Archivi Mensili: maggio 2014

Conclusioni di Visco all’assemblea di Bankitalia. Concetti noti, ma qualche novità al contorno

“Fate presto!!!”; “Non c’è tempo da perdere!!!”; “C’è immediatamente bisogno di un cambio di passo!!!”; “Lavorare assieme per avviare il periodo delle riforme!!!”. Queste sono solo alcune delle frase pronunciate negli anni scorsi da politici, imprenditori, organi di rappresentanza, giornali e media, per sottolineare la necessità di contromisure immediate ad una crisi che mai ha dato davvero il segno di essere prossima alla conclusione.

Ieri le conclusioni tratte dal Governatore di Bankitalia Ignazio Visco all’assemblea annuale dell’istituto da lui presieduto, non si discostano dai messaggi precedenti che si allineano a quelli lanciati da Squinzi durante la riunione di Confindustria tenutasi il giorno precedente.

Riassumendo brevemente le somme tirate da Visco si può dire che l’accento è stato posto sulla necessità di riformare rapidamente il sistema Italia sotto vari aspetti per poter rilanciare il lavoro, i consumi e l’economia in generale; sulle banche e sul loro comportamento non sempre allineato al mandato di sostenere attivamente l’economia reale e le PMI, agendo in totale trasparenza e lontani da fenomeni corruttivi che invece hanno scandalizzato l’opinione pubblica contribuendo a gettare ulteriore discredito sul settore bancario; sulla necessità di investimenti che in Italia sono inferiori al resto d’Europa accentuando un gap competitivo già depresso da regime fiscale, costo del lavoro e burocrazia; sulla imprescindibile lotta alla corruzione il cui costo stimato è 120 miliardi di € all’anno. Il Governatore ha lanciato poi due allarmi che confermano la difficoltà che il paese, a prescindere dal Governo in carica, ha nel soddisfare, con conti e casse degli enti locali e dei comuni assoggettati al patto di stabilità in molti casi vuote, le necessità di sostegno alla ripresa a mezzo di diminuzione della tassazione ed aiuto alle famiglie e di rispetto dei parametri imposti dall’Europa. Il primo allarme riguarda la possibilità che l’importo della TASI pagata dai contribuenti possa superare, in dipendenza dall’aliquota applicata dai singoli comuni, del 60% quello della vecchia tassazione sugli immobili; il secondo riguarda il bonus di 80€, sicuramente positivo per i consumi, come confermato dalle rilevazioni di Confesercenti, soprattutto quando diverrà strutturale, ma la cui copertura per il 2015 richiede 14,3 miliardi di € rispettando i vincoli sul deficit imposti da Bruxelles (vero è a 17 bil ammonta il gettito della spending review previsto per il prossimo anno e che l’inserimento molto opinabile di contrabbando, prostituzione e spaccio nel computo del PIL possano aiutare a migliorare i rapporti in cui il PIL è presente).

I punti toccati dal Governatore Visco non sono nuovi né di facile risoluzione. La corruzione è un fardello al quale andrebbe posto rimedio ma che non può comunque garantire ingressi immediati. Essa opprime l’Italia, nella sua competitività, lacera il concetto di uguaglianza ed il principio costituzionale secondo il quale chi più ha più deve contribuire; emblematico dello stato del paese è il fatto oggettivo che se il paese recuperasse il 10% di quello che viene sottratto da corruzione, evasione, burocrazia avrebbe risolto ogni problema di bilancio.

Il periodo di riforme avrebbe dovuto aprirsi già col governo Monti, evidentemente con esecutivi di larghe intese ma che perseverano nella difesa partitica e con il potere delle burocrazie e tecnocrazie, è difficoltoso portare a termine cambiamenti che potrebbero essere controproducenti per coloro che hanno potere decisionale sulla loro implementazione. Tuttavia la necessità di attuare cambiamenti costituzionali ed a sostegno dell’economia che dovrebbero essere condivisi dai partiti, dagli imprenditori e dai sindacati, rimane fortissima e basilare.

La necessità di investimenti che appoggino la crescita e di conseguenza il lavoro innescando il meccanismo virtuoso di “investimenti – crescita quindi consumi – produzione – lavoro” è tanto chiara quanto difficile da applicare nel contesto italiano dove lo stato non ha risorse da investire perché costretto dai parametri EU ed oppresso da un debito da ridurre (tendente al 135% del PIL) totalmente colpa della mala gestione interna e dove le imprese, (senza generalizzare) se grandi hanno spostato il baricentro dalle attività prettamente produttive a quelle finanziare, se PMI sono bloccate da burocrazie, debiti delle PA (75 bil €), tassazione e cuneo fiscale, calo drammatico dei consumi. Pertanto gli investimenti esteri vanno cercati ed appoggiati senza voler difendere esclusivamente per presa di posizione un patriottismo che potrebbe portare alla rovina; gli investimenti statali produttivi, ad alto valore aggiunto, in grado di creare lavoro ed indotto possibilmente in settori innovativi e fulcro del nuovo paradigma economo focalizzato sulla tecnologia, devono riprendere e possibilmente rientrare nel perimetro della golden rule europea. L’Italia inoltre deve focalizzarsi sul miglior impiego dei fondi e degli investimenti Europei che vengono da noi letteralmente sprecati, così come deve evitare di cadere nelle procedure di infrazione (siamo al primo posto per numero di procedure avviate nei nostri confronti) che comportano il pagamento di sanzioni e minano ulteriormente la credibilità.

L’occupazione deve assolutamente essere appoggiata dalla normativa, devono essere riformati gli ammortizzatori sociali ed introdotto il concetto di riqualificazione del lavoratore a carico pubblico in sostituzione del vecchio concetto di cassa integrazione, come del resto accade in Germania, ma ciò senza prescindere dalla crescita e dal rilancio dei consumi (sia interni che da export) che sono i precursori della richiesta di nuovo personale delle imprese.

Le banche infine devono tornare a servire l’economia reale e concedere credito a famiglie e PMI e non essere rivolte esclusivamente alla finanza, anche quella ad alto rischio che offre alti rendimenti e soprattutto la possibilità di togliere trasparenza ai bilanci. Il rimprovero fatto da Squinzi e Visco (arcinoto) è stato quello di utilizzare i prestiti a basso tasso della ECB per acquistare bond, per parcheggiare liquidità overnight e spingersi nell’acquisto di derivati, senza concedere credito alle imprese ed alle famiglie strozzate dalla crisi. Nonostante ciò va sottolineato che in Europa la maggior parte delle banche, grandi e piccole che siano, per poter passare gli stress test europei in vista dell’unione bancaria hanno o necessiteranno di importanti ricapitalizzazioni. Detto ciò portare avanti la divisione tra banche d’affari e banche commerciali potrebbe essere un viatico più che interessante. La ECB dovrà avere ruolo decisivo nel sostegno alle imprese (con cartolarizzazioni o prestiti agli istituti vincolati all’effettiva concessione del credito) poiché le banche nazionali potrebbero ormai non essere più in grado autonomamente di far fronte a tutte le richieste di prestito motivate spesso dai crediti delle PA. La decisione in merito potrebbe essere presa il 5 giugno in occasione del board ECB, assieme alle contromisure per arginare la bassa inflazione che si conferma anche per il mese scorso allo 0.5% (dato ancora in calo rispetto alla precedente rivelazione).

