito) va a rilento ed anche gli interventi sulle partecipate pubbliche risultano complessi (anche solo il loro conteggio), perché ancora siamo lontani dalla flessibilità europea ed alla politica monetaria che potrebbero essere utili ed auspicabili, perché la privatizzazione di Fincantieri ha portato ad un gettito inferiore al previsto (450 mln € VS 600 mln € stimanti) e perché, alla luce dei conti e dei bilanci, i nuovi amministratori di Poste e Finmeccanica hanno ritenuto che non sia percorribile la quotazione immediata (stesso discorso vale per Enav). Queste son le domande da farsi per inquadrare una situazione davvero complicata.

Puntando il focus sull’Ucraina e la Russia continua l’escalation delle tensioni. La Nato, ed il Ministero degli Esteri svedese confermerebbe, avrebbe prove di interventi di uomini e mezzi dell’esercito regolare Russo in Ucraina, cosa sempre smentita da Puntin. Ciò ha portato il Premier Renzi, presidente di turno dell’Unione europea, a telefonare a Putin per esprimere le rimostranze europee di fonte ad un simile gesto. Il Presidente Obama, condannando l’azione, ha avanzato la più che realistica ipotesi di inasprire ulteriormente le sanzioni, le quali indubbiamente hanno già un pesante risvolto sulla già debole economia europea che a questo punto dovrà considerare di richiedere un maggior supporto agli USA stessi anche e soprattutto in tema energetico, cosa non semplice per via delle infrastrutture necessarie, e commerciale (TTIP?).
Quando si parla di Russia ed Ucraina l’energia non può non essere un tema centrale. Da tenere a mente anche i problemi gravi in medio oriente ed in Libia con possibili conseguenze sui prezzi delle materie prime.
L’ex AD Eni, Paolo Scaroni, nel tranquillizzare di fronte elle prime tensione russo-ucraine nei mesi scorsi, asseriva che per approvvigionamento energetico l’Italia è in grado di sopportare un evento critico singolo (N) in un paese fornitore (Russia ad esempio), ma non due eventi simultanei (N+1) presso nostri fornitori principali, quindi ad esempio in Russia e Libia.
La politica del nuovo corso Eni è basata proprio al riequilibrio ed alla diversificazione degli approvvigionamenti, ad esempio dall’Africa dove sta portando avanti importanti investimenti e dove ha trovato ulteriori idrocarburi, ma ancora la dipendenza russo – libica del nostro paese è preponderante e la ritorsione energetica russa a valle di nuove sanzioni assolutamente possibile. Vero è che le scorse stagioni relativamente miti hanno consentito buoni stoccaggi, ma è anche vero che le previsioni (con tutta la aleatorietà del caso) invernali parlano di un freddo anomalo da ottobre a gennaio con possibili -15°, -18° e nevicati su tutta la penisola incluse Napoli e Roma.

IN aggiunta l’Istat (www.istat.it) continua a diramare dati su inflazione ed occupazione tutt’altro che incoraggianti.

In sostanza la complessità degli scenari è all’ordine del giorno….

28/08/2014
Valentino Angeletti
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Supporto ai Curdi con armi, conferma di una politica estera europea frammentaria a cui porre rimedio

Dopo l’esposizione delle Commissioni Parlamentari di Esteri e Difesa e l’audizione dei rispettivi Ministri Federica Mogherini e Roberta Pinotti, il Parlamento si è pronunciato favorevolmente al supporto politico, umanitario e militare a mezzo della fornitura di armi al popolo Curdo che sta combattendo una tremenda guerra contro gli Jihadisti dello stato islamico ISIS. Le armi inviate al governo regionale curdo sono quelle sequestrate una ventina di anni fa nei Balcani, abbastanza obsolete, ma con le quali l’esercito curdo ha già dimestichezza. I partiti contrari all’operazione sono stati M5S e Sel del resto Di Battista aveva già palesato come ogni supporto armato non sarebbe stato appoggiato dal suo partito (M5S) e che si avrebbe dovuto elevare il terrorista a rango di interlocutore e trovare una soluzione se non pacifica quantomeno diplomatica.

La misura dell’Italia ad appannaggio dei curdi a ben vedere rischia di avere effetti quasi irrilevanti e, se è vero come è vero il detto “corsi e ricorsi storici”, non è da escludere che tra qualche anno le stesse armi potranno essere usate contro di noi o contro i nostri alleati, come è accaduto in Afganistan, in Cecenia, in Georgia, nello stesso Iraq e finiamo qui l’elenco impietoso.

Non v’è dubbio che la situazione sia complessa, si intreccino estremismi e fanatismi religiosi assieme ad interessi territoriali, politici ed economici, con l’energia, le materie prime, l’acqua sempre in primo piano. In pochi possono ritenersi tanto conoscitori di quei territori e delle dinamiche che ivi regnano da poter dare una panoramica attendibile e veritiera di ciò che sta accadendo e delle motivazioni che ne sono alla base e sicuramente non possiamo annoverarci in quella schiera di esperti, tanto che in casi come questo è preferibile tacere sulle cose che non bene si conoscono.

Il terrore ed il sangue che però è sgorgato in quei territori è sotto gli occhi di tutti a cominciare dalla strage della minoranza religiosa degli Yazidi, una confessione che professa una sorta di sincretismo Cristiano – Mussulmano già portato avanti dai mitologici Templari come paiono testimoniare alcune statue simili a Gino Bifronte ritrovate anche nella Magna Grecia italiana. Gli Yazidi sono una delle religioni più tolleranti in assoluto, tanto che non si sentono in grado di disprezzare totalmente neppure il loro demonio in quanto anch’esso creatura di Dio che come tale potrebbe riceverne la grazia e loro non potrebbero sopportare l’onta di aver odiato un essere poi entrato nelle grazie Divine. Proprio questa sarebbe la ragione, riteniamo di facciata, a spingere l’odio islamico nei loro confronti.

