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Rafforzare il governo, riempire la bisaccia, cambiare marcia in Italia ed in Europa: settimana decisiva, che non sia una delle tante

Dalle Olimpiadi invernali di Sochi il premier Enrico Letta ha dichiarato che al suo rientro, Lunedì 10, si precipiterà al Quirinale per discutere col Presidente Napolitano una strategia, che avrebbe già in mente, per rilanciare l’Italia, cambiare marcia, rafforzare l’Esecutivo e forse per riempire la “bisaccia” che Squinzi non vorrebbe ancora vuota il 19 febbraio, quando, durante il Direttivo Confindustria, gli industriali incontreranno Letta.
Questa strategia, al momento ignota, un po’ rimanda al “piano segreto” di Berlusconi per vincere le elezioni al primo turno superando la soglia del 37%.
Il Premier ha aggiunto che non v’è necessità di un “one man show”, bensì, mostrandosi in sintonia con lo spirito olimpico, di un gioco di squadra; nella situazione in essere non è possibile consentire però neppure un “one party show”, né, estendendo il concetto a livello europeo, un “one country show”, né tanto meno accontentarsi di partecipare.

Questa dichiarazione fa un po’ sorridere, perché la marcia avrebbe già dovuto essere cambiata da tempo (Link: “il tempo scaduto da tempo”). Al suo insediamento, 10 mesi or sono, il Governo Letta si definì come il Governo che nessuno avrebbe voluto, un Governo a termine, nato per agire con snellezza, rapidità e risolvere quattro o cinque questioni fondamentali alcune delle quali si trascinano da decenni, il tutto in circa 18 mesi. Una priorità era la legge elettorale che solo adesso sembra possa essere imbastita e modificata, dopo essere stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Sugli altri fronti, non solo per colpa di Letta, ma per le finte priorità che di volta in volta subentravano, per le frizioni, i particolarismi intestini ai partiti ed il protezionismo nei riguardi di vantaggi settari o personali, poco è stato fatto e la dimostrazione è che Confindustria, sindacati, PD stesso, FI, Scelta Civica ed i partiti del centro così come quelli più a destra e sinistra denunciano unanimemente una lentezza ed un immobilismo che non possono far altro che peggiorare una situazione quasi compromessa.

Per quel che riguarda il Governo le opzioni potrebbero essere: un “Letta Bis” con eventuale innesto di forze renziane, gradito particolarmente a Letta e Napolitano che vuole assicurare più continuità possibile in vista delle Euopee, ed anche a Renzi purché non vi siano inserimenti di suoi esponenti e purché la durata residua sia di soli 8 mesi per risolvere le questioni urgenti, le stesse del 2010; le elezioni con l’Italicum o con il proporzionale modificato; un nuovo Governo capace di durare fino al 2018, ma in tal caso le forze dell’Esecutivo, ed ancor di più i piani, dovrebbero essere rivisti e probabilmente questa ipotesi aprirebbe la strada ad una successione di Renzi.
Considerando le inclinazioni di Napolitano, Letta, Renzi ed anche Berlusconi la prima opzione sembra quella più plausibile, benché ci sarà da capire se vi saranno ingressi vicini a Renzi, in che posizioni, e soprattutto il programma e le tempistiche delle riforme.

Detto ciò si comprende l’esclamazione “era ora” di Renzi, perché effettivamente sarebbe l’ora di provare ad aggredire i problemi.
Problemi che da anni sono gli stessi e che ormai tutti i partiti politici mettono all’inizio dei loro programmi, sotto certi punti di vista ormai non così dissimili.
Il Governatore della Banca d’Italia Visco, in occasione del Forex di Roma, ha messo in luce alcuni buoni risultati a livello di credibilità politica, ma soprattutto le difficoltà persistenti di un’economia che probabilmente vedrà nel 2014 una lenta ripresa del PIL che segnerebbe +0.75%, inferiore all’ 1% del Governo, e più allineato allo 0.7% di Confindustria, in ogni caso troppo poco per arginare la disoccupazione ormai al 13%.
La produzione manifatturiera nell’ultimo trimestre 2013 ha visto un leggerissimo miglioramento, ma senza interventi per abbattere il cuneo fiscale, aumentare il potere d’acquisto e la domanda, diminuire la tassazione sul lavoro come intimato dall’Europa, tagliare spesa ed evasione e, per quel che riguarda le banche, concedere più credito alle aziende che fino ad ora se lo sono visto sistematicamente negare, la crescita è ancora lontana e la deflazione potrebbe essere un problema da non sottovalutare.
Per il settore bancario uno stimolo alla concessione di credito può essere rappresentato dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia, ma c’è da vedere se gli istituti non vorranno accantonare questa plusvalenza per affrontare più solidamente gli stress test europei. La possibilità delle creazione di una Bad Bank dove convogliare tutti i crediti deteriorati (ma poi che fine faranno questi crediti?) testimonia come effettivamente il settore bancario in questi anni sia stato poco efficiente non riuscendo ad assistere adeguatamente l’economia ed al contempo concedendo troppo facilmente crediti, tipicamente di grande entità ad una élite molto ristretta, senza sufficienti garanzie; in aggiunta a ciò le necessità di ricapitalizzazione, dovuta a volte all’uso dissennato di strumenti finanziari complessi, di alcune banche, come MPS, Carige, BPM è pari al proprio valore, addirittura superandolo come nel caso dell’istituto di Via Salimbeni. Di certo non una situazione di facile soluzione.
La più critica Confindustria, per bocca del presidente Squinzi, ritiene invece la situazione economica reale addirittura terrorizzante

Qualunque sia il nuovo scacchiere politico che si profilerà, questa volta non sussiste nessuna scusa, le riforme da farsi internamente sono ben note ed in Europa è giunta davvero l’ora di alzare la voce oppure, come andava di moda dire fino a qualche mese fa, battere i bugni sui tavoli di Bruxelles per far capire la nostra importanza all’interno dell’Unione e la necessità di più collaborazione e distribuzione di sacrifici in un momento di difficoltà generalizzato.
La Corte Costituzionale di Karlsruhe si è appena pronunciata sulla legittimità del meccanismo europeo OMT di salvaguardia dei paesi in difficoltà, parte dell’ESM, affermando che un simile giudizio non è di propria competenza, bensì della Corte di Giustizia Europea, alla quale rimanda il pronunciamento non senza esprimersi ritenendo, in accordo con la Bundesbank, che l’accezione di “illimitatezza” sull’acquisto di bond esuli dai poteri della ECB.
Questa sentenza da un lato rappresenta una positiva ammissione di sovranità dell’organo europeo, dall’altro non lesina di criticare, in accordo con la BuBa e con l’austero e rigido spirito tedesco fin qui dominante nelle strategie dell’Unione, le politiche europee.
Mai come ora, oltre ad un impronta più autoritaria degli stati in difficoltà, capeggiati dall’Italia che rappresenta la quarta economia, serve che internamente il Governo tedesco cambi atteggiamento e si mostri più collaborativo poiché deve comprendere che il tessuto europeo è necessario anche alla propria prosperità, probabilmente sarebbe l’ultimo stato ad andare in difficoltà, ma se la situazione continuerà a deteriorarsi anche i tedeschi dovranno arrendersi. A far pressione internamente affinché venga ridimensionato il concetto di austerità e rigore dei conti dovrebbe essere, in stretta collaborazione col governo italiano con il quale esiste un buon rapporto, la SPD, in grande coalizione con la CDU, che annovera nei suoi ranghi anche il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, il quale in un’intervista al QN ha effettivamente denunciato una eccessiva austerità del Governo tedesco, in accordo con le parole di Napolitano al Parlamento EU di Strasburgo, ma ha anche aggiunto che il Governo tedesco è solo uno tra tutti quelli che prendono le decisioni (indubbiamente però il più potente ed quasi dotato di potere di veto).

Per il venturo Esecutivo italiano, qualsiasi esso sia, il da farsi è chiaro (Link: “Italia casa diroccata”), complesso e sfidante, necessita di risolutezza, rapidità, incisività, lungimiranza, autorevolezza dentro e fuori i confini e grande capacità di tessere e mantenere relazioni con controparti europee e mondiali su temi politico-economici, caratteri che fino ad ora sono stati deficitari, ma senza i quali non v’è alcuna possibilità di trovare il bandolo di una matassa intrigata più che mai.

09/02/2014
Valentino Angeletti
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Garanzia artistica, accenno di dietrofront europeo, PD-Sindacati-Confindustria aggressivi … e chi più ne ha più ne metta

In questi ultimi giorni sono successi alcuni fatti piuttosto interessanti.
Andandoli rapidamente a scorrere ed analizzare iniziamo con la notizia del Financial Time, di una richiesta “monster” di risarcimento da parte della Corte dei Conti italiana nei confronti delle agenzie dei Rating, le tre grandi sorelle, S&P, Moody’s, Fitch, colpevoli, secondo la CdC, di essersi pronunciati declassando nel 2011 l’Italia senza tener in giusta considerazione il patrimonio storico, artistico e culturale del paese, universalmente riconosciuto e famigerato. La somma presunta ammonterebbe a 234 miliardi di € e l’indagine, curata dal procuratore della regione Lazio, sarebbe ancora in fase di istruttoria.

