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M&A: tutti molto più attivi che noi

Opinioni contrastanti si sono lette sulle ultime due importanti acquisizioni che aziende estere hanno portato a termine nel nostro paese.

L’ultima in ordine temporale è stata l’acquisto da parte dei Toksoz, turchi di Istanbul, della Pernigotti, storica azienda italiana operante nel settore dolciario, rinomata per il famoso Gianduiotto e posseduta dalla famiglia Averna. Precedentemente si era verificata un’altra grande acquisizione nel campo del lusso, la francese Lvmh del miliardario Bernard Arnault si aggiudicò per la cifra  molto consistente di 2 miliardi di euro (altro che acquisto in sconto) l’80% dell’azienda Loro Piana, famosissima per i suoi cachemire e tessuti di pregio; lo scorso anno sempre la Lvmh aveva rilevato la maison del gioiello Bulgari per oltre 4 miliardi di euro.

Aziende italiane, in un momento di debolezza come quello attuale, possono rappresentare un buon investimento ed un modo di fronteggiare la recessione per quei paesi emergenti dall’alto tasso di crescita (la Turchia ad esempio fino ad ora ha corso quasi al 5%) o per quelle aziende solide che per aggredire il mercato e la crisi hanno, a mio avviso giustamente, deciso di investire in eccellenze ed in prodotti rinomati, di qualità e ad alto valore aggiunto, consapevoli che non può essere europea la battaglia del basso costo.

Il fenomeno delle acquisizioni non è unilaterale, ma i numeri sono decisamente squilibrati: nel 2011 le imprese straniere hanno operato 108 grandi o piccole acquisizioni nel nostro paese (operazioni “Estero su Italia”), per un controvalore totale di 18 miliardi di euro. Decisamente di consistenza inferiore sono state le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero”, rispettivamente 157 e 64, per un controvalore pari ad “appena” 10 miliardi di euro.

La nazionalità delle aziende che hanno acquistato realtà italiane sono molteplici, ci sono i paesi emergenti come la Cina che ha acquistato la ferretti Group leader nella costruzione di yacht di lusso; i solidi europei come la Germania dove è andata a finire la Lamborghini o alcune cantine del nord est; i cugini transalpini francesi dove hanno trovato dimora i marchi del lusso già citati, la pasticceria Cova, importanti marchi della grande distribuzione, la Parmalat confluita nella Lactalis e l’energetica EDISON divenuta EDF; i lontani statunitensi che hanno acquistato la Ducati; i ricchi arabi con Valentino ed anche gli spagnoli che nel 2008 con il Grupo SOS acquistarono l’azienda olearia Bertolli dopo aver già acquisito il marchio Olio Dante.

Il fatto che aziende straniere investano in Italia è da ritenersi positivo, è un riconoscimento della validità e delle capacità di creare prodotti di qualità, inoltre allo stato attuale non esistono realtà nazionali in grado di impegnare ingenti capitali. La condizione però deve essere quella di investimenti reali che mantengano e possibilmente incrementino posti di lavoro, preservino le tipicità e le caratteristiche delle produzioni e dei manufatti senza operare, come è accaduto in passato, acquisendo solo il brand per potersi fregiare del suo prestigio, delocalizzando poi in zone con bassi costi di manodopera e regimi fiscali più accomodanti oppure cambiando fornitori a scapito della qualità, tradizione e “geograficità”. Un investimento estero concreto e consistente sarebbe sicuramente un esempio di buona globalizzazione ben rappresentato dal motto “Think globally but act locally” in grado di portare progresso e benessere nel pieno rispetto delle tradizioni, una sorta di GSR “Globalization SOcial Responsibility”.

Acquistare un brand italiano di pregio ed in seguito delocalizzare non è fortunatamente sempre banale poiché le competenze, spesso tramandate da generazioni e patrimonio di una precisa area geografica, non sono facilmente replicabili, esistono infatti esempi che hanno visto tentativi di delocalizzazione fallire ritornando poi a produrre nel luogo d’origine.