Negli ultimi giorni poi lo scempio si è protratto con la decapitazione a sangue freddo del giornalista statunitense Foley, rapito circa due anni fa in Siria (ancora sequestrati risultano un altro giornalista USA e due ragazze italiane). Siria che rimane probabilmente il terreno da cui tutto ha origine e da cui si dovrebbe partire per realizzare una situazione se non di pace almeno di equilibrio nell’area mediorientale.
Il gesto non ha lasciato l’occidente insensibile, e sembra proprio difficile poter riuscire a dialogare con questo genere di persone in modo diplomatico ed alla pari, ovviamente la soluzione diplomatica e pacifista sarebbe quella da perseguire in ogni circostanza, ma il suo buon funzionamento sussisterebbe forse solo in un mondo ideale; in un caso come questo credo che, non escludendo a priori nessuna possibilità, vada ragionata con cura quale sia la strategia di intervento migliore da seguire che offra il miglior compromesso rischio-beneficio mantenendo l’incolumità dei civili al primo posto nella lista degli obiettivi da perseguire.
Le alternative oltre a quelle pacifiste e diplomatiche che sembrano poter sortire ben poco effetto (se vi fosse qualche idea concreta su questa falsariga è il momento giusto per farsene portavoce) sono appunto l’intervento o l’indifferenza lasciando che il conflitto faccia il suo corso e con la conseguente chiusura delle frontiere e di ogni supporto.
Oggettivamente l’opzione di non agire renderebbe complici del massacro. la via, irta e dolorosa, rimane pertanto una sola, da studiare ed elaborare nel migliore dei modi.

Obama si è pronunciato in un discorso asserendo con forza che i terroristi dell’ISIS non hanno un posto nel XXI secolo, mentre il Pentagono ha diramato la notizia che un tentativo di liberare alcuni prigionieri USA in Sira non è andato a buon fine e che è possibile l’invio di un piccolo contingente di terra in Siria per far giustizia a Foley e per proteggere le strutture statunitensi nel territorio, non più solo droni pare di capire.

Il Ministro Mogherini, ricalcando quanto detto dal premier britannico Cameron, ha preso atto che la minaccia dell’ISIS può raggiungere il cuore dell’Europa e dell’occidente. Proprio perciò la lista degli obiettivi sensibili potenzialmente oggetto di attacchi è stata ampliata ed allertata.

Il Primo Ministro Renzi in visita lampo in Iraq ha confermato la propria vicinanza al popolo curdo, dicendo che l’Italia e l’Europa non possono rimanere insensibili a quella guerra e che il massacro deve prevaricare ogni tema e discussione economica. L’Europa, evidenzia Renzi in veste di Premier italiano e Presidente di turno dell’Unione, deve essere lì, vicina e lavorare alla risoluzione del conflitto per supportare la transizione verso un governo inclusivo.

Quello che dice il Presidente di turno è più che vero, ma proprio in quell’ottica risulta veramente difficile ritenere minimamente risolutivo l’invio di armi che altri stati europei assieme all’Italia si stanno accingendo a fare in una operazione del tutto frammentaria.

L’Europa in realtà, da entità forte ed autorevole che vorrebbe essere, dovrebbe essere presente in Iraq, in Israele ed a Gaza, in Siria, in Libia, se vogliamo in Nigeria ed in Russia – Ucraina.
Serve un piano congiunto ed una strategia di lungo termine per portare equilibrio e pace strutturale nelle zone del medio oriente, ne è consapevole il Minsitro Mogherini che lo ha ribadito nella sua audizione parlamentare ma ad oggi siamo ancora bel lontani dal vedere anche solo l’inizio di un processo simile, e gli interventi estemporanei ai quali si da adito sembrano confermarlo, assieme all’evidenza che la politica estera la difesa e la gestione dell’immigrazione a livello europeo (la dichiarazione del portavoce della commissione europea che Frontex è una piccola agenzia senza budget, impotente di fronte al processo migratorio che coinvolge l’Europa ne è una triste presa di coscienza) sono inconsistenti, quasi nulli, così come l’autorevolezza in questi campi dell’Unione.

L’Europa non pare ferma nelle sue decisioni, nella difesa dei suoi valori e spesso sembra in balia degli eventi, incapace di prendere posizioni. Pare inerme e non in grado di gestire o intercedere nelle crisi, tanto che non è mai direttamente l’Europa ad essere coinvolta ai tavoli diplomatici su temi di politica estera e difesa, ma sono i singoli stati a cominciare da Francia, Germania e Gran Bretagna.