Partendo dal concetto che il patrimonio storico-artistico è un asset fondamentale per il nostro paese, purtroppo trascurato, che frutta immensamente meno di quanto potrebbe, non valorizzato come dovrebbe né ben gestito; riconoscendo senza se e senza ma che la cultura è una ricchezza inestimabile; deplorando quanto si legge in queste ore su alcuni giornali secondo i quali potrebbe venire abolito nelle classi scolastiche l’insegnamento dell’educazione artistica, dalla quale la nostra società dovrebbe ripartire e sulla quale dovrebbe puntare sempre di più, considerare questi elementi una garanzia della solvibilità di un debito sovrano sembra piuttosto inverosimile.

In un periodo in cui non sono sufficienti patrimoni immobiliari per ricevere credito dalle banche, elemento che per il nostro paese rappresenta un grave problema competitivo, ed in un momento in cui il credito è decisamente difficile da ottenere nonostante il costo del denaro basso, pensare a beni artistici a copertura dei bond statali non sembra opportuno, pur consapevoli che accostare il mondo dei bond a quello di mutui privati non è proprio corretto.
probabilmente l’idea nasce dalla vecchia e forse provocatoria richiesta della Finlandia di avere come garanzia dei propri crediti nei confronti della Grecia il Partenone.
Supponendo al limite che i beni artistici possano fungere da garanti allora si dovrebbero ricalcolare gli aiuti concessi alla Grecia e tanti altri Stati potrebbero avanzare richieste di revisione dei propri rating.
Il calcolo poi del valore di beni inestimabili è complesso ed oggettivo, quasi impossibile per definizione; se sommassimo Uffizi, Fontana Di Trevi, Fori Imperiali, Colosseo, Segesta, Valle dei Templi, tombe, catacombe ed acquedotti vari, terme romane sparse per tutta Italia, la miriade di chiese, cattedrali e battisteri fiorentini, il Maschio Angioino, le sculture ed i quadri, il Castello Sforzesco, la Reggia di Caserta ecc. ecc. ecc. probabilmente saremmo non più in debito, ma vanteremmo un credito; allora perché non aggiungere anche il patrimonio naturale, le isole, le Dolomiti, le coste, ed ancora l’agricoltura, i vigneti e gli oliveti mediterranei, le primizie dell’allevamento e via dicendo, in sostanza avremmo risolto ogni problema. Pensando poi al malaugurato caso in cui facessimo default i creditori sarebbero disposti a ricevere qualche brandello di tela preziosa? Oppure i cittadini che avessero investito in BOT invece del 2 o 3% di interessi sul capitale si accontenterebbe di qualche opera d’arte? E la tassazione sul capital gain come verrebbe gestita? Evidentemente ho esagerato, qualche opera d’arte sarebbe un interesse eccessivo, magari un paio di ingressi gratuito al museo sarebbero più adatti.

Personalmente non credo sia sostenibile l’obiezione della CdC ed infatti cose simili al mondo non si sono mai sentite, inoltre un possedimento non liquido ha un valore che potrebbe essere soggetto ad alta volatilità e se non vi è la possibilità di capitalizzarlo, cioè non si ha l’acquirente, il suo valore, benché inestimabile, sostanzialmente si azzera. Rimarrei comunque assai felice di essere smentito.

Un secondo fatto rilevante include la denuncia del presidente Napolitano di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo, dell’eccessiva austerità. Questa dichiarazione va a braccetto: con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, che ha evitato di alzare i tassi, ancora allo 0.25%, dicendosi disposto a ribassarli ulteriormente; con le dichiarazioni, sempre del presidente della ECB, che rassicurano sulla minaccia di deflazione in Europa, ma al contempo invitano a non abbassare la guardia perché la ripresa non è ancora solida (e se, in particolare nel nostro paese, consumi e prezzi continueranno a calare facendo competizione sul costo del lavoro, la deflazione non sarà un rischio remoto [link 1Link 2]) e siamo comunque in un periodo di bassa inflazione benché il target rimanga attorno al 2%; con il cambiamento di rotta da parte della ECB che ritiene possibile, qualora sussistesse una strategia di investimento, procedere all’acquisto di titoli di Stato, anche di paesi in difficoltà benché esista il meccanismo OMT (Outright Monetary Transactions) parte dell’ ESM (European Stability Mechanism); con la possibilità al vaglio dell’Europa di allungare i termini di restituzione degli aiuti da 30 a 50 anni, di abbassare di 50 pti base gli interessi su una linea di credito di circa 80 miliardi di euro e di erogare ulteriori 13-15 miliardi, che si aggiungerebbero ai 240 già ricevuti, in favore della Grecia, dove permangono difficoltà, proteste e problemi alimentari e sanitari,
Tali tendenze, se vogliamo rettifiche, alla originaria politica economica che l’Europa, assecondando i desideri tedeschi e dei paesi nordici, ha intrapreso fin dall’inizio della cresi lasciano trasparire una velata ammissione di colpevolezza, forse si sta prendendo coscienza, molto tardivamente, che l’approccio da utilizzarsi già da subito avrebbe dovuto essere molto differente rispetto alla rigidità ed inflessibilità cieca imposte, verrebbe da augurarsi anche un miglior utilizzo della golden rule su investimenti produttivi, ma il tempo stringe.

Il terzo ed ultimo fatto riguarda la segreteria del PD ed il rapporto col governo Letta. Sembrerebbe che Renzi sia deciso a rivedere la posizione del partito nei confronti del governo percepito troppo lento e poco rappresentativo delle forze politiche che gli attuali partiti incarnano. Il 20 febbraio è convocata una nuova assemblea PD ed allora, mettendo in secondo piano il Jobs Act ed il tema delle riforme, verrà discussa la relazione PD-Governo, quasi un passaggio alla fiducia. Del resto l’Esecutivo non ha altri appoggi se non quello solidissimo del presidente della Repubblica e la protezione data dalla prospettiva del semestre italiano in Europa. Oltre a Renzi, appoggiato dai grandi imprenditori italiani, fino ad ora favorevole al governo a patto che facesse riforme e si concentrasse sul bene del paese, anche i Sindacati e Confindustria sono concordi nel ritenere l’operato dell’Esecutivo, compresa la missione in medio oriente, insufficiente, lento e non incisivo e se non verrà cambiata immediatamente rotta le elezioni, o comunque una richiesta di intervento da parte di Napolitano, diverrebbero inevitabili. Il Confronto Letta-Confindustria avverrà in occasione del Consiglio Direttivo degli industriali il 19 febbraio, appena un giorno prima della Direzione del PD.
In queste settimane scarse che separano Letta dai due giorni cruciali Sindacati, Renzi e Confindustria vogliono risposte chiare. Più che occasioni di chiarimento il 19 ed il 20 febbraio potrebbero essere forche caudine per il Premier, ma del resto ormai il tempo è scaduto da tempo e, come lo era già prima, a maggior ragione adesso non è retorica dire che si deve subitamente.

06/02/2014
Valentino Angeletti
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Letta, Squinzi ed il tempo già scaduto da molto

Da Abu Dhabi, dove si trovava in visita istituzionale, il Premier Letta ha espresso profondo ottimismo ed ha dichiarato apertamente che in Italia la crisi è ormai alle spalle e che è iniziato il periodo della ripresa. Il PIL secondo Letta crescerà dell’ 1% nel 2014 e del 2% nel 2015.
Purtroppo il tessuto economico e produttivo del paese non sente tutto questo ottimismo ed a farsene portavoce, proprio in contemporanea dalle visita in medio oriente del Premier, è il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che ha denunciato una situazione drammatica per le imprese, ancora alle prese con gli stessi problemi del 2010, 2011 che stanno comportando la chiusura di centinaia di attività ogni mese, principalmente trai piccoli artigiani e commercianti. I consumi interni sono ancora in calo così come il reddito ed il potere d’acquisto delle famiglie che continuano a privarsi di beni di prima necessità, finendo col dichiarare di essere soliti consumare cibi scaduti, o di acquistarli appositamente per gli sconti applicati (indecente in un paese civile, ed è esattamente la stessa cosa che accadde in Grecia).