Un elemento interessante del fenomeno è che coinvolge non solo potenze emergenti, ma anche altri stati europei colpiti anche pesantemente dalla crisi sistemica che stiamo vivendo. Per la potenza economica che teoricamente l’Italia dovrebbe essere, membra del G8 e terza economia dell’area Euro,  le grandi aziende italiane, prime tra tutte le partecipate, dovrebbero approfittare di questo momento per fare shopping acquisendo imprese e compagnie estere, ma ciò avviene molto raramente. Evidentemente nel nostro paese non vi è quasi nessuna multinazionale in grado di permettersi significative operazioni di M&A paragonabili ai 2 miliardi spesi per Loro Piana da Lvmh, anzi la tendenza attuale per le realtà nostrane è quella di dismettere assets.

Questa è la conseguenza di un sistema paese, di una politica e forse anche di una classe dirigenziale che fino ad ora non hanno saputo creare quel tessuto di grandi e meno grandi aziende in grado di auto sostenersi nonostante la crisi, come è accaduto in Francia dove un sistema di welfare, di politiche per il lavoro ed al contempo di sostegno alle imprese unite a manager di valore ed intuito ha consentito la nascita di realtà che hanno costruito una potenza di fuoco da noi senza eguali. La capitalizzazione di tutta la borsa italiana è inferiore rispetto a quella di alcuni singoli colossi come la Shell, la Exxon, la Apple o la Microsoft del resto è difficile pensare che in Italia possano trovare terreno fertile e facilità di sviluppo grandi realtà industriali se è vero che oltre 15’000 aziende sono fallite a causa dei mancati pagamenti delle PA (in Finlandia lo Stato paga in media entro 24 giorni), oppure se pensiamo all’enorme burocrazia che una azienda deve quotidianamente subire, alle difficoltà nell’ottenere permessi e certificazioni districandosi nella giungla di norme e leggi valide a livello nazionale, regionale, provinciale, comunale, limitate ad enti particolari come le comunità montane oppure alle regioni a statuto speciale ecc. Di sicuro in Italia Bill Gates, Steve Jobs o Mark Zuckerberg avrebbero avuto molte più difficoltà ad avviare i loro imperi in uno scantinato, certamente non a norma ASL. Come non menzionare poi il costo del lavoro ed il livello di tassazione, inoltre anche le aziende come i cittadini spesso sono viste alla stregua di “toppe” per i problemi di bilancio, si pensi ad esempio alla Robin Hood Tax sul settore energetico da poco estesa anche a realtà più piccole per fatturato. Non esenti da colpe sono poi le stesse aziende che spesso hanno avuto strategie senza significativo ritorno, non hanno saputo adeguare rapidamente la produzione alle nuove richieste, hanno avuto troppe influenze dalla politica la quale probabilmente ha messo dinnanzi agli interessi dell’azienda e dell’azionista i propri, non sono stati seguiti criteri meritocratici e poco è stato fatto per identificare, sviluppare e trattenere quei talenti di cui il nostro paese e le stesse aziende sono piene e che sempre più frequentemente, come sta accadendo per le “Companies” nostrane, prendono la via di sola andata per l’estero.

Osservando tutti questi fenomeni e quanto valide siano le nostre potenzialità ancora una volta c’è di che rammaricarsi.

13/07/2013

Valentino Angeletti

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Incomprensibilmente ancora troppi attriti

Nei giorni scorsi sono stati diffusi alcuni dati interessanti. L’ISTAT ha certificato che i consumi degli italiani sono al minimo dal 1997, cioè da quando ebbe inizio la serie storica, prima del 1997 non si raccoglievano dati relativi ai consumi. Rispetto all’anno precedente nel 2012 la spesa delle famiglie ha registrato un calo del 2.8%  attestandosi a 2’419 € per nucleo. Dal 53,6% è passata al 62,3% le percentuale delle famiglie che ha dichiarato di aver ridotto la spesa alimentare sia per quantità che per qualità ed anche la spesa per medicinali e cure mediche sono diminuite, posticipate in attesa e nella speranza di tempi migliori. Questi ultimi due dati sono a mio avviso quasi umilianti e davvero poco si addicono ad un paese civile ed in linea teorica benestante. Non vedo benessere in rinunce a cibo e cure, per questo è necessario intervenire al fine d incrementare il potere d’acquisto delle classi meno abbienti.