A riprova di ciò vi è la caldissima situazione Ucraina. Ogni decisione importante è sempre stata demandata al consiglio di sicurezza composto da USA, Francia, Germania ed UK, così è stato anche per le sanzioni alla Russia (finanza, economia, banche e capitali, persone), che hanno visto gli USA fare da capofila seguite a tempo debito dall’Europa, ma con l’implementazione lasciata totalmente in capo ai singoli stati. Tali sanzioni hanno fatto sì male alla Russia, che a detta delle fonti USA sembrerebbe proseguire nel supporto ai separatisti nelle zone dell’est Ucraina, ma anche all’Europa stessa. La Russia di pronta risposta ha bloccato l’import alimentare sui suoi territori e starebbe per apprestarsi a bloccare i prodotti Apple sostituendoli son quelli Samsung ed a bloccare alcune bevande tra cui la Coca Cola.
Dalla Germania e dagli USA si susseguono le intimazioni a Putin di cessare il supporto armato ai separatisti, ed anche l’invio di oltre 200 camion di aiuti da Mosca a Kiev è stato oggetto di sospetti.
È di poche ora fa la chiusura a Mosca di quattro fast food Mc Donalds ufficialmente per motivi igienici, ma che sia una ritorsione contro le sanzioni pare più che possibile.
Questi provvedimenti in Europa impattano numerosi stati, molto più che gli USA. All’Italia una stima stabilisce che costerebbero tra i 750 ed i 1000 milioni di Euro annui.
Con tutto ciò la Russia esce indebolita, ma continua a seguire una propria strategia di potenziamento ben chiara, vale a dire stringere rapporti stretti con la Cina (il recente patto sul Gas ne è una testimonianza) ed al contempo espandersi con le sue multinazionali energetiche (Gazprom, Rosneft,, Lukoil, Rosatom etc) nei campi dell’energia, del petrolio e del Gas, incluso il trading di commodities, come dimostrano le recenti aggressive mosse di acquisizione ed il loro interessamento in ogni deal del settore.
Anche sull’embargo alimentare al Cremlino vale la pena dire che se Mosca decidesse di puntare alla semi-autosufficienza nel settore food avrebbe tutte le risorse, gli spazi, i mezzi e la forza lavoro per provvedere quasi in toto al proprio sostentamento.
Nonostante tutto la situazione in Ucraina non pare migliorare, anzi sembra stia peggiorando visto che, dopo l’abbattimento dell’aereo di linea malese, nei pressi di Donesk e Lugansk si susseguono guerriglie, un aereo dell’esercito regolare di Kiev è stato recentemente abbattuto ed un convoglio che trasportava profughi colpito con un bilancio di circa 30 vittime.

Nei prossimi giorni (23/08) ad intercedere per l’Europa in Ucraina in occasione della festa nazionale sarà proprio la Merkel, vero interlocutore europeo che sarà presente a Kiev dove incontrerà il Presidente Petro Poroshenko, a seguire il Primo Ministro Arseniy Yatsenyuk ed alcuni sindaci ucraini.
L’Europa rimane una istituzione molto eterea nonostante la gravità della crisi, sembra facile supporre che gli stessi interlocutori non ritengano l’Unione all’altezza del dialogo e preferiscano parlare singolarmente con gli esponenti più autoritari come Germania e Francia.

Da chiedersi però se l’interesse dell’Europa possa essere portato avanti da un singolo stato, in tal caso la Germania, che ha ovviamente anche interessi nazionali, i quali in questa specifica circostanza coincidono con quelli italiani. Mi riferisco al fronte energetico (altro settore ove l’Europa mostra tutti i propri limiti) dove sia noi che i tedeschi abbiamo un’alta dipendenza da Mosca, sia sul fronte commerciale visto che l’export verso la Russia è di estrema importanza per Berlino e per Roma.
Allo stesso tempo però, sia Germania che Italia, e l’Europa tutta, vivono nel perenne limbo di dover appoggiare l’alleato statunitense, col quale si vorrebbero (e sarebbe bene giungere alla firma) stipulare importanti patti commerciali, in primis il TTIP, anche per quel che concerne il supporto di energia primaria (Gas di Scisto), ma al contempo non tirare troppo la corda col partner (perché di partner si tratta) russo dal quale dipende profondamente in particolare sul fronte energetico, settore strategico in cui una politica poco lungimirante non ha saputo, pur avendone le possibilità, portare alla sostanziale autosufficienza ed integrazione di mercato.

Evidentemente una entità sovranazionale che come l’Europa ha le mire di diventare un riferimento ed un interlocutore mondiale non può non avere una politica ed una strategia militare ed estera congiunte così come non può permettere, senza piani di lungo termine volti alla stabilità ed alla pace, il proliferare di focolai pericolosissimi a ridosso dei propri confini.
Anche la modalità di azione, come l’invio di armi ai curdi da parte di vari stati membri oppure sanzioni demandate ai singoli paesi membri, evidentemente misure frammentarie, di ripiego e difficilmente risolutive, oltre a poter rivelarsi controproducenti, danno ulteriore conferma ai nostri interlocutori, USA e Cina inclusi, della divisione dell’UE relegandola ad essere un interlocutore scarsamente autorevole e talvolta anche poco credibile per quel che concerne certi temi.

Tra le mille problematiche che Bruxelles deve quindi risolvere con alta priorità visto il precipitare degli eventi e la situazione economica, vi è senz’altro quella di elaborare strategie militari ed avere mezzi comuni, politiche estere congiunte e consistenti ed un approccio alle migrazioni articolato.
Puntare quindi a ricoprire quel posto tra i grandi attori della geo-politica mondiale volta alla pace, prosperità e protezione che il progetto europeo meriterebbe di avere.

21/08/2014
Valentino Angeletti
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Riforme come quella del Senato sono importantissime; proviamo però ad inserirle in un ragionamento di respiro globale

Ormai ad ore verranno diramati dall’Istat i dati sul PIL italiano relativi al Q2. Le aspettative non sono alte, le stime sono state ritoccate da tutti gli istituti e gli analisti e difficilmente si potrà osservare un valore superiore allo 0.2-0.3%, in realtà Confindustria e molti giornali (Repubblica) già parlano di crescita zero, ossia di un PIL a 0 o addirittura a -0.1% che, dopo il +0.1% del Q1 ci getterebbe tecnicamente in recessione. In ogni caso se confermata la non crescita la proiezione per il Q4 2014 sarebbe di -0.1%, ovviamente con tutta la variabilità che può avere un dato simile. Per il 2015 invece si confermano le stime di crescita, ma, da impotenti testimoni, abbiamo potuto verificare che le rettifiche al ribasso sono ormai consuetudine, tanto da farci sorgere con un po’ di indignazione il quesito sull’utilità di tali previsioni e se possano essere utilizzate dagli addetti ai lavori per valutazioni e pianificazioni di strategie.