Dai moniti preoccupati riportate all’inizio, non molto è mutato, anche il PIL non crescerà quanto previsto, ma si attesterà tra lo 0.1% e lo 0.4% non consentendo la diminuzione della disoccupazione che invece richiede tassi positivi prossimi all’ 1.5%. La ripresa a detta di tutti si mantiene fragilissima, lenta e ostaggio di ogni variabile esterna indipendente dall’azione delle istituzione (immigrazione, disastri naturali, crisi internazionali).

Ciò che realmente è cambiato sono: la consapevolezza (ritardataria) da parte di EU ed ECB dell’assoluto bisogno di incisivi interventi a strettissimo giro; il consenso e la speranza riposta non tanto nel Governo che rimane di larghe intese e quindi di trattativa e compromesso, quanto in Matteo Renzi (oggettivamente unica alternativa credibile nel panorama politico italiano dove una persona onesta, equilibrata, intelligente e dotata di un minimo di visione globale avrebbe probabilmente sbaragliato la concorrenza) che è visto come ultima spiaggia per un cambio di passo che deve essere sia interno che europeo. Il peso del suo 40% europeista potrà pesare più a Bruxelles, dove devono essere temuti ed arginati gli anti-europeismi con la collaborazione trasversale e maggior attenzione ai cittadini, che in Italia ove è difficile pensare senza rimpasti di governo o nuove elezioni a radicali alleggerimenti nelle prese di posizione.

Il nuova paradigma economico-politico che dovrà essere protagonista in Italia ed in Europa potrà, una volta avviato concretamente, essere duraturo solamente se si opererà un rinnovamento, non basato sull’anagrafe o sul genere, della classe politica e dirigente che è tuttora attinta esclusivamente da una ristretta élite sociale e che invece dovrà andare a sfruttare tutto il capitale umano indubbiamente presente aprendo veramente possibilità per tutti coloro che hanno voglia di mettersi in gioco per il paese e che lo meritano.

La posta in gioco è altissima e tale da impattare direttamente la vita di tutti noi che vorremmo vivere nell’Europa delle tre P, prosperità, pace, protezione, da troppo tempo dimenticate.

La carne al fuoco è tantissima, di varia natura e da cuocere in tempi differenti, l’attenzione e l’impegno devono essere dunque massimi perché non possiamo permetterci altro se non centrare in pieno gli obiettivi. Il tempo era già scaduto tanto tempo fa.

31/05/2014
Valentino Angeletti
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La Russia fortifica la sua egemonia spostandosi ad est. L’europa deve reagire…

Mosca-Astana-MinskPiuttosto sotto silenzio è passato nei giorni scorsi l’accordo commerciale per la  creazione del quarto mercato mondiale siglato tra Russia, Bielorussia e Kazakistan.  Questa firma segue a ruota l’accordo da 400 miliardi di $ per la fornitura trentennale  di gas da parte della Russia alla Cina; gas, tra l’altro,  pagato a prezzo, a detta degli  esperti, abbastanza elevato, segno di un forte interessamento cinese verso la  sicurezza energetica e verso un combustibile meno inquinante rispetto al carbone. Le  emissioni inquinanti nelle grandi città cinesi non sono più sostenibili e stanno  diventando un grandissimo rischio, per la salute e per l’economia, che la Cina non può  più ignorare o nascondere.

Il patto tra la Russia, la Bielorussia ed il Kazakistan, chiamato Eurasiatico ma che di  Europeo ha ben poco, segna in modo abbastanza chiaro la volontà russa di fortificarsi  verso oriente probabilmente per far fronte da un lato al TTIP (Transatlantic Trade  and Investment Partnership) tra USA ed EU, che al momento rimane ancora arenato ma la cui importanza per le due economie coinvolte è enorme (potenziale stimato in 120 miliardi annui), e dall’altro alle dichiarazioni della Commissione Europea di voler diversificare maggiormente il proprio approvvigionamento energetico e di GAS (il 27% del gas importato europeo viene dalla Russia, di questo il 50% transita per l’Ucraina; ed il 33% di petrolio), a cui hanno fatto seguito le ipotesi di stress test energetici per definire con precisione l’impatto di un eventuale stop delle forniture Russe e quelle di una agenzia unica di acquisto di energetici.

La crisi Ucraina, ancora in essere benché la disponibilità (non si sa quanto di facciata) di Putin a collaborare con USA e EU per la sua risoluzione mantenendo però legittimo l’esito del referendum separatista, ha messo l’Unione di fronte ad un rischio percepito ma mai affrontato realmente. Il principale partner energetico per l’Europa potrebbe essere proprio Obama che si è detto disponibile ad avviare le esportazioni di shale gas verso il vecchio continente (già iniziate con un accordo siglato da Enel ed Endesa), ma che richiederebbe importanti investimenti in infrastrutture di trasporto, stoccaggio e trasformazione e che quindi non può essere considerata una opzione per il breve termine. L’Europa del resto in tema di energia rimane ancora piuttosto arretrata, non è in grado di sfruttare in pieno le proprie risorse (come i giacimenti nell’Adriatico) e la frammentazione del mercato elettrico, così come dei sistemi di trasmissione, rende il mercato poco interconnesso ed estremamente eterogeneo per costi e qualità del servizio. Evidentemente il compito importante, ora di Oettinger, in futuro della nuova commissione energia della EU sarà quello di migliorare questo scenario ristrutturandolo in modo significativo.