L’Assoviaggi-Confesercenti ha rilevato un calo delle prenotazioni turistiche, sia in entrata che in uscita rispettivamente del 15% e del 7%. Il turismo e più in generale i consumi stanno sopravvivendo grazie alle presenze straniere, come sostenuto dell’ente organizzatore dell’evento “Notte Rosa” sulla riviera romagnola. Segno che comunque il settore “tira”, va sviluppato e va creata la filiera e l’indotto annesso che colpevolmente in Italia manca, come manca, causando un eccesso di spesa, una sinergia tra le regioni ed i vari enti per pubblicizzare e vendere le bellezze ed il prodotto Italia. Criticamente direi che questa conclusione non è di certo degna del più acuto stratega.

Una buona notizia arriva invece dal settore agricolo che, secondo la Coldiretti, nei primi tre mesi del 2013 registra un aumento delle assunzione tra gli under 35 del 9%. Le figure ricercate non sono solo stagionali, ma anche imprenditoriali, così come i lavori spaziano dal tipico lavoro di raccolta nel campo ad impieghi più specializzati legati a produzioni tipiche o particolari (prosciutti e salumi locali, primizie, yogurt, latticini, confetture, vini e spumanti, oli ecc). In aumento sono anche i ragazzi che scelgono di formarsi in istituti agrari, restituendo la giusta dignità ai mestieri della terra dei quali dobbiamo necessariamente far tesoro e tutelare gelosamente perché all’estero l’enogastronomia italiana è sempre più apprezzata.

Altra notizia buona è data dalle esportazioni. Uno studio di I.T.A.L.I.A. – Geografie del novo made in Italy rivela che oltre ai noti settori dell’ alimentare, del lusso, della moda, molto richiesti all’estero sono i prodotti della manifattura di precisione ad esempio per la lavorazione del legno, di mezzi di trasporti, di sistemi per la navigazione aerea e spaziale (Finmeccanica nonostante tutte le vicissitudini rimane una eccellenza mondiale), del caffè torrefatto, della rubinetteria, alla ricerca sulla graphene e molto altro, segno che l’export può dare un contributo notevole al rilancio ed alla crescita del nostro paese. Se non fosse per l’elevato costo dell’energia, dove in ogni caso il governo e l’ Europa devono agire, il Made in Italy sarebbe al 4° posto per esportazioni all’interno del G20. Altra evidente indicazione è data dall’aumento del e-commerce, cresciuto del 144% in un anno, quindi sfruttare le nuove tecnologie ed abbattere il digital divide non sono semplici discorsi, tra l’altro in voga già da molto tempo, ma necessità. Riallacciandoci al turismo sia turisti che agenzie utilizzeranno sempre più lo strumento elettronico per creare pacchetti ad hoc e quindi imprese turistiche ed una filiera turistica off-line risultano fuori mercato.

In un contesto del genere, dove permangono i segnali negativi, ma si hanno anche chiare indicazioni su dove puntare e l’EXPO, se ben sfruttato, non come le Olimpiadi in Grecia, potrebbe costituire un eccellente driver, pare veramente difficile capire come il Governo, che pure ha ottenuto buoni risultati in Europa per quel che riguarda la procedura di infrazione e sul fronte interno con una decisa accelerazione dell’abolizione delle province, rimanga ostaggio di particolarismi e lotte intestine.