Questi dati si accodano a molti altri per nulla positivi come l’accesso al mercato del lavoro in particolare per i giovani, la desertificazione industriale e di risorse umane che sta colpendo in modo particolarmente drammatico il sud (a confermarlo ci sono i rapporti Svimez e CS-Confindustria), la continua difficoltà di accesso al credito per le imprese, il calo dei consumi, la tendenza alla deflazione che, come già in tempi meno sospetti riportato in queste pagine, ormai è ben più concreta di un semplice spettro con l’impoverimento economico che ne deriva, la stagnazione del mercato interno e dei consumi conseguenze di un potere d’acquisto delle famiglie in sostanza annullato, un export che tira in certi settori di nicchia ma che complessivamente non è ai livelli che dovrebbe avere un paese come l’Italia, una incapacità da parte di molte imprese e del paese stesso di creare valore aggiunto in conseguenza ad un certificato bassissimo livello di investimenti sia pubblici che privati in innovazione, infrastrutture, tecnologie. A ciò si aggiunge la macchina statale e burocratica pachidermica e spesso borbonica che assieme all’incertezza normativa, al peso fiscale, alle riforme economiche che agli occhi degli investitori “buoni” con mire industriali di medio-lungo periodo che tanto credito hanno riposto nel Premier fiorentino il quale ha posto altissima l’asticella delle aspettative, tardano ad arrivare; ben sapendo lor investitori che non sarà una partita semplice per il governo e che gli effetti non potranno essere immediati dovendo subire il fisiologico delay tra causa-effetto.

Il Governo attualmente sta lavorando con priorità sulle riforme costituzionali e delle istituzione, di certo anch’esse fondamentali per la Govenrance di un paese che non ha quella rapidità d’azione richiesta alle moderne democrazie e nelle moderne e competitive economie, ma estremamente difficili e divisive, tanto che si rischia di perdere, o dare agli investitori l’impressione di farlo, di vista l’obiettivo economico della crescita che come prima fase necessita di un intervento shock (anche qui più volte ribadito e per il quale il supporto della ECB è fondamentale).
Buoni risultati Renzi ed il suo Esecutivo li hanno ottenuti: la riforma del Senato potrebbe essere approvata in prima lettura già il 7 o l’8 agosto (ricordiamo però che sono necessarie 4 letture per una legge costituzionale); il bonus degli 80€ ha creato un clima di fiducia e dato fiato ad una certa fascia di persone, vi è però l’impossibilità di estenderlo ed una grande difficoltà nel rinnovarlo visto che sono in ballo 10 miliardi di €; i primi risultati derivanti dal processo civile telematico sono molto incoraggianti e pare abbiano snellito veramente tempi e costi. Ciò ovviamente non basta, e lo si disse fin dal varo del bonus Irpef, vista la situazione drammatica del paese.

Un esempio della ristrettezza dei margini del Governo è nella questione dei pensionamenti a quota 96, poi abolita, per circa 4000 insegnanti i quali, per un errore nel calcolo delle loro finestre di pensionamento ai tempi della Fornero, si sono trovati in un limbo lavorativo pur avendo maturato tutti i requisiti pensionistici e che ora dovranno continuare a prestare servizio. Il costo dell’intervento non è elevatissimo, circa un quarto di quanto esborserà il Portogallo per salvare Banco Spirito Santo (4.9 miliardi di €), ma come accade quando occorre reperire risorse aggiuntive, esempio classico è il periodico rifinanziamento della GIC, c’è da affrontare una complessa partita a Tetris.
Questa questione è costata anche lo scontro tra Cottarelli (in uscita alla volta del FMI?), commissario alla spending review, ed il Governo. L’abitudine di coprire spese con le stime della spending allontana la revisione della spesa dai suoi obiettivi ultimi di riduzione delle tasse e del debito. Il Premier assicura un intervento esteso, peraltro auspicabile, sulle pensione ed anche in tal caso le coperture sono identificate in tagli di spesa, un più basso livello dello spread, gettito IVA dovuto ai pagamenti delle PA; a ben vedere stime non facilmente quantificabili con precisione, pertanto difficilmente digeribili anche in Europa.

È evidente che la situazione è complessa, che in tale contesto non sarà possibile rispettare qui patti europee sottoscritti, non tanto per quanto concerne il rapporto deficit/pil, relativamente al sicuro anche grazie al nuovo calcolo europeo del PIL che entrerà in vigore da ottobre e che conteggerà le attività illegali certificate che innalzeranno il valore assoluto del prodotto interno di circa 1.7 mld € facendo “guadagnare” al rapporto deficit/pil un -0.1%, mai utile come adesso (ma quanto etico? Già grandi nomi mettevano in guardia sulla metodologia di calcolo del pil come indicatore di benessere collettivo ed economico), quanto per quel che riguarda il fiscal compact che per essere rispettato, supponendo un improbabile deficit non in aumento, richiederebbe una crescita costante tra il 2.6 ed il 3%, superfluo definirla fuori portata.
Il debito inoltre non pare affatto sotto controllo e tende al 137%, gli interessi costano annualmente tra gli 80 ed i 95 mld €, nel 2015 inizierà il rimborso dei titoli a più breve scadenza collocati nel 2011 con spread a 500 (partita che, secondo alcuni analisti potrebbe valere circa 200 mld) e le privatizzazioni risultano più difficili del previsto con Fincantieri quotata solo parzialmente (da oltre 600 mln a circa 400 mln) Poste, Enav rimandate e la vendita di asset come Grandi Stazioni e RaiWay in sospeso, tanto da ipotizzare la cessione entro l’anno di un 5% di Enel ed ENI, pezzi pregiati e più facilmente collocabili essendo già negoziabili su vari mercati azionari.

