Italicum, normative banche Popolari e Cooperative sulla scena italiana. Diseguaglianza domina il WEF ed il discorso sullo stato dell’Unione USA di Obama

Politicamente importanti in queste ore, soprassedendo per qualche istante la successione Quirinalizia che da tempo anima il dibattito ed in merito alla quale si stanno svolgendo serrati incontri per la definizione del candidato comune più ampiamente condiviso, ma anche strategie alternative atte alla stesura di chissà quali imboscate, sono le discussioni, animatissime come conviene al più consueto italico costume, su Investment Compact e sulla legge elettorale “Italicum”.

Relativamente all’Italicum i punti cardine più caldi sono l’attribuzione del premio di maggioranza e le liste bloccate. La divisione che rischia di far vacillare il patto del Nazareno risiede principalmente nei nodi dell’attribuzione del premio di maggioranza alla lista, ipotesi prediletta dal PD essendo i Democratici il partito con più votanti in assoluto, o alla coalizione, opzione preferibile per FI (non necessariamente a Berlusconi che potrebbe appoggiare Renzi sull’Italicum chiedendo poi sul contropartita al Quirinale) in quanto così facendo esisterebbe una remota possibilità anche per una eventuale coalizione di centro destra da far comunque rinascere dalle sabbie di un deserto tartaro ove attualmente è il nulla, e delle liste bloccate o meno. Riguardo al blocco delle liste invece i maggiori dissensi sono interni al PD ove, secondo i detrattori che annoverano tra le loro fila anche Bersani, Mineo e Civati, l’impostazione renziana consentirebbe la perpetrazione di un Parlamento di nominati. Dopo l’uscita di Cofferati, la quale inevitabilmente apre nel partito un’evidente ferita che prima si cercava di nascondere, ogni tensione interna al PD, inclusa quella sull’Italicum, può essere l’innesco di un’implosione. I Democratici tendono a minimizzare, ma la possibilità è concreta e gli stessi vertici Dem lo sanno bene come sanno, pur rimanendo ignota la reale magnitudo, che l’elezione del nuovo Presidente non sarà immune da quei sentimenti dissenzienti talvolta quasi rancorosi. Sull’Italicum anche in FI si è potuto osservare una presa di coraggio di un manipolo di dissenzienti fattosi col trascorrere delle ore più consistente che nella segretezza del voto Quirinalizio potrebbero far fronte comune con i Democratici “riottosi” .

Passando all’Investment Compact (IC), al suo interno v’è una proposta passata sotto silenzio ma che fa riflettere sullo stato del nostro paese e risponde ad alcuni perché, ma la misura nell’occhio del ciclone riguarda la nuova strutturazione delle banche Popolari e di Credito Cooperativo.

La prima proposta a cui mi riferisco è la garanzia di esenzione da ogni modifica normativa e legislativa, inclusi eventuali pagamenti retroattivi (tanto frequenti in Italia) che nuove norme potrebbero eventualmente introdurre, che l’IC assicurerebbe alle imprese che investono almeno 500 milioni di € in Italia e per tutta la durata dell’investimento. Assolutamente corretta questa misura come corretto e doveroso è cercare di attrarre ed attivare capitali ed investimenti, ma viene da chiedersi perché quello che dovrebbe essere un diritto (più di buon senso ed equità che di conformazione prettamente tecnico-accademica) per tutti: cittadini ed imprese, venga quasi presentato con questa norma dell’IC come una particolare forma di trattamento che è effettivamente assente in Italia, ma un principio comune altrove? Perché se sono un privato cittadino, una PMI, un artigiano o una partita IVA posso subire ogni modifica e mi può essere richiesto di corrispondere emolumenti su periodi trascorsi dovuti a modifiche or ora introdotte ma con attuazione retroattiva che spesso paiono confliggere evidentemente col principio di intoccabilità dei diritti acquisiti che sempre è valido per certi, privilegiatissimi, trattamenti (che magari possono pure giudicare o partecipare al giudizio in merito alla correttezza costituzionale della norma che li andrebbe a penalizzare)? In sostanza si fa passare ciò che dovrebbe essere normale, e lo è ampiamente altrove, come una concessione, che sicuramente potrà portare qualche grande investimento in più, ma potrebbe far pensare a qualche PMI (quelle che non lo hanno già fatto) di essere finite nel paese sbagliato. Ben vengano i grandi investimenti e ben vengano tutte le misure al loro sostegno, ma bisogna far in modo che anche le PMI e gli artigiani godano di simili o medesimi trattamenti così da dare spinta anche agli investimenti medio-piccoli, che, viste le dimensioni medie ed i fatturati medi del tessuto imprenditoriale nostrano, possono coinvolgere un gran numero di soggetti al momento senza possibilità di investire, ma che sommando ed incanalando il loro potenziale complessivo riuscirebbero a fungere da prestatissimo motore economico interno (ovviamente gli sgravi alle imprese innovative e che investono in ricerca anch’essi presenti nell’IC sono da considerarsi encomiabili ed utili in tal senso, ma non bastano). Altrimenti la sensazione trasmessa potrebbe essere che ai grandi o già privilegiati tutto è concesso, gli altri invece possono essere soggetti (quasi in balia) a tutto.