La Russia, dal canto suo, con l’ultimo trattato, che per ora non prevede una moneta unica (ipotesi discussa) così come non comporta la libera circolazione delle persone (temuta da Astana, vista l’autorità con cui Putin difende le popolazioni che si sentono di etnia Russa assai presenti in Kazakistan) e che rimane limitato agli aspetti economico-commerciali, vuole continuare a mantenere il suo ruolo da grande player mondiale messo in discussione da stati più o meno emergenti che crescono a tassi ben superiori rispetto a quelli di Mosca. L’energia, e la fame che il mondo ne ha,  è il grimaldello che apre le porte alla Russia e le mire egemoniche del Cremlino si evincono anche dalle strategie delle sue multinazionali Gazprom, Rosneft e Lukoil che si stanno muovendo a mezzo di importanti acquisizioni in tutti i settori direttamente o indirettamente coinvolti con gas e petrolio, dal trading di commodities fino alla chimica che di petrolio si nutre. Le operazioni di M&A in Europa operate da Gazprom, Rosneft e Lukoil (quest’ultima principalmente nell’est del continente) sono monitorate, forse con ritardo, dalla Commissione, per evitare, in particolare per quel che concerne gasolio e derivati, di dipendere quasi esclusivamente dai colossi ex sovietici. Tale questione mette in risalto un ulteriore problema del quale la commissione energia EU, ma anche i singoli stati e le multinazionali del settore, dovranno discutere, ossia cosa fare di vecchie centrali elettriche ad olio o raffinerie non più in produzione perché non competitive  e sempre fuori mercato che dovranno prima o poi essere necessariamente dismesse o riconvertite non senza costi che le aziende private ed i singoli stati membri, alla luce della situazione economica in essere e dei vincoli di bilancio, non possono accollarsi in autonomia.

30/05/2014
Valentino Angeletti
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Mercati furbescamente toro dopo l’esito delle elezioni…. ma non c’è da fidarsi

All’indomani della tornata elettorale europea e dell’inaspettato, per dimensione, successo del PD, ma leggasi Matto Renzi, i mercati hanno reagito con un energico Toro. Milano ha fatto segnare +3.61% ed anche lo spread dei BTP è sceso a 158 pti base (pur rimanendo superiore a quello dei Bonos spagnoli).

Si legge che le motivazioni di questo sprint finanziario che ha abbracciato in modo più o meno palese tutta l’Europa, siano la ritrovata stabilità del nostro paese, il ridimensionamento del M5S che comunque rimane la seconda forza incontrastata ed alcuni scrivono addirittura  la stabilità politica europea.

Attenzione però, come già scrissi (Link: L’influenza ininfluente della stabilità politica sulla finanza 14/02/2014) i mercati si muovono seguendo dinamiche ben più ampie tipiche di un mondo interconnesso e complesso in cui si stanno verificando importanti cambiamenti geo-politici (accordo su Gas Russia-Cina ne è l’ultimo esempio) ed in cui le economie emergenti, con le loro dinamiche politiche e monetarie, indirizzano ancora il flusso di capitali; la stabilità di un singolo paese può essere condizione necessaria ma non sufficiente per impostare un trend rialzista potente oppure rappresentare, come sembra essere in questo caso, una scusa per ricoprire vendite precedenti.

Il risultato del PD e di un leader, Renzi, che per ora gode della stima della finanza (anch’essa molto labile ed effimera) per i cambiamenti e le riforme che vorrebbe apportare, ha ben giustificato l’impulsiva euforia dei mercati.

Ad approfondire il conteso dell’EU, considerando qualche grado in più rispetto ai 360/28 (quanti erano i paesi europei in cui si è votato), si nota però che la situazione è meno chiara.

Nel nostro paese l’affermazione del PD è enorme, ed è confermata anche alle regionali di Abruzzo e Piemonte ed alle amministrative per le elezioni dei sindaci, ma il Governo centrale italiano nei suoi rapporti di forza non cambia e le parti che si contrapponevano prima è possibile che, smaltito questo risultato, continuino a scontrarsi rallentando i processo riformatore che indubbiamente ora Renzi può e deve cercare di incalzare con più veemenza; oppure, ma la previsione non è facile, potrebbe essere che il M5S faccia un esame di coscienza e si dimostri più collaborativo.

In Europa poi la situazione è più complessa, tutt’altro che chiara e stabile. Sarà necessaria una grande coalizione tra PPE e PSE con il supporto dei liberali e forse anche di altri partiti filo europei. Addirittura, pare dietro pressioni tedesche, che il candidato del PPE, partito vincitore con 213 parlamentari, Juncker, possa essere estromesso da un altro nome meno forte (contrariamente alla logica che vorrebbe una Europa autorevole anche nei nomi; evidentemente se confermato, si tratterebbe dell’ennesimo tentativo tedesco di mantenere più alta possibile la propria influenza).

In Francia ed in UK i primi partiti sono quelli dichiaratamente anti europei: FN ed UKIP; in Germania la CDU perde voti, avanza un poco la SPD, ma avanzano anche gli euri scettici ed un parlamentare europeo tedesco sarà neo-nazista. In molti altri stati avanzano gli anti europeismi con pericolose derive naziste e xenofobe come in Austria, Danimarca, Ungheria, Grecia (Alba Dorata al 9%); in Spagna si rafforza il movimento degli “indignados” ed altri esempi minori potrebbero essere elencati. Fortunatamente queste forze non sembrano portate ad aggregarsi, confermando la loro chiusura ed il loro stampo esclusivamente nazionalista.

Il calo di approvazione nei confronti dei partiti dei governi in carica in gran parte dei paesi membri indica chiaramente una volontà del popolo europeo di essere parte di una Unione differente che per come è configurata non risponde alle esigenze dei cittadini. Di certo per il nostro paese la vittoria schiacciante di un partito europeista  come il PD è un ottimo viatico ed un ottima opportunità per avere più forza in Europa, magari anche nella nomina di qualche importante posizione istituzionale ora vacante (le principali sono il presidente della commissione, dell’eurogruppo, del consiglio e delle politiche estere; già si fanno i nomi di Letta e Monti) e dei membri delle varie commissioni tra cui agricoltura, energia ed ambiente (dove è indispensabile che Matteo Renzi scelga persone valide e competenti a prescindere dai legami politici, dal ceto sociale, dal genere e dall’età).

A ben vedere quindi la situazione europea nel suo insieme è tutt’altro che stabile, anzi, oltre all’avanzata dei movimenti euro scettici, si è perso il bipolarismo tra popolari e socialisti ed il Parlamento Europeo risulta frammentato.

Evidentemente quindi i mercati hanno interpretato il dato che più in questo frangente gli ha fatto comodo, ma avrebbero potuto facilmente leggere i risultati in modo diverso. Adesso l’attesa è per le dichiarazioni dei banchieri centrali, riuniti in Portogallo, sulle politiche monetarie europee e le misure non convenzionali contro la bassa inflazione (anche se con ritardo essendo l’inflazione da tempo sotto il target Eu del 2%) e soprattutto per la riunione del board ECB del 5 giugno dove possono essere avviate le misure non convenzionali, tanto parlate ma ancora non applicate, che dovrebbero contribuire ad agevolare il credito alle persone ed alle imprese iniettando liquidità direttamente nel sistema economico bypassando o dando meno potere all’intermediario bancario che nei mesi scorsi ha in gran parte neutralizzato l’incisività delle misure applicate dalla ECB.