Come già citato tutto intorno all’Italia la situazione è variegata Usa, Uk, Spagna ad esempio sono relativamente ben impostati, la Germania sta rallentando, ma continua ad essere una locomotiva, il sud America vive una situazione molto complessa, con una situazione monetaria non facile ed il default dell’argentina, che sebbene non spaventi è da monitorare perché si sa che i capitali ormai viaggiano sulle fibre ottiche di internet e non è più necessario un Atlantico di mezzo a metterci al riparo da ripercussioni. La Cina viaggia sulla sua canonica percentuale di crescita attorno a 6.5% che più o meno soddisfa, mentre l’Africa, epurata del Sud Africa che già a vissuto un suo boom economico, crescerà attorno al 6-6.5% ma ovviamente partendo da una situazione decisamente arretrata.

Portando il focus sull’Europa, come citato in precedenza e come scritto i giorni scorsi, Spagna ed UK sono ben impostati, il Portogallo, del quale non va invidiata la situazione sociale al pari della Grecia, ha avuto la forza di sborsare, grazie anche ai nuovi meccanismi di salvataggio bancario elaborati dalla ECB, 4.9 mld € per il salvataggio di Banco Spirito Santo (noi ce l’avremmo fatta?), ma complessivamente l’Europa dovrebbe crescere attorno all’1%, meno del previsto.
Parlando di Europa non si può esulare dal discutere la questione esteri, una questione che risulta caldissima, con troppi fronti aperti e poca autorevolezza dell’unione nel gestirli.
Sono presenti la questione Libica, Israeliana, Irakena, se vogliamo Nigeriana, la Siria ed infine l’Ucraina. Tralasciando i drammi umanitari è innegabile che queste situazioni calde abbiano un notevole impatto economico sull’Europa per la questione energetica, per la gestione dei flussi migratori, per la maggiore difficoltà delle aziende (e di italiane ve ne sono molte) che operano in quelle zone.
Il caso dell’Ucraina è emblematico, analisti stimano che il costo delle sanzioni imposte alla Russia possano valere un ulteriore calo del PIL attorno allo 0.2-0.3% per l’area euro e dello 0.3-0.4% per la Russia (tour operators russi sono già falliti e sono stati sospesi i voli di una compagnia partner di Aeroflot) ovviamente in Europa le ripercussioni saranno eterogenee e l’Italia potrebbe essere una degli stati più penalizzati considerando gli alti rapporti commerciali con Mosca, la presenza di industrie italiane in territorio russo, la dipendenza energetica e, in riferimento alla questione libica e medio orientale, la posizione di snodo per i flussi migratori.
Di un simile indebolimento si avvantaggeranno gli USA, che potranno aumentare ulteriormente, e sfruttando anche il tema energetico, la loro influenza entro i confini europei e con quali sarebbe auspicabile riuscire a concludere almeno parzialmente i trattati TTIP, e la Cina che può fare il “doppio gioco” diventando un partner sempre più importante sia per la Russia che per l’Europa.

Fatto questo non esaustivo excursus per dare una idea della situazione globale che dobbiamo avere sempre in mente, risulta non meno che lampante che ben poca cosa sono i dissensi e le tensioni sul nostro Senato (per carità, importantissimo). Il non saper fare o il ritardare anche solo di un mese decisioni economiche critiche, potrebbero costare occasioni non più ripetibili.
Altrettanto chiaro è che il contesto richiede una forza italiana ed europea che ora manca e che va ritrovata con le vere riforme economiche e di Governace rivolte alla crescita, tanto a Roma quanto a Bruxelles. L’elenco delle azione da fare è lungo, sicuramente complesso, richiede volontà politica e reale desiderio di cambiamento e di abbandono di dogmi, privilegi, arroccamenti storici, ma fortunatamente è un elenco ben noto. A livello europeo vale la pena sottolineare come sia indispensabile un minor ricorso all’austerità ed una maggiore capacità di leggere i contesti economici adattando di conseguenza la politica economica con maggiore unione, cooperazione, integrazione e condivisione di rischi e benefici; ad esempio la revisione del fiscal compact in un momento come questo è un passo fondamentale per consentire, ad esempio all’Italia, di sviluppare un piano di investimenti che possano ripagarsi in termini di PIL, ma soprattutto di lavoro, indotto, aumento potere d’acquisto, aspettative ed opportunità per le persone, adeguamento della competitività del paese tramite il sostegno alle imprese private e tramite importanti adeguamenti infrastrutturali, energetici, tecnologici.

Il ruolo della ECB in un contesto similare entra prepotentemente sia per contrastare, cosa che ha come mandato, la deflazione con tutti quegli strumenti che dichiara di aver pronti, ma che ancora non ha deciso di utilizzare, sia per sostenere in modo immediato con misure di QE il mercato interno, l’export le attività delle imprese nei paesi in condizioni simili a quella italiana. Sarebbe la prima fase, quella shock, con impatto immediato sull’economia a valle della quale però è necessario un piano di investimenti concreto preciso e redditizio che rappresenti la fase di medio-lungo termine su cui creare la ripresa strutturale.