Riguardo alla modifica sistema delle Popolari e BCC va detto che in ultimo le BCC sono state escluse dal provvedimento e quindi manterranno l’attuale struttura, mentre le Popolari invece dovranno passare dal voto capitario (una tesa un voto a prescindere dalla quota di azionariato detenuta) ad un modello SpA ove i voti pesano in base alle quote detenute. Ciò dovrà avvenire entro 18 mesi e la misura è circoscritta a quegli istituti con attivi superiori agli 8 miliardi di € (10 istituti in totale).

Il passaggio al voto proporzionale alle quote di azionariato caratteristico delle SpA rispetto all’attuale meccanismo di “una testa un voto di ugual peso per tutti” renderebbe queste banche nate come territoriale ampiamente scalabili. Vero che gli istituti più piccoli con attivi inferiori ad 8 miliardi di € hanno facoltà di mantenere l’attuale struttura, ma la storia insegna che la tendenza nel medio periodo è quella di un totale allineamento. L’idea originaria sarebbe di fortificare le Popolari facilitando le fusioni oppure incentivando la quotazione in borsa. Nella realtà delle cose però, aprendo così la stagione di M&A che si sapeva avrebbe dovuto iniziare considerando lo stato del sistema bancario italiano ritenuto sottocapitalizzato anche per via di distorsioni di valutazione nel criteri di Basilea alla base degli stress test europei che attribuiscono un rischio minore ai derivati rispetto al credito alle imprese,  è molto più probabile che siano le grandi banche del nord Europa ad avanzare tentativi di scalata rispetto alle maggiori banche nostrane molto più piccole e con minori risorse finanziarie rispetto ai colossi nordici (siamo in presenza di differenze dall’ordine di grandezza in su). Detto ciò è evidente che l’intendo del Premier Renzi, dichiarato apertamente, di voler supportare un credito che langue e di voler togliere potere ai banchieri potrebbe produrre l’effetto esattamente opposto, ossia conferire maggior patere a banchieri sempre più grossi e probabilmente tedeschi, svedesi, olandesi o francesi; dopodiché, una volta che una “Major Bank” entra in possesso di una Popolare, non ci si può attender altro che una revisione dei piani strategici/industriali i quali verranno improntanti sicuramente ad un maggior utilizzo della finanza e meno del credito, che languirà ulteriormente, per ovvie ragioni di redditività e di calcolo del rischio dei criteri Basilea (come accennato sopra). Inoltre, seguendo l’innovazione tecnologica, di processo e di gestione delle filiali e del personale, è scontato un maggior utilizzo dell’internet banking, come sta accadendo ovunque, a discapito dello sportello con ovvie ripercussioni sui dipendenti, sull’occupazione e probabilmente coinvolgendo il Governo in nuovi tavoli di crisi.  

A quel punto però nessuno potrà lamentarsi o lanciare accuse (e sono certo che saranno molte) se il modello nordico non piacerà o non era il risultato che nelle intenzione si avrebbe voluto raggiungere, ma vi saranno solo solo mea culpa da fare.
Sicuramente l’ambito delle Popolari e Crediti Cooperativi è molto, troppo, legato a fondazioni, politica e poteri territoriali e va riformato indiscutibilmente. Per tale ragione non pare essere vincente neppure la scelta di mantenere lo status quo delle BCC. Forse prima che rendere storici istituti nati per il territorio scalabili con pochi spiccioli sarebbe il caso di modificarne la regolamentazione e la missione, intensificare i controlli sui rapporti con la politica ed i poteri territoriali, pur mantenendo la loro natura che per mission stessa dovrebbe essere, a livello torico perché recenti e recentissimi episodi hanno dato evidenza che spesso non è stato così (vedi Carige e Baca Marche o, salendo di livello, MPS), già al servizio dello sviluppo del territorio e del tessuto imprenditoriale locale attraverso la preminenza della componente creditizia.