Link:

Link (con collegamenti a fondo pagina ad articoli su inflazione-deflazione): Due interpretazioni delle elezioni europee 26/05/2014 

Verso le europee, che poco dovrebbero incidere sul Governo nazionale, ma molto sulla governance dell’Unione 24/005/2014

Draghi, unione bancaria ed un sistema finanziario troppo shadow 19/03/2013
“Stress Test”: nessun complotto, ma normale ‘amministrazione’ 14/05/2014
Eurogruppo sul lavoro, Ecofin sulle banche e campanelli di allarme sull’Italia 28/06/2013
Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa 05/05/2014
La deflazione diventa un rischio sicuramente non casuale o imprevedibile…01/04/2014

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Due interpretazioni delle elezioni europee

I risultati delle elezioni europee sono ormai definitivi.

Essi, se considerati dal punto di vista italiano, si prestano a due chiavi di lettura, la prima interna al nostro paese, la seconda di più ampia visuale che abbraccia tutto il continente.

Nel nostro pese abbiamo assistito innanzi tutto al confermarsi della bassa affluenza che non ha superato il 60% (tra il 57 ed il 58%) confermando le attese, ma superando di gran lunga la media degli altri stati europei. Passando ai risultati invece si conferma, con un risultato percentuale decisamente storico ed inaspettato (il 30% era il risultato più ottimistico a cui è mai stato fatto riferimento), il PD ed in particolare Matteo Renzi, che, nonostante non abbia voluto inserire il nome nel simbolo, è de facto la figura di riferimento sul quale il votante nel segreto dell’urna ha apposto la croce. Il M5S è rimasto staccato di circa 20 pti percentuali e, pur rimanendo la seconda forza incontrastata, ha perso 5 punti dalle scorse elezioni nazionali incassando una sconfitta rispetto all’obiettivo di vittoria, possibilmente plebiscitaria. Nei prossimi mesi vedremo se vi sarà un rimpasto di Governo, delle nuove elezioni (interessante ipotesi per il Premier e per portare a termine in toto i propri piani) oppure se rimarrà tutto come adesso e come la natura delle europee lascerebbe pensare, anche perché nessun membro dell’esecutivo sarà disposto a cedere il passo a seguito di queste elezioni che tecnicamente non hanno influenza sugli esecutivi nazionali. A Renzi adesso il compito fondamentale di fortificare la fiducia ricevuta andando ad attuare rapidamente ed in modo incisivo il processo riformatore e di cambiamento fino ad oggi solo abbozzato e per mille ragioni contingenti ritardato e modificato più volte in corso d’opera. La sfida per il nostro paese risulta importante e decisiva, anche in ottica della presidenza italiana del semestre Europeo.

Lato Grillo e M5S evidentemente il loro approccio di non voler scendere a compromessi su alcun tema e con nessun interlocutore gli ha fatto dilapidare un patrimonio elettorale, e sopratutto di speranza di cambiamento e rottura, inestimabile;  l’elettorato pare gli abbia parzialmente tolto la fiducia avendo visto nel movimento una forza unicamente distruttiva e mai costruttiva né propositiva. Il concetto, più volte espresso dal leader penta-stellato, di andare al governo con il 100% è innanzi tutto impraticabile ed in secondo luogo fa presagire un approccio quasi dittatoriale che, complici anche i toni molto coloriti ridimensionati solo nell’intervista a Porta a Porta, può aver spaventato coloro che votarono M5S senza esserne convinti sostenitori ma perché pareva una forza nuova ed in grado di rompere col sistema a patto però di saper lavorare trattando e negoziando al suo interno, capacità che non hanno avuto, ed è una grossa colpa per tutti coloro che pretendono di fare politica.

Passando all’aspetto europeo avanzano i movimenti anti europeisti o euro scettici, anche con connotazioni naziste e xenofobe come nei casi di Ungheria, Austria, Danimarca. In Francia FN di Le Pen è il primo partito ed in UK si è perso il bipolarismo storico tra Labour e Tory e lo scettro di primo partito e passato all’ UKIP, indipendentisti che sostengono l’abbandono totale dell’Europa nonché un referendum per l’indipendenza scozzese (storico bacino dei laburisti). In Grecia vince la sinistra di Tsipras, ma contrariamente all’ostilità nei confronti dell’Europa dei partiti di destra, l’idea di Syriza è quella di una Europa più forte e più vicina ai cittadini, con meno disuguaglianze e più solidarietà tra gli Stati (macro linee non dissimili a quelle del PSE e formalmente del PPE).

Anche in tal caso è evidente che tutti i partiti filo europei che andranno a comporre il nuovo parlamento (in cui il primo partito dovrebbe essere il PPE con Junker probabile presidente della Commissione) a cominciare da PPE e PSE (che in totale si aggiudicheranno circa 400 parlamentari su 751, quindi non una maggioranza esagerata), passando ad ALDE ed anche a lista Tsypras, dovranno collaborare per portare avanti e realizzare quei punti che si sono mostrati evidentemente lacunosi nel processo di costruzione di questa Europa ancora ben poco unita. A convincersene  dovrà essere soprattutto la Germania dove la CDU, in calo, rimane il primo partito con SPD secondo in risalita (fortunatamente si tratta delle due forze europeiste). Magari a far da ambasciatore sarà Schulz, spiegando che in Germania è necessario cedere un poco di sovranità nazionale fungendo nei momenti di difficoltà da vera locomotiva dell’Unione. Il pericolo del sentimento anti europeo e la chiusura nei propri nazionalismi, deleteri per la competitività ed il benessere del continente europeo, sono tutt’altro che scongiurati, anzi ne escono rafforzati.

Nel processo di riforma europeo dovrà entrare anche la ECB di Draghi, mostratasi,  in questa ultima fase di crisi, lenta e poco incisiva nell’agire, focalizzandosi solamente sull’effetto annuncio gestito magistralmente, ma che si esaurisce nel giro di qualche giorno, al più settimana. Questa settimana si terrà un simposio in Portogallo  dei banchieri centrali dove parleranno di tassi e di come combattere la bassa inflazione (ora ben sotto il target del 2%; verrebbe da dire che tempismo questi banchieri..). Pare che la ECB dal 5 giugno sia disposta a mettere in campo misure eccezionali, forse tassi negativi, forse prestiti a banche con vincolo di fare credito alle imprese o direttamente alle imprese stessa (ipotesi che si è più volte ribadita).

In Italia l’errore in cui non incappare è quello di esasperare il risultato delle europee con una connotazione esclusivamente nazionale, perdendo di vista lo stampo europeo e tutto il lavoro che, parallelamente alle riforme nazionali, tra Bruxelles e Strasburgo deve essere fatto.