Da un lato si moltiplicano le correnti, i candidati alla segreteria, gli scontri sul congresso di partito, in sostanza il problema della leadership interna è messo in primo piano rispetto a tutto. Sull’altro fronte l’ostinazione sul tema della cancellazione dell’IMU, che dovrebbe essere definitiva per Ferragosto, è vincolante alla stabilità dell’Esecutivo a tal punto che indiscrezioni attribuirebbero al PDL la richiesta di dimissioni del Ministro Saccomanni definito inadatto. Come se durante una guerra in un piccolo paese si stesse a discutere sul divieto di sosta nella piazza principale.

Lo stesso IMF ha ammonito asserendo che l’imposta sugli immobili non può essere cancellata (si ricorda che originariamente oltre alla cancellazione totale avrebbe dovuto sussistere anche la restituzione dell’imposta versata nell’anno trascorso). Il nostro debito pubblico oltre il 130% del PIL è stato paragonato a quello della Grecia, la quale però ha avuto il merito di riuscire nonostante tutto a ridurlo. Non si poteva attendere altro monito riguardo all’IMU, vero è che non sempre l’ IMF ha avuto ragione, ma un’imposta sugli immobili esiste in tutti gli altri paesi europei, è un’imposta la cui cancellazione non avvantaggia le fasce a più basso reddito bensì quelle a reddito maggiore che secondo la Costituzione dovrebbero contribuire al benessere dello Stato in misura superiore. Il problema dell’ Italia non è l’ IMU, ma è l’unione tra tassazione elevata (abbiamo raggiunto il 4° posto in Europa con il 44% sul PIL, superando la Finlandia, l’ EU27 si attesta al 40.5%) in particolare sulle persone e sulle imprese, al netto dell’evasione le tasse pesano quasi il 50% sulle persone e circa il 60% sulle imprese, il cuneo fiscale, gli sprechi e le spese della macchina pubblica elevatissime, la cattiva gestione del patrimonio statale e dei lavori pubblici, la mancanza di politiche di sviluppo a lungo termine, la burocrazia insostenibile, il sistema di welfare iniquo e spesso inefficiente, che hanno portato a questa situazione ed al debito di oltre 2 triliardi di € che significano tra gli 85 ed i 90 miliardi di interessi annui.

Considerando che molte delle misure intraprese fino ad ora sono oggettivamente scoperte, si pensi al rifinanziamento della CIG che è stata possibile attingendo alle risorse per i salari di produttività che dovranno essere reintegrati come pure il budget allocato sulla TAV che ha consentito la ripartenza di alcuni cantieri di piccole e medie opere pubbliche rimaste bloccate, è decisamente improbabile che si possa pensare ad una cancellazione dell’IMU. La sua rimodulazione ed eventualmente ridefinizione delle soglie e dei target paiono invece una via decisamente più percorribile e sostenibile. Si dovrà anche cercare di abbassare la tassazione sul lavoro e di evitare l’aumento dell’IVA. Positivo è che si cominci a sentire qualche dichiarazione, benché ritardataria, in favore di un fondo privato di gestione del patrimonio immobiliare, già da tempo sostenuto da alcuni …. I 400 miliardi che circolano sembrano decisamente ottimistici, ma sicuramente cifre importanti si possono ottenere.

Ultimo episodio che vorrei mettere in luce riguarda la vicenda di una piccola impresa del Veneto che, avendo visto un lieve incremento di ordini dall’estero, ha chiesto ai suoi dipendenti, per SALVARE l’azienda e dunque tutti i POSTI DI LAVORO, di potersi trattenere, in alcune circostanze, 30 minuti aggiuntivi rispetto al normale orario di lavoro per consentire il rispetto dei tempi di consegna. Questi straordinari non sarebbero stati immediatamente retribuiti, ma lo sarebbero stati a fine anno qualora la situazione fosse migliorata. Il parere dei lavoratori è stato favorevole, ma ad opporsi in modo deciso sono stati invece i sindacati. L’impresa oggetto della vicenda è una piccola impresa di 30 dipendenti probabilmente a gestione famigliare, dove non c’è gerarchia, ma amicizia, una di quelle che non gioca con la finanza, ma che produce, che paga le tasse e che ha impossibilità di accesso al credito. Anche in tal caso, sempre considerando il contesto che stiamo attraversando, maggior flessibilità ed un approccio win-win ai negoziati è fondamentale. I tempi dei muri e degli arroccamenti a posizioni fisse è finito tanto in politica quanto in economia. Vince chi è in grado di cambiare, adattarsi rapidamente comprendendo ed anticipando i trends e rivedendo se necessario le proprie convinzioni. Non esiste una teoria od un provvedimento adatto sempre e comunque, tutto dipende dai periodi e dalle circostanze.