Del reso non è difficile ricordare le prime pagine dei giornali,che quasi tutti, chi prima chi dopo, hanno titolato: “il tempo è scaduto”, “fate presto”, “ non c’è più tempo”. La prima testata fu proprio quella di Confindustria, il Sole 24 Ore nel 2011.
Da allora cosa è cambiato? Poco o nulla.
Sembrava che la legge elettorale dovesse essere immediatamente riscritta, ma solo ora, con lo sprint decisivo di Renzi e Berlusconi si potrebbe giungere alla modifica di tale legge, che forse non sarà la migliore, ma che potrà dare il via ad una serie di modifiche costituzionali, tra cui ablazione delle province, taglio del numero dei parlamentari e del Senato. Sul piano economico non si sono viste le riforme importanti necessarie, si confida molto nella spneding review, ma è tutto in divenire, si è parlato di rilancio della competitività anche a mezzo di riduzioni sulle bollette energetiche, ma anche in tal caso una reale politica energetica non è stata presentata, il costo del lavoro è rimasto il medesimo, la desertificazione industriale continua ad avanzare, ed anche le lotta alla disoccupazione, attraverso la youth guarantee, non ha subito svolte epocali, in compenso le entrate fiscali sono aumentate ed il pasticcio dell’IMU, così come il decreto “Salva Roma”, ha dato una immagine pessima.
La rivalutazione di Bankitalia è un processo controverso e complesso, non sarà senza dubbio un’immissione diretta di liquidità da Stato a Banche, ma queste alla lunga ne trarranno benefici e potranno affrontare meglio gli stress test europei.
Le direttive EU che parlavano di spostare la tassazione su patrimonio e consumi diminuendola su lavoro, imprese e presone non sono state seguite. Alcune vertenze aziendali sono state risolte, ma sul tavolo ne rimangono ancora tante ed importanti a cominciare da Alitalia, Telecom, Elctrolux e le domande di cassa integrazione sono in aumento costante.
I Marò sono ancora in India e ci si rende conto solo adesso che forse la “consuetudine” che persone singole detengano fino a decine di poltrone in chiaro conflitto di interessi non è così trasparente ed eticamente corretta. Grandi interventi di messa in sicurezza del paese non sono stati realizzati, benché potessero creare un notevole indotto e lavoro immediato, ed ogni volta che si registra un forte evento meteorologico il paese incappa in conseguenze drammatiche, da nord a sud che finiscono col pesare ulteriormente sul bilancio statale.

Poiché Letta si trovava in visita ufficiale per presentare il nostro meglio agli investitori e cercare capitali (ha discusso di Alitalia con Etihad e di CDP Reti –Snam – Terna con un fondo del Kuwait) ha dovuto per forza di cose mostrarsi deciso, ottimista, solido e convincete e forse il presidente Confindustria è stato indelicato a controbattere cosi fermamente.
In ogni caso è comprensibile la riflessione di Squinzi, totalmente in linea con i sindacati e con Renzi, che il governo, stabile quanto si vuole (ma poi siamo così sicuri di questa stabilità politica? Sinceramente pare che le frizioni tra i vari partiti abbiano assunto una violenza verbale ed anche fisica notevole ed il fatto che la “ghigliottina” sia stata per la prima volta applicata proprio durante il governo delle larghe intese è significativo, e le svariate dimissioni presentate o richieste?), ha senso di perseverare se e solo se agisce, altrimenti le elezioni dovrebbero considerarsi seriamente.
In modo analogo la pensa del resto Enrico letta, i risultati di questi 13 mesi però non sono stati troppo incoraggianti. Anche se il PIL 2014 dovesse crescere proprio dell’1% come dice Letta e non dello 0.5-0.6% come da stime Confindustria, si tratterebbe in ogni casi di stagnazione economica non in grado di invertire la tendenza in atto che porta la disoccupazione ad aumentare. Per far ripartire l’occupazione servirebbe un incremento almeno dell’1.5% e soprattutto un incremento di domanda, esterna, fortunatamente ancora sostenuta, ma anche interna ed un aumento dei consumi, conseguenti solo ad un aumento del potere d’acquisto. Spirale evidentemente complessa da risolvere.

L’ Europa nel suo primo rapporto sulla corruzione certifica che al nostro paese costa 60 miliardi all’anno, il 50% di tutta l’ Unione, un dato non nuovo, ma che è ancora più incisivo ed amareggiante perché proviene da uno studio ufficiale. Forse il prossimo studio certificherà il costo della burocrazia, stimato attorno a 100 mld o quello dell’evasione, dato in una forbice tra 100 e 150 mld.
Sempre Bruxelles ha avviato la procedura di infrazione, gestita dal vice commissario Antonio Tajani, contro l’Italia per la violazione della direttiva comunitaria sui ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione alle imprese fornitrici di beni e servizi. L’Italia ha 35 giorni per dimostrare di non aver infranto la direttiva europea, dopo di che partiranno le sanzioni che dovrebbero aggirarsi attorno ai 4 miliardi.
In EU la media è di 61 giorni, in Italia di 171, tra il 2009 ed il 2013 i tempi di pagamento sono aumentati in Italia (caso unico in Europa) di 8 giorni per le transazioni tra privati e di 42 giorni in quelle tra le PA e le aziende. Per far en confronto in Germania e debiti tra privati si saldano in 34 giorni e tra PA e privati in 36, in Italia servono rispettivamente 96 e 170 giorni. Tutto questo nonostante il pagamento dei debiti delle PA fosse un pilastro del governo Monti e poi di quello Letta.
L’ammontare dei debiti oscilla tra i 90 (stima Bankitalia) ed i 120 (stima CGIA di Mestre) ed a dire il vero circa 47 furono sbloccati da Monti prima e Letta poi. Di questi però solo poco meno di 5 miliardi sono realmente finiti nelle casse delle aziende, il resto è ingabbiato in pastoie burocratiche. Se il tasso di pagamento rimane costante si stima che i debiti attualmente in essere si estingueranno in 20 anni. Inoltre i debiti delle strutture sanitarie (come per l’acquisto di apparecchi biomedicali) non rientrerebbero nel computo stimato.

Quindi, è benefico andare avanti così? A questi ritmi si è sicuri di poter uscire dalla crisi in tempo, quello non più disponibile e già scaduto, utile? Anche considerando dinamiche di ripresa fisiologicamente lente e le reazioni che hanno avuto gli altri paesi, si può affermare di essere sulla buona strada?

 

03/02/2014
Valentino Angeletti
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Termini Imerese e Mastrapasqua: ritardi cronici ed endemica perdita di denaro e competitività

Dopo i disordini e le manifestazioni di protesta condotte dai lavoratori della fabbrica ex FIAT, ora FCA, di Termini Imerese davanti al MiSE e per le strade di Roma, durante la trattativa tra sindacati e Ministero, rappresentato dal sottosegretario De Vincenti, oggi pare che un accordo sia giunto.
Ai 1200 cassaintegrati sarebbero stati assicurati altri 6 mesi di proroga dell’ammortizzatore sociale, mentre ancora in divenire sarebbe il piano di reindustrializzazione dell’area siciliana che oltre allo stabilimento Fiat vede altre realtà dell’indotto in difficoltà, come la Lear che potrebbe revocare i cento licenziamenti in programma a patto di una proroga della cassa integrazione in deroga anche per i propri lavoratori.
Al vaglio è anche la possibilità di ricorrere all’esodo, utilizzando gli scivoli pensionistici per coloro, circa 100, che avessero raggiunto i requisiti.
Un nuovo incontro, quando forse si sapranno dettagli più precisi, è in programma per venerdì 14 febbraio.

Senza voler far ricadere colpa alcuna sulle spalle dei lavoratori che rischiano di perdere il loro posto e che si trovano in una situazione complicata, c’è da dire che lo stabilimento di Termini Imerese è fermo ed usufruisce della CIG dal 2011. In questi tre anni di crisi globale la CIG ha pesato sulle spalle dei contribuenti e probabilmente continuerà a farlo, senza che un nuovo piano industriale fosse redatto e proposto, senza dare alcuna possibilità ai lavoratori di riqualificarsi cercando poi di impiegarli in nuove mansioni, in un certo qual modo di rimetterli in gioco, un tentativo complesso in un momento in cui il lavoro scarseggia, ma doveroso se si vuol inseguire il modello di welfare ad esempio tedesco e non perdersi dietro l’illusione che tutto tornerà come prima, cosa ormai evidentemente impossibile; tante aziende chiuse, così come interi distretti e settori produttivi, non riapriranno più.

La colpa può essere parzialmente data alla FIAT, che nonostante le sovvenzioni degli anni passati, non ha saputo assicurare la sopravvivenza e la competitività delle proprie produzioni in alcuni stabilimenti, forse ha anche sbagliato, o adottato consapevolmente, strategie differenti più rivolte alla finanza e meno alla produzione, ma gran parte del problema deriva anche dall’incapacità della politica, inclusi i sindacati, di saper indirizzare e risolvere problemi e vertenze in maniera decisa, concreta e rapida in sintonia con le congiunture macroeconomiche in essere.

Alla FIAT non si può neppure rimproverare la decisione, dopo la nascita di FCA, di trasferire la sede legale in Olanda, quella finanziaria a Londra, e di quotarsi a Wall Street, mantenendo la quotazione a Piazza Affari solo per motivi storici, quasi che avesse valore affettivo.
In Olanda la legislazione è più snella e semplice che in Italia, a Londra la tassazione sui dividendi è al 10% circa quando da noi è quasi al 30%, la borsa italiana per capitalizzazione è al 23° posto nel mondo superata dal Messico, Malaysia ed Indonesia. In altri stati Europei poi il costo del lavoro è più basso anche per via della minore incidenza della tassazione.