Un approccio europeo di cooperazione e condivisione è il solo che può rimettere l’UE in condizione di avere la possibilità di dialogare più o meno alla pari con gli altri competitori globali, i quali potrebbero anche essere in certi casi ostili, come potrebbe esserlo la Cina (ma non solo), ben venuta quando convoglia capitali finanziari e non speculativi, investe e permette la crescita ad aziende in difficoltà o in fallimento, ma che può avere mire di influenza verso una direzione a loro troppo favorevole nelle strategie, quando addirittura nelle politiche governative, andando a configgere con gli interessi dei paesi ospitanti.
Questa considerazione in Italia dobbiamo averla ben in mente anche se i vincoli di bilancio e la necessità di capitali ed investimenti esteri unita all’attrattività di molte nostre imprese, oggi ancora a buon mercato, ci rendono una preda interessante. Attualmente la soglia di pericolo è ancora lontana, nessun asset strategico è stato completamente ceduto, ma dopo l’ingresso dei cinesi al 30% in CdP-Reti, detentrice a sua volta del 30% di Snam ed a breve del 30% di Terna, al 2% in ENI, Enel, è stata la volta di Telecom, FCA, Prysmian sempre col significativo 2.001% che impone la comunicazione alla Consob, come dire che il segnale “mandarino” è stato lanciato: “l’interesse c’è, vi stiamo addosso, qui troverete capitale”, ma poi c’è da scommettere che il patto richiederà senza dubbio una contro partita. Notare i settori di investimento: Energia, Tecnologie ed Interne, Automotive, tutti settori sui quali, andando alla ricerca del primato assoluto, il paese dell’estremo oriente ha basato la sua esplosione economica.

Se le nostre vicende interne ci sembrano estremamente complesse, e non v’è dubbio che lo siano, avendo una visione più olistica di quanto si sta muovendo nel mondo è facile capire dove allocare le priorità immediate, e ciò vale tanto a Roma quanto a Bruxelles, perché pare proprio che in tutto questo fermento gli unici alla finestra, per volontà o per necessità, siamo noi europei.
È questo il ruolo che immaginiamo per l’Unione Europeo?
Se la risposta è no risulta quanto mai indispensabile darsi da fare con la massima urgenza.

Rapidità necessaria e cambiamento Europa
Un “mood” degli investitori “buoni” molto volatile da consolidare entro settembre
Brutti dati e brutta politica spingono ad una “violenta” denuncia
Invettiva verso un atteggiamento che in Italia tutto ostacola
Tagliola fu, ma in nella cronica lentezza del dissenso
Bonus Irpef strutturale, ma in uno scenario plumbeo
Europa mai così divisa nel momento in cui serve la massima comunione di intenti
Dati economici che cominciano a preoccupare
Deflazione
Electrolux: sintomo primordiale di deflazione
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile….
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
ECB
Padoan lancia un messaggio alla ECB di Draghi per una politica monetaria più aggressiva?
Dati Istat confermano la tendenza alla deflazione. Quali misure aspettarsi da ECB ed IFM?
Eclatanti misure della ECB: da ipotesi a fatti
La ECB verso lo stop all’acquisto di Bond?
Monito del FMI. Adesso non ci sono davvero più alibi per perseverare ulteriormente … ma lo sapevamo già
Le misure di Draghi ci sono, con un ma….
Draghi: a giugno misure non convenzionali (forse), ma l’Italia non dovrebbe tardare il pareggio di bilancio. Che Europa si vuole?

04/08/2014

Valentino Angeletti
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Stop russo alle forniture di Gas e la debolezza europea

L’Ultimatum di Mosca che intimava all’Ucraina il pagamento di una prima trance del debito sulle forniture di Gas, con scadenza, prorogata più volte, a lunedì 16 giugno è scaduto, senza trovare risposta da parte di Kiev.

La somma richiesta da Gazprom ammontava a poco meno di 2 miliardi di dollari, su un totale di circa 4 miliardi di debito complessivo. Dal canto suo l’Ucraina denunciava discriminazioni sul prezzo del gas che l’hanno portata negli ultimi giorni a ricorrere al tribunale di Stoccolma, tribunale al quale la stessa Russia si è appellata per vedere saldato il debito sul metano.

I nodi principali che hanno fatto saltare le trattative nonostante i vertici indetti tra le parti, a cominciare da quello di Ginevra e poi di Bruxelles, ed alla presenza si USA, EU e Nato, riguardano gli scontri in Crimea, regione russofona che con un referendum non ufficiale si è dichiarata autonoma rispetto all’Ucraina, le accuse mosse da Kiev verso Mosca secondo la quali la Russia appoggerebbe nella guerra civile i separatisti fornendo armi e milizie e non ultimo  il prezzo del combustibile che Mosca vorrebbe fissare a circa 485 $ per mille metri cubi contro la richiesta di 280 $ richiesta da Kiev, ossia il prezzo pre crisi.

Sullo sfondo di questa lotta sul gas vi sono gli scontri tra separatisti filorussi e milizie di Kiev che hanno fatto numerose vittime tra civili, militari e separatisti.

Adesso Mosca ha, con la tipica risolutezza sovietica, bloccato ogni fornitura verso l’Ucraina a meno di non essere pagata anticipatamente; dall’Ucraina però passa oltre il 60% del gas russo diretto in Europa, che rappresenta circa il 15% del totale approvvigionamento europeo, ma con notevoli differenze da nazione a nazione che vede quelle dell’est Europa, la Germania e l’Italia più vulnerabili.