Link su inflazione:

 

26/05/2014
Valentino Angeletti
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Benessere ed uguaglianza come argine alla violenza

Attentato antisemita a Bruxelles:
qualunque sia il motivo che scatena la furia violenta e dissennata essa si manifesta contro il diverso, contro colui che nell’inconscio si teme o dal quale si ritiene di essere messi in pericolo, che a seconda delle persone può raffigurarsi nell’immigrato clandestino che magari percepisce somme pubbliche sottratte al bene collettivo, quello regolare che probabilmente ruba il lavoro agli autoctoni, contro il ricco che sicuramente ha evaso o ha raggiunto simili posizioni delittuosamente, contro il povero accattone che potrebbe lavorare ma non lo fa, contro il rom di certo ladro e sfaticato, contro gli ebrei, famosi rabbini settari presenti in ogni potentato economico, contro fanatismi religiosi, oppressioni politiche, per denaro e via discorrendo in questo agghiacciante elenco con al seguito ancor più agghiaccianti motivazioni.

Sempre questo sfogo di cattiveria al limite dello scibile umano si acuisce (non che sia dovuto solamente a ciò) dove c’è malessere e divisione sociale, dove il senso di ingiustizia è alto così come le differenze tra le persone categorizzate in modo eccezionalmente evidente in coloro che tanto hanno, tutto possono ed alle quali le opportunità di migliorare il proprio status quo non mancano versus gli altri che lottano quotidianamente anche per i più fondamentali diritti alla salute ed al cibo solo per fare due esempi. Dinamiche, quelle brevemente descritte, indubbiamente in atto negli ultimi anni.

Anche per lottare contro questi sentimenti, sensazioni, malcontenti, differenze, derive, che oltre ad essere socialmente pericolose per la violenza che animano, bloccano lo sviluppo economico del tessuto nel quale si inseriscono, si deve puntare ad una Europa davvero unita, solidale e con al centro il benessere dei cittadini, idealmente garantiti tutti quanti in egual misura

25/05/2014
Valentino Angeletti
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Verso le europee, che poco dovrebbero incidere sul Governo nazionale, ma molto sulla governance dell’Unione

Dal profondo silenzio elettorale si attendono ora solo gli esiti delle tornate inaugurate il 22 in UK e Paesi Bassi.
In Italia la campagna elettorale ha subito una escalation che l’ha portata ad assumere toni esagerati, sfiorando il violento: Hitler, El Carogna, Stalin, Kapò, Pol Pot sono solo alcuni dei riferimenti utilizzati e quanto meno fuori luogo.
Le europee hanno così erroneamente assunto un valore nazionale quasi fossero un referendum tra due leader.

Considerando i partiti maggiori, Renzi ed il PD, dopo una prima fase di propaganda in cui hanno accettato il duello nel piano nazionale, negli ultimi giorni pre elezioni hanno modificato la loro strategia riportando l’attenzione sul fatto che si tratti di elezioni europee e che non avranno alcun impatto sul governo del paese, assecondando quanto ribadito dal Presidente Napolitano.

Di contro, Grillo del M5s e Berlusconi di FI hanno mantenuto un’impronta prettamente nazionale e referendaria, in certi casi sbilanciandosi a promesse (dalle dentiere fornite dal servizio sanitario nazionale ed una nuova abolizione totale dell’IMU, fino al reddito di cittadinanza ed alle pensioni minime aumentate ad 800 e poi 1000€) tipiche di elezioni politiche e che poco si confanno a quelle continentali.

I sondaggi non ufficiali (ed illegali) darebbero quasi all’unanimità il PD come primo partito attorno tra il 30 ed il 32% seguito a ruota dal M5S che oscillerebbe tra il 27 ed il 29.5% e FI tra il 18 ed il 20%, la Lega e NCD sarebbero tra il 4 ed il 6%, tutti sotto la soglia di sbarramento del 4% gli altri partiti.

La fascia degli indecisi rimane ampia così come quella degli astensionisti che potrebbero aumentare ulteriormente, superando il 45%, considerando la bella giornata di maggio che invoglia a gite fuori porta o marittime e l’apertura straordinaria in occasione della Giornata Nazionale delle Dimore Storiche di alcuni importanti palazzi italiani di norma chiusi al pubblico (come palazzo Farnese sede dell’ambasciata francese o l’ambasciata del Brasile in piazza Navona) e di prestigiose cantine; comunque il rifiuto del diritto-dovere di voto alla base della democrazia dovrebbe essere coscienziosamente evitato, meglio allora, se proprio si volesse dare segno di protesta, recarsi alle urne e “votare” scheda bianca.

Difficile pensare che, a meno di risultati veramente eccezionali e di conseguenti forti movimentazioni in patria (opzione ancora non del tutto remota), queste elezioni europee possano avere un impatto sulla tenuta del Governo, così come è non è matematicamente possibile che un singolo partito nazionale, come potrebbe essere il M5S o all’estero un movimento anti-EU, quand’anche ottenga un successo di gran lunga superiore alle attese, possa pensare di dettar legge presso il Parlamento Europeo visto che l’Italia eleggerà in totale 73 su 751 Parlamentari (ed è uno dei maggiori contribuenti, al primo posto la Germania con 96 Parlamentari). La caratteristica di non volersi alleare è probabilmente la debolezza dei partiti anti-Euro: per quanto forti internamente risultano altamente disgregati presso le istituzioni europee e per tanto perdono di incisività.

In Italia la durata e la popolarità del Governo dipendono non tanto dall’esito delle elezioni europee, quanto dalla capacità di Renzi e dell’esecutivo di attuare in tempi rapidi le incisive riforme necessarie e più volte illustrate e per le quali  il tempo sarebbe da molto già scaduto (Link: Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto ; Link: Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa:  settimana decisiva, che non sia una delle tante).

I primi 80 giorni del Governo sono probabilmente stati più complessi di quanto il Premier avesse previsto, un po’ perché i particolarismi, siano essi politici o burocratici, tendono a lottare strenuamente per conservarsi ed hanno autorevole voce in capitolo per portare avanti la propria battaglia, un po’ perché il Governo di larghe intese rimane comunque di compromesso e non garantisce a Renzi la libertà di manovra che un Governo proprio invece assicurerebbe (Link: Governo Renzi e compromessi). Risultati importanti ed iniziali di un viatico virtuoso sono stati conseguiti, come gli 80 euro, la risoluzione di alcune vertenze sindacali, alcuni investimenti esteri attirati, il bonus alla cultura, ma sono ancora piccole cose rispetto a tutto ciò che va eseguito rapidamente perché maggiormente incisivo su economia e credibilità, dagli aspetti più istituzionali a quelli più prettamente economici (rimanendo in attesa, il 2 giugno, del pronunciamento di Bruxelles sulla possibilità paventata dal Ministro Padoan e dal MEF, di avere più tempo per il pareggio strutturale di bilancio).