Non c’è quindi da lamentarsi troppo, è stata, ed in tal caso anche l’Europa è colpevole, perseguita una Unione senza prima dettare regole comuni che evitassero distorsioni competitive, né cercando di imporre regole che cercassero di livellare le disuguaglianze ed arginare i particolarismi dei singoli membri.
Fintanto che l’economia ha girato ci sono state opportunità per tutti, ma quando le cose si fanno critiche è allora che chi ha le condizioni migliori è avvantaggiato e non è strano che le aziende, quelle che possono permetterselo, per sopravvivere cerchino di sfruttare tali situazioni.
In aggiunta si sta pericolosamente consentendo una concorrenza sui prezzi che ha creato una corsa al ribasso per bilanciare, senza successo, il calo del potere d’acquisto e dei consumi della middle class in via di estinzione. La pericolosità di un simile meccanismo sta nella delocalizzazione verso zone d’Europa dove il costo del lavoro è basso così come le condizione dei lavoratori, da considerare che se tutti gli stati europei divenissero eccessivamente cari ci sarà sempre una Cina, un’India, un Bangladesh, o un Vietnam da poter “colonizzare”. Altro aspetto pericoloso è la spirale deflattiva che si può innescare, poiché le sfrenata corsa al ribasso, al limite, comporta tagli di stipendi, licenziamenti, ricorso ad ammortizzatori sociali, andando a gravare sulla collettività e diminuendo ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori, che quindi saranno ancor meno propensi al consumo, innescando un meccanismo perverso.

È stata fino ad ora persa l’opportunità di sfruttare la globalizzazione, piena di vantaggi potenziali, ma anche di grandi rischi, non ultima la scissione tra finanza ed economia, in cui il mondo sta incappando costantemente. Verrebbe da citare il popolare proverbio: “si è voluta la bicicletta, ora pedalare …..”., ma la bicicletta è un rugginoso ferro vecchio e la via da percorrere un sentiero impervio e tortuoso; ce la si può fare, ma ci vorrebbero gambe buone, determinazione e forza di volontà nel perseguire l’obiettivo.

Quella di Termini Imerese è una vicenda emblematica per rappresentare tante altre realtà, dal Sulcis, alla Indesit, all’ Electolux, agli stabilimenti della pasta Agnese, alla chimica mai decollata, senza considerare tutte le realtà minori, solo per dimensione e non per importanza, che in questi anni sono state costrette ad alzare bandiera bianca. Dal rapporto SVIMEZ si certifica il rischio di desertificazione industriale, in particolare al sud, interi distretti sono scomparsi e mai torneranno ed i lavoratori non possono pensare di vivere sempre e solo con la cassa integrazione, non possono permetterselo loro perché sarebbe un’alienazione delle loro capacità, non se lo può permettere la collettività perché non ci sono risorse, non può permetterlo lo stato perché non è da paese civile, non possono permetterlo i sindacati perché non è più tempo di difendere certi meccanismi ormai insostenibili.

Gran parte di queste situazioni erano note da anni, ma non si è mai agito richiedendo e redigendo piani industriali e progettando riconversioni produttive e di riqualificazione dei lavoratori. Al contrario si è sempre ricorso a palliativi, quando la CIG, quando la disoccupazione che da elemento transitorio si è trasformata un vero ammortizzatore sociale su cui alcune aziende giocano, somministrando contratti stagionali e confidando dell’introito sociale che gli pseudo-dipendenti percepiranno nei periodi di non lavoro.
Una volta che il problema ha assunto dimensioni enormi allora si comincia a pensare che sia bene affrontarlo in modo più strutturato, ma ormai è tardi, i tempi sono stretti, le pressioni aumentano e la soluzione frettolosa, quindi non ottima, anzi spesso neppure il minore dei mali.

In questo tempo, letteralmente peso, tanti soldi pubblici sono andati perduti e non sono state create occasioni per reindustrializzare aree e riconvertire produzioni verso attività che avessero più mercato, perdendo in termini di competitività dell’intero sistema paese rispetto al resto di Europa e del mondo, molto più efficaci ed efficienti.

Del resto, purtroppo, in Italia è consuetudine agire in ritardo e quando non si può fare altrimenti, non si prevede o si anticipa in modo proattivo, ma si rimedia, mettendo in luce una cronica assenza di visione strategica ed organizzazione.
Il caso di Mastrapasqua ne è un piccolo esempio, tra i tanti.
Adesso probabilmente verrà fatta una norma che impedirà di ricoprire più cariche pubbliche o in conflitto di interessi, che dovranno essere ricoperte in esclusiva; si esulta per questa legge come se fosse un grande successo, una svolta epocale, ma da quanto tempo sussiste questa condizione di concomitanza di cariche multiple che in Mastrapasqua assume dimensioni titaniche, ma che è quasi la normalità?
Inoltre la norma di “esclusività delle cariche” verrà applicata solo agli enti ed alle società pubbliche più rilevanti e per le cariche di primissimo piano. Ci sarà quindi una soggettività nella cernita delle società e degli enti così come degli incarichi, che non è attributo delle leggi, necessariamente oggettive ed uguali per tutti (fino a che livello degli organigrammi si dovrà arrivare? E se certamente INPS ed Equitalia sono di primo piano quali sono le altre, Università, CNR, municipalizzate, CDP, Bankitalia?).

Quando Mastrapaqua divenne presidente dell’INPS nel 2008 pare avesse già oltre 40 incarichi (alcune fonti riportano 54). Se questa condizione andava bene prima perché non dovrebbe più andare bene adesso e se non è corretta ora perché non si è agito prima visto che tutti sapevano?
Ora molti, tra cui Giovannini ed anche Letta che definisce la scelta saggia ed in accordo con le norme che il governo sta introducendo, plaudono e quasi elogiano il gesto dell’ex presidente dell’INPS, ma con accuse di truffa ai danni della stessa INPS, di falso ideologico ed abuso di ufficio per la vicenda dell’ospedale Israelitico e con presunte manomissioni di esami e statini universitari che gli valsero anche un’espulsione, in qualsiasi paese non avrebbe avuto alternative. Anzi avrebbe dovuto dimettersi al primo avviso di garanzia senza permettersi di minimizzare dicendo:
“Se devo dimettermi per un avviso di garanzia, dovrebbero dimettersi più della metà dei dirigenti pubblici…”.

I casi Termini Imerese e Mastrapasqua sono solo due esempi di azioni tardive che sono costate in termini di denaro pubblico e/o competitività del paese, si aggiungono alle vicende Ilva, Alitalia, Sulcis, petrolchimico di Mestre, rigassificatore di porto Empedocle, TAV, TAP, British Gas e strategia energetica in generale, legge elettorale, abolizione delle province, tagli ai costi della politica e delle spese ecc, ecc.

In questo momento il Premier Enrico Letta è ad Abu Dhabi dove ha iniziato il suo tour tra Emirati, Quatar e Kuwait per presentare il nostro paese agli investitori, incontrerà i vertici di Etihad per un eventuale accordo su Alitalia e presenterà il piano di attrazione di investimenti “Destinazioneitalia” che verrà votato dall’Esecutivo in settimana.
Le possibilità di collaborazione ed interscambi sono molte, energia, lusso, alimentare, turismo rappresentano solo alcuni settori, ma le vicende interne sono continuamente monitorate da potenziali investitori e da anni non sono certo una buona pubblicità, tanto più che le condizioni di sistema per fare impresa in Italia sono proibitive, dal costo dell’energia alla burocrazia, dalla tassazione all’incertezza normativa, dall’instabilità politica alla lentezza nel fare le riforme, dalla corruzione ed evasione alla difficoltà di applicare pene e sanzioni, dal clientelismo all’inesistenza di meritocrazia.

Se l’Italia non cambierà, passando da un atteggiamento puramente reattivo, in risposta a situazioni degenerate e compromesse, come per il lavoro che ben poco può giovarsi della diminuzione dello 0.1% della disoccupazione secondo l’ultimo rilevamento, ed a scandali ormai manifesti, come per il caso Mastrapasqua, ad un atteggiamento proattivo che cerchi di evitare i problemi o di risolverli sul nascere, poche speranze concrete di cambiamento potranno essere realizzate, così come pochi, rispetto al potenziale, investimenti importanti vorranno insediarsi entro i nostri confini.

Nota: alcuni nomi per la successione di Antonia Mastrpasqua alla presidenza dell’INPS sarebbero Tiziano Treu, Raffelo Bonanni ed anche  (udite, udite) Elsa Fornero.