Il commissario Eu per l’energia, Oettinger, ha dichiarato che questo inverno potrebbero sussistere problemi di approvvigionamento se la situazione continuerà a mantenersi grave. Fortunatamente gli inverni miti degli ultimi anni hanno consentito di riempire i depositi garantendo una maggiore autonomia.

Almeno due critiche vanno mosse all’Unione nella gestione di questa crisi, la prima denuncia uno scarso potere a livello internazionale, di politica estera, militare e di coordinamento congiunto nel definire strategie comuni; l’Europa senza l’appoggio di Nato ed USA ha ben poca autorevolezza nei confronti delle altre potenze mondiali e ciò rispecchia anche la gestione dell’immigrazione nonché delle sanguinose crisi che attanagliano tutto il bacino del Mediterraneo come Siria, Libia ed Iraq.

La seconda critica riguarda l’assenza a livello Europeo di una politica energetica sufficientemente diversificata per tecnologie e fornitori, problema che si amplifica a livello italiano dove i principali fornitori di energia primaria sono Russia e Libia, ambedue territori decisamente instabili. In tal contesto si ripercuote anche la crisi dell’area Mediterranea che contribuisce ad indebolire la sicurezza energetica Europea ed italiana. A ciò si aggiunge il minor interesse degli USA ad intervenire, per la linea politica di Obama, per la minor necessità di energia dovuta alla rivoluzione della shale gas e per il taglio di costi militari se non strategicamente necessari. Ovviamente in ultimo se sarà indispensabile gli USA interverranno a supporto dell’alleato Europeo, ma non manifestano sicuramente quella “verve” tipica delle amministrazioni Bush (e non per un ritrovato pacifismo).

L’Europa nella crisi Ucraina si è trovata tra la necessità di mantenere i rapporti commerciali con la Russia (importanti non solo per l’energia) ed al contempo appoggiare la linea statunitense totalmente avversa all’operato russo. A dimostrazione di ciò vi sono le sanzioni economiche, immediatamente erogate al Cremlino da parte degli USA, ma solo annunciate e minacciate da parte degli stati europei, autonomi nel gestire simili provvedimenti.

Ora a livello Europeo si sente parlare di possibili nuovi fornitori energetici o rotte, opzioni totalmente avversata dalla Russia, di considerare l’importazione di shale dagli USA i quali hanno dato il via libera all’esportazione di materiale energetico e più in generale di accelerare sulla via della diversificazione e del mercato unico. In realtà su questo fronte le possibili minacce all’Europa erano già note da tempo, ma irrisolte come del resto lo è la dipendenza italiana da territori instabili. Queste modifiche di approccio, più che sensate e ragionevoli, richiedono però tempo e non si risolvono da un giorno all’altro. La diversificazione tecnologica richiede piani e valutazione dei mix energetici ottimali, mentre quella geografica richiede infrastrutture come nuove pipeline o rigassificatori.

Probabilmente questo inverno non vi saranno problemi di forniture perché anche la Russia, nonostante gli accordi con la Cina, le sua mire di dominio del settore Oil&Gas con i colossi Rosneft e Gazprom, e la volontà di riaffermare la sua autorevolezza agli occhi del mondo e del proprio popolo mostrando i muscoli, non ha interesse a rompere i rapporti con l’Europa e dall’altro canto l’Ucraina non può permettersi di bloccare i flussi poiché se scoperta avrebbe indebolito il suo rapporto con l’Europa che la sostiene economicamente (è stata erogata in questi giorni una prima tranche di aiuti pari a 500 mln di $ che probabilmente useranno per acquisto di Gas). In questa fase comunque i rischi di sabotaggi sono alti e non è semplice scoprirne gli artefici; le accuse potrebbero rimpallarsi come è avvenuto per l’esplosione in territorio ucraino di un tubo di collegamento per il trasporto di metano tra Russia ed Europa del 17 giugno.

Come per altre situazioni la soluzione per questo grave problema e per le violenze nel bacino del Mediterraneo passano attraverso il rafforzamento delle politiche Europee ed una maggior cooperazione tra gli stati membri.

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17/06/2014

Valentino Angeletti
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Renzi, l’Europa e la partita cinese

Nelle prossime ore con l’ultima tappa in Kazakistan si concluderà il viaggio asiatico del Premier Matteo Renzi, del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e della importante delegazione industriale al seguito.

Dal punto di vista del Governo italiano gli obiettivi principali della visita erano quello di rafforzare la collaborazione e l’interscambio con l’oriente, Cina in particolare con la quale già sussistono 33 miliardi di scambi bilaterali, ma sbilanciati 23 a 10 in favore dei cinesi, e di attirare nuovi capitali ed investimenti nel nostro paese.

La volontà del Governo di spingere sul fronte degli investimenti esteri e conseguentemente anche su quello delle privatizzazioni è testimoniata dalla contemporanea presenza del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan negli Stati Uniti, in una visita avente lo stesso fine di quella del Premier, ma dall’altra parte del mondo dove si vorrebbe perfezionare e concludere il TTIP.

I messaggi lasciati da Renzi nella sua ultima conferenza prima di partire alla volta del Kazakistan  sono stati la richiesta di più investimenti da parte di imprenditori e del governo cinese in Italia, ma al contempo più coraggio da parte degli italiani nel valutare ed approfittare delle opportunità di business in cina esulando dall’idea di delocalizzazione per manodopera a basso costo, concentrandosi invece sul concetto di internazionalizzazione e creazione di una grande filiera distributiva e di marketing indispensabili per non sopperire nel mondo globalizzato.