Evidentemente in un clima ove sussistono tutti i conflitti ai quali assistiamo: politici, generazionali, di classe, dove si mettono in primo piano i particolarismi, gli egoismi e la propaganda non è possibile portare avanti nel migliore dei modi l’interesse della cosa pubblica, lo dimostrano i rallentamenti sul fronte del risarcimento dei debiti delle PA alle imprese emersi negli ultimi giorni.

Ritengo incredibilmente controproducente questo atteggiamento e non credo che la politica non lo abbia capito, stento però a comprendere, senza usare malizia o forse realismo, il perseverare di attriti così significativi.

 

07/07/2013

Valentino Angeletti

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Quella dei rinvii non è la politica della svolta

Iva? Rinviata. Imu? Rinviata. Acquisto degli F35? Rinviato. Abolizione province o regioni? Rinviata o sospesa. Riduzione numero parlamentari? Sospeso. Spesometro? Rinviato ad ottobre. Modifica legge elettorale? Rinviata, ma rassicurano che si farà, quindi c’è da stare tranquilli. Centro unico di spesa per evitare distorsioni nei prezzi delle forniture alle PA? È stata creata la struttura con l’organigramma ed i dirigenti, poi tutto sospeso, ma si sa, la burocrazia deve fare il proprio corso.

Infine, ciliegina sulla torta del dessert odierno, dopo che Maurizio Lupi ha lasciato l’incarico di Vicepresidente della camera in quanto divenuto ministro, è stato impossibile, a causa degli attriti tra i partiti di governo, non tra maggioranza ed opposizione, ripeto, tra i membri del medesimo governo, eleggere il suo sostituto. Il nome che circolava era quello della Onorevole Daniela Santanchè evidentemente ritenuta troppo “divisiva” per quella poltrona. Volendo fare una battutaccia, pare di vedere lo studente un po’ somaro che non ha voglia di studiare e fare i compiti, rimanda sempre al giorno successivo fino ad arrivare con l’acqua alla gola ed un carico di studio enorme al giorno prima dell’esame quando prova a fare la nottata e cerca di colmare i buchi più macroscopici sperando che saranno quelli gli argomenti richiesti dal professore. Bhè quello studente potrebbe essere un eccellente “decision maker” del governo oppure un bravissimo Saggio.

Fin dall’inizio per la natura del Governo, che “nessuno avrebbe voluto”, era chiaro che avrebbero dovuto sussistere compromessi e negoziati, ma l’obiettivo primario dell’esecutivo era e rimane quello di dare lo slancio al Paese favorendo la ripartenza, con particolare attenzione, per quel che concerne le riforme costituzionali, a quella sulla legge elettorale. 

La politica italiana al momento è invischiata da una parte in discussioni sul congresso di partito, sui segretari, sui candidati premier che tra piccioni, tacchini, passerotti sembrano provenire da una voliera, dall’altra parte ci sono i falchi e le pitonesse e tutto l’interesse è incentrato sulle vicende giudiziarie del Cavaliere. Purtroppo da divergenze del genere non può nascere nulla di costruttivo. 

Nonostante il Governo Letta goda di buon credito internazionale queste vicende e queste lentezze sono troppo simili alle problematiche della vecchia politica tanto che non faranno sicuramente piacere agli osservatori politici stranieri, primi tra tutti i tedeschi e quelli della commissione europea, né ai mercati; nonostante il buon risultato raggiunto con la chiusura della procedura di infrazione rimaniamo sempre osservati speciali.