01/02/2014
Valentino Angeletti
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Profonda sintonia, chapeau a leader non al governo

(Continua da: I dati di Bankitalia sono favorevoli a nuove elezioni? )

Al Nazzareno ora c’è profonda sintonia e c’è da scommettere che tanti da destra e sinistra faranno anche propria l’intesa, almeno benedicendola, che probabilmente porterà in tempi stretti alla modifica alla legge elettorale. I fatti reali sono però che Renzi e Berlusconi hanno posto serie e fattive basi per apportare alcune modifiche costituzionali come la trasformazione del Senato in camera delle autonomie, l’abolizione delle province e la modifica del titolo V della costituzione che mette in concorrenza stato ed enti locali, ma soprattutto per modificare la legge elettorale la quale ci perseguita da 8 anni, e fu priorità, sottoscritta da Napolitano, all’insediamento di aprile dell’esecutivo.
Chapeau dunque ai due, leader non membri del governo, che abbandonando arroccamenti e con una visione strategica decisamente superiore ai rivali hanno battuto con la medesima arma delle intese in favore del cambiamento il governo delle larghe intese troppo deboli e poco concrete.
A nulla servono le parole critiche del M5S perché col suo 25% già da tempo avrebbe potuto essere lui ad interloquire su questo e su molti altri temi ed a conti fatti ha fin qui perso la possibilità di essere il vero elemento di svolta costruttiva del governo. Anche le parole di Enrico Letta, non di Gianni invece ben presente in questo accordo, che benedicono una possibile convergenza verso una nuova legge elettorale sono per lui una finta vittoria, perché altri hanno stanno per portare a termine quello che l’esecutivo suo e di Alfano avrebbero dovuto mettere in cascina nei primi 3 o 4 mesi di governo quindi orientativamente entro agosto 2013. La politica è dialogo e trattativa, è sempre valso e sempre varrà.
In ogni caso è bene ricordare che per governare, a prescindere dalla legge elettorale, sarebbe opportuno avere più voti e consensi popolari possibile.

19/01/2014
Valentino Angeletti
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I dati di Bankitalia sono favorevoli a nuove elezioni?

Per il 2014 l’economia italiana crescerà, o meglio, stagnerà dello 0.7%, nel biennio 2014/15 la disoccupazione crescerà fino a raggiungere il 13% ed a risentirne maggiormente saranno i giovani, le entrate fiscali sono aumentate principalmente a causa della tassazione sulle imprese e sulla finanza, mentre sono diminuite le entrate dovute alle imposte sulle persone fisiche ed all’IVA rispettivamente per via del maggior numero dei disoccupati e del calo dei consumi che va a confermare che nella situazione attuale il livello impositivo ha superato la “threshold” della legge di Laffer.
Al contempo l’Italia ha una quota di laureati del 15%, tra le più basse dell’area OCSE che in media registra un 31% di laureati. Il 50% dei laureti italiani durante il primo impiego è sottoinquadrato ed il salario medio mensile (per i pochi che lavorano) è di 1’660 € contro i 1’840 € di Francia e Germania ed gli oltre 2’000 € di Gran Bretagna (dati 2010, nel 2013 le cose sono peggiorate anche a causa dell’acuirsi della disuguaglianza sociale che influenza i dati medi). Sempre considerando l’Italia, il bilancio tra capitale umano che espatria e quello che viene attratto è negativo, i laureati stranieri che vengono nel nostro paese sono il 13% contro il 23% della Germania, il 25% della Spagna, il 28% della Francia ed il 38% dell’UK.
Il presidente di Confindustria Squinzi continua a ritenere l’operato del governo insufficiente e inadeguato ed anche le parole leggermente ottimistiche riguardo alla ripresa, alla possibile ripartenza economica del nostro paese ed allo sblocco di 4.5 miliardi di € da Bruxelles destinabili ad investimenti produttivi, del rigoroso Olli Rehn da Roma non risultano convincenti poiché si tratta di “periodi ipotetici” ottimisticamente del secondo tipo, condizionati al raggiungimento di obiettivi ambiziosi nella complessa spending review di Cottarelli e nelle privatizzazioni di società partecipate o detenute dallo stato.

Questo è lo scenario che emerge dal rapporto trimestrale di Bankitalia che mette in luce in modo chiaro come quanto fatto fino ad ora dal governo e dalla politica non sia stato risolutivo. I buoni propositi e le misure nella giusta direzione ci sono state, ma poco hanno potuto contro gli ostacoli che hanno risucchiato energie preziose distogliendole dalle reali priorità del paese. L’esempio emblematico rimane il tira e molla ancora irrisolto sull’IMU, ma anche le diatribe interne alla maggioranza ed ai partiti e le vicissitudini che hanno visto protagonisti vari ministri e che ben poco si addicono ad un clima di intesa, a cominciare dal caso IMU di Josefa Idem, seguendo con le varie “peripezie” subite dalla Kyenge, la condanna di Berlusconi, la scissione e la nascita di FI, passando ad Alfano per la vicenda Kazaka e Marò, alla Cancellieri nell’affaire Ligresti, alle dimissioni di Fassina il cui scranno da viceministro dell’economia è ancora vacante, i ministri Carrozza e Saccomanni sugli adeguamenti salariali al personale scolastico, finendo con le intercettazioni della De Girolamo, ma senza dimenticare la presunta black list di ministri in bilico.

Alla nascita dell’esecutivo Letta le prime descrizioni del Governo lo definirono come un’entità d’emergenza che nessuno avrebbe voluto, nata con la benedizione del presidente Napolitano per agire rapidamente su pochi e critici fronti a cominciare dalla legge elettorale che sembrava dovesse essere il primo ed immediato traguardo da perseguire nell’arco di pochissime settimane se non giorni, mettendo da parte discussioni e rivalità e concentrandosi per un po’ di tempo solo sulle necessità politico-economiche del paese in modo da recuperare, a suon di riforme e tagli moralizzanti, credibilità interna ed internazionale e porre le base per una solida ripresa che avrebbe comunque necessitato di tempo per entrare a regime. Fatto ciò, ed i presupposti pareva ci fossero perché molti dei ministri e delle personalità impegnate sono indubbiamente illustri e dai curricula ineccepibili con importanti esperienze all’estero o in circoli, che piaccia o no, influenti (ECB, IMF, Golman Sachs, Bilderberg, Aspen, Vedrò e via discorrendo), si avrebbe dovuto nuovamente votare per un governo non più di intesa, ma politico.
Ora, a distanza di 9 o 11 mesi a seconda delle versioni, dalla nascita del governo, pare davvero che poco sia stato ottenuto.

Non è affatto strano dunque il pressing di Renzi per concludere la riforma sulla legge elettorale, né che egli vada ad interloquire con tutte le parti interessate, Berlusconi incluso, che rimane il leader di una fetta importante dell’elettorato italiano. Semmai il problema è di FI che non è ancora riuscita a trovare un successore convincete al Cavaliere. La situazione paradossale che i tre leader delle principali formazioni politiche, Renzi, Grillo e Berlusconi non fossero parte del governo non aveva lascito presagire nulla di buono fin da subito. Più strane e contraddittorie, ma non avulse dall’ottica partitica purtroppo bloccante e dominante fino ad ora, sono le opposizione alla riforma elettorale anche all’interno della maggioranza di governo e del PD stesso che alla formazione del governo Letta ne avevano sottoscritto i primordiali obiettivi e propositi. Da augurarsi dunque che il segretario PD riesca a concludere sul fronte della legge elettorale, come su quello dell’abolizione del Senato e delle province, anche se il vero centro di costo non sono le province, ma le regioni.
Le larghe intese, sia ante che post Berlusconi, di intenti comuni ne hanno ben pochi e questa percezione, avallata dalla lentezza nell’attuare riforme, la stanno iniziando ad avere anche all’estero a cominciare dalla Gran Bretagna. Ciò potrà rappresentare un problema quando sarà l’Italia a guidare il semestre europeo, a valle di elezioni EU che probabilmente vedranno numeri importanti per i movimenti anti europeisti.
Se larghe intese devono essere che lo siano realmente, come quella tedesca tra SPD e CDU (link) che funziona proteggendo la Germania anche a scapito dell’Europa, altrimenti non è un’eresia pensare di tornare rapidamente a votare, possibilmente con una nuova legge elettorale promessa da anni, ma mai realizzata.

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Ottimismo sincero per la nascita del governo Letta. Era già chiarissimo allora, 28 aprile, cosa dovesse essere fatto, in gergo aziendale i KPI, obiettivi raggiunti?

 

18/01/2014
Valentino Angeletti
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I 150€ del personale scolastico: quando il patto Stato – Cittadini, Imprese è sempre in bilico

È arrivata da poche ora, al termine della riunione a Palazzo Chgi, la smentita immediatamente “Twittata” dal Premier Letta e dal Ministro Carrozza (più probabilmente dai loro staff):
“gli insegnanti non dovranno restituire i 150 euro percepiti nel 2013 derivanti dalla questione del blocco degli scatti…”.
Respiro di sollievo dunque per il corpo docenti e per il personale della scuola che stanno già subendo o hanno subito il blocco degli adeguamenti salariali, il taglio del personale, il blocco del rinnovo del contratto.