Con la stabilità politica, il controllo dei bilanci e soprattutto con la capacità di riformare velocemente, Fitch e S&P hanno motivato l’upgrade dei rating di Spagna e Grecia che comunque, soprattutto per quel che concerne la penisola ellenica, devono ancora apportare benefici tangibili ai cittadini tutt’ora costretti ad importanti sacrifici. Da prendere invece da esempio la riforma tedesca sulle pensioni, che, per consentire maggiori ingressi dei giovani nel mondo del lavoro, hanno diminuito a 63 anni, dai 67 previsti, l’età pensionabile per tutti coloro che abbiano maturato 45 anni di contributi.

Queste elezioni europee devono essere lette come una possibilità che i cittadini europei hanno per appassionarsi alle vicende dell’Unione dando un proprio piccolo contributo a quella che sarà la conformazione governante in capo alla quale cadranno decisioni importantissime anche per la vita quotidiana, come energia, cibo, agricoltura, banche e finanza, ma soprattutto un contributo a quello che dovrà essere in nuovo assetto ed il nuovo approccio alle politiche monetarie ed economiche che l’Unione dovrà, ed è opinione condivisa tra tutte le maggiori forze politiche nazionali ed europee, intraprendere per rendersi resiliente alla crisi ancora in corso. L’interessamento alle questioni di Strasburgo e Bruxelles deve crescere tra il popolo europeo perché solo con una Europa unita, diversa da quella attuale e consapevole che l’agire collaborativo è necessario, si potrà pensare di sopravvivere nel mondo globale e di rimanere un interlocutore non trascurabile (Link: La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali). Da ciò dipende inoltre l’ulteriore dilagare o il ridimensionamento dei movimenti che vorrebbero la disgregazione dell’Europa, e di fatto l’emarginazione economica degli stati membri, anche se non è oggettivamente chiaro per andare in che concreta direzione.

Il risultato più probabile è un testa a testa tra PSE e PPE che potrebbe portare ad una grande coalizione. In tal senso è bene che alla Germania si chieda di chiarire le proprie posizioni e di seguirle coi fatti. Fino ad ora le azioni non hanno comprovato un reale interesse tedesco al benessere collettivo, anche a scapito di un minimo della propria sovranità che altri stati hanno già ridimensionato, e, nonostante le edulcorate dichiarazioni del Cancelliere Merkel e del leader del PPE Junker, pare che il Ministro tedesco delle finanze Schaeuble non voglia cambiare opinione, avendo sostenuto solo qualche giorno fa che il meccanismo OMT di acquisto dei Bond emessi dagli stati in difficoltà da parte della ECB esula dal mandato della banca centrale, confermando le motivazioni che avevano portato la Germania a dubitare della sua costituzionalità appellandosi alla corte di Karlsruhe.

Insomma, oltre che al mero confronto nazionale invero poco calzante per le elezione europee e all’atto pratico un grande rischio interno che non deve proseguire oltre il 25 maggio, si dovrebbe pensare a come si vorrebbe conformare la nuova Europa, concetto presente in modo non dissimile in tutti i programmi dei principali partiti, lavorando per un obiettivo comune ed estirpando i particolarismi ed i nazionalismi che, seppure in modo non ufficiale, non fanno altro che alimentare e partecipare a quei sentimenti anti europei che tanto si temono e per i quali l’Unione, per la governance intrapresa, dovrebbe fare mea culpa (Link: Verso l’europa dei popoli; Link: Nessuna novità dalle stime di Bruxelles e la necessità di concretizzare la volontà comune di Europa).

Link correlati:

Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Tempistiche dei provvedimenti e lo scostamento da problemi pratici: la rinascita di pericolose derive

Renzi al Quirinale riforme in Italia ed in Europa

24/05/2014
Valentino Angeletti
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La limitata visione italiana ed i grandi cambiamenti mondiali

In Thailandia dopo un ennesimo colpo di stato hanno istituito la corte marziale ed introdotto la censura su tutti i media; sono all’ordine del giorno episodi di violenza per le strade.
In Libia è stato sciolto il parlamento si è consumato un colpo di stato che ha portato le milizie al governo. La guerriglia e le violenze imperversano.
In Egitto ed in Siria, benché più silenziosamente a causa della minore influenza economica dei due paesi, la situazione è grave e nelle piazze gli scontri causano quotidianamente vittime.
La Cina e la Russia, in occasione della visita di Putin a Shanghai, sono in procinto di concludere un accordo da 456 miliardi di dollari secondo il quale, Mosca dovrebbe vendere a Pechino ogni anno 38 miliardi di metri cubi di metano a partire dal 2018.
Gli USA, ed in particolare il presidente Obama, prima volta nella storia, hanno multato cinque hacker cinesi per aver violato, impossessandosi di documentazione riservata, alcune aziende manifatturiere americane operanti nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e della realizzazione di pannelli solari. A detta del Presidente Americano ciò avrebbe consentito ai competitors cinesi di realizzare prodotti identici a quelli americani, ma a minor costo risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori, sul costo del lavoro e sulla progettazione. La Cina ha risposto asserendo che si trattasse di una “buffonata” ed ha sospeso l’accordo di collaborazione con gli USA relativo alla cybersecurity.
Il problema dell’immigrazione dall’Africa vero l’Europa si aggrava di giorno in giorno e la crisi libica così come la bella stagione lasciano presagire un intensificarsi dei flussi migratori.
A tutto ciò si aggiunge la crisi ucraina che ancora non ha trovato risoluzione e che le imminenti elezioni del 25 potrebbero ulteriormente esasperare.

Le ripercussione di questi eventi sul continente europeo potrebbero essere immense a cominciare da quella umanitaria dovuta all’immigrazione ed alla ferocia di certi conflitti, passando per la questione energetica potenzialmente di grande impatto per il nostro paese che, secondo l’ex AD di ENI, sarebbe in grado di resiste ad una crisi energetica in uno dei due maggiori stati fornitori, Russia e Libia, ma non a due eventi simultanei.

L’accordo Russia-Cina sul gas potrebbe potenzialmente, come in parte sta già facendo la crisi ucraina, sconvolgere definitivamente gli equilibri geo-politici ed i rapporti di forza tra le maggiori potenze mondiali, nonché modificare le rotte di approvvigionamento energetico europee ed asiatiche.

Le tensioni in campo cibernetico tra Cina ed USA potrebbero invece aprire scenari ancora non del tutto conosciuti, ma potenzialmente pericolosissimi proprio a causa della scarsa preparazione e conoscenza dell’argomento.