I partiti, sia di maggioranza che di opposizione devono mettere in primo piano, forse per la prima volta, e continuare a farlo anche in futuro, l’interesse del paese cercando di recuperare quella credibilità e quell’importanza in ambito europeo che un membro fondatore dovrebbe avere. 

Come ogni persona che conosca qualche fondamento di business management sa, il processo per la creazione di un progetto può essere suddiviso in quattro fasi PDCA (Ciclo di Deming) Plan, Do, Check, Act quindi pianificazione, esecuzione, verifica e raccolta feedback ed infine le azioni migliorative. In Italia si è sempre proceduto saltando la fase iniziale, passando ad azioni disarticolate che spesso si sono arenate senza portare risultati o disattendendo le aspettative ed infine senza imparare nulla dagli errori, sistematicamente ripetuti.

Testimonianza di ciò è l’assenza di piani a lungo termine anche nei settori fondamentali, come energia, trasporti, viabilità, politiche giovanili, turismo, cultura (si pensi a Pompei), istruzione, ricerca e sviluppo, università, lotta all’evasione ecc.

Fino ad oggi la politica ha agito troppo alla ricerca del consenso, è stato fomentato lo scontro tra sindacati ed aziende, tra generazioni, non è stato pensato ad un piano previdenziale nonostante si sapesse che il modello retributivo non era nel lungo periodo sostenibile, non si sono fatte le giuste politiche del lavoro, indicando il precariato come soluzione, non sono stati riformati gli ammortizzatori sociali conformemente all’evoluzione dello scenario economico dove la riconversione dei lavoratori sarà sempre più fondamentale (in Germania esiste un efficiente sistema di welfare e piani di formazione per i disoccupati in modo da reimpiegarli in settori funzionali), si è alimentato un sistema di burocrazia immane, volto più ad allocare persone ed elargire cariche che ad un efficiente funzionamento del sistema paese, la spesa pubblica non è mai state realmente sotto controllo, non sono stati implementati piani graduali di riduzioni e tagli agli sprechi e non è stato fatto nulla per ridistribuire la ricchezza attualmente in mano di pochi (50% delle ricchezze in mano al 10% della popolazione).

Sostanzialmente tutti hanno erroneamente perso di vista o hanno colpevolmente ignorato badando al proprio tornaconto un pilastro necessario al progresso, vale a dire il principio secondo il quale un paese migliora solo se si lavora insieme per il bene dello stesso, sinonimo di bene per i cittadini, siano essi di qualsiasi classe sociale, estrazione o partito. Ad esempio il redivivo taglio del cuneo fiscale, indispensabile, ma che da solo non è la panacea di tutti i mali, era anche un importante obiettivo dell’ultimo governo Prodi, ma poi come al solito problemi interni alla politica fecero sì che questa importante riforma rimanesse un mero discorso. 

Tutti questi nodi sono giunti ora al pettine portando ad una situazione drammatica. Gli investimenti esteri non sono più attratti da nostro paese (la capacità cioè di attrarre investimenti diretti esteri dell’Italia è crollato del 70% passando dai 34 miliardi del 2011 a 9,6 miliardi dell’anno scorso), il livello di disoccupazione è allarmate e per i giovani non c’è prospettiva, le imprese ed i cittadini sono vessati come da nessuna altra parte in Europa. Una generazione è stata di fatto persa, in realtà non mi piace chiamarla persa, direi più che è quella che si dovrà sacrificare non aspettandosi particolari salti sociali o il benessere dei padri per consentire, se si lavorerà nel migliore dei modi, a figli e nipoti di vivere in un sistema migliore. 

Dunque prestare attenzione, perché quando una squadra gioca di rinvio significa che non ha uno schema chiaro, ha perso la visione di gioco e rilancia senza alcuna idea in merito all’azione successiva. Questo errore è già stato fatto sarebbe auspicabile non perseverare, perché non ci è permesso.