Non indagando se la somma di 150€ lordi al mese fosse dovuta o meno, anche perché secondo il Ministero dell’economia la legittimità è sancita dal “Dpr n.122” entrato in vigore il 9 novembre che ha esteso il blocco degli scatti a tutto il 2013, mentre sentendo i sindacati ed i rappresentanti del personale scolastico il provvedimento è illegittimo, emergono chiaramente due fattori.

Il primo è che l’istruzione, la ricerca, l’università, nonostante siano lo strumento con il quale costruire il futuro delle persone ma anche della società e dell’economia, nel nostro paese non sono trattati con la dovuta considerazione; come accade per molti altri mestieri altamente specialistici e complessi gli stipendi sono decisamente più bassi rispetto agli altri stati europei, fino ad essere inferiori anche del 50%, gli investimenti sono sempre insufficienti al contrario dei tagli. Non c’è dunque da stupirsi se il livello del nostro sistema scolastico (non degli studenti si badi bene), pur sfornando talenti riconosciuti ovunque ma spesso non in Italia, sia tra i più bassi del mondo “industrializzato” e se non vi sia compatibilità tra offerta formativa e richiesta di personale.
Il secondo aspetto riguarda il “patto” non scritto tra Stato e cittadini/imprese che dovrebbe creare fiducia reciproca, come accade ad esempio in Svezia dove i cittadini sanno precisamente cosa riceveranno in cambio del versamento delle imposte. In Italia questo patto è sistematicamente disdetto modificando anche retroattivamente condizioni che dovrebbero rappresentare se non una vera parola d’onore quantomeno un serio accordo. Per citare solo alcuni esempi ricordiamo la questione degli esodati scaturita a valle della riforma pensionistica che ha allungato anche di svariati anni la vita lavorativa, inclusi quei soggetti che avrebbero dovuto ritirarsi nel giro di pochi mesi, e che ha creato quella classe di persone, gli esodati, costretti in un nebbioso limbo. Un altro esempio è la Roobin Hood Tax oppure la legge sull’OPA che è stata oggetto di discussione per cercare di ostacolare Telefonica nel controllare Telco e quindi Telecom. Venendo ai casi più recenti costituiscono esempi il blocco degli adeguamenti agli stipendi degli statali e delle pensioni, il mancato pagamento dei debiti delle PA benché la richiesta delle imposte sia puntualissima ed inesorabile (si continua a confidare nel credito di imposta), ed adesso la proposta di restituzione dei 150€ che se non fosse stata subito messa nel mirino probabilmente sarebbe andata in porto, in ogni caso la figura è fatta; si apprende inoltre che la somma derivante dal prelievo sarebbe stata non di 10 miliardi, non di 1 miliardo, ma di miseri 40 milioni, dunque non è stato possibile reperire 40 milioni all’interno di uno Stato (tanto che si è proposto uno scontro verbale tra i Ministri Saccomanni e Carrozza), 40 milioni sono il fatturato di una buona media azienda, rapportato alla spesa totale italiana ne rappresentano meno dello 0.005%, in UK sono riusciti a tagliare in un paio di anni con azioni sui dipendenti pubblici oltre 13 miliardi di € senza creare problemi occupazionali e qui non si riescono a trovare 40 milioni tanto che, scongiurata la restituzione da parte del personale scolastico, la somma proverrà da tagli all’offerta formativa ed alla didattica in generale, siamo ottimisti sperando che si tratti di “ottimizzazione”, parola che va così di moda. Quando invece si cercò di toccare le pensioni d’oro la Corte Costituzionale in modo incredibilmente efficiente e rapido riuscì a farne approvare l’incostituzionalità ottenendo il rimborso per il maltolto, adesso il contributo sulle pensioni d’oro è stato reinserito vedremo se si prospetterà una nuova causa e chi l’avrà vinta.

Un comportamento simile, dove le condizioni del rapporto Stato-Società sono, per i ceti più deboli, sempre in discussione, purtroppo può in buona parte giustificare, assieme ai morsi ed ai numeri della crisi, il perché tante aziende decidano di abbandonare l’Italia, il perché non vi siano tutti quegli investimenti privati, anche esteri, che il nostro paese gestito in modo, non ottimo, ma normale attirerebbe senza troppi problemi, non sia facile per i giovani creare una propria attività, una start-up o anche una piccola bottega artigiana, ma soprattutto spiega perché ormai tante persone giovani e meno giovani hanno perso ogni fiducia , speranza ed ambizione per il loro futuro.
Se per primi sono lo Stato, le Istituzioni ed il Governo a trasmettere sfiducia non consentendo di credere fermamente e confidare ciecamente nel loro operato allora non si può pensare che la via della ripresa possa essere imboccata perché verranno sempre meno tutte quelle energie insite nelle prospettive, ambizioni, progetti personali e collettivi che sono la vera linfa di una collettività dinamica.

08/01/2014
Valentino Angeletti
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Giusto ottimismo natalizio, ma non abbandoniamo la realtà

È giusto, è consuetudine di fine dell’anno, a maggior ragione a ridosso di Natale, fare un bilancio cercando di essere ottimisti e trasmettere messaggi positivi in particolare se la situazione non è delle più facili. Infondere speranza e voglia di reagire è compito di un buon manager o dirigente. Accade questo da sempre in ogni azienda con l’immancabile conclusione che si può e si deve sempre puntare a migliorare ed a raggiungere risultati sempre più eccellenti.
Ciò detto sembrano oggettivamente eccessive le parole dette dal Premier Letta nel suo messaggio. Le aspettative per il 2014 paiono enormemente amplificate; pur supponendo che si possa invertire la tendenza ed uscire definitivamente dalla recessione, assecondando in termini di PIL le migliori previsioni di 1-1.1% (in una forbice quantizzata a seconda degli istituti ai valori 0.4%-0.7%-0.8%-1%) la crescita e la ripresa che può dar adito ad un senso trionfale di certo successo come quello profuso da Enrico Letta è bel altra cosa, è crescita quella cinese tra il 7% e l’8%, è crescita quella del Giappone con il lavoro trainato dai grandi investimenti, è crescita quella USA che, a dispetto di un deficit attorno al 5%, ha raggiunto nel terzo trimestre 2013 il 4.1%, non è crescita il nostro 1%, ma si limita ad essere l’uscita tecnica dalla recessione mantenendo sostanziale stagnazione. A Natale i consumi delle famiglie caleranno fino ad oltre il 40% e saranno concentrati principalmente su cibo ed high tech, la fiducia dei consumatori è ai minimi da giugno anche a causa delle incertezze sulla tassazione, la disoccupazione crescerà anche nel 2014 e la giustificazione che si tratta di un dato tecnico dovuto ai NEET che tornano a cercare lavoro non è sufficiente, poiché gli studi rivelano che per invertire la tendenza sull’occupazione serve una crescita minima tra 1.5% e 2%.

Il 2014 stando alle parole di Letta sarà l’anno della svolta, del rinnovamento della politica, anche in termini generazionali, i quarantenni non potranno fallire. Vero è che un po’ di rinnovamento c’è stato e che l’età si è oggettivamente abbassata, ma di qui a dire che il futuro è delle nuove generazioni la strada è lunga nel nostro paese.

All’estero i manager delle più grandi multinazionali hanno spesso meno di 35 anni, ed a 30 anni sono già tranquillamente pronti per assumere posizioni manageriali, mentre qui in Italia, se sono così fortunati da lavorare, sono considerati neo assunti o junior; la politica non è differente, basti vedere l’età media dei politici di altri paesi presenti nel parlamento europeo rispetto ai nostrani, fino ad arrivare al caso limite austriaco dove è recentemente stato eletto un ministro di 28 anni, cose simili sono accadute anche in Repubblica Ceca.

Testimonianze tangibili dei cambiamenti della politica verso modelli più virtuosi e morigerati non sono stati molto convincenti ed il balletto degli emendamenti alla legge di stabilità di queste ore con misure che escono dalla porta per rientrare dalla finestra ne sono una testimonianza, salvo poi additare come colpevoli le Lobby (Link media e Lobby) che però non hanno l’ultima parola in merito che rimane sempre e comunque della politica.

Le risorse che verranno destinata al taglio del cuneo fiscale ed alla riduzione delle tasse sono solo ipotesi e previsioni vincolate a quanto potrà essere raccolto dalla lotta all’evasione, dal rientro di capitali dall’estero e dalla spendig review che il Commissario Cottarelli (il quale avrà durissimo lavoro vedendo le modifiche nottetempo al DDL Stabilità e considerando che non avrà potere concreto di mettere in pratica il suo piano) ha già blindato in favore del taglio alla spesa.

Gli atteggiamenti della Germania in favore dell’Europa promessi dalla Merkel non si sono verificati così come le pressioni Italiane a Bruxelles.