La predominanza nel sistema bancario moderno delle attività speculative e finanziarie, spesso shadow e non regolamentate, è stata e continua ad essere uno dei fattori che hanno squilibrato la distribuzione di ricchezza nel mondo creando nicchie di ricchi e ricchissimi, orientativamente un 10% della popolazione con l’aberrazione che nel 2016 l’1% dei più ricchi deterrà le stesse ricchezze (forse addirittura le supererà) del restante 99%. Questo 1%, circa 34.8 milioni di persone (nei paesi considerati dallo studio), ha visto passare i propri patrimoni rispetto alla ricchezza globale dal 44% nel 2009, al 48% del 2014 e arriverà al 50% nel 2016. Anche l’Italia non fa eccezione ed i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, anche se rispetto agli anni addietro si sono maggiormente arricchiti esponenti del settore industriale rispetto a quelli del settore finanziario.

Assieme alla sicurezza geopolitica e cooperazione, ai cambiamenti climatici ed inquinamento, alla politica monetaria globale, ad un paradigma economico troppo poco incentrato sulla creazione di reale e tangibile valore a discapito della finanza, quello della disuguaglianza e della ridistribuzione della ricchezza (strettamente legato all’argomento precedentemente detto) sarà un tema centrale sia per il World Economic Forum 2015 di Davos sia del discorso del Presidente Barak Obama sullo stato dell’Unione (USA). Le ultime manovre di Obama, caratterizzate da un aumento delle tasse per i più ricchi in favore della classe media maggiormente depauperata dagli anni di crisi, vanno proprio in tal senso, con l’evidente (prima o seconda) finalità di cercar di recuperare i consensi che le elezioni di Mid-Term hanno evidenziato essere molto bassi.

Nulla di nuovo sotto il sole si potrebbe ironicamente parafrasare, visto che i medesimi argomenti erano stati trattati nell’edizione 2014 del World Economic Forum di Davos con una Lagarde che parlava proprio di redistribuzione, così come nel discorso di Obama dello stesso anno. Erano inoltre già ben visibili da tempo e non servivano schiere di economisti, luminari e capi di stato per identificarli…. peccato però che dal 2014 tante parole sono state dette, tanti propositi sono stati fatti, ma pochi risultati raggiunti, anzi, come certificato in questi giorni dal rapporto Oxfam, il divario tra ricchi e poveri si è acuito ulteriormente nell’ultimo anno. Come spesso accade questi aulici consessi altro non sembrano che sfilate di esercizi verbali dalle migliori intenzioni ma dal nullo seguito.

In calce alcuni link che dimostrano come il problema della disuguaglianza e la necessità di redistribuzione sia già da molto tempo evidente:

  1. Scenari da Davos e la quarta R da aggiungere alle tre della Lagarde 26/01/14
  2. Obama – Italia: problemi simili soluzioni antitetiche (discorso stato Usa 29/01/14)
  3. Italia “deisegualissima”, dice il Censis. A cosa è dovuta questa disuguaglianza? 04/05/14
  4. Alternativa da 40 miliardi privata e complessa all’intervento sulle pensioni avanzato dal Ministro Poletti e per sostenere la ripartenza immediata 19/08/14
  5. Tre fasi per rilanciare il lavoro: investimenti nel breve termine, consumi nel medio, sburocratizzazione ed agevolazioni 10/01/14
  6. Europa ed Olli Rehn VS Italia 03/12/13
  7. Per chi ieri ha potuto vedere servizio pubblico … Renzi VS Michele 08/11/13
  8. Da Lehman Brothers una nuova consapevolezza 15/09/13
  9. Un difficile G20 per puntare alla resilienza 29/08/13
  10. Missione impossibile: sistema pensionistico da riequilibrare, ma con equità 22/08/13
  11. Abbassare l’indice GINI con la meritocrazia e la collaborazione generazionale 24/06/13

20/01/2015

Valentino Angeletti
LinkedIn, Facebook: Valentino Angeletti
Twitter: @Angeletti_Vale

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2 Risposte

  1. […] QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prevalso Avanti QE!! Ma la garanzia rimane un’incognita non esente da rischi e la posizione tedesca ha prev… L’uscita di Cofferati impone una profonda riflessione nel PD e se possibile rende il Dedalo […]

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