 

 

02/07/2013

Valentino Angeletti

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Lavoro, consumi, export ed un nuovo paradigma di sviluppo

Il Premier Enrico Letta è tornato dall’Eurogruppo di Bruxelles soddisfatto per quanto ottenuto in tema di lavoro. La somma disponibile da impiegare per favorire il lavoro giovanile ammonta a circa 1,5 miliardi. La stampa è discordante e non è ben chiaro se le risorse siano spendibili nei prossimi due anni, quindi 2014/15 oppure in tutto il periodo 2014/2020 per il quale è stato definito il bilancio unitario europeo. Da un’intervista rilasciata dallo stesso Premier l’impressione è che il miliardo e mezzo sia da spalmarsi per tutto il settennato, mentre nel il primo biennio sia possibile allocare circa 800 milioni di euro, in ogni caso superiori rispetto a 500 milioni poi ritoccati a 550 – 600 inizialmente stimati.
Il risultato è quindi tutto sommato positivo anche se la cifra non ha la portata tale da risolvere i problemi dalla disoccupazione giovanile in Italia e dovrà essere impiegata nel migliore dei modi per adempiere al progetto europeo ‘youth guarantee’ nei modi e termini stabiliti. Non è in ogni caso condivisibile l’affermazione di Enrico Letta, forse fatta in un momento di entusiasmo, secondo la quale le aziende non avrebbero più alibi per non assumere giovani. Una azienda che non assume non lo fa per principio, anzi sarebbe ben felice di assumere in quanto vorrebbe dire che gli affari e gli ordinativi vanno bene e ci sono prospettive di crescita, ma è l’assenza di domanda ad esserne la causa.
Purtroppo i consumi, dall’alimentare ai beni più frivoli passando per i medicinali, sono calati talmente tanto che il potenziale produttivo attuale risulta decisamente sovradimensionato. Intervenire sul lavoro abbassando il cuneo fiscale, detassando le nuove assunzioni, favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro tramite stage e tirocini retribuiti, riformando i centri per l’impiego, è fondamentale, ma lo è ancora di più la creazione di nuovi posti di lavoro rilanciando la produzione. Il rilancio può avvenire solo grazie ad una spinta ai consumi conseguente all’aumento del potere d’acquisto della classe media che proporzionalmente più sta risentendo della crisi e puntando convintamente sull’export nel quale l’Italia ha potenzialità enormi.

Da inizio del 2013 sono fallite circa 45 aziende o imprese al giorno. Si tratta spesso do piccoli artigiani o commercianti oppure di PMI a conduzione familiare o dei distretti tipici del Veneto, della produttiva Emilia , del Piemonte o della Lombardia. Queste realtà, che difficilmente riusciranno a riaprire anche a crisi trascorsa, erano parte della cosiddetta spina dorsale del paese, cioè le rappresentanti della manifattura italiana. Esse sia per produttività che sia perché devolvevano in tasse oltre il 50% del loro fatturato hanno fatto davvero da traino al paese consentendone lo sviluppo.

Oltre alle entità medio piccole anche grandi aziende stanno pesantemente risentendo della crisi o in alcuni casi ne stanno approfittando per delocalizzare. In questi giorni la IBM ha annunciato 355 esuberi in Lombardia, la Whirpool ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Trento, che vedeva impiegati 450 lavoratori, per trasferire parte della produzione a Varese e parte in Polonia. La Indesit che aveva già annunciato 1450 esuberi e l’intenzione di chiudere due stabilimenti, uno nelle Marche ed uno in Campania, ha dichiarato il fermo produttivo (che cesserà il 2 luglio) a causa degli scioperi di Melano ed Albacina dai quali lo stabilimento Indesit di Fabriano si approvvigionava. La multinazionale ex Merloni ha nel piano industriale di mantenere in Italia solo alcune produzioni ad alto valore aggiunto dislocando in Polonia il resto.