Alla luce di ciò Enrico Letta, al quale va dato atto di essere equilibrato e di impegnarsi sinceramente, non dovrebbe alzare così tanto l’asticella delle aspettative degli italiani che troppe volte si sono sentiti dire che le cose cambieranno e non saranno mai come prima, che l’ora della svolta è giunta, salvo poi essere delusi e finire col non avere più fiducia dei propri rappresentanti al governo. Suggerirei quindi volare più basso o più semplicemente dire la verità, e cioè che SE la politica invertirà davvero rotta e si comporterà virtuosamente mettendo al centro il bene del paese e dei cittadini, SE la generazione dei 20-30 enni si vorrà sacrificare impegnandosi e tenendo in mente che probabilmente non riuscirà ad agganciare il benessere sociale e le possibilità economiche che ebbe la generazione precedente, SE chi ha avuto di più ottenendolo onestamente o per leggi incolpevolmente troppo favorevoli vorrà rinunciare a qualche privilegio, SE l’Europa vorrà essere più permissiva, SE E SOLO SE tutto ciò si verificherà sarà possibile riportare la qualità della vita, l’uguaglianza e la sostenibilità sociale del nostro paese a livelli accettabili.

Benissimo essere ottimisti dunque, ma rimanere agganciati alla realtà dei fatti è un una prerogativa che la politica, a tutti i livelli dovrebbe recuperare.

23/12/2013
Valentino Angeletti
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L’Italia: una casa diroccata nonostante alcuni buoni intenti condivisi

Fa abbastanza sorridere, sicuramente in modo un po’ isterico, quello che si sente negli ultimi giorni nel panorama politico. Mettendo da parte i continui colpi di scena sull’IMU, ultimo quello che ha visto il ministro Saccomanni dichiarare che l’eventuale abolizione per il 2013 (se ci sarà) sarà solo una mossa singola, poiché negli anni venturi un’imposta sugli immobili è necessaria per assicurare i bilanci comunali (anche il più stolto si chiederebbe dunque perché sia stata formalmente tolta), fa ridere come adesso tornino prepotenti i contratti, i punti, le priorità, gli impegni da assolvere rapidamente e con la massima urgenza.

Se si analizzano molti di essi sono trasversali e non così nuovi. C’erano nel contratto con gli italiani del 1994, nel governo Monti, erano presenti come “pillars” dei 180 giorni nei quali il governo Letta si era prefissato di risolvere le 2 o 3 questioni di massima urgenza, ci sono nelle proposte di Alfano nel suo nuovo contratto da proporre al Governo, non più delle larghe intese, ma delle chiare intese, ci sono nei programmi del nuovo PD rappresentato dai tre candidati alla segreteria, che rispetto a quanto è stato in passato sono comunque un bell’esempio di partecipazione e di rinnovo, un tentativo di discontinuità da mettere alla prova, in ultimo sono presenti addirittura nel programma che Grillo ha presentato all’odierno V-Day di Genova, per certi versi meno audace, fatto salvo l’impeachment del Presidente della Repubblica, rispetto al passato.

La necessità di ridurre il costo del lavoro, di abbassare o cancellare le imposte su persone fisiche ed imprese, di rivedere i trattati europei con la volontà di arrivare ad un’ Europa dei popoli e non dell’austerità, che sia animata dal concetto di solidarietà ed integrazione sostenuto da Schuman nel 1950, la tendenza di rimettere la finanza al servizio dell’economia facilitando il credito alle famiglie ed alle imprese, il taglio dei costi della politica, degli sprechi, del numero dei parlamentari, delle province, l’integrazione dell’area mediterranea, la riforma della legge elettorale, che tra pochi giorni potrebbe essere dichiarate incostituzionale, sono tutti punti condivisi, sia all’interno del governo, che all’esterno, e lo sono non da poco tempo, nonostante ciò da molto se ne parla, ma nulla è mai stato fatto.

A volte è stata data la parola al popolo, come nel caso dei finanziamenti pubblici ai partiti, salvo poi continuare a perseverare con modalità che sfiorano la truffa, tanto che anche il rimborso ai partiti potrebbe essere dichiarato incostituzionale. Altre volte alcune cose sono state cominciate, come la spending review del commissario Bondi o la commissione di saggi per indicare le linee di indirizzo della ripresa, Governo Monti, ma nulla è stato portato a termine. Ora è la volta del Commissario Cottarelli, vedremo quanta libertà avrà.

Sembra che in ultimo, oltre a tante parole, i fatti non riescano ad essere compiuti, non solo per colpa dei politici, che rifiuto di credere siano tutti in malafede e che lavorino solo per se stessi, anzi ritengo che tanti lo facciano con passione e dedizione, ma è il sistema che non consente loro mobilità di azione, sono le tecnocrazie, la burocrazia, è lo stesso sistema, che ormai è evidente vada cambiato e che perciò tende ad auto-proteggersi, ad impedirlo.
Anche per tali ragioni le azione sono sempre stare rivolte a porre rimedio a problemi marginali, insignificanti se inseriti nel contesto macro, si è sempre agito alla giornata, senza piani di lungo termine, senza aprire gli occhi sui temi di vera importanza globale, come la situazione di Russia, Ucraina, Iran, del Medio Oriente, le possibilità offerte dai mercati emergenti, l’Africa, il Sahel, le nuove sfide della tecnologia e dell’energia, la diffusione e l’utilizzo consapevole e produttivo di internet, il clima, l’inquinamento, la crescita della popolazione mondiale, i flussi migratori e molti altri ve ne sono che dovrebbero essere affrontati ed in taluni casi potrebbero essere facilmente trasformati in grandi opportunità.
A ciò non si è mai guardato seriamente, si è preferito ad esempio pensare all’IMU, 3 miliardi su un debito di 2’070 miliardi, un PIL di 1’600 miliardi ed una spesa pubblica di oltre 800 miliardi; il confronto è impietoso.

Pensando all’Italia ed ai provvedimenti di cui si discute, viene in mente una casa diroccata con le fondamenta pericolanti ed erose da anni di incuria e barbarie. Il Governo dovrebbe essere il direttore dei complessi lavori di ristrutturazione. Esso invece di solidificare e ripristinare le fondamenta stesse seguendo un inesistente dettagliato progetto di risanamento, si concentra or sugli infissi, or sull’intonaco, or sul tetto, quasi che fosse incapace di capire che la priorità sono le fondamenta, altrimenti l’edificio benché con belle finestre e tetto a prova di alluvione non potrà reggersi in piedi. Ed anche quantunque si decidesse a lavorare sulle fondamenta non utilizza calcestruzzo, cemento armato e legno per rendere l’edificio antisismico, ma, affidandosi a ditte non all’altezza o truffaldine, fa uso di sabbione e rena marina senza legante alcuno. Il destino dell’edificio è più che chiaro, non v’è sancta manu che lo possa salvare.

Che fare allora? Innanzi tutti iniziare a mettere in pratica quei punti trascinati da anni che mai sono stai implementati, farlo in poche ore perché il consenso necessario, volendo, c’è. Serve poi pianificare immediatamente il futuro, non di domani, ma dei prossimi 50 anni; farlo ponendosi obiettivi chiari, pensando ai nuovi scenari in evoluzione, avendo la flessibilità di cambiare i piani in corsa perché la mutevolezza della nostra era lo richiede ed a tal pro avvalersi dei migliori talenti, trattenendoli, giovani ed anziani che possono contribuire, con freschezza ed audacia di idee i primi, con saggezza ed esperienza i secondi.

C’è da tempo consapevolezza diffusa ed apartitica che si deve cambiare radicalmente, creare discontinuità con il passato, ma nessuno è mai stato così coraggioso da prendersi la responsabilità di farlo. Ancora una volta l’insegnamento, se vogliamo semplice ed immediato, di Papa Francesco calza precisamente con la politica. Il pontefice ha detto alla sua platea di Universitari in occasione dei Vespri di Avvento, di prendere rischi, essere audaci, non temere di mettersi in gioco e raccogliere le sfide in modo onesto e leale, di non omologarsi e cadere nella mediocrità che spesso caratterizza il pensiero dominante, di contribuire, con le proprie unicità, al servizio della collettività, di vivere non vivacchiare.
Da troppo tempo invece il nostro paese sta vivacchiando.