Tutto ciò dimostra quanto il continente Europeo dalla moneta unica, ma dalla politica frammentaria sia debole, tanto che Putin ha dichiaratamente detto che l’unico interlocutore europeo di valore rimasto è la Germania, non la commissione, né Barroso o Van Rompuy, ma la Merkel.

A prescindere dalle elezioni europee che si terranno il 25, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, in qualsiasi modo la si pensi, che i nostri piccoli stati sono veramente poca cosa rispetto agli scenari globali che ci circondano e di fronte a questi eventi le possibilità di competere contando in una autosufficienza nazionale nei fatti poco credibile è pari a zero. La stessa Europa unita e coesa potrebbe avere difficoltà, a causa del ritardo accumulato, a tornare ad essere un interlocutore autorevole e rispettato.

In Italia però nonostante tutto il “marasma” mondiale si continua a concentrarsi su una bassa campagna elettorale tirando fuori quando Hitler, quando la lupara bianca oppure urlando ai complotti, alle marce sulla capitale ed ai colpi di stato, quasi senza ragionare sul fatto che poco distante da noi questi eventi drammatici accadono realmente. Ci si illude addirittura che le nostre vicende interne possano avere una qualche influenza sullo spread e sulla finanza che indirizzerà i propri movimenti considerando contesti ben più ampi e magari giustificandoli, per i meno attenti, con i nostri fatti interni. Solo un’affermazione decisamente anti-europea alle elezioni potrebbe realmente contribuire ad influenzare la finanza.

A questo punto prima che le vicende degenerino converrebbe davvero aprire gli occhi ed ampliare la nostra visuale, ma non vorrei che ormai ci siamo abituati a guardare solo ad un palmo dal nostro naso pensando che tutti i problemi, tutte le risposte e tutte le soluzioni risiedano in quella  circonferenza dal raggio infinitesimale.

19/05/2014
Valentino Angeletti
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Dopo le europee è veramente possibile un cambio di passo o va cercato altrove?

Sul Corriere Della Sera di oggi, i giornalisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sollevano una più che sensata domanda nel loro pezzo: “Non si cresce di sole promesse”.

Alesina – Giavazzi 19/05/2014 “non si cresce di sole promesse”

Le elezioni europee sono senza dubbio importanti, uno spartiacque decisivo nel contesto comunitario in particolare per chiarire definitivamente quanta determinazione vi sia nel cambiare le politiche economiche e monetarie europee che fin qui hanno regolato tutt’altro che brillantemente gli anni di crisi e quale direzione esse prenderanno. Da ricordare che i seggi europei determinati dal voto italiano sono 73 su 751, quindi impensabile che il pronunciamento del nostro, come degli altri paesi presi singolarmente, possa avere carattere decisivo.

A livello prettamente nazionale le europee rappresentano un test che si sta caricando di attese esasperate, ma all’atto pratico senza reale potere di modificare, a meno di risultati decisamente eclatanti, l’assetto politico, considerando che è probabile più del 40% di astensione (unica giornata di domenica primaverile dove il bel tempo potrebbe indurre alla gita fuori porta) e benché svariate voci sostengano il contrario.

La situazione macro-economica è ancora decisamente fragile come hanno mostrato i recenti dati sul PIL non solo italiano, ma di tutta l’area Euro ad esclusione della Germania, quindi ben lungi da permettere pause riflessive o l’abbandono dell’idea di una rapidità d’azione mai come ora più che necessaria (Link: Dati PIL Euro Zona non Confortano), che però si sta piano piano affievolendo.

Forse al di là di pensare alla data delle elezione europee  per apportare una sferzata decisa al processo riformatore che, secondo i piani di Renzi ed ancor prima come evidentemente i fatti dimostravano, avrebbe dovuto fin da subito rivoluzionare radicalmente il paese andando a scalfire meccanismi improduttivi ormai insiti, inefficienze e sprechi cronici, assenza di innovazione nelle pubbliche amministrazioni, dilagante incremento della disoccupazione, eccesso estremo ed interessato di burocrazia, politiche industriali e sul lavoro lacunose, ci si dovrebbe chiedere quanti compromessi l’attuale governo potrebbe dover essere costretto ad accettare, snaturando di fatto il suo programma originario e riducendone probabilmente l’efficacia, e quindi se il cambio di passo non andrebbe ricercato oltre alle elezioni europee; come del resto scritto di seguito (e link annessi) in occasione del congresso nazionale della CGIL di Rimini e del voto in commissione sulla riforma del Senato.

Governo Renzi, quanti compromessi potrebbe dover accettare? 07/05/2014

 19/05/2014
Valentino Angeletti
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Il PIL dell’Eurozona non conforta

La situazione europea fotografata dai recenti dati sul PIL mette in evidenza una situazione ancora decisamente instabile e precaria per l’economia dell’ Unione.

La ripresa è a dir poco lenta ed oltretutto estremamente differenziata a seconda degli stati presi in considerazione.

PIL Italiani nel primo trimestre 2014 su base annua.

PIL Italiani nel primo trimestre 2014 su base annua.

Tra le maggiori economia l’Italia è l’unica che nel Q1 2014 rispetto al trimestre precedente fa  segnare un dato negativo (-0.1%) che scende a -0.5% se si considera l’anno. Risulta quindi  più difficoltoso il raggiungimento del target di crescita dello 0.8% (definito prudenziale)  stimato dal Governo. Unica nota non in toto negativa sono i consumi leggermente in rialzo  complici l’effetto psicologico degli 80 € in busta paga che arriveranno a maggio per alcune  categorie di lavoratori dipendenti ed il fatto che certi acquisiti di prima necessità sono stati  a lungo rimandati, ma ad un certo punto devono essere affrontati.

Al contrario la Germania consolida la propria posizione di leadership europea con un +0.8  rispetto al Q4 2013 e +2.3% anno su anno.

La Francia delude leggermente le attese confermando la stagnazione: +0.0% contro uno  stimato +0.1% su base trimestrale e +0.8% rispetto ad una stima di +0.9% su base annua.

Anche per l’Eurozona nel suo complesso le aspettativa di Eurostat sono state ridimensionate segnando una crescita di 0.2% sui tre mesi precedenti (Q4 2013) e dimezzando le stime degli analisti.