Purtroppo, guardando in faccia alla realtà, è impossibile pensare che la manifattura come l’abbiamo sempre concepita torni ad avere il ruolo di traino, anche se si facessero tutte le migliori riforme sul lavoro possibili sarà impossibile competere con la manodopera di paesi come la Croazia, la Romania, la Turchia, la Polonia, la Cina, l’India, solo per citarne alcuni, ove il costo del lavoro è anche 15 volte inferiore rispetto all’Italia. Non è neanche credibile che l’edilizia, grande malato di questa crisi, riprenda a costruire a pieno regime. L’Università de L’Aquila ha calcolato in uno studio che non è più possibile in Italia tracciare una circonferenza con raggio uguale o superiore a 10Km senza incontrare un centro abitato, l’urbanizzazione è ormai arrivata a saturazione.

Dobbiamo puntare quindi ad un altro genere di manifattura, più di nicchia, che produca prodotti di eccellenza ad altissimo contenuto tecnologico e che dietro abbia un knowhow frutto di ricerca ed innovazione di qualità. Dobbiamo puntare sui internet, sull’efficienza energetica, sulle imprese digitali, sul lusso e la moda (non il semplice abbigliamento), proteggere la nostra enogastronomia chiedendo in sede europea tutele stringenti sull’originalità e la provenienza di certi prodotti tipici richiesti in tutto il mondo (la Francia lo ha fatto e lo ha ottenuto). Riscoprire l’agricoltura, il patrimonio forestale, ed in certi casi i mestieri che producono eccellenze e unicità non copiabili e che se ben pubblicizzate attirerebbero i nuovi ricchi del pianeta. Bisogna guardare sempre di più all’export, capire rapidamente i nuovi trends ed essere ‘on time’ sui mercati perché è probabile che i livelli di consumo dei periodi prima della crisi non li vedremo più, almeno nel breve termine. Si deve creare una filiera turistica organizzata e sviluppare tutto l’indotto potenziale, dai trasporti alle guide alla ristorazione, che sia in grado di accogliere e seguire il turista vendendogli non solo le bellezze uniche che fortunatamente abbiamo, ma anche il ‘prodotto Italia’ andando incontro alle sue esigenze: possiamo offrire turismo sportivo, marittimo, montano, percorsi culturali e fieristici, possiamo essere orientati ai giovani offrendo discoteche nella riviera romagnola o ai meno giovani offrendo il relax di un’isola come Pantelleria piuttosto che un percorso culturale nei borghi medioevali del centro o di relax e benessere negli agriturismi toscani o nelle terme del Veneto. L’edilizia dovrà convertirsi, passando da pure costruzione a recupero del patrimonio, ristrutturazione e riqualificazione secondo determinati standard energetici ed antisismici ed utilizzando materiali e tecniche innovative a basso impatto ambientale ed ad alta efficienza energetica, edilizia ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico quindi.

Le possibilità non mancherebbero, si deve però cominciare rapidamente ad investire in ricerca e sviluppo, abbattere il digital divide, creare le giuste infrastrutture, riorganizzare ed ottimizzare i trasporti, offrire ai giovani percorsi formativi mirati, abbattere i muri di burocrazia che spesso stroncano sul nascere ogni iniziativa, proteggere il nostro patrimonio, adeguare tassazione e costo dell’energia. Non dimentichiamo di poter far leva sui fondi della BEI e sull’evento EXPO 2015. L’implementazione di piani di sviluppo a medio lungo termine credo che sarebbero ben apprezzati anche in sede europea e Bruxelles potrebbe mostrarsi disposta ad appoggiarli concedendoci credito in modo da avviare quel meccanismo grazie al quale sarà possibile la creazione di posti di lavoro che possano godere degli sgravi e dei denari che il Premier Letta ha sapientemente portato a casa dall’Eurogruppo.

29/06/2013
Valentino Angeletti
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