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01/12/2013
Valentino Angeletti
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Politica tedesca più seria, concreta e pragmatica di quella italiana. In una sola parola migliore

Poco è mancato ad un nuovo voto di fiducia sull’ Esecutivo italiano che avrebbe ulteriormente esasperato le attenzioni dell’ Europa, dei mercati e delle agenzie di rating sul nostro paese. Il Presidente Napolitano, consapevole del nostro stato di osservati speciali, è astutamente riuscito ad includerlo nel voto sulla legge di stabilità, passata in Senato con 171 voti favorevoli contro 135 contrari.
La scissione all’interno del centro destra ed in particolare il passaggio all’opposizione di Forza Italia, ancor prima che la decadenza del leader Berlusconi fosse sancita dal voto ufficiale dell’Emiciclo, è stata considerata dal Premier come un rafforzamento del Governo. Forse potrà esserci maggiore condivisione di intenti, ma le logiche partitiche che hanno dominato la scena politica fino a questo momento, contribuendo a mantenere un continuo clima da campagna elettorale popolato da promesse, prima tra tutte quella dell’IMU, non fondamentali, banali rispetto ad un PIL da far crescere, un debito da abbattere, un’occupazione da recuperare ed i consumi da sostenere, ed evidentemente solo propagandistiche, difficilmente saranno abbandonate, così da rendere ogni votazione minimamente complessa e non pienamente condivisa nella maggioranza una forca caudina per il Premier, in barba alle più semplici tecniche di negoziazione win-win.

Il caso IMU pare risolto (ma che fatica…), l’imposta sulle prime case non si pagherà, così come non si dovrebbe pagare per i terreni coltivati e gli immobili strumentali agricoli (ma perché solo agricoli?); il costo dell’operazione è stato di 2,15 mld di €. I proventi verranno in misura di un terzo dagli anticipi delle imposizioni del risparmio amministrato (sostanzialmente il dossier titoli o di risparmio gestito che è necessario aprire presso la propria banca se si detengono fondi, titoli di stato, azioni ecc.) e di due terzi dagli anticipi IRES ed IRAP a fronte di un aumento delle aliquote del 2014. Lo stesso Saccomanni ha affermato che “si tratta di misure, una tantum e non strutturali, a carico delle banche ed al sistema finanziario”. Ciò è superficialmente vero, poiché c’è da capire quanto ricarico ci sarà sui conti dei risparmiatori e quando/come questi anticipi verranno poi scontati, perché un giorno dovranno esserlo. Inoltre vanno a rimpiazzare una misura, l’IMU, strutturale, prevedibile e su cui poter far affidamento ogni anno ed in ogni bilancio, la vulnerabilità dello scambio è lampante, tanto più in un momento dove non ci sono concessi passi falsi e sarebbe bene programmare tutto con buon grado di certezza.
In aggiunta a ciò va ricordato poi che i possessori di prima casa residenti in un comune che avesse nel 2013 alzato l’aliquota, e non dovrebbero essere pochi visto il dissesto dei conti di molti municipi, riceveranno comunque la chiamata al versamento della differenza.

Altro gettito che sembrava in un primo tempo dover partecipare alla copertura IMU è quello della rivalutazione delle quote di Bankitalia detenute dalle banche e dagli istituti di credito. Tale misure può essere fruttuosa nel primo anno (1-1.5 mld €), ma pericolosa negli anni venturi, quando le quote potrebbero essere vendute e ricomprate dalla stessa Bankitalia a prezzo maggiorato e quando il dividendo a carico del pubblico sarà superiore rispetto all’ attuale. Tuttavia alcune restrizioni si stanno configurando ed alla fine si dovrebbe giungere, seguendo la struttura della public company, all’ apertura del mercato delle quote ad un numero maggiore di soggetti che non potranno detenere più del 5% del capitale ed il dividendo massimo erogabile da Bankitalia non potrà superare il 6% del capitale, il quale a sua volta dovrebbe essere aumentato, utilizzando riserve statutarie di Bankitalia stessa, di circa 7.5 mld €. Insomma, anche questa operazione, profittevole nel breve, non è scevra da rischi di qui a due anni. La rivalutazione, riprendendo quanto detto dallo stesso Saccomanni, serve senz’ altro alle banche per ricapitalizzarsi (come si è capito a carico di Bankitalia), senza dover cercare denaro, in attesa degli stress test europei ormai alle porte.

Quanto detto sopra è emblematico di due aspetti deficitarii della nostra politica e che hanno un peso decisivo sia per quanto riguarda la ripresa e l’uscita dalla crisi sia per quanto concerne la credibilità ed autorevolezza che ci dovrebbero consentire, adducendo molte buone ragioni effettivamente esistenti, di andare in Europa a reclamare alcune doverose condizioni. Il primo aspetto è la presenza formale di una larga intesa che all’atto pratico risulta assente poiché in ogni decisione il compiacimento al proprio elettorato, l’azione per attrarre consenso e la fermezza nel mantenere ostinatamente e ciecamente le proprie posizioni, dominano causando blocchi e rallentamenti a scapito della cosa pubblica. Il secondo è il costante agire senza un piano economico di lungo termine, senza aver chiari gli obiettivi di rilancio economico-sociale, senza avere idee convintamente riformiste, insomma ragionando di giorno in giorno, anzi di ora in ora, mettendo pezze estemporanee ora a destra ora a manca, fingendo di non essere consapevoli che un domani non troppo lontano qualcuno queste questioni dovrà dirimerle.

La Germania, per certi versi odiosa, ma pragmatica nel tutelare i propri interessi e nel pianificare il futuro, ci può dare esempio anche in questa occasione. Proprio poche ore fa è stata portata a termine la stesura del documento (oltre 180 pagine) che sancisce la grande coalizione tra SPD e CDU. Sicuramente la negoziazione sarà stata serrata, ma alla fine la logica win-win ha prevalso per cercare di favorire lo sviluppo tedesco, incluso l’aspetto del rigore dei conti per tutti gli stati membri dell’unione e del rifiuto alla condivisione del debito e degli eurobond (dal lato italiano c’è da sperare che la SPD abbia recepito le parole pronunciate dal Premier Letta contro l’austerità inflessibile in occasione del congresso del partito e se ne faccia portavoce nel governo tedesco, benché dai primi intenti non sembrerebbe). Per citare alcuni punti significativi nel documento è presente:

1. L’introduzione di un salario minimo garantito di 8.5 €/h.
2. La possibilità di doppia cittadinanza per i figli di immigrati nati n Germania.
3. La destinazione del 3% del PIL in ricerca.
4. La destinazione di 23 miliardi in 4 anni ad investimenti in crescita (ad esempio grandi opere, aiuti alle imprese ecc), ed a sostegno di economia e lavoro.
5. Abbassamento dell’età pensionabile da 67 a 63 anni qualora sussistano 45 anni di contributi.

Solamente da questi cinque punti è possibile capire come l’accordo SPD-CDU non sia stato partorito seguendo logiche partitiche o sottostando a rapporti di forza, nessuno avrebbe pensato che un governo guidato dalla Merkel, vincitrice delle elezioni, potesse prevedere siffatte misure che qui in Italia sarebbero additate come frutto di un programma della più estrema delle sinistre rosse.
Oltre al funzionamento della trattativa c’è poi da sottolineare come il loro respiro sia realmente lungo ed affronti temi cruciali. Vengono recepiti i suggerimenti europei di sostenere i consumi interni per bilanciare le esportazioni attualmente al limite superiore dei parametri (6%) e di sostegno all’ occupazione introducendo il salario minimo e le misure in favore di crescita e lavoro; viene affrontato il tema dell’immigrazione, della bassa natalità tipica dei paesi industrializzati e maturi e la sostenibilità del sistema pensionistico con la possibilità della doppia cittadinanza; viene ribadita l’intenzione di mantenere la leadership tecnologica, scolastica ed innovativa, alla base di una industria competitiva per qualità delle produzione, investendo in ricerca; infine viene dato il giusto riconoscimento al lavoro, ai contributi ed alla pensione abbassando l’età pensionabile per taluni soggetti.

La lezione è chiara, le larghe intese possono essere davvero proficue, ma non servono a nulla qualora fini a se stesse e senza né piani ed intenti condivisi né una direzione di sviluppo del sistema paese ben definita.

La situazione economico-politico-sociale europea, ed italiana a maggior ragione, rammaricano perché Europa ed Italia sono collocate strategicamente tra USA, Russia e Medio Oriente. Il rapporto con gli USA è storicamente stretto e lo sarà ancora di più una volta perfezionati gli accordi sul commercio. Il medio oriente e l’area mediterranea offrirebbero importanti possibilità di collaborazioni così come la Cina, indubbiamente attratti dal Made in Italy e disposti ad investire nel nostro continente e paese nella fattispecie. La Russia infine tende sempre più ad aprirsi all’Europa ed all’Italia, come dimostrano i 28 accordi commerciali siglati a Trieste durante il bilaterale dei giorni scorsi, consapevole che una stretta collaborazione garantirebbe la propria totale autosufficienza rispetto agli Stati Uniti in tutti i principali settori strategico-economici.

Le possibilità non mancano ma solo un sistema di governance politica locale e continentale ben implementato può essere in grado di concretizzarle rapidamente senza perdersi nei mille rivoli che in Italia stanno assorbendo buona parte delle energie disponibili e bloccando le possibilità dei tanti talenti presenti che, rebus sic stantibus, preferiscono emigrare magari alla volta poprio della Germania.

27/11/2013
Valentino Angeletti
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