Questa situazione è la diretta conseguenza di:

  • Una politica monetaria portata avanti dalla ECB insufficiente a scuotere in modo incisivo l’Europa e soprattutto non indirizzata in modo diretto all’economia ed alla produzione reale. Draghi ha saputo sfruttare in modo più che eccellente gli effetti annuncio, adesso però anche a Francoforte sembra vogliano attuare misure più incisive, dando, e ribadendo a valle di questi ultimi dati sul PIL, giugno come scadenza per l’implementazione di misure non convenzionali.
  • Una gestione delle varie crisi nazionali da parte delle istituzioni europee lenta, statica ed improntata solo ed esclusivamente all’austerità ed al rigore dei conti, che, pur necessario, deve essere calato nel contesto macro-economico e sociale in evoluzione lasciando spazio a modifiche ed adattamenti in linea con i trend economici. Questo comportamento non ha fatto altro che ampliare i divari tra gli stati membri, acuendo le differenze ed avvantaggiando (in una cecità sospetta) i paesi più forti.
  • Assenza e lentezza nelle riforme della governance Europea in relazione a politica, finanzia, economia, fisco, energia atte ad uniformare l’Unione ed a renderla nel complesso più competitiva ed adatta a sopravvivere in un contesto globalizzato.
  • Per quel che riguarda il nostro paese ai punti sopra si aggiunge una cronica incapacità di riformare un sistema vecchio ed ingessato, sprecone, non innovativo, con evidente gap tecnologici e troppo spesso governato da funzionari, policy makers e dirigenti politici inadeguati ma ben inseriti nei meccanismi di conoscenze vigenti.

Il risultato di tutto ciò, unito a contingenze non imputabili all’Europa (almeno non totalmente) come la crisi Ucraina, stanno comportando una pericolosa lentezza nel risalire la china ed imboccare in modo definitivo e più o meno sincronizzato il percorso della ripresa che non può non essere un processo lungo e che necessita di impegno comune, determinazione e comunione di intenti.

Va comunque infine rimarcato come per i singoli stati, fatta salva qualche possibile (ma dubbia) eccezione, la creazione di un’economia e di una politica europea forte e condivisa sia l’unica via possibile per mantenere un ruolo non nullo nel mondo.

15/01/2014
Valentino Angeletti
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“Stress Test”: nessun complotto, ma normale ‘amministrazione’

Timothy Geithner, ex segretario del tesoro USA dell’amministrazione  Obama,  nelle pagine del suo saggio“Stress test”, sul quale i media hanno talmente agitato le acque adducendo teorie cospirazioniste molto di moda in questo periodo che a tutti gli appassionati o curiosi è subito venuta voglia di precipitarsi in libreria, riporta che nel 2011 alcuni funzionari Europei si sarebbero recati presso di lui con lo scopo di ottenere appoggio nel tentativo di ostacolare i prestiti dell’ IMF all’Italia così da costringere l’allora Premier italiano Berlusconi alle dimissioni.

Questa sarebbe la seconda indiscrezione del genere dopo quanto scritto nel suo libro “Ammazziamo il Gattopardo” dal giornalista Alan Friedman secondo il quale già dall’estate del 2011, quindi prima delle dimissioni di Silvio Berlusconi da Premier che avvennero nel novembre del medesimo anno, era stata sondata la disponibilità del Professor Mario Monti ad assumere la carica di Presidente del Consiglio.

Le reazioni alla notizia non sono tardate, l’Europa ha affermato immediatamente che qualora si fosse verificata una simile ingerenza non sarebbe di certo stata operata, né singolarmente né congiuntamente, delle tre più alte cariche, cioè Barroso, Van Rompuy, Rehn, che, al contrario, durante il G20 di Cannes in corso in quel periodo, si erano sempre schierati in difesa dell’indipendenza italiana e contro le proposte USA che avrebbero voluto per il nostro paese l’avviamento della procedura di amministrazione controllata. Dall’Italia FI ha addotto questa testimonianza come prova definitiva del complotto contro Berlusconi, fino ad arrivare ad ipotizzare un vero colpo di stato; più cauti invece gli ex alleati del Cavaliere, come Alfano e Fini, portati ad attendere chiarimenti in merito alla vicenda.

Non volendo né potendo entrare nei dettagli dell’episodio poiché con le informazioni in possesso sarebbe poco più di un esercizio di creatività e di caccia alla cospirazione, sorge immediata una considerazione.

Nel 2011 la crisi in Europa era in pieno svolgimento, l’Irlanda e la Grecia si trovavano sostanzialmente in default, il Portogallo e la Spagna non se la passavano bene, Cipro di lì a poco avrebbe richiesto aiuti europei e, complici la gestione europea della crisi e le dichiarazioni dell’olandese Dijsselbloem, si scatenò una corsa agli sportelli bancari; infine l’Italia aveva un livello di spread preoccupantemente alto che in breve avrebbe raggiunto i 511 punti base causando le dimissioni di Berlusconi. Va ricordato che l’Italia è la terza economia della zona Euro, membro del G7 e che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, un suo default non sarebbe stato sopportato dal sistema economico Europeo e forse neppure mondiale. La speculazione economica e finanziaria (non credo quella politica) era poco interessata alle conseguenze, poiché stava traendo un grandissimo beneficio dalle difficoltà europee.

Lo scenario era di certo estremamente preoccupante quindi, in tutta sincerità, non trovo assolutamente strano che i “grandi e potenti” della terra possano essersi riuniti e possano aver discusso di contromisure per cercare di arginare il problema. Tra i grandi a cui faccio riferimento c’erano senza dubbio Timothy Geithner, esponenti della finanza e delle istituzioni mondiali ed europee come FED, BuBa, BoE, ECB, IMF ecc.

Tra i problemi del nostro paese forse era annoverata anche l’incertezza ed instabilità politica (nonostante ritenga che da sola non è sufficiente a scatenare tutto ciò che si è verificato perché i mercati hanno uno sguardo ben più ampio) e tra le contromisure probabilmente era già da tempo stata considerata l’ipotesi Monti. In quel momento era presente Berlusconi, ma non avrebbero esitato a spodestare anche l’amico Monti qualora fosse stato nelle medesime condizioni ed adesso ci metterebbero due secondi di numero a voltare le spalle a Matteo Renzi se, secondo la loro concezione, si presentassero le motivazioni. Detto ciò i fatti hanno poi voluto che Berlusconi si dimettesse in tutta autonomia.

La complessità di questo mondo e gli intrecci sempre più stretti e perversi tra economia, politca e finanza credo che negli ultimi anni ci dovrebbero aver aperto gli occhi, allontanandoci da quell’ingenuità un po’ provinciale tipica di chi è abituato a considerare solo un piccolissimo perimetro di azione; gli scenari ora si sono trasformati in globali.

Del resto non mi parrebbe del tutto campata in aria, ed importanti testate economiche lo hanno riportato, l’ipotesi che la Germania avesse considerato molto seriamente il ritorno al Marco fin tanto da ripristinare la zecca ed i sistemi di stampa (alcuni giornali addirittura si spinsero ad asserire che fossero ricominciate le operazioni di conio).

Nessun complotto emerge quindi dal libro “Stress Test”, solo normale, ma non per questo corretta, amministrazione.

 13/05/2014
Valentino Angeletti
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