Seguendo queste linee di pensiero, concettualmente più che corrette sia alla luce dell’evoluzione mondiale che delle condizioni del sistema paese italia dove capitali interni allocabili in investimenti ed innovazione con ritorno nel medio-lungo periodo languono, sono stati siglati numerosi Memorandum of Understanding (MoU) che hanno coinvolto molte aziende (Luxottica, Enel, Finmeccanica, Unicredit, Generali) e gli stessi Ministeri dello sviluppo Economico. Le tematiche di cooperazione spaziano dall’agricoltura, alla tecnologia, energia, smart city, reti intelligenti, ottimizzazione dell’uso del carbone fino allo scambio di know how e best practices.

La facilità con cui la Cina firma accordi e MoUè ormai notoria e dalla firma alla concretizzazione di progetti e business case concreti il percorso è di norma lungo e non privo di ostacoli, in ogni caso il viatico di certo è promettente, e l’importanza di partner come le economie asiatiche è indiscutibile; non mancano però i punti su cui prestare attenzione e meditare.

Il primo è il problema dei diritti umani e dei lavoratori spesso violati. Argomento che non si può soprassedere valutando solo i benefici economici derivanti dalla collaborazione bilaterale. Uno stato civile, come ogni azienda seria, deve seguire principi di responsabilità sociale che deve esportare in particolare in quelle situazioni più lacunose. La Cina riguardo a ciò rappresenta sicuramente un’area da migliorare senza scendere a compromessi, vincendo quell’atteggiamento di chiusura che si cela nella mentalità cinese al di là delle accoglienze e delle occasioni formali.

Il secondo è la questione ambientale e dell’inquinamento, problema che mina la salute degli abitanti delle megalopoli, che sta raggiungendo livelli non sostenibili e che effettivamente incute preoccupazione nello stesso Governo cinese un tempo non eccessivamente sensibile all’argomento. Alcuni accordi in particolare riguardo al carbone, al nucleare, alle rinnovabili ed alle tecnologie turbogas siglati in questi giorni vanno proprio in questa direzione. Stessa direzione in cui parzialmente va l’accordo sulla fornitura di gas trentennale stipulata tra Pechino e Mosca solo qualche settimana fa (notare i due accordi per fornitura di combustibile con Gazprom e per tecnologie turbo-gas con Asnaldo – Shanghai Electric).

Il terzo punto è l’altissimo grado di corruzione che dilaga tra i colletti bianchi cinesi, i mandarini, i funzionari governativi e la rampante classe dirigente che spesso impone alle aziende estere operanti nel paese di scendere ad inaccettabili compromessi.

Il quarto, ma non per importanza, è proprio la tendenza alla chiusura dei cinesi. Tendenza che si nota anche nelle comunità instauratesi fuori dal paese d’origine; ne è un esempio il caso italiano di Prato. Fino ad ora è innegabile che il modo di agire del mondo cinese, totalmente in opposizione al concetto di Open Innovation occidentale (europeo e statunitense), sia stato quello di appropriarsi delle conoscenze e tecnologie occidentali tramite partenariati o acquisizioni di aziende, dominarle ed internalizzarle sfruttando il vantaggio competitivo dato dal loro modus operandi in tema di lavoro, manodopera, produzione, vincoli ambientali ecc, per poi rifornire gli stessi mercati occidentali stroncando in qualche circostanza i competitori locali. Non ha caso le accuse di spionaggio industriale (anche cibernetico) che gli USA dichiarano di aver subito e di subire regolarmente da parte di spie ed hacker cinesi assumono toni sempre più accesi. Da considerare che in questo frangente anche l’economia cinese sta rallentando, in particolare per il rallentamento dell’economia globale, mentre rimane relativamente forte il loro mercato interno. Ciò forse potrà renderli maggiormente aperti ed una più effettiva e reale cooperazione oppure renderli ancora più chiusi e protettivi nei confronti del loro mercato interno.

Il nostro paese potrà dal canto suo contare sul brand di cui indiscutibilmente gode in particolare relativamente al turismo, al lusso, all’enogastronomia, alla sartoria ed al tessile che rappresentano uno status symbol per le classi dei nuovi ricchi cinesi; potrà contare sulla stima che la Cina ripone nell’Italia e sulla manifesta intenzione di voler investire in aziende italiane, come ha dimostrato il superamento del 2% (soglia oltre la quale è obbligatoria la comunicazione alla Consob) in Enel ed Eni, e quindi la fiducia nei business italiani di interesse cinese. In sostanza si deve fare in modo che i campioni e le eccellenze indubbiamente presenti in Italia riescano a fare squadra in modo vincente ed a tal pro il supporto istituzionale è indispensabile.

Infine il Governo italiano dovrà essere bravo e convincete a portare l’occasione cinese all’interno dell’agenda di presidenza europea in modo da rendere la collaborazione Europa – Cina un caposaldo, perché se è vero che il nostro paese ha bisogno di investimenti, lo stesso vale anche per l’intera Unione, ed il rischio di un eccessivo avvicinamento tra Russia e Cina, che rappresenterebbe un fortissimo asse strategico-economico, è altissimo. Come in tutti i contenesti economici la diversificazione diviene una parola d’ordine anche nelle partnership commerciali, a maggior ragione in un periodo dove la crescita va perseguita con organizzazione e lungimiranza. Vedremo se i MoU siglati assumeranno concretezza e saranno profittevoli per ambedue i contraenti.

12/06/2014
Valentino Angeletti
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